John Paul Stevens

Mettere fuori legge le espressioni d’odio?

da ''The New York Review of Books''

Jeremy Waldron, The Harm in Hate Speech,HarvardUniversity Press, pp. 292, $ 26.95

ANTROPOLOGIA E SOCIOLOGIA: “Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”. Questa frase di Voltaire viene spesso ripetuta per sancire il diritto di libertà di espressione concesso a tutti i cittadini che vivono in uno stato democratico. Ma questo concetto vale anche per chi proclama incitamenti all’odio e alla discriminazione etnica, religiosa e sessuale?

Nel suo saggio The Harm in Hate Speech Jeremy Waldron discute una categoria di espressione dalla definizione imprecisa, della quale egli si era già occupato recensendo, nel 2008, Freedom for the Thought That We Hate di Anthony Lewis sulla ‘New York Review of Books’ e poi, nel 2009, nel corso delle Oliver Wendell Holmes Lectures all’Università di Harvard. Benché qui, nel libro, i suoi riferimenti al giudice Holmes siano tutt’altro che lusinghieri ­– Waldron scrive che «di volta in volta [Holmes]1 si schiera da entrambe le parti in materia di libertà di espressione» e che il parere di Holmes che «criticare i militari equivaleva a gridare “Al fuoco!” in un teatro affollato» è assurdo – la preside della Harvard Law School Martha Minow, presentando Waldron alle Holmes Lectures, lo elogiò definendolo «uno dei due o tre maggiori filosofi del diritto del nostro tempo». Quell’elogio incondizionato vale anche per uno dei maestri di Waldron, vale a dire Ronald Dworkin, il quale ha criticato gli scritti di Waldron in materia di hate speech, il discorso d’odio.2

Sebbene i riferimenti bibliografici alle erudite controversie tra questi studiosi facciano pensare che per il lettore medio le argomentazioni del libro di Waldron sarebbero di difficile comprensione, le cose stanno in realtà diversamente: il libro si legge benissimo ed è arricchito da aneddoti e da esempi. Uno per tutti: le parole d’odio che alcuni lettori potrebbero interpretare quale causa scatenante della decisione di Waldron di scrivere il libro è stata in realtà la seguente e-mail di un lettore: «SEI UNO STRONZO TOTALITARISTA».

Ho il sospetto che l’autore della missiva creda che la Corte Supremaamericana sia stata oltremodo propensa a cercare consigli nell’opera di giudici stranieri e di legislatori stranieri. Waldron non è certamente questo tipo di persona. Il suo libro fornisce argomenti a sostegno delle proibizioni delle espressioni d’odio, verso cui altri paesi sono stati tradizionalmente più concilianti degli Stati Uniti. Eppure, Waldron non si aspetta dal suo lavoro cambiamenti di rilievo nella giurisprudenza statunitense. Scrive Waldron che il suo obiettivo non è persuadere i lettori «della saggezza e della legittimità delle leggi sugli hate speech» o «perorare la causa del riconoscimento costituzionale di queste leggi negli Stati Uniti». Anzi, egli ritiene improbabile che la legislazione «da me proposta… sarà mai costituzionalmente riconosciuta in America». D’accordo, ci sono molti tipi differenti di legislazione, considerati illuminati in altre parti del mondo, che non soddisfano questo test. Una per tutte, le leggi sul controllo delle armi. Il punto non è condannare o reinterpretare le disposizioni costituzionali statunitensi, ma considerare se la giurisprudenza americana sulla libertà di parola ha davvero fatto i conti con quanto di meglio si può dire a favore della regolamentazione degli hate speech.

Waldron crede che abbiamo protetto più del dovuto discorsi che non solo provocano danni importanti alla dignità di gruppi di minoranza, ma che pure, cosa più importante, indeboliscono il bene pubblico della integrazione, una caratteristica essenziale della nostra società.

