Gianfranco Pasquino

La Narrazione del futuro

FOREIGN AFFAIRS, November/December 2012, $9.95

Global Trends 2030: Alternative Worlds, National Intelligence Council, Washington, D.C., 2012

POLITICA: Il noto politologo Gianfranco Pasquino si interroga su come in un futuro prossimo le democrazie sapranno rinnovarsi e dare prova di quelle capacità di autoriforma da molti considerate il loro punto forte.

Sono molte le legittime motivazioni che stanno alla base dei tentativi di previsione del futuro. Probabilmente, la più importante è che una buona previsione consente di approntare gli strumenti tanto per evitare almeno alcune delle manifestazioni più sgradite del futuro probabile quanto per costruire un futuro diverso, preferibile. Fra gli studiosi e gli operatori politici è anche diffusa la consapevolezza che esistono due tipi di profezie: quelle che, ispirando i comportamenti dei protagonisti, si autorealizzano (self-fulfilling) e quelle che, mettendo in guardia da rischi e pericoli, si autosconfiggono (self-defeating). Tentare di prevedere il futuro è un’operazione che gli umani hanno compiuto praticamente da sempre. Le hanno anche conferito molta dignità come pensieri e riflessioni degne di ascolto. Basti pensare alla figura biblica del profeta che si ritrova già nell’Antico Testamento. Nella mitologia greca è Cassandra che, con durezza e dolore, prevede avvenimenti futuri tutti tragici. Non viene mai creduta, ma ha sempre visto giusto. Il boom degli studi sul futuro iniziò negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso quando negli Stati Uniti e in Europa fecero la loro comparsa centri specializzati nello studio del futuro con i relativi cultori ed esperti. Per un certo periodo di tempo, negli USA il più famoso di questi centri fu lo Hudson Institute fondato dal molto produttivo Herman Kahn. In Europa, il francese Bertrand de Jouvenel creò un istituto e lanciò una rivista “Futuribles” che viene tuttora pubblicata. Anche se non esiste nessuna ricognizione complessiva esauriente e soddisfacente, è attualmente elevatissimo il numero di centri studi che, nient’affatto esclusivamente negli Stati Uniti, spesso nella variante think tank, si occupano regolarmente, non soltanto di analizzare tendenze ed evoluzioni, in larga misura nell’ambito della politica, ma anche di prevederne gli sviluppi.

Farsi beffe degli economisti che non hanno saputo prevedere né le, peraltro numerose, crisi finanziarie, in sequenza, in Asia, negli Usa, nella zona Euro, né, in tempi appena più lontani, l’avvento della globalizzazione, è relativamente facile. Molti economisti non avrebbero affatto torto se replicassero che gli scienziati politici non hanno previsto quello che è stato quasi certamente uno dei tre più importanti avvenimenti del secolo XXesimo: il crollo del comunismo (gli altri due sono, a mio modo di vedere, la rivoluzione bolscevica e il nazismo con il conseguente genocidio degli ebrei). Comunque, i migliori degli Istituti che oggi si occupano di analisi e di previsioni vedono la compresenza di economisti e scienziati politici, spesso anche di sociologi.

Nessuna delle polemiche fra discipline accademiche è inutile se conduce ad affinare gli strumenti della previsione. Ciascuna richiederebbe approfondimenti grazie ai quali si scoprirebbe che, in effetti, alcuni, pochi, economisti hanno segnalato per tempo l’avvento della globalizzazione e che, alcuni, pochissimi, scienziati della politica avevano individuato le condizioni di fondo che avrebbero condotto al crollo dell’Unione Sovietica e, di conseguenza, del suo residuo potere di puntellare i già traballanti sistemi politici dell’Europa centro-orientale, tutti già scossi da gravi crisi interne (Germania Ovest 1953, Ungheria 1956, Cecoslovacchia 1968, Polonia 1956, 1968, 1980).

Poiché il futuro ha solide radici nel presente, sono molti gli istituti di ricerca che hanno concentrato le loro analisi e previsioni soprattutto su tre fenomeni attualmente in corso per valutarne gli esiti possibili e, eventualmente, per prendere le opportune contromisure. In ordine di crescente importanza, i tre fenomeni sono: primo, la cosiddetta primavera araba, forse già diventata un autunno; secondo, la crescita economica considerata straordinaria dei cosiddetti BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), e, in special modo, della Cina, forse già pervenuta ad una fase di notevole rallentamento; terzo, la cosiddetta “crisi” della democrazia (o delle democrazie), forse non proprio tale.

