Adam Kirsch

La redenzione di Walter Benjamin

da ''The New York Review of Books''
PERSONAGGI: Adam Kirsch recensisce un saggio biografico dedicato alla vita e al pensiero di una delle figure più importanti del ventesimo secolo: Walter Benjamin.
HOWARD EILAND, MICHAEL W. JENNINGS, Walter Benjamin: A Critical Life, Press/Harvard University Press, 755 pp., $39.95

Walter Benjamin è entrato nella lingua inglese nel modo sbagliato: era un mito prima ancora di aver avuto la possibilità di essere un fatto reale. Quando fu pubblicata la prima raccolta americana dei suoi saggi – Illuminations, a cura di Hannah Arendt, nel 1968 – era morto da circa tre decenni. Solo pochi sopravvissuti della Germania di Weimar ricordavano ancora la sua breve, illustre carriera come critico letterario. Ancora di meno – solo i suoi amici più stretti – avevano conoscenza degli scritti inediti che includevano parte del suo pensiero più profondo. In realtà, se non fosse stato per questi amici devoti – Georges Bataille a Parigi, Gershom Scholem a Gerusalemme, Theodor Adorno a New York – gli scritti di Benjamin non sarebbero sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale, proprio come lui stesso non le sopravvisse.

Il mito di Benjamin fu fondato su questa morte prematura, che è divenuta nel tempo una delle storie emblematiche del ventesimo secolo. La caduta della Francia nel 1940 trovò Benjamin, così come molti altri intellettuali ebrei tedeschi, mentre viveva in precario esilio a Parigi. Fuggì al sud nella zona non occupata, e si diede da fare per ottenere un visto per entrare negli Stati Uniti; ma il governo di Vichy non  gli avrebbe concesso un visto di uscita, rendendogli impossibile lasciare legalmente il paese. Nel settembre 1940, Benjamin si unì a un gruppo di rifugiati che cercavano di attraversare il confine con la Spagna a Port Bou, ma dopo un difficoltoso cammino furono fermati dalla polizia spagnola e gli fu proibito di entrare. Disperato ed esausto, certo che sarebbe stato rimandato in Francia e catturato dai nazisti, si uccise con una overdose di morfina.

Walter Benjamin

Walter Benjamin

Il destino di Benjamin divenne una parabola perfetta del pensiero europeo perseguitato fino alla  morte dal fascismo. Essere una parabola, comunque, significa essere soggetto ad una interpretazione – come nessuno meglio di Benjamin sapeva, poiché il potere dell’interpretazione e il destino della letteratura erano due dei temi centrali del suo lavoro. La sua storia è stata raccontata nella finzione  (Benjamin’s Crossing di Jay Parini) e ha ispirato autobiografie di altre persone (Walter Benjamin at the Dairy Queen di Larry McMurtry), così come numerosi studi accademici. Ma la reputazione di Benjamin in America si è formata in maniera più determinante in particolare attraverso due eloquenti interpretazioni.

La prima fu il lungo saggio introduttivo della Arendt in Illuminations, che per la maggior parte dei lettori americani fu la prima cosa (e forse ancora lo è) che avessero letto su Benjamin. Arendt, che era stata amica di Benjamin quando erano entrambi esiliati a Parigi, condivideva il suo background di ebreo tedesco integrato, e il suo saggio è in gran parte un’inchiesta sul modo in cui egli sia stato formato e non da quella cultura. Cresciuto nell’aspettativa che la sua famiglia della classe media superiore avrebbe supportato i suoi obbiettivi scolastici, scrive la Arendt, egli non si adattò mai alla necessità di guadagnarsi da vivere. Fu incapace di crearsi collegamenti e alleati professionali; non  riuscì ad adattarsi al sistema universitario tedesco e non riuscì a proteggersi dai pericoli della storia. «Con la precisione tipica di un sonnambulo», scrive la Arendt, «la sua goffaggine lo conduceva invariabilmente al centro stesso della sventura». Anche la sua morte, lei suggerisce, fu una prova della sua cattiva stella: gli accadde di cercare di attraversare il confine spagnolo proprio nel momento in cui era impossibile. 

