Paul Krugman e Robin Wells

Perché le crisi economiche sono sempre più gravi

da ''The New York Review of Books''

 

 

 

 

Jeff Madrick, Age of Greed: The Triumph of Finance and the Decline of America, 1970 to the Present, New York, Knopf, pp. 464, $ 30,00

 

 

ECONOMIA. La storia delle grandi crisi di questi ultimi decenni, dagli anni Quaranta in poi, raccontata nel libro di Jeff Madrick e analizzata da Krugman e Wells con profondo spirito critico. Cosa hanno in comune le grandi crisi della storia, fino ad arrivare a quella del 2008-2009? Possono essere tutte accomunate da un fattore? Secondo Madrick il fattore è l’atteggiamento di “avidismo”, come viene chiamato dai due economisti, delle grosse banche e istituti finanziari che ha portato al collasso dell’economia.

Provate a immaginare il seguente scenario: dopo aver creato e immesso sul mercato alcuni nuovi strumenti finanziari di cui non hanno saputo prevedere i rischi, i principali istituti finanziari statunitensi si trovano alle strette. Spinti dalla sete di rapidi guadagni, hanno generosamente finanziato dei prestiti discutibili, ignorando quei segnali che lasciavano intendere, inequivocabilmente, che coloro che ne beneficiavano avrebbero potuto non essere in grado di ripagarli. E quando le cose sono volte al peggio, si sono rivolti al governo federale, che, tramite alcune misure di emergenza e assumendo il ruolo di garante (mettendo quindi a rischio ingenti quantità di denaro dei contribuenti) ha permesso loro di restare a galla. Una volta passata l’emergenza, però, gli stessi istituti finanziati hanno attaccato il big government, e hanno ripreso quelle stesse pratiche che avevano causato la crisi.

Di quale anno si tratta?

I fatti sopra descritti potrebbero riferirsi al periodo 2008-2009, quando Citigroup, Bank of America e altri istituti sfiorarono il fallimento e furono salvati solo grazie a enormi iniezioni di denaro dei contribuenti. Un aiuto che i banchieri hanno ricambiato affermando ipocritamente che era ora di smetterla di prendersela con le banche e insorgendo contro le affermazioni con cui il presidente Obama occasionalmente descriveva il ruolo avuto da Wall Street nella crisi. Affermazioni che dicevano di trovare offensive.

Lo scenario potrebbe però riferirsi anche al 1991, quando le conseguenze della smodata costruzione di edifici commerciali degli anni Ottanta resa possibile dai prestiti bancari si fecero sentire e contribuirono al crollo del mercato dei bond “spazzatura”, facendo tremare molte banche e, in particolare Citibank. Anche in quella occasione fu possibile schivare un’imponente crisi grazie all’intervento del governo federale.

La situazione potrebbe però riferirsi anche agli anni 1982-1983, quando alcuni prestiti, concessi sconsideratamente all’America Latina, causarono una grave crisi che mise in pericolo alcune importanti banche tra cui, ancora una volta, Citibank. E fu solo grazie agli immensi prestiti pubblici, erogati tra l’altro a favore di Messico e Brasile, che si riuscì a scongiurare una crisi ancora più grave. O potrebbero descrivere invece la crisi che fu sfiorata nel 1970, all’indomani del fallimento di Penn Central che fece tremare First National City che era la sua banca di riferimento e che in seguito cambiò il proprio nome in Citibank. Il disastro fu evitato grazie alla Federal Reserve, che intervenne tempestivamente con un prestito.

Avete capito dove vogliamo arrivare: la grave crisi finanziaria del 2008-2009, crisi che è talvolta descritta come un evento del tutto eccezionale, una di quelle calamità che si verificano una volta ogni cento anni, un evento straordinario che nessuno avrebbe potuto prevedere, non è stata che l’ultima manifestazione di un fenomeno ciclico in cui gli effetti dell’imprudenza finanziaria sono tamponati grazie a un tempestivo intervento reso possibile dal denaro dei contribuenti, e a cui Wall Street immancabilmente risponde con ingratitudine.

