Gracy Pelacani e Alberto Mattei

Il terrorismo degli anni Settanta raccontato dalle vittime

 

 

ALBERTO CONCI, PAOLO GRIGOLLI, NATALINA MOSNA (A CURA DI), Sedie vuote. Gli anni di piombo: dalla parte delle vittime, Trento, Il Margine, 2008, pp. 344, € 17,00

GIOVANNI DE LUNA, La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa, Milano, Feltrinelli, 2011, pp. 192, € 15,00

 

 

STORIA CONTEMPORANEA. un periodo complesso e delicato, di cui si è detto e scritto molto, ma non è mai abbastanza: gli anni di piombo dell’italia, analizzati attraverso le testimonianze dirette di chi li ha vissuti sulla propria pelle e di chi ha visto i propri cari sequestrati o uccisi dalle br.

Sedie vuote. Gli anni di piombo: dalla parte delle vittime” è la raccolta di dialoghi tra un gruppo di giovani e alcuni dei familiari delle vittime delle stragi e del terrorismo degli anni settanta in Italia.

Raccogliendo la testimonianza di Manlio Milani, marito di Livia Bottardi, vittima della strage di Piazza della Loggia di Brescia, questi ragazzi di Trento, del liceo e dell’Università, si sono accorti che, alla sua destra, una sedia era rimasta vuota. Per tutta l’intervista, Milani ha tenuto una mano sullo schienale, come se la moglie fosse seduta lì. Questo gesto, ai loro occhi, è diventato il simbolo della sofferenza e della nostalgia che i familiari provano per i loro cari tragicamente scomparsi.

Questo libro apporta al dibattito intorno agli “anni di piombo” che, in questi ultimi anni, si è arricchito dei pensieri e dei punti di vista delle vittime e di quello dei familiari delle stesse, un contributo prezioso per la sua dimensione dialogica, che nel riproporre identiche domande a differenti interlocutori, permette di raccogliere opinioni e punti di vista, complementari perché diversi, sulle vicende trattate: ragazzi, nati e cresciuti quando questi eventi erano ancora troppo recenti sia per poter essere già storia, sia perché si potesse guardarli con il distacco necessario, li hanno osservati con sguardo non inquinato da speranze deluse o da un personale ricordo.

Questi dialoghi permettono di affacciarsi nelle storie dei familiari, coloro che sono rimasti, i quali desiderano capire per poter andare oltre. Vengono alla luce così storie di figli (Alfredo Bazoli, Mario Calabresi, Benedetta Tobagi, Sabina Rossa, Agnese Moro, Giovanni Bachelet, Silvia Giralucci, Giovanni Ricci), mariti (Manlio Milani), fratelli (Vittorio Bosio), che, ognuno a modo suo, contribuiscono alla costruzione di una memoria – che, arrivi un giorno ad essere – comune e riconosciuta.

Mentre il paese festeggia i suoi centocinquant’anni, da alcuni anni la pubblicistica torna a riflettere intorno a vicende così vicine in termini temporali, eppure così lontane in termini di memoria, come sono gli anni settanta: periodo di stragi e attentati terroristici, della legge sul divorzio del 1970 e dello Statuto dei lavoratori. Un insieme di tragedie private e pubbliche, un periodo di avanzamenti importanti della società civile.

In occasione del primo “Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi”, celebratosi il 9 maggio 2008, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, così si è espresso a conclusione del suo intervento: “Queste sono le ragioni per cui si doveva e si deve dar voce non a chi ha scatenato la violenza terroristica, ma a chi l’ha subita, a chi ne ha avuto la vita spezzata, ai famigliari delle vittime e anche a quanti sono stati colpiti, feriti, sopravvivendo ma restando per sempre invalidati. Si deve dar voce a racconti di verità sugli “anni di piombo”, ricordando quelle terribili vicende come sono state vissute dalla parte della legge e dello Stato democratico, dalla parte di un’umanità dolorante”.