Ogni ritratto dice qualcosa del modello e qualcosa dell’artista, e il ritratto della Arendt di Benjamin non fa eccezione. La Arendt, che sopravvisse all’ordalia che uccise Benjamin e  tanti altri, lo ricorda con una combinazione di amore, ammirazione e sgomento. Il suo saggio lascia la potente impressione che quello che uccise Benjamin – e, implicitamente, la cultura  ebraica tedesca che lo produsse – fu una fatale chiusura in sé stesso e una mancanza di concretezza, che era sia colpevole che patetica: «La sua prospettiva era tipica di un’intera generazione di intellettuali ebrei tedeschi, benché probabilmente nessun altro vi ebbe a che fare in maniera così negativa come lui».

Hannah Arendt

Molto differente nel tono è l’altro saggio di riferimento su Benjamin, Sotto il segno di saturno di Susan Sontag. Per la Sontag, che scrive dal punto di vista di un americano piuttosto che da quello di un tedesco, l’interiorità e la mancanza di concretezza di Benjamin sono ciò che lo rendono apprezzabile. In particolare, la Sontag si sofferma sulla melanconia di Benjamin, sul suo temperamento saturnino che informa il suo lavoro così come la sua biografia: «I suoi progetti più importanti…non possono essere pienamente compresi se non si coglie quanto essi dipendano da una teoria della melanconia». Questa melanconia, che lo rese inadatto alla vita, è anche quello che rese Benjamin l’interprete perfetto di un’epoca di catastrofe: «Sentiva di stare vivendo in un tempo in cui ogni cosa di valore era l’ultima del suo genere». Se la Arendt definisce sé stessa in opposizione a Benjamin, la Sontag chiaramente si identifica con lui come l’intellettuale archetipico. 

Dopo tanta mitologizzazione e appropriazione, il sottotitolo di  Walter Benjamin: A Critical Life, la nuova biografia di Howard Eiland e Michael W. Jennings, risulta come una benvenuta nota di obiettività (all’inizio gli autori sferrano un colpo al saggio della Sontag: «è fuorviante caratterizzarlo, come alcuni influenti trattati di lingua inglese hanno fatto, come una figura puramente saturnina e ripiegata su sé stessa»). La vita di Benjamin fu una vita critica perché era la vita di un critico, ma anche questo libro è una vita critica, in quanto presenta il suo soggetto con una certa obbiettività e distacco. «Questa biografia mira a un trattamento più esaustivo procedendo in maniera rigorosamente cronologica, concentrandosi sulla realtà di tutti i giorni da cui gli scritti di Benjamin emergono, e fornendo il contesto storico e intellettuale dei suoi lavori più importanti». 

Ciò che questo implica è una sintesi attenta di tutte le fonti disponibili sulla vita di Benjamin – lettere, diari, ricordi degli amici – insieme a tutti i suoi scritti più importanti, per produrre il racconto esauriente che è sempre mancato fino ad ora. Per lo stesso motivo, comunque a  Walter Benjamin: A Critical Life manca quello che un trattamento più letterario potrebbe offrire – un senso di intimità con il suo soggetto, l’evocazione di quello che egli era come persona e di come la sua personalità si riflettesse sul suo lavoro. 

Se Walter Benjamin rimane una figura sfuggente in questa autobiografia come nei suoi sfaccettati, spesso arcani scritti, non è perché i fatti della sua vita siano misteriosi e difficili da capire. Infatti, si potrebbe dire, la vita di Benjamin è esattamente quella che ti aspetteresti dalla collisione di un tale uomo con una tale epoca: un disastro prolungato. Era nato a Berlino il 15 luglio 1892, da una «famiglia ebrea completamente integrata dell’alta borghesia berlinese». Suo padre era un commerciante d’arte di successo e un capitalista, e Benjamin crebbe in un’atmosfera in cui tutte le sfide all’ordine borghese erano represse o ignorate. Come ricordò nel 1932, nella sua autobiografia Infanzia berlinese intorno al Millenovecento: «I poveri? Per i bambini ricchi della sua generazione erano lontanissimi». Eppure, come vide la Arendt, ogni cosa in questa educazione avrebbe fallito nel preparare Benjamin alla vita che sarebbe stato destinato a sperimentare nel ventesimo secolo. L’integrazione ebraica, l’autorità patriarcale, l’aspettativa di una prosperità stabile – tutto sarebbe stato sconvolto dalla serie di eventi che iniziarono con la Prima Guerra Mondiale. 