Un fenomeno ciclico, che sembra destinato a ripetersi, e di cui Jeff Madrick tenta di ricostruire l’insorgere e il persistere nel suo Age of Greed. The Triumph of Finance and the Decline of America, 1970 to the Present (lett. “L’era dell’avidità. Il trionfo della finanza e il declino dell’America, dal 1970 ai nostri giorni”). L’opera non ha carattere analitico, e questo – come spiegheremo in seguito – ne rende la lettura a tratti frustrante. Il libro si presenta piuttosto come una serie di scene affascinanti e al tempo stesso, nel loro insieme, profondamente inquietanti, dal momento che suggeriscono come il ciclo, oltre a ripetersi, culmina con deflagrazioni di volta in volta più fragorose. E, poiché nessun insegnamento sembra essere stato tratto dalla crisi del 2008, c’è da domandarsi quanto rumore farà la prossima crisi.

La prima cosa da sapere a proposito del ciclo di eccessi finanziari, crisi e salvataggi, è che i fatti non sono sempre andati così. Appena emersi dalla Grande Depressione, gli Stati Uniti vantavano un settore finanziario organizzato sulla base di norme rigorose, che per circa quarant’anni sono bastate a garantirne la sicurezza dei mercati. E per un certo tempo, con il ricordo dei crack bancari degli anni Trenta ancora fresco, la maggior parte degli americani preferiva che fosse così. Negli anni Settanta e Ottanta, però, iniziarono a venir meno sia il consenso politico a favore di un sistema bancario uniforme che le regole che rendevano tale sistema sicuro. La prima metà di Age of Greed descrive in che modo ciò avvenne attraverso una serie di ritratti personali.

Madrick percorre un terreno che per certi versi gli è familiare, e descrive dettagliatamente l’instabilità economica degli anni Settanta quando il paese era stretto nella morsa della stagflazione. L’autore fa notare come Nixon e Ford, al pari dei repubblicani dei nostri giorni, riconducevano i problemi dell’economia alla politica economica governativa anziché ai veri responsabili. Madrick inoltre sottolinea un punto cruciale, fino a oggi spesso sottovalutato o frainteso, ovvero che la crescente inflazione degli anni Settanta affondava le proprie radici, non in un generico problema di politica economica, bensì in circostanze per lo più transitorie (quali lo sconcerto per la crescita del petrolio o la scarsità dei raccolti) i cui effetti, amplificati, si riverberarono su tutta l’economia tramite l’indicizzazione dei salari. Tuttavia, afferma Madrick, le costanti correzioni economiche messe in atto dal Tesoro e dalla Federal Reserve (come ad esempio il controllo dei prezzi e dei salari) all’epoca di Nixon, Ford e Carter fecero perdere agli americani la fiducia nelle capacità del governo. Un sentimento che facilitò la diffusione dei messaggi antigovernativi di Milton Friedman e Ronald Reagan.

Benché si ritenga che l’ascesa di Reagan abbia avuto motivazioni più profonde, Madrick afferma a ragione che il diffuso malessere economico degli anni Settanta rappresentò per questi la grande occasione. Grazie a una formidabile propensione per l’incoerenza ideologica e la facilità a ricorrere ad affermazioni false, purché convenienti, Reagan – scrive Madrick – che era il portavoce degli interessi del mondo del business, riuscì a convincere gli americani che “il principale ostacolo alla loro realizzazione personale” era il Governo. In quello che probabilmente è il capitolo migliore del suo libro, Madrick racconta come paradossalmente fu proprio Reagan, il grande moralizzatore, a far sì che nella psiche degli americani la sfrenata avidità e l’individualismo rampante si affermassero in quanto tratti non solo accettabili, ma addirittura apprezzati.

Madrick è particolarmente convincente quando tenta di smitizzare Milton Friedman, colui che fornì vigore intellettuale al movimento antigovernativo.