Inevitabilmente, sono i punti di crisi che attirano maggiormente l’attenzione degli studiosi e dei commentatori, ma una buona previsione deve, invece, fondarsi, non sugli elementi congiunturali, ma su quelli strutturali. Le primavere arabe, mi pare preferibile usare il plurale, hanno destato grande entusiasmo iniziale, ma sembra che stiano sprofondando nella palude di scontri prolungati, fra islamici, militari, settori di società civile, dai quali non è prevedibile nessuna rapida e duratura fuoruscita democratica. Sono pochi, purtroppo, i commentatori che sostengono che gli entusiasmi erano prematuri ed eccessivi e che i processi di democratizzazione in una parte del mondo nella quale non esistono Stati capaci di funzionare da vero e proprio modello di democrazia sono difficilissimi. Ancora più difficili laddove, al posto del pluralismo religioso, esiste una religione dominante, praticamente monopolistica, dotata di un potente braccio politico: le Fratellanze Islamiche. Eppure, sostiene un articolo (Dirk Vandewalle, After Qaddafi) della prestigiosa rivista ‘Foreign Affairs’, la Libia sembra avere acquisito parte delle caratteristiche essenziali che conducono al successo, valutato come la costruzione di ordine politico. La previsione del futuro deve, però, guardare molto più in là, oltre il complessissimo caso egiziano e oltre la tragedia siriana. Deve, cioè, mirare a intravedere eventuali altri mutamenti a partire dal contesto più importante, rappresentato dall’Arabia Saudita, lo Stato (ovvero l’aggregazione di potere di 400 famiglie danarosissime) più potente di tutta l’area.

Sull’evoluzione dell’Arabia Saudita, ovvero in un ambiente non particolarmente ricettivo, appare più opportuno esercitare le previsioni alternative, guardando in special modo a quello che il rapporto del National Intelligence Council definisce megatrend: l’empowerment. Nei prossimi vent’anni, un po’ dappertutto, dunque anche nel mondo arabo, la previsione è che le persone cercheranno di ottenere maggiore potere personale, godere di maggiore autonomia decisionale, usufruire di maggiori possibilità di scelta. Di per sé, questo sviluppo, che mi pare individuato in maniera molto ottimistica, è destinato a cambiare la politica in una pluralità di contesti e di Stati e, senza eccedere nella retorica, nel mondo intero.

Il secondo fenomeno sul quale, oltre alla previsione, si è concentrata la preoccupazione politica, in particolare degli americani, è costituito dalla crescita economica, che sembrava impetuosa e con rilevanti implicazioni sullo scacchiere dei rapporti internazionali di potere, dei BRIC. Non soltanto la crescita economica di tutti questi paesi risulta già essere entrata in una fase di decelerazione, ma complessivamente non ha prodotto cambiamenti spettacolari. In un articolo intitolato Broken BRICs (con il doppio significato dell’aggettivo inglese broken: “rotti” e in “bancarotta”), la cui anticipazione sulla copertina di ‘Foreign Affairs’ porta il titolo The Demise of the Rest (ironizzando su coloro che hanno, alquanto prematuramente, profetizzato The Demise of the West, il declino dell’Occidente), Ruchir Sharma documenta con il ricorso ad una molteplicità di dati e di fonti la situazione di stallo relativo alla quale sono pervenute le quattro potenze che, per dimensioni e concentrazione di risorse, apparivano maggiormente emergenti. Naturalmente, il punto di vista e il termine di confronto sono inevitabilmente offerti dal caso degli USA. Al proposito, Global Trends offre una duplice (pre)visione alquanto specifica. Da un lato, gli Stati Uniti non perderanno la loro preminenza economica; dall’altro, non saranno piu’ la potenza politicamente egemonica. Anzi, non ci sarà più nessuna potenza singola in grado di esercitare un ruolo di egemonia mondiale. Il megatrend è quello della diffusione del potere mondiale a favore di reti e di coalizioni di Stati in un mondo multipolare, inevitabilmente piuttosto conflittuale.