La carriera intellettuale di Benjamin, comunque, iniziò ancor prima del 1914. Come mostrano Eiland e Jennings, all’età di dodici anni Benjamin fu mandato a Haubinda, un collegio il cui corpo insegnante comprendeva il famoso riformatore dell’educazione Gustav Wyneken. L’insegnamento di Wyneken si concentrava «sull’idea di una “nuova gioventù” come anticipatrice di un nuovo essere umano», e trovò un entusiasta seguace in Benjamin che avrebbe passato la decade seguente come scrittore, conferenziere e organizzatore sempre più in evidenza tra il movimento degli studenti. Anche se le idee di Wyneken rimangono un po’ nebulose nel racconto di Eiland e Jennings, è facile capire che Benjamin trovò in esse un ingresso al regno dello spirito. 

Nel 1914, comunque, quando Wyneken diede il suo sostegno allo sforzo bellico tedesco, Benjamin, che stava crescendo oltre la categoria di “gioventù” in ogni caso, ruppe con il suo mentore. A questo punto era uno studente universitario, coinvolto in quelle che si sarebbero dimostrate essere alcune delle più importanti relazioni della sua vita. Queste includevano la sua storia d’amore con Dora Pollak, che sposò nel 1917, e la sua fondamentale amicizia intellettuale con Gershom (allora ancora Gerhard) Scholem, che incontrò per la prima volta come conferenziere pacifista nel 1915. In questo periodo Benjamin evitò il servizio militare con una serie di stratagemmi – per fingere di avere un danno cerebrale, bevve caffè nero tutta la notte per provocarsi dei tremori – e nel 1917 fu in grado di trasferirsi in Svizzera. Era chiaramente uno strenuo oppositore della guerra, e non sentì mai il dovere di arruolarsi, come fecero la maggior parte dei giovani della sua generazione. 

In modo significativo Scholem ricordò che  Benjamin parlò della guerra in una sola conversazione, e Eiland e Jennings notano che il soggetto è quasi assente dalla sua corrispondenza. Una volta abbandonato l’attivismo dei giorni da studente, Benjamin sembra aver immediatamente adottato l’atteggiamento che avrebbe dato forma al resto della sua vita – una sorta di resistenza passiva alla vita pubblica.  Walter Benjamin: A Critical Life fa chiarezza su come la biografia di Benjamin si fosse intimamente formata sulla storia dell’Europa. Tuttavia egli sembra aver attraversato questi eventi – la Rivoluzione Bolscevica, la Repubblica di Weimar, l’inflazione, il sorgere del fascismo e la promessa del comunismo – come un osservatore cauto e  distaccato, mantenendosi fedele a una personalità che preferiva l’interpretazione all’azione.

L’essenza del suo comportamento, ricorda Scholem, sembrava una preghiera di anonimità: Benjamin «vestiva con studiata ordinarietà, e di solito camminava leggermente curvo. Non credo di averlo mai visto camminare dritto con la testa tenuta alta». Eiland e Jennings fanno notare il suo circospetto culto della solitudine: «I suoi modi così formali, il suo tenere un muro invalicabile con i suoi amici e il rigoroso evitare le questioni personali sia nella conversazione che nella corrispondenza». A dispetto del  disaccordo per il mito “saturnino” della Sontag, anche il loro Benjamin si presenta indubbiamente come melanconico e introverso – una mente così sensibile al suo ambiente che un fugace incontro con le persone e gli eventi era sufficiente per nutrirla. 