Questi, malgrado alcune importanti intuizioni di carattere economico, era solito alterare i dati reali per adattarli a una visione univoca e predeterminata, assicurando in questo modo alle proprie teorie un’accoglienza più ampia di quanto fosse giustificabile. Friedman inoltre, al pari di Reagan, prediligeva slogan «esageratamente semplificati a favore del libero mercato», di cui tralasciava di indicare i rischi.

Secondo la sua visione del mondo, i liberi mercati rappresentavano una soluzione a quasi ogni male, che si trattasse di sanità, sicurezza dei prodotti, regolamentazioni bancarie, speculazione finanziaria o altro. Friedman inoltre riteneva, senza farne mistero, che la Grande Depressione fosse imputabile al Governo; una posizione che non trova conferme nei dati disponibili (benché sia quasi certamente vero che gli errori della Fed peggiorarono la situazione). Madrick cita Friedman quando afferma che «la Grande Depressione, come la maggior parte dei periodi di grave disoccupazione, fu causata dalla gestione del Governo e non dall’intrinseca instabilità dell’economia privata». Sostituite “Grande Depressione” con “crisi economica e il periodo immediatamente successivo”, e otterrete una frase che anziché da Friedman nel 1962 potrebbe essere stata pronunciata ai giorni nostri da John Boehner. Al pari di Reagan, Friedman, credeva nell’avidismo (termine di nostra invenzione), secondo il quale la smodata ricerca del proprio vantaggio non fa che contribuire al bene comune.

Oltre a indebolire la fiducia degli americani nella capacità del governo di gestire l’economia – e a dare fama a Friedman – l’inflazione degli anni Settanta ebbe come conseguenza quella di allentare i freni che il New Deal aveva imposto alle istituzioni finanziarie, impedendo il mantenimento dei limiti sui tassi d’interesse dei depositi bancari. Per questa parte del racconto Madrick si affida a un personaggio spesso trascurato: Walter Wriston, che dagli anni Sessanta agli Ottanta diresse la First National Citybank, ed è noto agli economisti dei nostri giorni soprattutto per il suo celebre commento sul rischio sovrano, che egli minimizzò affermando che «i paesi non fanno bancarotta».

Madrick spiega tuttavia che la carriera di Wriston non è certo riducibile a quella cantonata da lui presa circa i rischi legati ai prestiti ai governi nazionali. Wriston infatti incarna più di chiunque altro la metamorfosi del sistema bancario, che da cauto strumento di sostegno all’industria si trasformò in cinico centro di profitto indipendente capace di generare crisi e più volte salvato grazie al denaro dei contribuenti. Come sottolinea abilmente Madrick, «Wriston visse una farsa del libero mercato», poiché mentre da un lato si oppose strenuamente al salvataggio da parte del governo federale della Chrysler (1978) e di Continental Illinois (1984), lui stesso fu più volte salvato dall’intervento del governo. Tuttavia la trasformazione del sistema bancario americano avviata da Wriston era forse già iniziata nel 1961, quando First National City cominciò a offrire certificati di deposito negoziabili, cioè dei certificati di deposito rimborsabili in anticipo che rappresentavano un’alternativa ai depositi bancari di tipo tradizionale ma che, a differenza dei depositi bancari, non erano sottoposti ai limiti imposti dalla legge sui tassi di interesse. L’innovazione introdotta da First National City, e la pronta accettazione di questa da parte degli organi regolatori, segnarono la prima, rilevante incrinatura nel sistema di regolamentazione bancaria creato negli anni Trenta, e rappresentarono forse il primo passo verso la crisi del 2008.