Questo saggio punta i riflettori su una serie di questioni complicate e mette qua e là a nudo la differenza tra fatto storico e invenzione. Uno dei suoi bersagli preferiti è la frequenza con cui la nostra società cita la frase di Voltaire, che afferma che nonostante il nostro disaccordo verso ciò che una persona ha detto, difenderemo fino alla morte il suo diritto di esprimersi. Come ricorda Waldron, non è affatto chiaro se Voltaire abbia espresso quella considerazione e – ancor più importante – che cosa l’abbia provocata. In più di un’occasione, Waldron sottolinea che, di solito, è lo spettatore liberale, più che il bersaglio delle parole d’odio, l’individuo più intenzionato a difendere i diritti contenuti nel Primo emendamento3 dell’autore delle parole oltraggiose.

Dopo avere osservato la variazione del campo di applicazione delle norme sui discorsi d’odio in altri paesi, il primo capitolo del libro, Approaching Hate Speech, descrive solo a grandi linee il tipo di espressione che interessa Waldron:

 

L’uso di parole deliberatamente oltraggiose e/o offensive e/o minacciose e/o umilianti dirette a membri di minoranze vulnerabili, concepite per istigare l’odio contro di loro.

 

Il rifiuto di Waldron verso una normativa che definisca dei limiti chiari in questo campo mi fa venire in mente il commento di uno dei miei giudici preferiti circa i tentativi di definire un’altra categoria di espressione che condivide alcune caratteristiche del discorso d’odio. Il discorso osceno è offensivo per alcuni, ma assolutamente non per tutti gli spettatori televisivi o di film, o per i lettori di libri; tende a inquinare il nostro ambiente intellettuale; e Waldron apparentemente concorda con Catherine MacKinnon4 nell’affermare che esso promuove la discriminazione basata sul genere. Invece di provare a definire l’oscenità, il giudice Potter Stewart ha scritto la celebre frase: «se la vedo la riconosco». Lo stesso discorso vale per l’hate speech. Sebbene molte democrazie liberali abbiano emanato leggi che lo proibiscono, le loro definizioni del concetto variano, e Waldron non prende in esame i casi sulle interpretazioni giuridiche di questo concetto in paesi stranieri.

Invece, nelle note a piè pagina del primo capitolo, Waldron cita il testo delle norme riguardanti il discorso d’odio adottate in Canada, in Danimarca, in Germania, in Nuova Zelanda e nel Regno Unito. Le differenze tra queste normative sollevano interrogativi a cui il libro non dà risposta. Per esempio, se pure proibisce dichiarazioni pubbliche che incitano all’odio contro «qualsiasi gruppo identificabile», la normativa canadese non è violata a meno che la dichiarazione «possa verosimilmente favorire violazioni della pace». La legge emanata in Danimarca, invece, non sembra richiedere una plausibile violazione della pace e include qualsiasi dichiarazione che derida qualsiasi «gruppo di persone» per la «loro razza, colore della pelle, paese di origine o gruppo etnico, fede od orientamento sessuale». Con l’eccezione della normativa britannica, che riguarda «parole o comportamenti minacciosi, oltraggiosi e offensivi», le normative citate sembrano applicarsi solo ai discorsi reali e non menzionano esplicitamente le expressive conducts, il linguaggio simbolico, come bruciare cartoline di precetto, croci, testi sacri o bandiere.

Così, invece di esporre un argomento generale che lui stesso condivide oppure avversa, Waldron esordisce fornendo al lettore i fatti di quello che ha tutta l’aria di essere un episodio reale nel New Jersey. Un signore di fede musulmana, a passeggio con i due figli, svolta l’angolo di una strada pubblica e si trova inaspettatamente davanti a un cartello che recita: «Musulmani e 9/11! Non serviteli, non rivolgetegli la parola e non fateli entrare». Il padre non sa bene come rispondere alle domande dei figli su quel messaggio, o su altri segni che esprimono ostilità verso i musulmani. Waldron descrive quei segni vagamente come «espressioni d’odio» collocandoli nella stessa categoria dei graffiti razzisti, delle croci infuocate e delle prime generazioni di insegne che intendevano impedire l’accesso agli ebrei nelle aree più alla moda della Florida, con affissioni del tipo «vietato l’ingresso ai cani e agli ebrei».

