Michael Ignatieff

Stanno vincendo i regimi autoritari?

da ''The New York Review of Books''
POLITICA E SOCIETÀ: Per la prima volta dalla fine della guerra fredda l'avanzata del costituzionalismo democratico sembra essersi arrestata. Le democrazie occidentali sembrano essere sempre più stanche e demoralizzate, mentre i regimi autoritari sembrano diventare sempre più forti. Quali sono i motivi di questa crisi, e quali potrebbero essere le vie d'uscita? 

RICHARD N. HAASS, Foreign Policy Begins at Home: The Case for Putting America’s House in Order,  Basic Books, pp. 195, $ 15,99 

BARRY R. POSEN, Restraint: A New Foundation for US Grand Strategy, Cornell University Press, pp. 234, $ 29,95 

JOHN MICKLETHWAIT, ADRIAN WOOLDRIGE, The Fourth Revolution: The Global Race to Reinvent the State, Penguin, pp. 305, $ 27,95 

JOSEPH STIGLITZ, Reforming Taxation to Promote Growth and Equity, pp. 28, 28 maggio 2014, disponibilie su rooseveltinstitute.org

Negli anni ’30 i viaggiatori ritornavano dall’Italia di Mussolini, dalla Russia di Stalin e dalla Germania di Hitler elogiando il vigoroso senso di obiettivo comune che avevano visto in quei paesi, paragonato a quello che nelle loro democrazie sembrava debole, inefficace e pavido. 

Le democrazie oggi si trovano in un periodo analogo di invidia e di sfiducia. I competitor autoritaristici sono raggianti di arrogante fiducia in sé stessi. Negli anni ’30, gli occidentali andavano in Russia per ammirare le stazioni della metropolitana della Mosca di Stalin, oggi vanno in Cina per prendere il treno proiettile da Pechino a Shangai, e proprio come negli anni ’30, tornano chiedendosi perché i regimi autoritari possano costruire ferrovie ad alta velocità apparentemente in una notte, mentre alle democrazie occorrono quarant’anni per decidere alla fine di non iniziare neppure i lavori. La teoria di Francis Fukuyama – quando nel 1989 disse agli occidentali che la democrazia liberale era la forma finale verso cui tutta la lotta politica era diretta – ora appare come un antico manufatto di un periodo unipolare svanito. 

Per la prima volta dalla fine della guerra fredda, l’avanzata del costituzionalismo democratico si è fermata. L’esercito ha compiuto un colpo di stato in Thailandia, e non è chiaro se in Birmania i generali consentiranno alla democrazia di mettere radici. Per ogni stato africano, come il Ghana, in cui le istituzioni democratiche sembrano sicure, c’è un Mali, una Costa d’Avorio e uno Zimbabwe, dove la democrazia è in pericolo. 

In America Latina, la democrazia ha piantato forti radici in Cile, ma in Messico e Colombia è minacciata dalla violenza, mentre l’Argentina lotta per scrollarsi di dosso il peso morto del peronismo. In Brasile, le milioni di persone che hanno occupato le strade lo scorso giugno per protestare contro la corruzione sembrano non aver avuto impatto sul clientelismo a Brasilia. In Medio Oriente, la democrazia ha un punto d’appoggio in Tunisia, ma in Siria c’è il caos; in Egitto governa l’autoritarismo plebiscitario e, nelle monarchie, l’assolutismo è in crescita. 

Manifestanti in Tunisia

Manifestanti in Tunisia

In Europa le élite politiche continuano a insistere che il rimedio per le preoccupazioni del continente è “più Europa” mentre un terzo del loro elettorato sta dicendo di volere meno Europa. Dall’Ungheria all’Olanda, inclusa la Francia e la Gran Bretagna, la destra antieuropeista guadagna terreno opponendosi all’Unione Europa in generale e all’immigrazione in particolare. In Russia il periodo democratico degli anni ’90 ora sembra tanto distante quanto il breve interludio costituzionale tra il 1905 e il 1914 sotto lo zar. 