In seguito Wriston finì nuovamente nei libri di storia per l’importante ruolo da lui avuto nello scoppio della bolla della fine degli anni Settanta scaturita dai prestiti concessi a favore dei governi dell’America Latina; scoppio della bolla che prefigurava da vicino quello dei subprime, avvenuto una generazione più tardi. L’affermazione con cui Wriston minimizzava i rischi inerenti all’erogazione di prestiti ai governi trovò riscontro negli anni 2000 in affermazioni come quella con cui Alan Greenspan definì «decisamente improbabile» la «drastica distorsione dei prezzi a livello nazionale» (come quella che aveva dato vita, ad esempio, alla bolla immobiliare che in seguito sarebbe esplosa). Le banche non furono in grado di prevedere che tutte le nazioni debitrici avrebbero potuto trovarsi contemporaneamente in cattive acque. Madrick cita le parole del presidente di J.P. Morgan: «Avevamo stabilito dei limiti di breve e lungo termine per ciascun paese, senza considerare la situazione nel complesso». E così facendo generarono il grande equivoco che è alla base della rischiosità dei titoli che poggiano sui mutui che all’epoca erano considerati sicuri in quanto si riteneva improbabile che tanti titolari di mutui potessero rivelarsi contemporaneamente insolvibili.

Quando i prestiti concessi ai governi dell’America non vennero ripagati, City e le altre banche furono poste in salvo da un’iniziativa che, benché fosse reclamizzata come intervento a sostegno delle nazioni debitrici, mirava soprattutto ad aiutare le banche Usa ed europee. In questo senso, il programma a favore dell’America Latina degli anni Ottanta presenta una forte somiglianza con quanto accade oggi nelle economie periferiche dell’Europa in cui i cospicui prestiti ufficiali concessi alle nazioni in debito non hanno come obiettivo quello di agevolarne la ripresa, bensì quello di aiutarle a ripagare i creditori del settore privato. In effetti, benché sembrasse che l’aiuto fosse rivolto a un paese, l’operazione era, indirettamente, un aiuto alle banche – che infatti sono sopravvissute alla tempesta. I prestiti tuttavia hanno un costo, individuabile negli stringenti programmi di austerity imposti alle nazioni debitrici. E nel caso dell’America Latina, tale austerity ha comportato un decennio di paghe sempre più basse e di tassi di crescita minimi.

Quella grave crisi – causata inizialmente dalle banche e seguita a ruota da una crisi dei risparmi e dei mutui (che Madrick sfiora solo brevemente) – ebbe per i contribuenti dell’epoca un costo addirittura superiore a quello della crisi attuale.

E la risposta del sistema politico fu di accordare ulteriori privilegi al settore finanziario smantellando quanto rimaneva dell’assetto della regolamentazione nata dalla Depressione.

Nella seconda parte del libro, Madrick passa in rassegna l’incontrollato e sfrenato mondo finanziario sorto dalla deregulation. Le due enormi bolle che hanno caratterizzato quegli anni – quella tecnologica degli anni Novanta e quella immobiliare dell’era Bush ­– hanno avuto entrambe esiti drammatici, ­benché i danni economici causati dalla seconda siano di gran lunga superiori.

La narrazione di Madrick assume nuovamente la forma di una serie di scene e ritratti personali. Leggiamo della carriera di Alan Greenspan, e di come questi sfruttò la propria reputazione di guru dell’economia ­– che con il senno di poi appare assolutamente immeritata – per promuovere le proprie idee antigovernative e anti-regulation. Facciamo inoltre la conoscenza di alcuni architetti della crisi del 2008: Angelo Mozilo di Countrywide Financial Services, Jimmy Cayne di Bear Stearns, Dick Fuld di Lehman, Stan O’Neal di Merrill Lynch e Chuck Prince di Citigroup (nata dal merger tra Travelers Insurance e, ancora una volta, Citibank). Mozilo fu il principale sostenitore dei mutui subprime o comunque rischiosi: prestiti concessi a individui che non avevano le carte in regola per averli. Tutti gli altri si occuparono invece del processo di smembramento e riassemblaggio di tali mutui in strumenti finanziari spacciati per sicuri. Investimenti classificati AAA, che allo scoppio della bolla immobiliare divennero all’improvviso carta straccia.