L’esempio del cartello antimusulmano è importante per due ragioni. La prima è che non ha nulla a che vedere con la violenza: chi l’ha redatto non ha minacciato nessuno, e nessun indizio fa pensare che il messaggio provocherà una reazione violenta in alcuno dei suoi bersagli, né attacchi violenti contro i musulmani da parte di chi si è schierato con le idee espresse dall’autore del cartello. Pertanto, buona parte delle opinioni della Corte Suprema riguardanti il Primo emendamento e la protezione del diritto di parola che potrebbero favorire la violenza sono inapplicabili alla tesi di Waldron che il governo dovrebbe regolamentare espressioni di questo genere. Secondo, la ragione principale per cui Waldron crede che tale regolamentazione sarebbe desiderabile non è solo per proteggere i bersagli dei discorsi razzisti dai reati. Piuttosto, è per proteggere il carattere di integrazione di una società che dovrebbe rispettare la dignità di tutti i suoi membri.

L’esempio di Waldron sembra presumere che la giustificazione per regolamentare i discorsi d’odio vale allo stesso modo per le espressioni antisemite e antimusulmane da lui citate. Ci sono tuttavia due differenze che meritano di essere commentate. La prima è la differenza temporale. Benché se ne registrino ancora, negli Stati Uniti le espressioni antisemite sono praticamente scomparse dal dibattito pubblico. E il fatto che la riprovazione sociale, e non già quella del governo, abbia prodotto il cambiamento porta acqua al mulino dell’assunto generale a sfavore di una censura ufficiale.

 

La seconda differenza è che, benché nessun gruppo di ebrei abbia tradotto in azione una minaccia specifica alla sicurezza pubblica all’epoca in cui le espressioni razziste contro di loro erano prevalenti in America, l’interesse pubblico attuale circa il comportamento potenziale di un piccolo gruppo di musulmani è stato invece motivato da eventi recenti. Verso la fine della seconda guerra mondiale, i kamikaze giapponesi erano le armi più efficaci contro le nostre forze navali. Oggi, sono gli attentatori suicidi come quelli che hanno attaccato il World Trade Center l’11 settembre del 2001 la minaccia più diretta alla nostra sicurezza nazionale. Benché la grande maggioranza dei musulmani americani – inclusi molti parenti di persone che quel giorno rimasero uccise – siano stati colpiti dall’attacco come ogni altro americano e abbiano lo stesso interesse a prevenire attacchi futuri, non possiamo escludere l’esistenza di uno sparuto numero di persone di fede musulmana che rappresenta un pericolo speciale.

Questa possibilità non giustifica l’espressione d’odio identificata da Waldron. Eppure, tali espressioni possono generare reazioni sia in osservatori neutrali sia in rispettabili leader della comunità musulmana che produrranno entrambi una conoscenza migliore della cultura di quella comunità e correggeranno espressioni fuorvianti da parte di estremisti. Waldron ha ragione a criticare “la faciloneria” dei liberali che richiamano «attenzione sulla loro capacità di sopportare il dolore di questa violenta invettiva [dichiarando] “odio quello che tu dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di esprimerlo”». Comunque, a mio avviso serve un maggiore, e non un minore, approfondimento dell’argomento, anche se ciò significa consentire qualche espressione offensiva.

Nel secondo capitolo, Waldron ripercorre la discussione da lui avuta con Anthony Lewis 5 sulla libertà a favore del pensiero che odiamo. Lewis sostiene che dovremmo imparare a tollerare le parole d’odio perché i codici che le regolamentano creerebbero il pericolo di overenforcement, di applicazione eccessiva, e tale eccesso potrebbe minacciare seriamente l’espressione di idee non popolari. Waldron è convinto che Lewis sottovaluti due punti: primo, ad essere regolamentato dalle leggi contro i discorsi d’odio non è il pensiero d’odio bensì l’espressione d’odio. Ma è a mio avviso un punto trascurabile, poiché in questo contesto il pensiero e la sua espressione sono strettamente intrecciati;  secondo punto , come Waldron ama ribadire, la tolleranza dei discorsi sgradevoli è più facile per gli spettatori liberali che per il bersaglio delle invettive.