La recente stretta di mano tra Vladimir Putin e Xi Jinping celebrava qualcosa di più di un contratto di fornitura di gas. Essa annunciava la nascita di un’alleanza tra stati autoritari con una popolazione assommata di 1,6 miliardi di persone nell’ampio spazio Euroasiatico che si estende dal confine polacco fino al Pacifico, dal Circolo Polare Artico alla frontiera afgana.

Stretta di mano tra Xi Jinping e Vladimir Putin, Mosca, 22 marzo 2013

Stretta di mano tra Xi Jinping e Vladimir Putin, Mosca, 22 marzo 2013

Questa zona include stati satellite recalcitranti come la Corea del Nord e dispotismi patriarcali come le repubbliche musulmane dell’Ex Unione Sovietica. Essa include anche soggetti meno ben disposti, stati come la Georgia, l’Armenia e la Moldova, i cui popoli aspirano all’indipendenza democratica ma viene loro detto da leader autoritari – citando in parte la lezione che è stata inflitta all’Ucraina – di mettere da parte i loro sogni. 

L’Ucraina è il luogo in cui la battaglia per l’influenza tra le democrazie demoralizzate dell’occidente e il crescente arcipelago autoritario dell’Oriente si è avverata. Se all’Ucraina non viene concesso di scegliere il proprio sentiero democratico, alcuni degli stati che confinano con la Russia, e in particolare quelli con minoranze russofone, saranno anch’essi dissuasi dal comportarsi allo stesso modo.

Protesta contro l'intervento della Russia contro l'Ucraina

Protesta contro l’intervento della Russia contro l’Ucraina

Il conflitto tra autoritarismo e democrazia non è una guerra fredda, ci viene detto, perché ai nuovi autoritarismi manca l’ideologia espansionista tipica del comunismo. Non è così. Il comunismo potrà essere superato come sistema economico, ma come modello di dominazione dello stato è molto vivo nella Repubblica Popolare Cinese e nello stato di polizia di Putin. 

Né a questo nuovo autoritarismo manca una strategia economica. Il suo obbiettivo è una forma nota di modernizzazione che garantisce i benefici della globalizzazione senza sacrificare il controllo politico e ideologico sulle sue popolazioni. Il suo modello economico è un capitalismo di stato dai prezzi controllati e il suo sistema legale è governato dall’esecutivo (spesso corrotto) anziché dallo stato di diritto. La sua etica rifiuta l’universalismo morale a favore della dichiarazione che le civilizzazioni cinesi e russe sono mondi morali autonomi. La persecuzione dei gay, perciò, non è un qualche eccesso passeggero, ma è intrinseco alla loro visione di sé stessi come baluardi contro l’individualismo occidentale. 

Le visioni strategiche della Russia e della Cina possono attingere a differenti esperienze storiche, ma i messaggi che esse traggono dalle loro storie sono simili. Entrambe si basano sull’umiliazione ricevuta da parte dell’Occidente. Entrambe rifiutano esplicitamente di accettare  la democrazia liberale come modello. Entrambe insistono sul fatto che la loro esperienza di rivoluzione e di guerra civile nel ventesimo secolo aveva necessità di un governo centralizzato dal pugno di ferro. 

Le varianti cinese e russa della modernizzazione autoritaria fa ricorso a diverse risorse, ed esse rimangono competitori geostrategici, uno in crescita e l’altro che cerca di fermare il suo declino, ma entrambi hanno buone ragioni per armonizzare i propri interessi a medio termine.  Questa comunione di interessi è lampante – votano insieme al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, perseguitano i loro dissidenti e insieme prendono le difese della sanguinaria dittatura in Siria. Nel loro risentimento condiviso nei confronti dell’ordine mondiale americano, hanno parlato unitamente fin dal giorno in cui gli americani bombardarono l’ambasciata cinese di Belgrado nel 1999. 

I nuovi autoritarismi offrono inoltre alle élite dell’Africa e dell’Eurasia una via alternativa alla modernità: crescita senza democrazia e progresso senza libertà. Questo è il canto delle sirene che vogliono sentire alcune élite politiche africane, dell’America Latina e asiatiche, in particolar modo quelle cleptocratiche. 