Non sono mancate, in questi quarant’anni, opere che hanno ripercorso gli avvenimenti di cui parliamo, eppure, dietro la lente attraverso la quale sono stati osservati, vi era uno sguardo parziale. Parziale per ragioni oggettive, perché su molte vicende tuttora non si dispone di verità, nemmeno giudiziarie – anch’esse, ove vi fossero, parziali – sulle quali chi esercita il mestiere dello storico possa iniziare ad indagare e comprendere; parziali perché tale è una narrazione, quando svolta da un solo punto di vista.

A questa parzialità, che inevitabilmente inquina il processo di ricostruzione della memoria, si è iniziato, per quel che riguarda queste vicende, a porre rimedio qualche anno fa con il libro Spingendo la notte più in là, di Mario Calabresi (Mondadori, 2007); libro che ha avuto il merito di dare avvio a una serie di contributi da parte di coloro che, in alcuni casi, non hanno vissuto in prima persona le vicende di quegl’anni, ma che sicuramente dagli stessi sono stati duramente colpiti. “Sedie vuote” si inserisce in questo filone: i familiari delle vittime del terrorismo e delle stragi sono portatori di testimonianze in grado di colmare quel lacunoso sguardo, con il quale si sono fin’ora osservati questi eventi. I loro racconti hanno il pregio di costituire quel diverso punto di vista, che relativizza le ricostruzioni, ritenute esaustive, molte volte solo perché davano l’impressione di essere le uniche possibili.

Diventa pressante e non rinviabile, quindi, con questo volume il momento di interrogarsi su quale debba essere il ruolo della vittima nella ricostruzione della memoria di un paese. Memoria che non è solo la descrizione della successione degli avvenimenti, come catena di cause e conseguenze, ma è anche dare avvio a un dibattito nello spazio pubblico, affinché dai medesimi s’impari, perché dai medesimi si cominci a comprendere le ragioni di azioni razionalmente non comprensibili e, ancor meno, giustificabili.

Infatti, il racconto del familiare di una vittima permette non solo di colmare ma anche di iniziare a ricostruire. Attraverso i ricordi, i piccoli e quotidiani particolari sconosciuti alle cronache, vicende personali, si ricostruiscono biografie di persone che, prima di essere vittime, furono uomini e donne, mamme e papà, insegnanti, giornalisti, lavoratori.

Il racconto di una vittima non si limita, però, a essere narrazione personale degli eventi, ma si erge a pretesa, diviene richiesta insistente e continua di verità e giustizia. Elementi in molti di questi episodi tutto’ora mancanti ma che permangono necessari perché vi possa essere, prima di tutto, una ricostruzione storica delle vicende in cui, alcuni per caso, altri per “necessità”, rimasero coinvolti e perché poi da questa si possa partire per la costruzione di una memoria pubblica riconosciuta.

In attesa che coloro che furono “spettatori ai piani alti” di questi fatti dicano ciò che sanno, del processo di ricostruzione, si è fatta carico la società civile. Lo ha fatto creando una “rete per gli archivi”, allo scopo di rendere accessibili i documenti contenuti in archivi pubblici e privati disseminati lungo la penisola, lo hanno fanno i volumi che raccolgono le testimonianze di coloro che sono rimasti per raccontare1.

Sedie Vuote”, tra questi, ha il pregio di intrecciare storie, distanti per la diversità delle vite narrate al suo interno ma, alla fine, accomunate dall’avere tutte lasciato “una sedia vuota in casa”. Così sono i dialoghi con Agnese Moro e Manlio Milani: l’una figlia del docente di diritto e procedura penale, presidente della Democrazia Cristiana, già presidente del Consiglio e Ministro, ucciso dalle Brigate Rosse il 9 maggio 1978; l’altro, marito di Livia Bottardi in Milani, insegnante, vittima della strage di piazza della Loggia di Brescia del 28 maggio 1974.

Agnese Moro oggi è sociopsicologa. Lungo il corso della sua vita ha lavorato per il sindacato Cisl ed, in particolare, si è occupata di tutela dei diritti dei cittadini e della lotta contro l’esclusione sociale.