Il vero protagonista però è un personaggio a cui solitamente non viene riconosciuto un ruolo centrale nella narrazione della crisi. Si tratta di Sanford I. (“Sandy”) Weill, la cui ascesa personale segue una traiettoria parallela a quella del processo di trasformazione della finanza, durante il quale alcuni irruenti outsider si sostituirono ai composti esponenti di un’epoca in cui le banche erano entità monotone e rigidamente regolamentate. Negli anni Sessanta, i veterani della vecchia scuola di Wall Street avevano irriverentemente soprannominato “Corned beef with lettuce” (lett. “manzo sotto sale e lattuga”, n.d.T.) Cogan, Berlind, Weill & Levitt (lo studio di mediazione finanziaria di Weill). Ma già nel 2000 la “vecchia Wall Street” non esisteva più, e coloro che un tempo ne erano gli outsider vi rivestivano ormai posizioni di responsabilità. In particolare Weill, l’architetto della fusione tra Citibank e Travelers, che dopo una lotta di potere riuscì ad affermarsi come nuovo Ceo di Citigroup.

L’aspetto realmente sorprendente di quella fusione risiede nel fatto che all’epoca in cui Weill la propose era innegabilmente illegale. La Salomon Smith Barney, sussidiaria di Travelers, svolgeva attività di banca d’investimento, che in base al decreto Glass-Steagall, emanato all’epoca del New Deal, erano precluse alle banche commerciali (gli istituti che accettano depositi di risparmio) quali Citibank. Weill però era certo che sarebbe riuscito a far modificare la legge e a fare approvare retroattivamente la fusione. E non si sbagliava.

Il nuovo colosso finanziario fu quasi immediatamente travolto dallo scandalo. Oggi è consuetudine considerare la bolla tecnologica degli anni Novanta e quella immobiliare del decennio successivo come vicende assai diverse l’una dall’altra. In termini finanziari, infatti, sono molto lontane: la bolla tecnologica non portò a un drastico aumento del debito come invece avvenne con quella immobiliare e di conseguenza il suo scoppio non causò grandi tracolli né spinse i risparmiatori a ritirare il proprio denaro dalle banche. Tuttavia, come Madrick ci ricorda nel capitolo intitolato Jack Grubman, Frank Quattrone, Ken Lay, and Sandy Weill: Decade of Deceit (lett. “Jack Grubman, Frank Quattrone, Ken Lay e Sandy Weill: un decennio di inganni”, n.d.T.), Wall Street ebbe un ruolo cruciale in entrambe le bolle.

Madrick ci ricorda di come Grubman (un analista corrotto della Salomon Smith Barney) svolse un ruolo centrale in alcune delle più grandi frodi contabili, mentre Weill, dal canto suo, terminò il proprio mandato presso Citigroup immensamente ricco, ma avvolto da una nuvola di sospetti per l’etica della sua condotta.

Il racconto pullula di personaggi negativi che sono talmente tanti che verso la fine del libro si inizia a provare una sorta di disgusto. Com’è possibile che questi malfattori abbiano potuto trionfare ripetutamente?

La prima causa della loro impunità va chiaramente cercata nel venir meno dell’azione di controllo esercitata dai regolatori, i quali – dai bond spazzatura, ai derivati, ai mutui subprime – o hanno finto di non vedere o sono stati ostacolati da interessi economici e da politici sia democratici che repubblicani. A questo proposito l’oltraggio più grave, nonché più dannoso per gli Stati Uniti da un punto di vista economico, fu il rifiuto di Greenspan di avvalersi dei poteri regolatori a sua disposizione per contenere l’esplosione del mercato dei subprime, malgrado fosse stato ripetutamente avvertito dell’imminente catastrofe. Al pari di Reagan e Friedman, Greenspan credeva fermamente nell’avidismo, e riteneva che i mercati finanziari non potessero sbagliare.

Tuttavia, se a determinare il problema fu la mancanza di controlli, occorre porsi un’altra domanda: come mai gli organi regolatori vennero meno al proprio compito, e continuarono a farlo, malgrado i ripetuti disastri finanziari? È questo, forse, l’aspetto più debole del libro – altrimenti eccellente – che offre tanti fatti ma poche spiegazioni. La narrazione di Madrick, imperniata com’è sui protagonisti, sembra suggerire che il trionfo dell’avidità fu il risultato di una serie di eventi contingenti: l’inflazione degli anni Settanta, lo sfruttamento di quell’inflazione da parte di Reagan e Friedman, gli intrallazzi compiuti da figure quali Sandy Weill e la diffidenza di Jimmy Carter e Bill Clinton. Ma le forze in gioco non sono solo queste.

