Barbara Gallavotti

La nuova geografia della salute 2.0

23° Spoletoscienza, organizzato dalla Fondazione Sigma-Tau nell’ambito del 54° Festival dei Due Mondi.

Spoleto 25 giugno – 10 luglio 2011.

 

Di cosa ci ammaleremo, come ci cureremo, come vivremo la malattia e che probabilità avremo di guarire? Guardando indietro nella storia dell’umanità, si ha l’impressione che per lungo tempo la risposta a queste domande sia stata racchiusa in una mappa. In passato infatti la salute sembra aver avuto una sua geografia dai confini più o meno chiari: la malaria in una certa pianura, il gozzo in una valle, una forma di anemia su un’isola, una infezione respiratoria in alcuni continenti… Insomma, sia le malattie infettive che quelle non trasmissibili potevano in molti casi essere mappate, e così pure le tradizioni mediche e le convinzioni filosofiche che aiutavano ad affrontarle. Un assetto che ha cominciato a sfaldarsi già molti secoli fa, con l’intensificarsi dei movimenti di persone da una parte all’altra del globo, e che oggi sembra sostanzialmente andato in frantumi. La geografia della salute è quindi già 2.0: è ancora possibile individuare “popolazioni” più esposte a certe patologie, solo che questi gruppi di individui non sono fisicamente riuniti, ma fanno piuttosto parte di un sistema di reti fluide che avvolgono il globo, sovrapponendosi e intrecciandosi. La salute, e le malattie, anticipano forse un futuro in cui comunità di esseri umani in contatto virtuale stravolgeranno il significato delle divisioni tra stati. La rivoluzione della geografia della salute capita in un buon momento, perché oggi la ricerca biomedica ha in mano gli strumenti per compiere un salto di qualità, inventando un modo per curarci nuovo e molto più efficace. Proprio di questo si è parlato nel corso della ventitreesima edizione di Spoletoscienza, organizzato dalla Fondazione Sigma-Tau nell’ambito del Festival dei Due Mondi di Spoleto.

Per molto tempo le armate dei microscopici organismi patogeni sono state la sola forza in grado di ridisegnare rapidamente la geografia della salute, spesso sulle orme di quelle medesime orde che annullavano consolidate divisioni fra nazioni. È il caso dell’influenza o del vaiolo, che approfittarono del passaggio offerto dalle navi degli europei per allargare il loro “stato” e inglobare le Americhe, trasformandosi così in potenze planetarie (una conquista che venne compiuta in senso inverso dalla sifilide). L’irresistibile ascesa del vibrione del colera è un altro bell’esempio, ben riassunto da Lorenzo Pinna nel recente Autoritratto dell’immondizia: come la civiltà è stata condizionata dai rifiuti1. Pinna ricorda come il micidiale batterio sia stato confinato per migliaia di anni nel subcontinente indiano. Solo agli inizi dell’Ottocento la conquista dell’India da parte degli inglesi offrì al vibrione l’occasione per approdare in Occidente, seminando la morte.

Ma il colpo definitivo a un assetto mondiale della salute dai confini ben definiti è stato dato dal diffondersi di nuovi stili di vita. Grazie a questi cambiamenti non sono più solo le malattie infettive a balzare da un lato all’altro del globo ma anche malattie non trasmissibili, come quelle cardiovascolari o neurodegenerative.

Naturalmente esistono ancora, purtroppo, condizioni sanitarie radicalmente diverse. Nei paesi ricchi, ad esempio, le vaccinazioni hanno reso molto rare diverse malattie infettive. Al contrario, in Asia, Africa e Vicino Oriente anche il semplice morbillo semina morte: si calcola che periscano di questa malattia 25 bambini ogni ora. E questo nonostante da oltre quarant’anni sia disponibile un vaccino il cui costo è inferiore a mezzo euro a dose. D’altro canto però sono presenti ovunque malattie legate a stili di vita “moderni”, come diete troppo caloriche e abitudini sedentarie. Oggi il 60% dei decessi al mondo sono dovuti a malattie non trasmissibili, in primo luogo patologie cardiovascolari, seguite dai tumori. La diffusione dei fumatori favorisce il cancro al polmone, mentre diete sbagliate incrementano i casi di quello alla mammella. Le malattie neurodegenerative, legate all’allungamento della vita, sono in crescita. Secondo alcuni calcoli i malati di Alzheimer passeranno dai 26 milioni del 2006 a 106 milioni nel 2050, oltre metà dei quali vivrà in Asia. In percentuale, le malattie non trasmissibili uccidono di più nelle nazioni ricche, perché in queste le morti da infezione sono più rare. Ma se guardiamo ai numeri assoluti, è fra le popolazioni dei paesi a reddito medio o basso che tali patologie causano il maggior numero di decessi, ben l’80% del totale secondo quanto riportato a Spoleto da Mark Hanson, direttore dell’Istituto di Scienze dello Sviluppo dell’Università di Southampton. I medesimi problemi di salute uniscono insomma persone dalle abitudini errate di tutto il globo, mentre gli agenti infettivi viaggiano a bordo di ogni mezzo di trasporto, aerei compresi. Come si diceva all’inizio, le comunità di malati formano delle grandi reti che ignorano i confini della geografia tradizionale.