Il dialogo con lei prende avvio con il racconto dei primi giorni che seguirono al sequestro, quando oltre al rapimento del padre, si doveva far fronte anche al dolore per l’uccisione degli uomini della scorta del presidente della Democrazia Cristiana. La figlia lo definisce “un atto di inutile ferocia”, poiché molte altre avrebbero potuto essere le occasioni per portare a termine il sequestro, senza il bisogno di uccidere coloro che proteggevano il padre, dal momento che “era sempre in mezzo alla gente”. (p. 198).

Emerge, già nelle prime battute, quel diverso sguardo che solo un familiare può avere. Come influenzare la trattativa, quali reazioni avere davanti a un partito che decide di “lasciare morire” il proprio Presidente e un padre di famiglia “senza tentare nulla”; che fare davanti a uno Stato che, diversamente rispetto a simili situazioni – come il rapimento del giudice Sossi nel 1974 – decide di praticare la linea della fermezza? Queste le domande a cui lei cerca di dare una risposta, trentatre anni dopo quei cinquancinque giorni.

“Abbiamo fatto quel che potevamo”, risponde così a una domanda che richiama le numerose lettere scritte da suo padre durante la prigionia2, nelle quali dava indicazioni, soprattutto alla moglie Eleonora, in merito alle possibilità e modalità per tentare di influenzare le trattative per la sua liberazione.

Si scorge nelle sue parole, la difficoltà di una famiglia “assolutamente normale” nel confrontarsi con situazioni e persone, che non facevano parte del loro vivere quotidiano. Infatti, sottolinea: “La politica non è mai entrata in casa nostra e non conoscevamo nemmeno molti di quell’ambiente.” A questo si aggiunge il difficile rapporto che ebbero con il mondo dell’informazione, sia durante sia dopo il sequestro, denunciato da Agnese Moro, come conformista e allineato alla posizione adottata dalla maggioranza politica di allora.

Nel dialogo i ragazzi però non si soffermano unicamente ad indagare la dimensione familiare del dramma vissuto, ma si concentrano anche su aspetti che vanno oltre la vicenda personale, come il perdono: a questo proposito Agnese spiega che la sua concessione “non stabilisce mai che l’atto che viene perdonato non era sbagliato. Quelle scelte, quelle azioni che erano sbagliate, rimangono sbagliate sia che io perdoni, sia che non perdoni” (p. 210).

I ragazzi, assieme all’interlocutrice, si concentrano anche sul ruolo pubblico che hanno assunto alcuni ex-terroristi negli anni successivi alle vicende narrate: il ritorno sulla scena pubblica di persone che fecero la scelta della lotta armata, pone così il problema della possibilità e del modalità con cui sono stati accolti nuovamente all’interno della società, ed del giudizio che si da rispetto al loro voler essere protagonisti della ricostruzione storica di quegl’anni: “da questo punto di vista, dobbiamo riconoscere che la responsabilità non finisce con la conclusione della pena”, sottolinea Agnese Moro.

Il merito di questo dialogo è anche quello di far luce sulla figura di padre e marito, oltre che di uomo politico, come solo il racconto di una figlia può fare: come nel ricordo della Pasqua vissuta insieme in famiglia, evento a cui si fa riferimento in una delle prime lettere che le BR fecero recapitare ai familiari: “Mia carissima Noretta, desidero farti giungere nel giorno di Pasqua, a te ad a tutti, gli auguri più fervidi e affettuosi con tanta tenerezza per la famiglia e il piccolo in particolare.”3 La descrizione della figlia di questi momenti, ci restituisce l’immagine di un uomo severo con sé stesso – “era sempre attento a ciò che mangiava, cedeva alla tentazione e assaggiava un orecchio di un agnellino di marzapane, un pezzetto di pecorella…” – ma capace di trovare, anche durante il sequestro parole di affetto per ognuno di loro.