Il giornalismo, anche il tipo di giornalismo letterario insistentemente intellettuale che Benjamin produceva, appare come una carriera improbabile per una tale personalità. E infatti fu solo successivamente che Benjamin si rassegnò alla necessità di guadagnare scrivendo per giornali e riviste. Dalla metà degli anni ’10 fino al 1924, mantenne l’ambizione sempre più improbabile di trovare un posto nel sistema universitario tedesco. Il suo libro completo più lungo, Le origini del dramma barocco tedesco, uno studio sul dramma barocco del diciassettesimo secolo, fu scritto come Habilitationsschrift, la seconda dissertazione richiesta per ottenere la posizione di insegnante. Questo libro denso e brillante fu un primo esempio di quello che la Arendt definì il lavoro di Benjamin come intellettuale «cercatore di perle», una persona che «cerca nelle profondità del passato» per  «recuperare i suoi “strani e ricchi” relitti». Il dramma barocco era un genere poco stimato dai critici tedeschi, tuttavia per Benjamin divenne uno studio tipico sulla natura paradossale dell’allegoria. L’allegoria è un modo di interpretare che asserisce di dare ordine al mondo, eppure Benjamin la vede come una rivelazione del caos, in cui «ogni persona, ogni cosa, ogni relazione, può significare qualsiasi altra cosa arbitrariamente». 

Conseguente a ciò Benjamin vedeva il dramma del diciassettesimo secolo come apertura di una prospettiva nella scena molto moderna del vuoto e della confusione spirituale. Come affermano Eiland e Jennings: 

Sul palcoscenico del Trauerspiel, gli oggetti allegorici appaiono come rovine e macerie – e spesso per lo spettatore come una visione prospettica sulla storia da cui il falso baluginio di categorie come totalità, coerenza e progresso sono state strappate via. 

L’abilità di Benjamin di collocare nel passato sepolto una sembianza del presente, per rintracciare significati da ciò che appare obsoleto non fu mai applicata con più successo. Tuttavia egli fallì nel coltivare le relazioni necessarie per un successo accademico, e il libro che produsse fu così profondamente idiosincratico che quando lo presentò alla facoltà di filosofia dell’università di Francoforte, l’esaminatore incaricato non poté puntare su di esso. «Per il resto della sua vita», scrivono Eiland e Jennings, Benjamin si sentì offeso dalla «pedanteria, banalità e pregiudizio che lo privarono del rango che meritava». 

I suoi anni come studente e potenziale professore lo videro produrre alcuni dei suoi lavori più importanti e difficili, dal saggio del 1916 Sul linguaggio in generale e sul linguaggio dell’uomo,  al suo lungo studio sulle Affinità elettive di Goethe. Ma molti di questi scritti rimasero sconosciuti: il saggio su Goethe non andò in stampa fino al 1924, quando Hugo von Hofmannsthal si interessò ad esso, e il saggio sul linguaggio dovette aspettare fino alla morte di Benjamin per essere pubblicato. «Alla fine del 1922», puntualizzano Eiland e Jennings, «la sua produzione pubblicata dai giorni del movimento giovanile di otto anni prima era stata esattamente di tre piccoli articoli». 

Avendo Benjamin trovato il modo di sopravvivere nel mondo accademico, il suo lavoro avrebbe potuto tranquillamente continuare a prendere la forma di lunghi saggi e di studi della lunghezza di un libro sulla storia della letteratura. È possibile che queste fossero le forme più appropriate per il suo genio naturale, che era nella sostanza un genio teologico. Ciò diventa particolarmente chiaro in un saggio come Sul linguaggio in generale e sul linguaggio dell’uomo, che espone una concezione esplicitamente mistica del linguaggio come forma di scambio tra Dio, gli uomini e le cose mediato dal divino: 

Non c’è evento o cosa nella natura sia animata che inanimata che non partecipi in qualche modo del linguaggio, perché è nella natura di tutte le cose comunicare i loro significati mentali. 