Tuttavia Waldron e Lewis concordano su un punto, ossia che «gli americani sono liberi di pensare ciò che vogliono e di dire quello che pensano più ogni altro popolo». Ed essi sono pure d’accordo, ma solo fino a un certo punto, circa la storia che ha generato tale libertà. Nel 1798, quando il Congresso emanò l’Alien and Sedition Act, la legge contro gli stranieri e i sediziosi, gli Stati Uniti erano un paese giovane e l’autorità federale era precaria:

 

George Washington fu denunciato come ladro e traditore, John Jay bruciato in effigie, Alexander Hamilton preso a sassate per le strade di New York… i miliziani repubblicani armati e addestrati apertamente, pronti a resistere agli eserciti federali. Su ogni cosa incombevano, come uno spettro, le notizie del terrore giacobino in Francia. In quegli anni era tutt’altro che ovvio – anche se lo sembra a noi oggi – che le autorità potessero permettersi di ignorare aggressioni velenose alle strutture e ai funzionari del governo, o di lasciare che la comunicazione pubblica di tali aggressioni rimanesse incontestata nella speranza che a tempo debito esse avrebbero ricevuto la risposta adeguata nel marketplace of ideas, il libero mercato delle idee.6

 

Solo oltre un secolo dopo – all’indomani della prima guerra mondiale – i giudici federali cominciarono a considerare il potere dello Stato una minaccia per l’individuo, e non viceversa.

L’interessante e istruttiva discussione di storia in questo capitolo omette ogni commento sul significato di un aspetto unico della storia americana: il fatto che durante il periodo in questione la crescita dinamica dell’America era stata alimentata dall’immigrazione di numerosi gruppi etnici, ognuno attirato dalle pari opportunità ma anche coinvolto in una competizione economica e politica con altri gruppi di immigrati. Quello che oggi potrebbe essere classificato come “discorso d’odio” includeva non solo le osservazioni di membri della maggioranza ma anche scambi tra gruppi etnici rivali.

A Chicago, per esempio, la città che, Varsavia esclusa, forse annoverò in passato più cittadini di origine polacca di ogni altra città al mondo, i membri di altre minoranze etniche usavano un linguaggio scorretto per denigrare l’intelligenza dei polacchi. Le barzellette sul pilota polacco kamikaze che aveva eseguito più di venti missioni ne sono un esempio. Credo perciò che la discussione di Waldron ometta il ruolo dei discorsi razzisti negli scambi continui tra minoranze etniche rivali. Considerando che la legislazione federale sull’immigrazione imponeva delle quote in base alla nazione di origine, i discorsi che sostenevano che alcuni gruppi minoritari non avrebbero dovuto essere i benvenuti aveva una valenza politica. La disamina di Waldron ignora poi l’importanza delle circostanze in cui un’osservazione potrebbe essere fatta. Il riferimento di Shakespeare a Fortebraccio come “Polacco” nell’Amleto trasmette un significato assai differente dallo stesso riferimento in un quartiere irlandese di Chicago.

Il terzo capitolo del libro di Waldron, “Why Call Hate Speech Group Libel?”, spiega meglio la sua tesi. Il capitolo include la sua discussione più approfondita del caso Beauharnais v. Illinois, una decisione della Corte Suprema del 1952. Waldron esordisce con un commento sulle ragioni per cui il termine “hate speech” è in qualche modo fuorviante come descrizione della categoria di espressione che egli disciplinerebbe: il termine “odio” calca l’accento sulla motivazione di chi lo pronuncia più che sull’effetto dell’espressione sui suoi bersagli e sulla società, e il termine “speech”, espressione, si riferisce comunemente a dichiarazioni verbali piuttosto che a dichiarazioni scritte. La diffamazione disseminata attraverso dichiarazioni verbali è definita slander, mentre la diffamazione scritta è il cosiddetto libel, una forma di diffamazione più grave perché più permanente. Perciò, nonostante il titolo, questo libro riguarda la desiderabilità e la costituzionalità delle regolamentazioni statali delle diffamazioni dei gruppi, un tema affrontato dal caso Beauharnais.