Di fronte a questi autoritarismi risorgenti, l’America offre un esempio spiazzante ai suoi amici e alleati. Per due secoli il suo impianto costituzionale è stato molto ammirato. Ora, che è nelle mani della polarizzazione tra i politici a Washington e tra i due partiti, essa genera paralisi. Gli estimatori stranieri dell’America accettano il fatto che il denaro abbia un ruolo nella politica di Washington, poiché il denaro ha un ruolo dovunque nella politica. È la potente giustificazione ideologica del potere del dollaro che a Washington sembra perversa. Ai cittadini delle altre democrazie liberali, la dottrina della Corte Suprema americana che stabilisce che il denaro in politica deve avere la possibilità di fare pressione sembra una follia dottrinale. Per altre democrazie occidentali il denaro è potere, non semplice pressione, e deve essere regolato se i cittadini vogliono rimanere liberi. 

È difficile difendere la democrazia liberale con tanto entusiasmo all’estero se funziona in maniera così precaria in patria. Questo pensiero conduce Richard Haass, presidente del Comitato per le Relazioni con l’Estero, ad argomentare in Foreign Policy Begins at Home che gli Stati Uniti hanno bisogno di mettere ordine al loro interno prima di promuovere i loro valori e le loro istituzioni all’estero. La sua agenda del buonsenso in patria – mettere le finanze pubbliche sotto controllo, riformare le leggi sulle campagne elettorali e sulle elezioni, l’investimento nell’educazione – è intesa come una chiamata all’azione, ma ottenere questi fondamentali sembra una possibilità remota nel clima attuale di guerra fra nemici. La democrazia può funzionare solo se la lotta politica è  condotta tra avversari. Attualmente, la costituzione americana è ostacolata dalla politica tra nemici. 

Per Barry Posen, un eminente scienziato politico del MIT, il problema americano non è la disfunzione democratica in casa, ma il suo protendersi oltre mare. Nella ricerca della chimera dell’“Egemonia Liberale”, egli argomenta nel suo nuovo libro, Restraint, che l’America si è sconsideratamente gettata in  guerre che non avrebbe dovuto affrontare e ha promosso obbiettivi come i diritti umani, la democrazia e la costruzione di una nazione che non avrebbe potuto ottenere.  Avendo maggiori capacità di spesa sulla difesa, sia degli amici che dei rivali, ha permesso il parassitismo agli alleati europei e una “guida spericolata” a Israele (soprattutto nella politica degli insediamenti). 

Se gli Stati Uniti tagliassero le loro spese per la difesa dal 4,5 al 2,5 del PIL, dice, l’America potrebbe forzare i suoi alleati a difendersi da soli e liberare 75 miliardi di dollari all’anno da spendere nella ricostruzione dell’America. Questa è una raccomandazione sorprendente, visto che proviene da un conservatore realista, ma indica quanto la critica della dilatata spesa militare e dell’arroganza oltremare ora unisca conservatori e progressisti. I due estremi dello spettro politico, sembra, stanno convergendo sul “controllo” come giusto principio organizzatore della strategia americana. 

Controllo significa triage. Significa razionalizzare l’uso della forza americana per proteggere i vitali interessi nazionali; rimanere al di fuori delle guerre civili di altre popolazioni o dai disastri umanitari, non importa quanto forte questi possano rivoltare la coscienza; rifiutare di promuovere la democrazia e i diritti umani in posti in cui essi difficilmente metteranno radici in ogni modo; forzare alleati come Giappone, Israele e gli europei a sostenere la maggior parte del peso della loro stessa difesa; e smetterla con le grandi speranze di dar forma ad un ordine mondiale politico e commerciale. 

Il recente discorso del Presidente Obama a West Point fa capire che stia ascoltando la nuova dottrina del controllo. Egli dà ancora ipotetico credito alla promozione dei diritti umani e della democrazia all’estero, ma il vero obbiettivo della sua politica estera è di tenere le truppe a casa, ridurre i coinvolgimenti all’estero e concentrarsi sulla ricostruzione della nazione in casa. Se questo consenso emergente sul controllo sia o meno puro realismo o semplice isolazionismo che non ha il coraggio di dire il suo nome, come sentimento raccoglie la sensazione, sia tra i conservatori che tra i progressisti, che l’America non abbia più il potere di dar forma a un ordine internazionale come faceva una volta. In particolare, non può più immaginare sé stessa come la democrazia all’avanguardia nel progresso dell’ordine mondiale della democrazia. 

