Claudio Giunta

La Biblioteca San Giorgio di Pistoia

LETTERATURA: Claudio Giunta ci fa da guida in un divertente viaggio all’interno della Biblioteca San Giorgio di Pistoia. Una Biblioteca, elegante, funzionale e comoda, un luogo in cui, semplicemente, è piacevole stare.

 

Scrivo queste righe…               che inizio epico! Scrivo queste righe… Uno si aspetta un seguito avventuroso: da una cella nel carcere, da una yurta nel Deserto dei Gobi, dalla stazione orbitante Soyuz… Non proprio.

Scrivo queste righe nella sala di consultazione della Biblioteca Nazionale di Firenze. Scrivo con la giacca a vento addosso e i guanti di lana; mi tolgo il destro, ogni tanto, perché sul touchpad la lana non fa presa. Al tavolo davanti al mio c’è un giapponese che vedo da mesi in biblioteca, e che da mesi ha davanti sempre lo stesso libro: la  Storia di Firenze di Davidsohn, volume uno, due, tre, quattro… Legge e prende appunti meticolosissimi. Sembra più resistente di me al freddo, ha solo il maglione. Viene certamente dall’Hokkaido: ha il colorito scuro, la corporatura minuta ma solida dei giapponesi dell’Hokkaido, i giapponesi dell’Hokkaido sono delle macchine da guerra. Ma adesso mi guarda con intenzione, si soffia sulle mani e, sorridendo, simula un tremito: brrr…

È chiaro che non viene dall’Hokkaido.

Da più di un mese, da molto prima che arrivasse il grande freddo per cui passeranno alla storia queste prime settimane del 2012, la Biblioteca Nazionaledi Firenze è praticamente inagibile. Entrando nella sala di consultazione ci si trova all’improvviso sul set di un film neorealista: una manciata di lettori seduti ai tavoli, col cappotto e la sciarpa addosso, il bibliotecario col berretto in testa che allarga le braccia sconsolato: non è colpa sua. Non lo è, infatti. Il termosifone accanto a me è tiepido. Pochi soldi per il riscaldamento? Obsolescenza dell’edificio, che ha ottant’anni e in ottant’anni non è mai stato ripensato, adeguato, rinnovato, mentre tutto intorno tutto cambiava? Le due cose insieme.

La Biblioteca Nazionalesta nel centro di Firenze ma dipende dal Ministero per i Beni Culturali, e ogni lamentela, ogni proposta di miglioria, ogni segnalazione di guasto o disservizio si perde in un dedalo di carte, telefonate, messaggi e-mail al termine del quale – ma virtualmente irraggiungibile, come in un racconto di Kafka – sta il Concetto, l’Entità che sinteticamente chiamiamo ROMA. Al piano di sotto, nella sala di lettura, che è un po’ meno fredda, la corsa ai posti comincia già verso le nove, e alle dieci è inutile cercare: sono già tutti presi. Presi vuol dire occupati, occupati non vuol dire fisicamente occupati ma simbolicamente occupati: con libri e quaderni (di solito 1 libro e/o 1 quaderno) spalancati, mentre il possessore dei libri e dei quaderni è di sotto, davanti alla macchina del caffè, o fuori a fumare. D’altra parte, chi è che non l’ha fatto, da studente…? Io! Io non l’ho mai fatto!

I ritardatari, quelli che non hanno fatto in tempo a occupare, si adattano nella sala riviste, che però è un sottoscala freddo come la sala di consultazione del primo piano, e più piccolo; oppure nella sala dei cataloghi, una specie di assurdo panopticon a tre piani che anni fa è stato assurdamente disseminato di computer: una trentina di postazioni, e non ne ho mai viste in uso se non al massimo quattro o cinque insieme. Del resto, qualsiasi nota-spese che contenga la parola informatica in una salsa qualsiasi ha sempre ricevuto, riceve e riceverà la compunta approvazione dei funzionari di ROMA, perché i libri hanno i giorni contati, il futuro è online, dunque non si può lesinare. Così stiamo al freddo, ma abbiamo un’ampia dotazione di computer, per lo più inutili dato che ormai tutti quanti hanno il loro portatile.

Perciò il giorno seguente sono andato a Pistoia.

In treno ci vuole poco più di mezz’ora. Scesi dal treno, si esce dalla stazione, si prende a sinistra, si fanno trecento metri sul ciglio di una specie di superstrada, si arriva nella ex area industriale, in mezzo alle ruspe, ai cumuli di terra e ai capannoni dismessi della Breda. Uno di questi capannoni dismessi e rinnovati èla Biblioteca SanGiorgio, che si chiama così perché qui prima c’erano le Officine San Giorgio: carrozze, vagoni ferroviari.