Tutti gli indicatori economici, a cominciare dal Prodotto Nazionale Lordo (PNL) e dal reddito procapite, tranne il tasso annuo di crescita, indicano con chiarezza che la Cina ha ancora molta strada da fare per sorpassare gli Stati Uniti. Date le dimensioni del suo territorio e della sua popolazione, la Cina potrà anche, nel prossimo decennio, riuscire nel sorpasso per quanto riguarda il PNL , ma sarà un sorpasso puramente numerico. Senza entrare nel pure importante dibattito relativo ad una diversa misurazione del PNL facendo ricorso ad indicatori che misurino il benessere complessivo di una nazione (e, eventualmente, anche della stessa Unione Europea), il futuro verrà quasi certamente influenzato e disegnato da due fattori: il livello di istruzione e il grado di diseguaglianza. In effetti, già da una ventina d’anni le Nazioni Unite stanno misurando gli Stati utilizzando il composito Indice di Sviluppo Umano: livello di istruzione, reddito pro capite e aspettative di vita. Gli Stati Uniti d’America non hanno mai occupato le prime posizioni nella graduatoria basata su questo indice. Di recente, è emersa la preoccupazione, non solo negli USA, ma in molti paesi europei e non, riguardo al dislivello di eguaglianza, ovvero alle crescenti diseguaglianze interne fra gruppi.

Mai centrale nel dibattito politico e culturale in USA, il problema delle diseguaglianze, soprattutto di reddito, ha acquisito apprezzabile rilevanza in special modo nell’ultimo decennio circa. Secondo la tesi, certamente non una teoria scientifica, della trickle-down economics, se i ricchi guadagnano molto e pagano poche tasse, ci saranno ricadute positive sull’economia. Infatti, si ipotizza che i ricchi investiranno quei soldi in attività produttive e/o aumenteranno qualità e quantità dei loro consumi. A giudicare dall’evoluzione dell’economia USA, non sembra proprio che le cose siano andate in questo modo dopo il massiccio taglio delle tasse operato da Bush all’inizio del secondo millennio e durato fino ad oggi. Da sempre celebrati e ammirati come il paese delle opportunità, gli USA non sembrano essere più in grado di offrire reali opportunità di miglioramento sociale. In un’ottima ricognizione dello stato della questione (It’s Hard to Make It in America,in ‘Foreign Affairs’), Lane Kenworthy mette in rilievo come le cause di quello che può essere definito il “declino delle opportunità sociali” debba essere ricercato in due ambiti: la famiglia e il sistema educativo. Né la condizione delle famiglie, spesso con un unico genitore (la donna), né il costo di una buona istruzione, premessa a qualsiasi riduzione delle diseguaglianze economiche e sociali, subiranno cambiamenti significativi e positivi a meno che non si produca un incisivo e decisivo, al momento improbabile, intervento del potere pubblico, non necessariamente di quello federale, ma anche soltanto di quello degli Stati. Per quel che riguarda il futuro, anche se la conclusione di Kenworthy cerca di essere ottimista, la tendenza non sembra affatto favorevole.

In una certa misura, un elemento di relativo conforto per gli USA è riscontrabile nell’andamento di almeno tre dei quattro BRICs. Cina, India e Russia non hanno affatto ridotto le diseguaglianze. Soltanto il Brasile sembra esserci riuscito grazie agli interventi, fra l’altro, proprio nel settore dell’istruzione, voluti e attuati dai governi socialdemocratici guidati dal Presidente Lula. L’avvento della classe media non è ancora alle porte in Cina e, nel migliore dei casi, è appena iniziato in India e in Russia, ma mentre in Cina il potere politico sembra saldamente nelle mani del Partito Comunista, che è addirittura riuscito ad effettuare un apprezzabile ricambio generazionale della leadership di vertice, India e Russia (dopo Putin) dovranno affrontare problemi politici di tutt’altro che facile soluzione. In sintesi, mentre i BRICs continueranno ad avere un distacco non facilmente colmabile, l’Occidente non rimarrà fermo. Gli autori di Global Trends suggeriscono, con una formula ad affetto: “Gini-Out-of-the-Bottle” (Gini è il famoso statistico italiano che ha approntato il migliore e il più utilizzato degli indicatori della diseguaglianza) che le diseguaglianze all’interno delle nazioni, ma ancor più le diseguaglianze fra le nazioni esploderanno, con alcuni paesi destinati a fallire. Inoltre, è possibile che l’impennata delle diseguaglianze acuisca le tensioni sociali, mentre gli Stati Uniti rinunceranno a svolgere il ruolo di poliziotto globale.