I giornalisti  John Micklethwait e Adrian Wooldridge

I giornalisti John Micklethwait e Adrian Wooldridge

Questa è la cupa ambientazione in cui il redattore capo dell”Economist’, John Micklethwait e il suo managing editor, Adrian Wooldridge, hanno pubblicato The Fourth Revolution, un racconto della crescita dello stato nel corso di cinque secoli e dell’attuale lotta della democrazia con i sui competitor autoritari. Essi hanno come obbiettivo soprattutto la vera e propria incompetenza dello stato moderno: 

Il moderno stato super-appesantito è una minaccia alla democrazia: più responsabilità il Leviatiano assume, peggio esso se ne fa carico e più il popolo è arrabbiato – il che conduce solo a che esso chieda sempre più assistenza. 

Il solo modo delle democrazie liberali di rispondere alla sfida autoritaria proveniente dall’esterno e al malcontento crescente interno, essi dicono, è il dimagrimento dello stato, fare meno ma farlo meglio. 

Come ci si potrebbe aspettare, The Fourth Revolution ha tutte le virtù – e alcuni vizi – dello stesso ‘Economist’. Le sue virtù sono l’insaziabile curiosità e l’entusiasmo per le riforme. Il suo vizio è la fretta mozzafiato. In circa cinquanta pagine, gli autori fanno correre il lettore attraverso tre rivoluzioni nella storia dello stato moderno: quella assolutista creata nel 1650 con Thomas Hobbes come suo ideologo principe, la versione costituzionale liberale con John Stuart Mill come suo portavoce peculiare; e il moderno stato sociale creato, così dicono, da Beatrice e Sydney Webb, i socialisti Fabiani inglesi[1]

Ronald Reagan e Margaret Thatcher sono andati al potere promettendo la quarta rivoluzione per imbrigliare il Leviatano, ma hanno sbagliato nello smantellare lo stato sociale. La dimensione dello stato, se misurata dal numero di burocrati o dalla percentuale di prodotto nazionale che assorbe, ha continuato a crescere nel periodo in cui essi furono al potere. I controrivoluzionari conservatori scoprirono che le aspettative e le logiche assistenziali che lo stato moderno supporta sono incorreggibilmente resistenti al cambiamento. Molti repubblicani del Tea Party abbandonerebbero in un secondo i loro ciarlatani libertari se questi portassero a tagliare la loro stessa assistenza sanitaria o il sistema previdenziale. 

I politici contemporanei, di entrambe le parti, stanno davvero agendo per rendere lo stato più giusto e più efficiente? I redattori dell”Economist’ trovano alcuni eroi democratici, qui e là, principalmente sindaci delle grandi città che cercano di rendere il governo più efficiente, ma in linea di massima essi danno un’immagine impressionante della disfunzionalità della democrazia a livello nazionale. Quando i conservatori vincono le elezioni, gli interessi delle grandi aziende spesso prendono il controllo della situazione. Quando i progressisti riprendono il potere, riescono solo a rendere lo stato più invadente. Quando i conservatori sono di nuovo in carica, lo limitano di nuovo. E così vanno le cose, una dinamica continua di alternanza politica che lascia lo stato senza riforme e, peggio di tutto, sempre più intrusivo. Entrambe le parti della moderna politica democratica dicono di voler proteggere la libertà dei cittadini, ed entrambe finiscono con l’aumentare il potere di sorveglianza dello stato su di loro. 

Malconcio per questa sempre più futile alternanza politica, lo stato liberale è sempre meno liberale e sempre meno capace di controllare gli interessi che si suppone debba regolare. I suoi sistemi di tassazione e agevolazione sono così distorti dagli interessi particolari che hanno perso la capacità di redistribuzione. Lontano dal ridurre l’ineguaglianza, lo stato moderno sta rendendo il problema sempre più grave. Come Micklethwait e Wooldridge osservano, «se metti insieme gli investimenti e le tasse, incluse tutte le deduzioni, il governo profonde più dollari soprattutto sul cinque per cento dei detentori del reddito più alto che sul cinque per cento con il reddito più basso». 