Altrove abbiamo sostenuto (e non siamo stati i soli) che il white backlash, ovvero la reazione (particolarmente sentita negli Stati del Sud) dei bianchi al movimento dei diritti civili, trasformò la politica americana e creò le condizioni per produrre una forte spinta che minò il New Deal. Ma la crescente capacità dei banchieri di far riscrivere le regole a proprio vantaggio non potrebbe essere compresa se non si ha chiaro il ruolo svolto dal denaro nella politica e se non si ha chiaro come negli ultimi trent’anni tale ruolo si sia metastatizzato. Su questo argomento si potrebbe scrivere un altro libro, forse meno incentrato sui personaggi e quindi meno interessante di quello di Madrick, ma capace di andare dritto al cuore delle dinamiche che resero possibile l’affermarsi della canaglie della finanza.

Tematiche più recondite a parte, a cogliere nel segno è il sottotitolo del libro di Madrick: ciò a cui abbiamo assistito è stato, in senso molto reale, il trionfo di Wall Street e il declino dell’America. A dispetto di quanto affermato da alcuni accademici (soprattutto nelle scuole di economia), tutte le ingenti somme di denaro che sono state convogliate su Wall Street non hanno affatto accresciuto la capacità produttiva dell’America “allocando il capitale efficacemente e al meglio”. Al contrario, hanno diminuito la produttività del paese, dirottando i capitali sulla base di artifizi finanziari, di titoli di borsa il cui valore era inflazionato dalla bolla e di pacchetti retribuivi esorbitanti.

Addirittura più gravi sono le ripercussioni della crisi del 2008-2009: tutti i dati sembrano indicare infatti che negli Usa, per la maggior parte dell’attuale decennio, milioni di individui (in particolare anziani, giovani e persone economicamente vulnerabili) risentiranno degli alti tassi di disoccupazione e di una crescita al di sotto della media.

Eppure la lezione non sembra sia stata imparata: la smodata avidità, soprattutto nel settore finanziario, ha effetti distruttivi. E mentre i democratici sono perlopiù a favore di regole finanziare più rigorose (anche se non tanto quanto le continue manipolazioni messe in atto dai grandi istituti finanziari richiederebbero), i repubblicani rimangono fortemente attaccati all’avidismo. Dal loro punto di vista il problema è ancora rappresentato dal governo; la destra non dubita del fatto che, a dispetto delle schiaccianti prove a favore del contrario, la crisi dei subprime sia da imputare a Fanie Mae e Freddie Mac e non ad Angelo Mozilo e alla Countrywide Credit. E mentre da un lato si proclamano difensori dell’uomo della strada tentano di intralciare le iniziative dell’amministrazione Obama a tutela del consumatore volte a scongiurare la ripresa dei rapaci prestiti subprime.

Age of greed offre un racconto avvincente e profondamente inquietante impregnato di ipocrisia, corruzione e insaziabile avidità. Ma rappresenta anche un monito che ci ricorda perché siamo finiti nella situazione in cui ci troviamo. Monito di cui, in un’epoca in cui ci viene ancora detto che l’avidità è un bene, si sente un grande bisogno.

(Traduzione di Marzia Porta)

 

 

PAUL KRUGMAN è un giornalista del ‘New York Times’ e professore di Economia a Princeton. Nel 2008 ha ricevuto il Nobel per l’Economia. In Italia sono stati pubblicati molti suoi libri, fra cui: La coscienza di un liberal (Laterza, 2009), Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008 (Garzanti, 2009), Economia internazionale (Hoepli, 1999).

ROBIN WELLS ha insegnato Economia a Princeton, alla Stanford Business School e al Mit.

Con Paul Krugman ha scritto Macroeconomia e Microeconomia (entrambi usciti nel 2006 per i tipi di Zanichelli) e L’essenziale di economia (Zanichelli, 2007).

 

 

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