In questo caso,la Corte Supremaha confermato con cinque voti a favore e quattro contrari la costituzionalità di una normativa dell’Illinois che proibiva la pubblicazione o l’esibizione di qualsiasi scritto o immagine che «ritragga la depravazione, l’illegalità, l’assenza di castità, o la mancanza di virtù di una classe di cittadini, di qualsiasi razza, colore, credo o religione che… esponga [i membri della classe] all’oltraggio, alla derisione o all’infamia o che generi violazioni della pace o rivolte».

La decisione affermava la sentenza di condanna dell’imputato per avere distribuito un volantino che esponeva i cittadini “negri” dell’Illinois a oltraggio, a derisione e a infamia. Waldron cita il volantino a lungo e osserva corretamente che esso non ha minacciato violenze, né incitato al disordine: «la maggioranza [dei giudici] aveva osservato che era sufficiente che il volantino fosse pieno d’odio e diffamatorio». Come spiegò il giudice Frankfurter, l’estensore della sentenza:

L’Illinois non doveva guardare oltre i suoi confini o aspettare l’esperienza tragica degli ultimi tre decenni per trarre la conclusione che gli spacciatori di falsità su gruppi razziali e religiosi favoriscono i conflitti e ostacolano potentemente i molteplici adattamenti necessari per una vita libera e ordinata in una comunità metropolitana poliglotta.

 

Più indietro nel libro, come esempi di revisione giuridica di leggi che proibiscono l’hate speech, Waldron cita il caso Beauharnais insieme ad altre due decisioni della Corte Suprema. La prima, Virgina v. Black del 2003, sosteneva che uno Stato poteva bandire l’incendio delle croci solo se era effettuato con intento intimidatorio; il secondo, R.A.V. v. City of St. Paul del 1992, sosteneva che un’ordinanza che proibiva di bruciare le croci era invalida.

Waldron cita come ulteriore esempio la decisione del 1978 della Corte d’appello federale che permetteva ai nazisti di marciare per Skokie, nell’Illinois. Questi casi dimostrano che alcune legislazioni nazionali avevano deciso che le normative sulle espressioni di odio sono ragionevoli, ma che non rispondono in modo inequivocabile alla domanda se il tipo di legislazione che Waldron preferisce sarebbe costituzionale. Dei quattro casi, solo Beauharnais rispetta la legge, e Waldron ammette che gli studiosi esperti mettono in dubbio la validità perdurante di quella decisione.

Waldron sottolinea che tre dei quattro giudici dissenzienti nel caso Beauharnais o presumevano oppure erano d’accordo che le leggi sulla diffamazione dei gruppi (group libel) non violassero necessariamente il Primo emendamento. Solo il giudice Black ha sostenuto che l’eccezione al Primo emendamento che permette agli Stati di proibire il discorso diffamatorio è limitata ad espressioni false e scurrili riguardanti singoli individui e non include “gruppi vasti”. Waldron sostiene che la posizione del giudice Black è in contrasto con il diritto comune, la common law, incluso un caso del 1732 che riguardava la calunnia del sangue – la falsa accusa di omicidio rituale di bambini cristiani per opera degli ebrei – e un caso del 1868 nel New Hampshire, in cui furono mosse accuse di codardia a una compagnia di soldati. Waldron sostiene poi che la posizione del giudice Black è incauta. Afferma Waldron che il danno causato dalla calunnia è accresciuto, e non diffuso, da un aumento del numero di persone diffamate. Sebbene tale argomento sia logico e i due casi di diritto comune portino acqua al suo mulino, la scarsità di precedenti rilevanti mi suggerisce che sono necessarie nuove leggi, per via legislativa o giuridica, meno di quanto Waldron ritenga.

Poiché si concentra sull’ammissibilità di proibire la diffamazione dei gruppi, Waldron non si sofferma nel riconoscere che il caso Beauharnais potrebbe essere stato deciso in modo scorretto per alcune ragioni che potrebbero non influenzare la validità di altre norme sulle espressioni d’odio. Nei loro singoli dissents, tre dei giudici sostenevano persuasivamente che il giudice di merito si era sbagliato nel privare il defendant, il convenuto chiamato in causa, di qualsiasi opportunità per difendere la corrispondenza al vero delle proprie dichiarazioni, che i suoi volantini avrebbero benissimo potuto essere protetti costituzionalmente come petizioni per la riparazione di torti perché avevano sollecitato un cambiamento nel diritto, e che la legge potrebbe proibire un numero inaccettabile di discorsi protetti anche se i volantini dell’accusato non fossero protetti dal Primo emendamento.