“La vita va vissuta per un ideale”. Questa è l’eredità che, secondo Agnese Moro, suo padre lascia ai giovani. Dal dialogo con loro, in una lettera ad un suo allievo, dice: “Ne ho ricavato una sensibilità aperta al movimento e al rinnovamento, una garanzia contro la cristalizzazione e il conformismo”. Aggiunge la Moro: “Quindi, per mio padre, è la vita di ognuno che può fare la differenza”.

In questo modo, si conclude il dialogo tra la figlia di Aldo Moro e i ragazzi di “Sedie vuote” e alla domanda che le viene posta poco prima: «Cosa significa essere sempre “la figlia di Aldo Moro”?» risponde: «Avere un padre famoso era una seccatura immensa. (…) Vorresti essere guardato solo per te stesso. Invece fai parte di un qualcosa di più grande».

Manlio Milani è un uomo di poco più di settanta anni, con gli “occhi chiari pazienti di cittadino per bene”, come lo ha definito Miguel Gotor in un recente articolo sul Sole 24 Ore. Nato e vissuto a Brescia, ha cominciato a lavorare subito dopo aver concluso la quinta elementare. Negli anni cinquanta e sessanta, ha diviso la sua vita tra il lavoro, come dipendente della Azienda Municipale della sua città, e la politica, con il PCI, e il sindacato, con la CGIL. Alla metà degli anni settanta sposa una sua concittadina, Livia Bottardi, a quel tempo neolaureata in Lettere alla Cattolica di Milano, poi insegnante a Brescia. Condividono il sogno di potere fare un’esperienza di insegnamento in Sud America. Questo sogno viene spezzato la mattina del 28 maggio 1974, una giornata di pioggia, dove nella centrale Piazza della Loggia, “cuore della città, che richiama la polis, il diritto di ritrovarsi, il processo di relazione, il cuore saldo della democrazia” (p. 113), si stava tenendo una manifestazione antifascista, indetta dai sindacati, poiché nei primi mesi di quell’anno la città era stata teatro di attentati ed scontri con le forze di estrema destra: come ha detto Milani, si trattava di una manifestazione che poneva “al centro il problema della violenza, della difesa delle istituzioni e della partecipazione democratica” (p. 115). Il contesto sociale di allora rappresentava bene i tempi: la lotta sindacale l’ha appoggiava “non per una questione economica, ma per il diritto di poter esprimere liberamente le proprie idee” (p. 112).

Quella mattina, esplose una bomba, nascosta in un cestino portarifiuti, collocato sotto il porticato che circonda la piazza: l’ordigno uccide otto persone, tra le quali Livia Bottardi, ferendone più di cento.

Dopo la strage, Milani ha presieduto e continua a guidare l’Associazione dei familiari delle vittime e ha dato vita alla “Casa della Memoria” a Brescia, dedicandosi alla ricerca delle ragioni della strage e promuovendo iniziative volte a conservarne la memoria.

Sul fronte giudiziario, si sono succeduti su questa vicenda molti processi; in questi trentasette anni, ve ne sono stati tre – assai controversi – e per i quali manca ancora la verità sui mandanti; nell’ultimo, giunta a sentenza lo scorso 16 novembre, gli imputati – da personaggi legati all’estremismo neofascista di Ordine Nuovo a generali dell’Arma dei Carabinieri – sono stati assolti con formula dubitativa: si tratta di processi che non danno giustizia certa sulla responsabilità penale personale, ma che permettono di individuare il delicato contesto socio-politico sottostante la vicenda di Brescia.

I processi, così come quello sulla strage di Piazza Fontana, sono “luoghi” della memoria: quello sulla strage di Brescia è un “dove” fatto di carte processuali, testimonianze, raccolte di archivio (circa 1.000 testimoni e 900.000 pagine di fascicoli), che ora sono state digitalizzate dalla “Casa della Memoria”; questo certosino lavoro di conservazione e raccolta, permette oggi di avere un patrimonio storico di fonti e documenti, con il quale è possibile “fare memoria”, quell’attività declinabile come conoscere, comprendere giudicare e scegliere.