Quanto già conseguito in termini di sviluppo economico dai quattro paesi BRIC segnala l’impossibilità’ di resuscitare il dibattito classico fra gli studiosi che sostenevano la superiorità dei regimi autoritari nel promuovere lo sviluppo economico e coloro che affermavano che lo sviluppo economico avrebbe messo in crisi proprio i regimi autoritari che lo avessero promosso con successo. Cina e Russia stanno avendo notevole sviluppo economico senza che le strutture autoritarie dei loro regimi ne risultino incrinate e indebolite. I regimi democratici del Brasile e, più sorprendentemente, dell’India hanno saputo promuovere sviluppo senza intaccare la democraticità delle  loro procedure, in particolare di quelle relative alle elezioni, e delle loro strutture istituzionali. Gli autori di Global Trends propendono per l’effetto destabilizzante e, ottimisticamente, democratizzante prodotto dallo sviluppo economico sugli autoritarismi, con particolare riferimento alla Cina del 2030, dove, però, il controllo esercitato dal Partito comunista è di tipo totalitario. Anzi, si spingono oltre suggerendo che l’eventuale democratizzazione della Cina avrà “immense ripercussioni” (p. 54) senza , però, specificare quali e su chi o su che cosa.  È proprio qui che si colloca l’ultimo dei piu’ importanti interrogativi riguardanti i futuri possibili, quello concernente la crisi delle democrazie.

Dal punto di vista concettuale, il tema era stato posto, fra gli altri, ma meglio di altri, quasi trent’anni fa da Norberto Bobbio, nel piccolo, prezioso libro Il futuro della democrazia (Einaudi 1984). Da quantomeno una decina d’anni, con molto snobismo e con una non modica dose di inutile compiacimento, molti intellettuali e opinion leaders stanno dichiarando che la democrazia è in crisi. Qualcuno si è già spinto fino ad annunciare l’avvento della post-democrazia. Sono terribili semplificatori di un discorso complesso che la maggior parte di loro forse non sa, sicuramente non vuole, svolgere in maniera adeguatamente approfondita. Allora, anch’io procedo a semplificare il mio discorso senza andare a vedere tutte le cause e tutte le manifestazioni della presunta crisi della democrazia. Chi vuole prevedere il futuro della democrazia deve, a mio modo di vedere, porsi i seguenti interrogativi. Primo: fra vent’anni esisteranno più o meno sistemi politici nei quali i diritti civili, politici e, persino, sociali dei cittadini saranno protetti e promossi e i governanti e i rappresentanti saranno scelti e rimossi pacificamente attraverso elezioni libere, senza brogli e periodiche? Secondo interrogativo: quali e quante democrazie attualmente esistenti scompariranno nei prossimi vent’anni e in seguito a quali problemi diventati e risultati intrattabili? Terzo interrogativo: nei prossimi vent’anni quale alternativa politica e culturale emergerà alla democrazia come l’abbiamo conosciuta, teorizzata e praticata? E dove?

Le risposte di Global Trends suggeriscono che avverranno pochi processi di democratizzazione e che la maggior parte dei sistemi politici che non sono attualmente democrazie oscilleranno fra la possibilità di collocarsi fra i regimi democratici e la persistenza nell’ambito affollato dei regimi non-democratici, autocratici. Tuttavia, le richieste dei cittadini che hanno acquisito qualche strumento politico efficace, che sono stati empowered (che, abbiamo visto, è una delle previsioni base del rapporto), verteranno in maniera piu’ insistita, intorno alla attuazione della rule of law (il governo della legge) e alla responsabilizzazione (accountability) dei governanti. Insomma, qualche passo avanti verso la democratizzazione verrà, seppur faticosamente, intrapreso. Tuttavia, non si avranno miglioramenti complessivi sul piano della governance mondiale.