Dato che qualcuno mi aveva detto chela San Giorgio«in definitiva è la nuova piazza della città», mi aspettavo di trovare un palazzo in centro, una specie di «oasi in mezzo al traffico». Invecela San Giorgioè piuttosto isolata: accanto c’è solo il polo universitario pistoiese (di fatto un micro-polo con un paio di facoltà, un capannoncino). Perché l’idea non è stata quella di costruire una nuova biblioteca in mezzo a un quartiere che non ne aveva una bensì quella di fare prima la biblioteca e poi, piano piano, di costruirle attorno il quartiere. La biblioteca viene subito dopo l’urbanizzazione primaria, e non dev’essere una cosa consueta.

Si entra, e il colpo d’occhio è più nordeuropeo che italiano. «Sì, è quello che dicono tutti», conferma la bibliotecaria che molto gentilmente (e senza appuntamento, senza esibizione di documenti) mi farà da guida nella mezz’oretta successiva. «Ma in realtà noi non abbiamo mandato emissari a Copenhagen, o a Helsinki. Niente di così complicato. Abbiamo visto quello che si faceva in Germania; abbiamo dato un’occhiata a quello che hanno fatto a Pesaro, ad Aosta. E poi ci siamo dati da fare». La bibliotecaria è molto giovane, e non credo fosse già qui quando la biblioteca è stata progettata, ma il plurale abbiamo è sintomatico sia dell’orgoglio per l’istituzione in cui lavora sia del senso di responsabilità per come l’istituzione è stata, è e sarà gestita: due sentimenti che nell’amministrazione pubblica sono abbastanza rari da chiamare l’attenzione. E c’è un’aria di serietà e di dedizione anche nel sito internet della biblioteca: che è chiaro, facile da consultare, c’è persino l’opzione per una Versione semplificata del portale, con poche informazioni essenziali a caratteri di scatola (si è pensato agli anziani) e in un italiano fluido, amichevole, sanamente paternalistico (si è pensato a chi in biblioteca non c’è mai stato, a chi ne ha una specie di paura): «Posso andare in biblioteca tutti i giorni durante il seguente orario: lunedì 14-19; dal martedì al sabato 9-19. Mi devo ricordare, però, che i servizi al pubblico chiudono alle ore 18.45. Ho 15 minuti di tempo per riordinare le cose e lasciare l’edificio».

I dati essenziali. Progetto dello Studio Pica Camarra Associati di Napoli. Costo complessivo: 10 milioni e mezzo di euro, per la gran parte messi dal comune, per una parte più piccola (1.500.000 euro) dalla regione, per una parte ancora più piccola (1.250.000 euro) dal Ministero per i Beni Culturali. Ottantamila volumi a scaffale aperto, altri centosettantamila nei depositi, più i libri e i documenti di un Fondo Bigongiari e del Centro di documentazione di Pistoia; 250 riviste; 3000 CD-audio; 3000 DVD; 50 postazioni informatiche; un piccolo auditorium.

Dal che si deduce, tra l’altro, che Napoli può produrre ed esportare dell’ottima architettura; e che costruire ex novo una grande biblioteca pubblica non costa neanche tanto, credevo di più: dieci-undici milioni di euro. Per dire: tre volte il prezzo di un crocifisso ligneo di due spanne per due spanne malamente attribuito a Michelangelo e malamente comprato dallo Stato un paio d’anni fa (cfr. T. Montanari, A cosa serve Michelangelo?, Torino, Einaudi 2011: la buona politica, per il 90%, è semplicemente la buona amministrazione del denaro pubblico). Il risultato è una biblioteca nella quale, prima di ogni altra considerazione, è piacevole stare. Quando parliamo di posti come le scuole, le università, i musei, le biblioteche facciamo spesso l’errore di considerarli come “luoghi dello spirito”. Lo sono, si capisce, ma questo non significa che chi li abita non pensi ad altro che ai libri o ai quadri e, soprattutto, non significa che non ci sia differenza tra studiare in un ambiente decente, o persino bello, e farlo in un ambiente degradato. C’è una differenza enorme, perché gli esseri umani, mediamente, non sono anacoreti, non amano le cose povere e squallide, e di solito misurano l’importanza di un posto col metro del decoro e della bellezza: se una biblioteca è un luogo esteticamente punitivo non faranno lo sforzo di andarci, e non avranno tutti i torti. È già faticoso leggere, studiare, scrivere; l’ambiente in cui lo si fa dovrebbe lenire lo sforzo, non aggravarlo. Per esempio: le biblioteche italiane hanno quasi tutte una cattiva illuminazione. È normale, è quasi inevitabile. Sono nate nell’età delle candele, hanno impianti elettrici che sono cresciuti come alberi, un anello alla volta, una pecetta di nastro isolante su un’altra pecetta di nastro isolante. Nascendo nel 2007, con un po’ di soldi a disposizione,la Biblioteca San Giorgio ha potuto approfittare dei bei prodotti dell’illuminotecnica attuale, un ramo del quale nessuno che non sia del ramo sa molto, ma che per la buona riuscita di un ambiente in cui si legge e si studia è importante quanto e più dell’arredo. Al piano-terra, belle lampade a campana smaltate in arancione.