Questa concezione del linguaggio ha affinità con il tradizionale misticismo ebraico, come pure altri elementi del lavoro di Benjamin, fino al dichiarato messianismo del suo ultimo saggio, Tesi sulla filosofia della storia. Come Benjamin ebbe accesso a questa tradizione cabalistica è una buona domanda; certamente non a casa, dove ebbe un’educazione praticamente non ebraica. La risposta consueta è che seppe di questa da Scholem, che negli anni della sua amicizia con Benjamin stava diventando uno dei principali studiosi del ventesimo secolo del misticismo ebraico. Ma Eiland e Jennings notano di passaggio che subito a metà degli anni ’10 Benjamin acquistò una serie di raccolte di lavori di Franz von Baader, il teologo cattolico dell’inizio del diciannovesimo secolo, il cui stesso pensiero mistico fu in parte ispirato dalla Cabala. Anche se gli autori non approfondiscono questo punto, pare probabile che questo fosse uno dei canali trasversali attraverso cui Benjamin prese contatto con la tradizione dei suoi antenati. 

A metà degli anni ’20, comunque, una serie di eventi personali e pubblici portarono la carriera di Benjamin su un nuovo sentiero. Il caos economico della Repubblica di Weimar  indusse il padre di Benjamin a desiderare sempre meno di finanziare gli studi del figlio.

Asja Lacis

Asja Lacis

 «Sono determinato a mettere fine alla dipendenza dai miei genitori, non importa a quale prezzo», promise Benjamin, benché la sua piccola famiglia – che ora includeva il figlio Stefan – continuasse a vivere nella casa dei suoi genitori senza pagare l’affitto. Il fallimento della sua discussione della tesi ebbe come conseguenza che le sue ambizioni letterarie dovevano trovare un nuovo canale. E nel 1924, Benjamin incontrò e si innamorò di Asja Lacis, una comunista lettone, che «rappresentò per Benjamin un ingresso nella … cultura sovietica».

La convergenza di questi cambiamenti significò che 

a cominciare dal 1924 egli canalizzasse frettolosamente le sue energie in direzioni nuove: verso la cultura contemporanea – con un’enfasi sulle forme popolari e su quella che è stata chiamata la modernità del quotidiano – e…verso la carriera di giornalista e di critico culturale ad ampio raggio. 

Scrivendo per pubblicazioni come il ‘Frankfurter Zeitung’ e ‘Die literarische Welt’, Benjamin rivolse la sua attenzione alla letteratura contemporanea – producendo saggi originali su Kafka, Proust, Karl Kraus e il Surrealismo – e agli aspetti della moderna cultura di massa – i giocattoli per bambini, la fotografia, il cinema. Facendo uso della tecnica del montaggio Surrealista nel suo libro di aforismi, Strada a senso unico, Benjamin dimostrò che il suo distacco esteriore non gli aveva impedito di prendere le misure della sua epoca nei modi più profondi: 

Il calore sta tramontando dalle cose. Gli oggetti di uso quotidiano, in maniera gentile ma sempre più insistente, ci respingono. Giorno dopo giorno, nel superare la somma di resistenze nascoste – non solo quelle scoperte – che essi mettono sulla nostra strada, dobbiamo fare un lavoro immenso. Dobbiamo compensare la loro freddezza con il nostro calore o ci congeleranno a morte…La primavera tedesca che non arriva mai è solo uno degli infiniti fenomeni collegati al deterioramento della natura tedesca. 

Qui ci sembra di sentire l’essenza del pensiero di Benjamin – l’uomo che si sofferma costantemente sulla rovina, mentre non esclude mai la possibilità di una redenzione. Ma quale forma di redenzione sarebbe avvenuta? In alcuni dei suoi più famosi scritti degli anni ’30, Benjamin dà una risposta marxista alla questione. Sotto l’influenza di Lacis e, più tardi, di Bertolt Brecht, che divenne suo amico intimo, giunse a immaginare il rinnovo della società e del mondo in termini rivoluzionari. Questo si nota in particolar modo in quello che è divenuto il suo saggio più famoso, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità meccanica (o, per usare la traduzione che è diventata corrente successivamente, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica). 