Infatti, trasmettere la memoria significa trasmettere il senso del tempo storico, cogliere i percorsi e da dove si viene: è qui che per Milani sta l’essenza, il valore della ricerca e della verità, che deve essere costante, continuo e da non abbandonare, “dietro al ricordo c’è cultura e la non accettazione di adagiarmi perché le cose sono andate così.” (p. 131).

Nel dialogo entra nello specifico, cercando di individuare le ragioni della strage, che ha colpito indistintamente cittadini comuni; ritiene che “la bomba a Piazza della Loggia era esplicitamente contro il sistema istituzionale, anche perché dopo la sconfitta subita nel referendum sul divorzio, la DC non era più in grado di garantire il mantenimento del potere con le stesse modalità e forze precedenti. Tutto questo avvicinava la possibilità di realizzare il compromesso storico” (p. 118).

Tale automatismo, che vede legate le bombe di Brescia e Bologna (Italicus, agosto 1974) alla destabilizzazione del sistema politico italiano, andrebbe visto, comunque, nel suo insieme, all’interno di uno scenario internazionale diviso fra due blocchi contrapposti, il mondo occidentale e, dall’altro, il mondo sovietico. La strage di Brescia, assieme a quella di Piazza Fontana a Milano (1969), la strage della Stazione di Gioia Tauro (1970), alla Questura di Milano (1973), al treno Italicus nello stesso anno di Piazza della Loggia fino alla strage della Stazione di Bologna (1980), sono eventi che, secondo alcuni, erano volti a favorire la cd. “strategia della tensione”, teoria interpretativa capace di racchiudere all’interno di un unico disegno politico l’insieme delle stragi e degli attentati terroristici avvenuti in quel decennio, quando il mondo, appunto, era diviso in blocchi.

Milani affronta, poi, anche il problema del peso e dell’uso delle “parole che diventano pietre”, ossia la responsabilità dei singoli nel contrastare l’utilizzo di un certo linguaggio e atteggiamento prima che si trasformi in violenza. Questa, infatti, è l’altra faccia della medaglia: il rifiuto della violenza come unica strada possibile. Al riguardo, Manlio Milani afferma: “Piazza della Loggia mi ha messo di fronte a questo tipo di responsabilità: se prima vivevo in un mondo ideologizzato, tutto collettivo, la strage segna il passaggio verso l’assunzione più esplicita di una responsabilità soggettiva che è anche comprensione dell’altro” (p. 126).

In questo modo, subito dopo la strage, “la città risponde con l’assunzione diretta di responsabilità che è un messaggio molto esplicito per dire che le istituzioni democratiche vanno difese attraverso la grande partecipazione, così come si era lottato attraverso la Resistenza, per conquistare la dignità di un Paese sconfitto dalla guerra e gettare le premesse per la Costituzione. In quel momento si riafferma fino in fondo il principio della partecipazione: le istituzioni sono i cittadini” (p. 116).

Rimangono interrogativi sospesi al termine di questa lettura, così come permane l’impressione che a molti di questi non si troverà, forse mai o almeno a breve, risposta. Sospese sono le domande di coloro che chiedono giustizia, che non significa vendetta né rifiuto a porgere l’altra guancia, ma conoscenza dei fatti così come si sono svolti, dei nomi dei responsabili; e solo così vi potrà essere la cancellazione o attenuazione dell’immagine e della percezione di un paese incapace di rendere giustizia ai suoi morti, offendendone la memoria e impedendone la definitiva sepoltura. E’ la volontà dei familiari la spinta che permette di non abbandonare all’oblio vicende che non solo devono essere chiarite, ma che hanno da insegnare e che devono essere ricordate per non ripetersi. Ci impedisce questo libro di considerare passate e mute fatti che invece hanno ancora molto da dire e segreti da svelare

In questo senso, la recente uscita del libro di Giovanni De Luna, La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa, fa da contraltare rispetto a Sedie Vuote, offrendo nuovi stimoli e considerazioni sul tema.