Al primo piano, grandi bracci Targetti che ricordano un po’ Alien, ma con allegria.

Chi viene da Firenze ha ancora negli occhi l’atroce ristrutturazione dell’ingresso della Biblioteca Nazionale, che ora somiglia a quello di una questura (ristrutturazione e messa a norma della quale è responsabile, ovviamente, ROMA). Alla San Giorgio l’ingresso è un grande spazio attraverso il quale si può passare ma nel quale si può anche decidere di fare una sosta. Siamo al chiuso, ma c’è moltissima luce che passa attraverso le vetrate, persino nella giornata invernale della mia visita; e in mezzo c’è un albero vero. Il pistoiese che non studia, il pistoiese che cerca una distrazione, o anche un libro da leggere o un film da vedere, ma senza impegno, un po’ a caso, qui si sente bene accolto. C’è uno scaffale con le ultime novità, c’è una stanza coi giornali, e tavoli per leggerli (una stanza che si chiama Edicola e non Emeroteca; e tutta la nomenclatura è così: umile, familiare, com’è giusto che sia trattandosi di una biblioteca pubblica e non della Vaticana). Ed è poi perfettamente legittimo venire qui anche se non si vuole né leggere né vedere un film o ascoltare un disco, ma solo passare il tempo, vedere «cosa succede in giro» (con una popolazione senescente è una di quelle occupazioni che, è facile prevederlo, riempirà sempre più vite): ecco perciò la cartoleria, ecco la terrazza per prendere il sole o il fresco, con decorose poltrone di pietra, ecco soprattutto il bar, questo miraggio, questa Grande Opera che nelle biblioteche italiane sembra proprio impossibile da realizzare e, che se realizzata, potrebbe validamente contribuire alle spese di gestione delle biblioteche stesse, come accade a Madrid, a Londra, a… (alla Nazionale di Firenze è ormai un piacere per amatori, qualcosa a cui in fin dei conti si rinuncerebbe con difficoltà, prendere un caffè lercio alla macchinetta tra gli spifferi gelidi dello scantinato e dei cessi, sotto un cartello di cartone con la scritta Bar che innesca la fantasia: è il relitto di un’altra età, c’era un bar, qui, una volta? O è il nome che hanno pensato di dare alle macchinette del caffè e delle bibite? O è una battuta per sdrammatizzare?). A Pistoia il bar c’è, e ha prezzi calmierati: un cappuccino un euro, e non un euro e venti o un euro e trenta come fuori. E infine c’è un ampio spazio per bambini e ragazzi in cui i ragazzi studiano insieme, o fanno finta di studiare. Ma va benissimo, perché una biblioteca pubblica è anche un posto in cui ragazzi possono chiacchierare, trovarsi a crocchi, conoscersi, fare una moderata confusione, amoreggiare.

Chi vuole leggere o studiare sale ai due piani superiori e qui trova i libri a scaffale aperto. L’espressione scaffale aperto è un calco dall’inglese open shelf, perché la prassi di permettere agli utenti di prendere direttamente i libri senza chiederli agli addetti è, in origine, una prassi soprattutto anglosassone. Il vantaggio è evidente: in questo modo, i lettori hanno la possibilità di scoprire dei libri di cui avrebbero ignorato l’esistenza se non li avessero trovati per caso sullo scaffale, accanto al libro che stavano cercando. Lo scaffale aperto è sempre una buona cosa: ma è una cosa ottima, e quasi indispensabile, nelle biblioteche universitarie e in quelle di conservazione, perché è chiaro che a chi le usa uno o due libri non bastano, ne occorrono molti, e tutti insieme, e chiederli al banco di distribuzione non è la stessa cosa, non dà gli stessi vantaggi. Gli studenti italiani scontano, tra gli altri, questo handicap: una buona parte delle biblioteche universitarie non dà libero accesso agli scaffali, e anche se nessuno ne parla questo è un ostacolo alla ricerca molto più grave delle occasionali sforbiciate ai bilanci. L’Italia è il bizzarro paese in cui per “bibliotecario” s’intende non qualcuno che aiuta gli studiosi nelle loro ricerche, qualcuno che sa e che studia a sua volta, come dovrebbe essere ed è nei paesi civili, ma qualcuno che trasporta e i libri, una specie di facchino con gli occhiali, perché studenti e studiosi i libri è meglio che non li prendano da soli.