Qui Benjamin, che spese così tanto della sua vita nella reverente contemplazione delle opere d’arte, denunciava «i concetti antiquati, come creatività e genio, valore eterno e mistero», vedendoli come premesse del fascismo. Invece saluta il cinema come una scuola di «distrazione» di valore, che prepara lo spettatore ad avere a che fare con gli shock della vita moderna. Scrivendo nel 1936, ci ricordano Eiland e Jennings, «sotto l’ombra incombente del fascismo», Benjamin sembra impegnarsi con tutta l’anima nella liquidazione rivoluzionaria della tradizione culturale nel nome del futuro democratico. 

Non è sorprendente che il pensiero di Benjamin in questa forma allarmasse Scholem, che scrisse le sue lettere da Gerusalemme deplorando le sue tendenze marxiste. Ciò che fu più inaspettato è quello che Eiland e Jennings rivelano delle reazioni di Max Horkheimer e degli altri membri dell’Istituto di ricerche sociali che, durante il suo esilio a Parigi, rappresentarono la principale risorsa di supporto finanziario per Benjamin. Horkheimer, preoccupato di evitare qualsiasi provocazione che potesse portare a un giudizio del governo francese sull’istituto in esilio come radicale, avvisò Benjamin di non fare apertamente riferimento alla rivoluzione ne L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. L’istituto cancellò persino la parola “socialismo” dal saggio prima che venisse pubblicato sul suo giornale interno. 

La storia dello sviluppo intellettuale di Benjamin negli anni ’30 può essere catalogata come la lotta per rimanere fedele a tre influenze: Scholem, che rappresentava il sionismo e il giudaismo, Adorno, che rappresentava il marxismo culturale sofisticato e Brecht, che si impegnava per un comunismo più militante e lineare. In questo triangolo, che mescolava le fedeltà personali a quelle ideologiche, le simpatie di Eiland e Jennings sembrano andare a Brecht. Per loro, il Benjamin comunista non fu il tradimento dell’originale Benjamin teologico, ma una evoluzione positiva. I suoi biografi attribuiscono a Benjamin una sopportazione del rischio intellettuale maggiore di quella che alcuni suoi amici potevano accettare: «Sarebbe stato il suo destino…che nessuno degli amici e colleghi intellettuali…avrebbe mai compreso o persino tollerato “l’insieme esaustivo e mutevole” delle sue convinzioni intellettuali». Come scrisse a Gretel Karplus, una cara amica divenuta successivamente moglie di Adorno: «La mia vita non meno del mio pensiero si muove in direzioni estreme». 

Gli estremismi della vita di Benjamin durante gli anni ’30 sono colti in maniera commovente in queste pagine. Ancor prima di essere costretto a lasciare la Germania, Benjamin era un nomade incurabile, che non passava mai troppo tempo a Berlino senza essere colto dal bisogno di viaggiare  – a Mosca, Parigi, Capri. Questo lo rese un padre e un marito poco attento e il suo matrimonio con Dora, che era in realtà già morto all’inizio degli anni ’20, finì formalmente in un divorzio amaro nel 1929-1930. 

Quando Hitler prese il potere e le case editrici iniziarono a tagliare i contatti con i loro scrittori ebrei, la possibilità di Benjamin di mantenersi fu compromessa. Da allora in poi, i suoi viaggi sembrano meno delle esplorazioni e più il girarsi e rigirarsi di un insonne che non riesce a trovare una posizione comoda – «un disperato desiderio di essere in qualsiasi posto tranne quello in cui si trovava». C’è qualcosa di profondamente commovente nell’immagine di Benjamin a Ibiza nell’estate del 1933, che abitava abusivamente in un palazzo in costruzione, senza tubature o vetri alle finestre: «Trasferendomi in questi quartieri», scrisse a un amico, «ho ridotto al minimo essenziale ciò di cui ho bisogno per vivere e le mie spese, al di sotto delle quali sarebbe impossibile andare».