A causa della loro critica del Leviatano, gli autori non hanno pazienza con le fantasie libertarie del suo smantellamento. Lo stato potente si è rivelato essere l’invenzione critica dell’occidente. La Cina Imperiale aveva anch’essa uno stato leviatano, ma creava ordine mentre soffocava l’inventiva. Lo stato occidentale è stato unico nel fornire un ordine coercitivo senza opprimere la creatività individuale. Il risultato simbolo dell’occidente, quello che ha reso ogni altro successo possibile, è stato il governo limitato dai diritti degli individui, in cui il potere era tenuto sotto controllo da una magistratura indipendente, dalla stampa libera, dal parlamento e dallo stato di diritto. 

Nella loro ricerca di modi per rianimare lo stato liberale, i redattori dell”Economist’ spingono i democratici occidentali ad imparare dai loro competitori autoritari. Così si precipitano a Singapore per imparare come la gente di Lee Kuan Yew ha tagliato i programmi assistenziali e abbassato le tasse, ma ha fatto in modo di evitare che i poveri rimanessero esclusi dagli ammortizzatori sociali.  Invece di andare all’Harvard Kennedy School o all’ École Nationale d’Administration, sono volati all’Accademia Cinese della Leadership Esecutiva a Pudong per imparare come il Partito Comunista abbia adattato la tradizione imperiale mandarina per creare una burocrazia efficiente e meritocratica. 

Il fatto che Singapore e Shangai siano meglio governate di Detroit o di Los Angeles non è una novità. Il problema è se un governo autoritario sia sostenibile a fronte delle richieste dei componenti della classe media di essere trattati come liberi cittadini e se tale governo sia in grado di avere a che fare con scosse radicali come una crisi economica di lungo termine del tipo attualmente prevista per la Cina. 

Hong Kong, 1 ottobre 2014, manifestanti di Occupy Central

Hong Kong, 1 ottobre 2014, manifestanti di Occupy Central

L’arcipelago autoritario è arrogante ma è fragile: deve controllare qualsiasi cosa, o in breve non controllerà più nulla. La grazia salvifica della democrazia è la sua adattabilità. Essa dipende per la sua vitalità dal malcontento. Il malcontento conduce a pacifici cambiamenti di regime, e quando i regimi cambiano le società libere possono scartare le alternative inefficaci. 

L’adattabilità della democrazia sarà messa alla prova specialmente in India, in cui a Narendra Modi è appena stato dato un enorme mandato popolare per riformare il corrotto stato Gandhiano. In ballo c’è la questione centrale se la democrazia possa competere con la modernizzazione autoritaria della Cina. Xi Jinping ha lanciato una campagna di anticorruzione in Cina, insieme al tentativo di ridurre il peso del controllo dello stato sull’economia. Avrà più successo lui o Modi? 

Il premier indiano Narendra Modi

Il premier indiano Narendra Modi

Micklethwait e Wooldridge  resistono al forte richiamo della modernizzazione autoritaria, ma come i liberali del libero mercato che fondarono l”Economist’ negli anni ’40 dell’800, essi invocano una Quarta Rivoluzione che ritorni ad un governo di era vittoriana meno invadente. Essi desiderano che dovunque le democrazie semplifichino i loro sistemi fiscali, eliminino le evasioni fiscali e riducano il peso della tassazione; le stesse democrazie dovrebbero rendere più forti i network familiari e assistenziali in modo che ci sia meno dipendenza dallo stato sociale. Essi vogliono liberare il mercato da una regolamentazione vessatoria e paternalistica in modo da poter di nuovo tornare al suo lavoro di distruzione creativa. Ma vogliono anche regolare il capitalismo in modo che il potere del denaro sia tenuto sotto controllo. I dettagli sono vaghi ma la direzione è chiara. 