Alla San Giorgio – mi spiegano – i libri sono riuniti per disciplina (o «area dipartimentale»): la letteratura con la letteratura, la storia con la storia, la scienza con la scienza, eccetera. E accanto ai libri ci sono le enciclopedie e i periodici che riguardano quella disciplina. Non c’è uno spazio di reference, come nelle biblioteche di studio, qui è tutto più fuso, più casalingo e amichevole. Provo a riflettere: provo a domandarmi se sia meglio avere tutti i periodici da una parte, tutte le enciclopedie da una parte, e in un’altra sezione i libri (la Treccani in quale sezione l’avranno messa?), ma è quasi una domanda retorica, perché sono già così innamorato del posto che sono pronto a trovare sensata, necessaria, qualunque decisione queste persone ovviamente illuminate hanno preso.

Una volta trovato il libro o il DVD o il CD che cerca, l’utente lo prende e lo legge o vede o ascolta a uno dei tavoli della biblioteca o su una delle poltroncine sparse qua e là (merce rara, nelle biblioteche pubbliche, sempre per l’idea balzana che non si va in biblioteca per stare comodi ma per faticare), o seduto per terra. Oppure prende e porta a casa. Ci sono addirittura, accanto all’ingresso, dei cestini da supermercato, persino dei trolley con le ruote tipo aeroporto: che è forse un po’ troppo, forse è un filo retorico (la biblioteca comela COOP), ma rende bene l’idea di un posto in cui più prendi più noi siamo contenti, tanto poi tutto ritorna al suo posto. Quasi tutto: «abbiamo deciso di non mettere le barriere antitaccheggio all’ingresso», mi dice la mia guida; «ci hanno criticato per questo; ma alla fine il numero dei furti non è particolarmente alto, non più che nelle biblioteche che hanno i sistemi antitaccheggio». Io sono molto d’accordo: sono favorevole alla responsabilizzazione degli utenti, sono favorevole a una generale, aprioristica dichiarazione di fiducia nei confronti dei cittadini responsabili, e anche nei confronti degli irresponsabili, che a poco a poco si responsabilizzeranno; sono persino favorevole all’occasionale furto dei libri, se questi libri vengono letti e non rivenduti. Io nella mia vita ho rubato due libri, in due diverse biblioteche; e una volta non ero neanche così giovane.

«Cittadinanza contenta, immagino». Cittadinanza contentissima. Sugli accessi e sul gradimento la bibliotecaria non ha dati aggiornati, per ora, ma li avrà molto presto, ha già avuto qualche anticipazione, e a giudicare dal sorriso compiaciuto che fa, e dalla cura con cui prende nota del mio indirizzo di posta elettronica – «Glieli mando appena diventano pubblici» – devono essere dati perentori, dati che confermano quello che anche un semplice passante riesce a indovinare, e cioè che nell’ultimo decennio niente ha avuto, nella vita della città, un’importanza paragonabile a quella della Biblioteca San Giorgio. (E infatti, quando arrivano, qualche settimana dopo la mia visita, sono dati perentori: 255 mila ingressi nel 2011, 172 mila prestiti, in una città di 90 mila abitanti – ma, ripeto, niente che non si senta nell’aria anche solo passeggiando nell’atrio, niente che non si possa dedurre facilmente da una vecchia civetta del Tirreno che ho visto appesa in direzione, con l’intervista a due sposini: Nella lista nozze solo libri: «Li regaleremo alla Biblioteca San Giorgio!»).

«Ma ha visto il nostro Kiefer, al primo piano?», mi domanda la bibliotecaria mentre ci congediamo. Ho visto, in effetti, al fondo della sala al primo piano un enorme pannello polimaterico che sembrava un Kiefer. No, è un Kiefer: Il grande carico, regalato alla biblioteca dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, e fatto apposta da Kiefer perla San Giorgio. Bravi tutti.

CLAUDIO GIUNTA insegna Letteratura italiana all’Università di Trento. Ha scritto vari libri e articoli sulla letteratura del Medioevo. Tra i libri pubblicati: L’assedio del presente. Sulla rivoluzione culturale in corso (Il Mulino 2008), Il paese più stupido del mondo (Il Mulino 2010), Come si diventa “Michelangelo” (Donzelli 2011). Il suo sito è www.claudiogiunta.it

 

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