Walter Benjamin nella Bibliothèque Nationale di Parigi

Walter Benjamin nella Bibliothèque Nationale di Parigi

Probabilmente la sua vera casa in quegli anni fu la Bibliothèque Nationale, dove fece ricerche sulla Parigi del diciannovesimo secolo per il suo interminabile studio, I passages di Parigi. Questa impresa, concepita da prima negli anni ’20 come breve «montaggio di testi combinante aforismi e materiale aneddotico sulla cultura e la società francese della metà del diciannovesimo secolo» e poi estesa nel decennio seguente come un’incompleta opera magna, prendendo come focus i centri commerciali avvolti nel vetro della Parigi del diciannovesimo secolo, il cosiddetto Passagenwerk, divenne un laboratorio per il metodo di Benjamin di ricostruzione storica in parte mistica, in parte surrealista e in parte marxista. Riuscendo ad assemblare abbastanza detriti sintomatici del periodo – «pubblicità…insegne di negozi, presentazioni aziendali, rapporti della polizia, progetti architettonici, locandine, cataloghi di mostre», e così via – Benjamin sperava di poter raggiungere quello che Eiland e Jennings chiamano «la redenzione del passato nella sua combinazione con il presente».

Tale recupero del passato fu l’obbiettivo costante dei suoi scritti critici. Tranne che ne I passages di Parigi il suo obbiettivo non fu più un romanzo di Goethe o testi teatrali del diciassettesimo secolo, ma un’intera società ed epoca storica. Una tale resurrezione dalle immagini e dai frammenti era forse irrealizzabile per definizione, e le condizioni caotiche della vita di Benjamin negli anni ’30 resero certo che non avrebbe potuto dare ordine alla sua ricerca d’archivio in continua espansione.  Invece, non diversamente dai Canti di Pound, I passages di Parigi di Benjamin – che non furono pubblicati in inglese fino al 1999 – ottennero un tipo di grandeur modernista per la sua stessa incoerenza rovinosa. 

Parigi, Passage Choiseul, 1829

Eiland e Jenning riescono a convincerci che il suicidio di Benjamin nell’autunno del 1940 non fu, come suggerì la Arendt, un altro dei suoi abbagli, ma il risultato naturale di una lunga lotta. La depressione di Benjamin lo aveva portato a considerare seriamente il suicidio fin dal 1932, al punto di scrivere una lettera di volontà e diverse lettere di addio agli amici. Quando la guerra fu dichiarata nel settembre del 1939, il malato Benjamin fu internato dal governo francese, insieme a molti altri in esilio dal nazismo, sulla base del fatto che era cittadino tedesco. I due mesi che passò «nella fame, al freddo, nel sudiciume e nel “continuo frastuono” compromisero ancora di più un sistema eroso da anni di privazioni». Tuttavia un compagno di prigionia descriveva Benjamin in termini che lo mostrano sostanzialmente non cambiato. Nel racconto degli autori, era «una persona così sprofondata dentro sé stessa da essere vista da coloro che gli stavano intorno come una sorta di profeta». 

All’epoca in cui cercò di attraversare il confine spagnolo, il quarantottenne Benjamin era in grado a malapena di affrontare un viaggio senza subire un attacco di cuore. La notizia che il confine era chiuso, appare chiaro, fu solo l’ultima pagliuzza che ruppe la sua volontà di continuare una battaglia sempre più difficile. Nell’accettare questa morte, Benjamin confidava nella posterità per redimere la sua vita e la sua opera dall’oscurità in cui sembravano destinate a giacere. Il libro di Eiland e Jennings è l’ultima vendetta di quella fiducia e del principio messianico che Benjamin definì in Tesi sulla filosofia della storia: «Il passato contiene in sé un indice temporale attraverso cui è portato a redenzione».

ADAM KIRSCH, è senior editor di ‘The New Republic’ e contributing editor di ‘Tablet’. Il suo libro più recente è Why Trilling Matters (Yale University Press 2011).
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