Il testo dello storico torinese è una riflessione sull’archetipo della vittima e su quanto esso abbia avuto un’importante (e negativa) ripercussione sul “patto di memoria” del nostro paese: «patto in cui ci si accorda su cosa trattenere e cosa lasciare cadere degli eventi del nostro passato» (pp. 13-14).

L’analisi di De Luna si concentra attorno a due dicotomie: eroe/vittima ed emozione/conoscenza (pp. 93-95). «Dopo la Resistenza l’eroe scompare nella memoria pubblica italiana e diviene predominante la necessità di onorare il debito di memoria verso la vittima. Ne deriva uno sbilanciamento delle pratiche di commemorazione e memoria verso l’effetto emotivo più che conoscitivo».4

Con riferimenti anche alle memorie degli altri paesi (p. 29 ss.), lo storico ripercorre la “storia della memoria” nazionale degli ultimi trent’anni e cerca di dimostrare, con toni spesso diretti, come l’attuale patto si fondi essenzialmente sul ruolo centrale della vittima, producendo una parcellizzazione del panorama memoriale, con la (inevitabile) proliferazione di associazioni delle vittime o a sostegno della memoria di alcuni eventi, ognuna con delle rivendicazioni circa il “debito”, non solo simbolico, da ricongiungere e il diritto a essere ricordati, e il corrispondente dovere degli altri a ricordare (p. 82).

Questo fenomeno, per lo storico, trasforma la memoria, che deve essere pubblica e riconosciuta, in una memoria in negativo, risolvendosi in una lista di mancanze o di torti da riparare e di giorni predisposti dal legislatore da e per “ dover ricordare”, come avviene già per la giornata del 27 gennaio in ricordo delle vittime della Shoah (pp. 19 ss.).

De Luna riconduce l’evoluzione della memoria frammentata e particolare fondata sulla vittima alla debolezza dello Stato e all’incapacità delle istituzioni, particolarmente grave in Italia, di ridare dei confini gli spazi simbolici dei valori e della memoria pubblica riconosciuta.

Il messaggio e al contempo l’auspicio che emergono dal volume si potrebbero sintetizzare così: rifondazione del patto memoriale, mantenendolo il più possibile distinto dal paradigma vittimario – umanamente comprensibile, ma eccessivamente messo al centro dell’attenzione pubblica a copertura delle “lacune” dello Stato – al fine di costruire una nuova figura d’eroe civile; ma sorge così un interrogativo conclusivo alla fine della lettura dei due libri: forse il compito e il ruolo che hanno assunto le associazioni familiari delle vittime del terrorismo in Italia lungo gli anni – la Casa della Memoria di Brescia ne è una dimostrazione lampante – non hanno contribuito proprio a creare questa figura di eroe contraddistinto dalla virtù della mitezza, descritta a suo tempo da Norberto Bobbio, e suggerita dallo stesso De Luna?

 

 

1. Tra altri vedi G. Fasanella, A. Grippo, I silenzi degli innocenti, Milano, Bur, 2007.

2. Più ampiamente vedi M. Gotor (a cura di), Lettere dalla prigionia, Torino, Einaudi, 2008.

3. Lettera recapitata il 29 marzo 1978, in M. Gotor (a cura di), op. cit., p. 5.

4. Daniele Salerno, La Repubblica del dolore: la memoria pubblica e la figura della vittima secondo Giovanni De Luna, in centrotrame.wordpress.com/2011/04/29/de-luna/. Centro Tra.Me., Centro di studi interdisciplinare su memorie e traumi culturali, afferente al Dipartimento di Discipline della Comunicazione dell’Università di Bologna.

 

 

 

 

GRACY PELACANI Dottoressa in Giurisprudenza all’Università di Trento. Oltre al tema della memoria, si occupa di immigrazione, cittadinanza e nuove minoranze.

ALBERTO MATTEI Dottore di Ricerca in Studi Giuridici Comparati ed Europei all’Università di Trento. Oltre al tema della memoria, si occupa di politiche del lavoro. Sito personale: www.albertomattei.it.

 

 

 

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