William Ewart Gladstone, per quattro volte primo ministro del partito liberale inglese è il loro eroe: Gladstone fu in grado di abbassare la tassazione e di stimolare una rapida crescita. Il suo «snello governo liberale» era una partnership, antagonistica ma produttiva, tra impresa privata e stato riformatore. L’impresa privata costruiva le grandi cattedrali della vita vittoriana – le stazioni ferroviarie – mentre lo stato forniva un ordine pubblico sobrio – la riforma sanitaria per far crescere la classe operaia, la riforma del diritto di voto per coinvolgerla nella politica e il poliziotto di quartiere per tenerla in riga. 

Come si può resistere alla sobrietà di Gladstone, al suo amore dell’inventiva e della riforma, e al suo internazionalismo dal cuore nobile? Non è scontato, comunque, che Gladstone offra una guida efficace per gli stati moderni di oggi. Essi sono bloccati da richieste di assistenza sanitaria, di impiego sicuro e di pensionamenti che Gladstone non poteva neppure immaginare, ancora meno appoggiare; né si è mai confrontato con problemi di così ampia portata come il cambiamento climatico.

William Ewart Gladstone

William Ewart Gladstone

Non è assolutamente evidente che «l’innovazione del modo di governare», un gingillo che Micklethwait e Wooldridge cercano attraverso tre continenti  osservando gli innovatori al lavoro che rendono il governo più efficiente a Chicago,  a Singapore e a Stoccolma, sarà la soluzione. Il problema dello stato liberale non è che manca di una moderna tecnica di management, buoni programmi o schemi diversificati per migliorare l’interfaccia tra burocrati e pubblico. Concentrandosi sull’innovazione del modo di governare, Micklethwait e Wooldridge , ritengono che il problema sia aumentare l’efficienza del governo. Ma ciò che viene richiesto è contemporaneamente più radicale e più tradizionale: un ritorno alla stessa democrazia costituzionale, a tribunali e istituzioni di controllo che siano libere dal potere del denaro e dall’influenza dei potenti; a legislature che smettano di essere circhi e tornino a detenere il potere esecutivo in nome del pubblico mentre cooperano su misure per le quali ci sia un largo consenso; a capi dell’esecutivo eletti che comprendano di non essere uomini di spettacolo ma leader politici. 

I redattori dell”Economist’ vogliono sottoporre lo stato liberale a una dieta da fame. La loro è una diagnosi che identifica i sintomi, ma se applicata come medicina politica potrebbe proprio uccidere il paziente. Il problema deve essere inteso in modo diverso. Lo stato moderno può essere troppo grande in alcune aeree, come l’apparato militare americano, perché gli impegni ereditati non sono stati esaminati alla luce delle esigenze strategiche emergenti; o perché, in alcuni paesi, i potenti sindacati del settore pubblico tengono ancora per il collo il budget delle risorse umane; o in altri paesi perché delle élite politiche predatorie stanno travasando risorse nelle loro tasche. Ma in altri stati liberali governi onesti e ben amministrati stanno vacillando senza le risorse per fornire servizi necessari e adeguati. 

I giornalisti dell”Economist’ non ci offrono una vera analisi dei problemi di risorsa dello stato moderno – la crisi fiscale che si ha quando gli stati fronteggiano una domanda crescente di servizi in un momento di introiti in discesa o stagnanti. Un’analisi polemica ma persuasiva di questo problema si può trovare nel nuovo libro bianco scritto da Joseph Stiglitz per il Roosevelt Institute. Stiglitz dice che la crisi fiscale dello stato liberale si deve attribuire direttamente a tre fenomeni correlati: la crescente ineguaglianza dei redditi, il potere del denaro in politica e la sistemica capacità di evitare  le tasse da parte dei supericchi e delle aziende globalizzate. 

Mentre l’ineguaglianza cresce, dice Stiglizt, essa soffoca la domanda. Le società disuguali fanno incetta di benessere per le classi più alte anziché allargare il consumo e gli investimenti per un’ampia classe media. Quando l’ineguaglianza ostacola la domanda, le grandi aziende si adagiano su enormi provviste di denaro, non avendo desiderio di investire o consumare. Quando i ricchi diventano sempre più ingegnosi nell’evitare le tasse, il costo di sostenere lo stato liberale ricade su una classe media spinta a sostenerne il peso da sola. È la superineguaglianza che sta soffocando la domanda e affamando lo stato liberale. 