Waldron sostiene, contrariamente alla visione dei giudici federali e di altri studiosi, che il commento del giudice Brennan espresso nel 1964 nel caso New York Times v. Sullivan7 non aveva compromesso il caso Beauharnais. Nel caso Sullivan, la Corte sostenne che la responsabilità dei danni aveva riguardato la prova di intenzione dolosa del querelante, vale a dire che le frasi del defendant erano state scritte con la consapevolezza della loro falsità o senza considerare che potessero essere false. Come evidenzia Waldron, il caso Sullivan aveva applicato la norma solo per la diffamazione di personaggi pubblici. Waldron sostiene che la motivazione del giudice Brennan a favore di una tutela speciale per i commenti su pubblici ufficiali al fine di tutelare un energico dibattito pubblico è inapplicabile «quando è a rischio la reputazione di persone non pubbliche» (come le comuni persone afroamericane residenti nell’Illinois). Egli osserva che trattare un gruppo di cittadini come personaggi pubblici persino quando nessun individuo del gruppo riveste quel ruolo “sembra ridicolo”.

Ci sono però due ragioni per cui non è “ridicolo” trattare gruppi di privati cittadini in modo simile a singoli personaggi pubblici. Primo, come nel caso dei commenti critici verso personaggi pubblici, i commenti sui gruppi riguardano più verosimilmente questioni di interesse pubblico generale che non commenti su singoli individui: la preoccupazione di scoraggiare discorsi preziosi su tali argomenti è significativa, come la era nel caso Sullivan. Secondo, i gruppi, come i personaggi pubblici, sono in condizioni più idonee per rispondere con efficacia ad accuse faziose rispetto al privato cittadino: i primi possono aggregare le risorse nella loro reazione e trarre vantaggio dal maggior credito che l’essere pubblici permette alla loro visione condivisa, a dispetto di quella individuale.

Nonostante la sua spiegazione delle ragioni per cui il caso Sullivan non potrebbe essere applicato, Waldron ammette in un capitolo precedente che «[Anthony] Lewis ha probabilmente ragione che la condanna di Joseph Beauharnais oggi non sarebbe confermata». Egli basa la sua ammissione non sul caso Sullivan, bensì sulla decisione della Corte Suprema nel caso Brandenburg v. Ohio del 1969, che ribaltò la condanna di un leader del Ku Klux Klan dell’Ohio per avere propugnato la violenza contro i “negri”, perché la normativa di condanna non era limitata a discorsi intesi a generare nel breve termine un’azione illegale, e che l’avrebbe probabilmente generata.

L’interpretazione di Waldron del caso Brandeburg è che «il discorso d’odio, come il discorso eversivo, è tutelato, a meno che non sia concepito per incitare o per generare verosimilmente un’imminente azione illegale». A riguardo, egli chiude il capitolo con queste parole:

Il giudice Richard Posner aveva probabilmente ragione quando, nel 2008, affermò che «benché il caso Beauharnais… non sia mai stato invalidato, nessuno crede che oggi il Primo emendamento sarebbe interpretato in modo da consentire la proibizione della diffamazione dei gruppi».

Un aspetto interessante di quel commento del giudice Posner, un giudice particolarmente stimato della Corte di appello del Settimo Circuito, è che, alcuni anni prima, un altro giudice oltremodo stimato dello stesso circuito, lo scomparso Robert Sprecher, aveva espresso una visione differente. Nel suo parziale dissenso da quella decisione della Corte che sanciva il diritto dei nazisti di sfilare per Skokie, nell’Illinois, il giudice Sprecher sosteneva che nel caso Sullivan la motivazione, che si basava sullo status del querelante come persona pubblica, non violava la decisione nel caso Beauharnais, che implicava dei privati cittadini. Il giudice Sprecher aveva, cioè, proposto lo stesso argomento sostenuto da Waldron nel suo saggio.