Sembra fin troppo facile criticare le democrazie esistenti. Meno facile è, in verità, criticare l’ideale democratico di un popolo istruito che decide, talvolta direttamente, quasi sempre attraverso i suoi rappresentanti eletti, le politiche che desidera vedere attuate. La crisi della democrazia non può mai essere denunciata soltanto con riferimento all’insoddisfazione dei cittadini, alla riduzione/caduta del loro tasso di partecipazione elettorale, alla loro sfiducia nellla classe politica, alla protesta contro le decisioni dei governi. Tutto questo mi sembra assolutamente fisiologico, qualche volta, è persino l’effetto della possibilità di utilizzare strumenti che soltanto la democrazia offre per contribuire al rinnovamento e al rafforzamento di quel particolare regime democratico. È il caso della protesta dei cittadini che, un po’ dappertutto, si associano in movimenti.

Insomma, Global Trends non offre sostegno nelle sue previsioni, raccolte sotto l’etichetta Megatrends, a coloro che scrivono di crisi della democrazia. Tuttavia, questo è un punto metodologicamente importante che migliora la qualità delle previsioni rendendole, per così dire, “probabilistiche”, il Rapporto Alternative Trends introduce alcuni elementi definiti “game changers”. Questi sono fattori la cui comparsa può cambiare non il senso, ma l’andamento di alcune previsioni, ad esempio, l’impatto delle tecnologie e quello dell’instabilità’ politica in alcune regioni che si riverberi sul mondo. Inoltre, il Rapporto riconosce e da’ spazio anche alle tematiche dell’ambiente e delle fonti di energia che contengono enormi potenzialità, a seconda dei casi distruttive oppure creative, per dare vita e sostenere “mondi potenziali”.

Tornando alle democrazie, che stanno facendo, troppo a fatica, i conti con i problemi dell’ambiente e della necessità di energia e acqua, va sottolineato che non sembra essere emersa da nessuna parte, neppure nelle più imaginifiche analisi di democrazie possibili, una qualche alternativa sufficientemente ben delineata alle democrazie contemporanee che sia basata sulla protezione e promozione dei diritti dei cittadini e sulla possibilità per i cittadini di scegliere e di bocciare governanti e rappresentanti che hanno proposto e attuato alcune politiche pubbliche. Sarebbe probabilmente necessario esplorare se siano in corso dei miglioramenti nelle modalità decisionali, degli arricchimenti (del repertorio democratico), delle diversificazioni istituzionali nelle democrazie esistenti ovvero, addirittura, qualche processo di democratizzazione ulteriore della democrazia fin qui conosciuta. Se, invece, la previsione, che Global Trends non formula, ma che in non pochi autori è rintracciabile, indica il declino della democrazia, allora sarebbe opportuno sapere quali sono gli elementi di maggiore debolezza e quali le probabilità di crolli ovvero, più probabilmente, di eventuali implosioni, il cui esempio più eclatante, l’ultimo in ordine di tempo, è, a mio modo di vedere, rappresentato dal Venezuela nella prima metà degli anni Novanta che ha fatto emergere il populismo autocratico di Chavez. In assenza di alternative possibili, praticabili, prevedibili, nei prossimi vent’anni la governance dei sistemi politici che hanno saputo impiantare la democrazia continuerà ad essere democratica. Il quesito futuribile è “sapranno le democrazie dare prova di quelle capacità di autoriforma che alcuni autori considerano il loro punto forte, distintivo e dirimente?” Chi vivrà vedrà.

GIANFRANCO PASQUINO Presidente della Società Italiana di Scienza Politica, è Senior Adjunct Professoral Bologna Center della Johns Hopkins University. I suoi libri più recenti sono La rivoluzione promessa. Lettura della Costituzione italiana (Pearson-Bruno Mondadori 2011) e Politica è (Casa deiLibri 2012). Sono in corso di pubblicazione il volume Finale di partita. Come tramonta una Repubblica (Milano, Egea, febbraio 2013) e il fascicolo da lui curato Aux urnes, citoyens! della rivista ‘Paradoxa’ gennaio-marzo 2013.

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