La soluzione di Stiglizt è esauriente. Propone un’aliquota fiscale del 40 per cento per coloro che controllano il 25 per cento più alto del reddito nazionale; seguito da un’aliquota del 20 per cento per coloro che detengono il 25 per cento successivo, con una riduzione delle tasse per chiunque sia nel 50 percento più basso di reddito. Questa struttura fiscale risolverebbe i problemi del debito pubblico. Egli propone anche una «combinazione di aliquote fiscali e di incentivi all’investimento» che imporrebbe una tassa del quindici per cento sui guadagni delle grandi aziende, e una tassa sul valore aggiunto al consumo del 5 per cento. Infine, una non specificata carbon tax farebbe muovere la società americana verso l’innovazione basata sull’energia pulita e su stili di vita meno inquinanti. 

Questa nuova struttura delle tasse aumenta l’introito dello stato sul reddito nazionale al 26 per cento. Queste misure, egli calcola, risolverebbero la crisi fiscale dello stato liberale, ridurrebbero l’ineguaglianza e stimolerebbero la crescita, perché lo stato metterebbe in circolo la ricchezza ora bloccata nei depositi di denaro liquido delle grandi aziende e nei risparmi privati (alcuni nei paradisi fiscali). 

L'economista Joseph Stiglitz

L’economista Joseph Stiglitz

Il rimedio di Stiglitz sarà giudicato da qualcuno come una confisca, mentre altri potrebbero sostenere che egli voglia un sistema di tassazione che ottenga ciò che non si è mai ottenuto prima, ma la sua analisi identifica il problema dello stato moderno più chiaramente di quello dei giornalisti dell”Economist’. Lo stato liberale è in crisi, di base, perché le sue istituzioni di controllo legali e politiche sono state sia imbrigliate che messe sotto assedio dagli interessi economici per il cui controllo erano state create. Se lo stato liberale non è mai stato richiesto per rafforzare l’uguaglianza distributiva esso è però sempre stato richiesto per limitare il potere della grande finanza nel soffocare la competizione e nel corrompere il sistema politico. Questo è l’obbiettivo per cui sta lottando oggi e che deve recuperare pienamente se vuole riguadagnare fiducia e sostegno da parte di una larga quota dei suoi cittadini. 

Non c’è nulla di nuovo riguardo questa sfida. L’ineguaglianza della ricchezza ha ricorrentemente minacciato di sopraffare il meno sofisticato egualitarismo politico senza cui uno stato liberale non può funzionare bene.  Ricorrentemente, i difensori dello stato liberale nell’era progressista, il New Deal di Roosevelt e nell’alba dello stato sociale europeo risposero alla sfida ristabilendo lo stato come garante dell’ordine e della libertà della società di mercato. Dove Micklethwait e  Wooldridge hanno sicuramente ragione è nel dire che il genio dell’Occidente si trova nella sua invenzione che il rispetto dei diritti limiti il governo, basandosi su una fiducia revocabile da parte del popolo. È stato questo apparato di istituzioni forti e durature che ci ha reso quello che una volta eravamo e quello che, se rinnoviamo il nostro vigore costituzionale, potemmo essere di nuovo.

[1]    Il fabianesimo è un movimento politico e sociale britannico di ispirazione socialdemocratica, nato alla fine del XIX secolo e facente capo alla Fabian Society, associazione che fu istituita a Londra nel 1884 e che si proponeva come scopo istituzionale l’elevazione delle classi lavoratrici, per renderle idonee ad assumere il controllo dei mezzi di produzione.
MICHAEL IGNATIEFF, è un autore, storico ed ex politico canadese, attualmente è  Professor of Practice presso la Harvard Kennedy School. In Italia sono stati pubblicati i suoi libri: Isaiah Berlin. Ironia e libertà (Carrocci, 2003), Impero light. Dalla periferia al centro del nuovo ordine mondiale (Carrocci, 2003) e        Il male minore. L’etica politica nell’era del terrorismo globale (Vita e Pensiero, 2006).
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