Se il giudice Posner, oppure il giudice Sprecher, siano i migliori profeti del futuro della decisione centrale nel caso Beauharnais forse non conta realmente, perché la posta in gioco in quest’ultimo caso era una multa di duecento dollari, la condanna per un reato minore. Anche se potesse essere confermato che una legge concepita in termini restrittivi per un reato minore si potesse applicare alla forma più virulenta di hate speech, non ne consegue affatto che il legislatore potrebbe costituzionalmente dichiarare illegale l’intera categoria ampia e vagamente definita dell’hate speech che Waldron ha come bersaglio.

Comunque, oltre al riconoscimento di Waldron del caso Brandenburg come potere bilanciante, la recente decisione della Corte nel caso Snyder v. Phelphs del 2011 fornisce risultanze persuasive che il giudice Sprecher oggi avrebbe un’opinione dissenziente, proprio come l’aveva nel caso Skokie. Nel caso Snyder, la Corte Suprema ha ritenuto che il Primo emendamento proteggesse lo speech che, a quanto aveva stabilito una giuria, aveva intenzionalmente provocato un danno emotivo alla famiglia di un marine durante il suo funerale. Il discorso era una mescolanza di commenti d’odio e di commenti su temi pubblici. Anche se il giudice Samuel Alito sostenne persuasivamente che il discorso d’odio non avrebbe dovuto avere una protezione costituzionale perché né la persona deceduta né i membri della sua famiglia erano personaggi pubblici, otto giudici si sono pronunciati a favore degli autori del discorso.

Il quarto capitolo, The Appearance of Hate, dirige la nostra attenzione sul contrasto tra «gli aspetti visivi di una società contaminata da manifesti o da pubblicazioni che sviliscono la dignità e la cittadinanza di una certa classe di persone della società» e «ciò che ci augureremmo di vedere in una società che fosse aperta alla vita, alle opportunità e alle aspettative dei membri di ogni gruppo». Waldron sostiene che l’ultima si qualificherebbe come «società ben governata», nella visione del filosofo John Rawls. Waldron spiega, inoltre, in modo convincente per quale ragione l’eliminazione dei segni di espressione d’odio migliorerebbe la qualità dell’ambiente per ognuno di noi. In ogni caso, egli non è sicuro se Rawls condividerebbe la sua idea che lo hate speech dovrebbe essere completamente proibito. L’argomento di Waldron ha una natura “tutto o niente” che mi induce a domandarmi se egli crede che qualche discorso borderline ostile dovrebbe essere proibito. E in caso affermativo, fino a che punto?

Nel quinto capitolo, Waldron distingue fra il proteggere le persone da un reato e il proteggere la loro dignità. L’esempio del disprezzo in seduta pubblica illustra la sua distinzione. Noi non puniamo lo spregio – quantomeno non ammettiamo che si possa commettere – perché il giudice potrebbe essere adirato da una considerazione o da un gesto ingiurioso, quanto piuttosto per conservare un decoro nell’aula di tribunale: dare sostegno all’autorità del giudice lo assiste nello svolgimento del suo compito. Lo stesso discorso vale per la dignità del cittadino comune. Il fatto che i membri di una minoranza etnica possano essere legittimamente offesi da un discorso d’odio non è una giustificazione sufficiente per la censura. Ma in quanto cittadini di una società civile, essi hanno il diritto di essere rispettati nello svolgimento delle loro mansioni quotidiane. Tale dignità – sostiene Waldron – è «precisamente ciò che le leggi sulle espressioni d’odio sono concepite per proteggere».

La distinzione tra protezione dal reato e protezione della dignità dell’individuo sembra valida e rimedia alla legislazione consolidata del Primo emendamento che il carattere offensivo di un messaggio non offre una giustificazione accettabile per una censura ufficiale. Ma solleva interrogativi sulle dimensioni precise della categoria di espressione che Waldron proibirebbe e su come egli deciderebbe sui casi al confine di questa categoria. Per esempio, egli descrive correttamente le vignette satiriche danesi  che ritraggono il profeta Maometto come un terrorista che lancia delle bombe offensive per i Musulmani, ma le considera una «critica dell’Islam piuttosto che una diffamazione dei musulmani». Egli ammette tuttavia che «potrebbe essere una questione di opinione se era un attacco ai musulmani danesi come pure un attacco a Maometto», e ammette che «dove ci sono linee sottili da tracciare, la legislazione dovrebbe di solito stare dalla parte liberale».

Infine, sebbene il libro non mi persuada che sarebbe saggio mettere fuori legge l’intera categoria del discorso d’odio che Waldron descrive, l’autore sostiene in modo elegante e convincente che i nostri leader dovrebbero non solo evitare loro stessi l’uso dell’hate speech, ma anche condannarlo quando è usato da altri. Waldron scrive:

Per ordine pubblico s’intende qualcosa che travalica la mera assenza di conflitti. Esso include l’ordine pacifico della società civile e l’ordine della dignità di persone comuni che interagiscono fra loro in modo comune, nel dialogo e nel mercato delle idee, sulla base della libera concorrenza. Soprattutto, trasmette un principio di integrazione e un ripudio delle calunnie che tendono a isolare e a escludere minoranze religiose vulnerabili. «Se possiamo schiettamente dire la verità», affermava John Locke, «nessuna persona – ebrea, pagana o musulmana – dovrebbe essere esclusa dai diritti civili di una nazione in nome della sua fede religiosa».

 

Dovremmo fare del nostro meglio per conservare l’idea di America del Presidente Ford intesa come luogo dove possiamo essere in disaccordo senza essere sgradevoli. E capire gli argomenti di questo saggio di Waldron potrebbe aiutarci a farlo.

 

(Traduzione di Silvio Ferraresi)

1. Giurista americano, giudice della Corte Suprema statunitense dal 1902 al 1932. N.d.T.
2. Con tale termine si individuano nella dottrina americana, ma più in generale in quella anglosassone, i discorsi che si riferiscono all’odio razziale. Ma si possono usare come sinonimi i termini espressioni odiose o istigazione all’odio razziale (da Lucia Scaffardi, Oltre i confini della liberà di espressione. L’istigazione all’odio razziale, Cedam, Padova, 2009, p.110).N.d.T.
3. Il Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti garantisce la terzietà della legge rispetto al culto e il suo libero esercizio, nonché la libertà di parola e stampa; il diritto di riunirsi pacificamente; e il diritto di appellarsi al governo per correggere i torti: «ll Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione, o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per riparazione di torti». N.d.T.
4. Femminista, studiosa, avvocato, insegnante e attivista americana nata il 7 ottobre 1946. N.d.T.
5. Anthony Lewis è stato editorialista del ‘New York Times’ dal 1969 al 2001, e dal 1983 James Madison Visiting Professor alla Columbia University. Il suo Freedom for the Thought That We Hate: A Biography of the First Amendment è stato recensito da Jeremy Waldron sul numerodel 29 maggio 2008 della ‘New York Review of Books’. N.d.T.
6. The marketplace of ideas è un principio della liberà di espressione basato sull’analogia con il concetto economico di libero mercato. Sostiene che la verità emergerà dalla competizione delle idee in un discorso pubblico libero e trasparente. N.d.T.
7. Il ‘New York Times’ aveva pubblicato nel marzo del 1960 un annuncio a pagamento in cui si denunciavano le violenze ed i soprusi perpetrati ai danni dei militanti neri per i diritti civili, in special modo nella città di Montgomery in Alabama, in cui Sullivan era uno dei commissari del luogo preposto agli affari di polizia. Questi citò in giudizio il quotidiano ottenendo una condanna del giornale al pagamento di un risarcimento del danno di 500.000 dollari a titolo di risarcimento esemplare. L’intento era quello di scoraggiare la stampa più liberale dall’occuparsi della questione razziale e dal sostenere il movimento antisegregazionista (cit. da Paolo Guarda, La diffamazione a mezzo stampa in common law: profili civilistici, 2008). N.d.T.

JOHN PAUL STEVENS è stato giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti dal 1975 al 2010. Il suo libro più recente è Five Chiefs: A Supreme Court Memoir (Little, Brown and Company, 2012).

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