Ma non basta. Perché, parafrasando la famosa frase di Lev Tolstoj secondo cui «tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice lo è a modo suo», potremmo dire “tutte le persone sane si assomigliano, ogni ammalato lo è a modo suo”. E in effetti il modo in cui ci ammaliamo e reagiamo alle cure dipende da una serie di cause che raramente agiscono da sole: i microbi con cui entriamo in contatto, le caratteristiche del nostro Dna, il modo in cui si è modificato a partire dalla vita intrauterina, ciò che mangiamo e beviamo, quanto ci muoviamo, l’aria che respiriamo, come reagiamo alle tensioni, le tradizioni che seguiamo e persino le nostre convinzioni filosofiche e religiose. Come ha fatto notare Giuseppe Bianchi, del San Raffaele di Milano, l’effetto clinico di un singolo gene è molto spesso modulato dall’azione di diversi altri geni e dall’ambiente. Inoltre non è raro che cause completamente diverse portino all’insorgere di una medesima malattia, ed ecco spiegato perché certi farmaci possono far guarire qualcuno ma essere totalmente inefficaci per altri pazienti, in casi estremi addirittura letali. Del resto, anche semplicemente leggendo i bugiardini delle medicine può avvenire di trovare fra i possibili effetti avversi sia una certa condizione che il suo esatto contrario.

Proprio per queste ragioni, la medicina si sta misurando con una nuova frontiera: quella delle cure personalizzate. È un obiettivo che inizia lentamente a concretizzarsi anche se una indagine svolta negli Stati Uniti, ricordata dallo storico della medicina Gilberto Corbellini, dimostra come i medici americani abbiano conoscenze piuttosto vaghe sul cosa sia la medicina personalizzata. Il fatto è che individuare le cure migliori per ognuno di noi è estremamente complesso, perché significa conoscere tutte le cause che determinano una certa patologia. James Kaput, già direttore della Divisione di Medicina e Nutrizione Personalizzate della Food and Drug Administration, ha sottolineato come per circa un decennio la ricerca sia stata fuorviata dalla convinzione che la soluzione fosse una conoscenza perfetta delle varianti del nostro Dna, per poi scoprire che da soli i geni spiegano solo in parte incidenza e variabilità delle patologie (proprio perché occorre tener conto di come essi interagiscono con gli altri fattori che abbiamo citato).

Naturalmente tutto ciò non deve in alcun modo far a pensare che le cure moderne siano inefficaci, al contrario mai nella sua storia l’umanità ha potuto disporre di trattamenti tanto sofisticati. Se oggi la medicina può preparare il viaggio sulla luna delle cure personalizzate, è perché da tempo ha inventato il motore della scienza biomedica, abbandonando sia i carretti che le luccicanti carrozze delle medicine prescientifiche.

Tuttavia, di fronte alla difficoltà di giungere a identificare le cure ideali per ciascun individuo, si può essere tentati di imboccare la scorciatoia di una medicina “etnica”. Sarebbe però una strategia profondamente sbagliata, come ha ripetuto ancora una volta il genetista Guido Barbujani, uno dei più autorevoli sostenitori dell’inesistenza della razza (non del razzismo purtroppo perché, come sembra abbia detto Albert Einstein, «è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio» e coloro che hanno bisogno di ritenersi superiori hanno impiegato poco per trasferirsi dal terreno sdruccioloso del vantaggio genetico a quello altrettanto precario ma più moderno del vantaggio culturale). Tutti gli esseri umani condividono almeno il 99% del loro Dna. Ciò vuol dire che se immaginiamo il nostro patrimonio genetico come una successione di lettere, appena una su cento ci distingue da un qualsiasi altro abitante del globo. In genere siamo portati a classificarci per caratteristiche isolate e molto evidenti (ad esempio il colore della pelle), ma se usassimo invece il gruppo sanguigno potremmo trovarci a essere accomunati con un centrafricano e un asiatico e non con il vicino di casa. Allo stesso modo, la variante genetica che rende impossibile digerire il lattosio è molto più diffusa in Asia che in Europa, ma può avvenire di trovare singoli individui orientali in grado di nutrirsi di latte e occidentali che invece non possono assumerlo. Lo stesso discorso vale per diverse malattie. Di conseguenza assegnare una certa cura a una persona confidando a priori che reagisca come si ritiene che faccia la maggior parte dei suoi conterranei può portare a errori grossolani, se non letali.

1. Torino, Bollati Boringhieri, 2011.

Barbara Gallavotti Biologa e giornalista. È autore di programmi televisivi scientifici fra i quali Superquark e Ulisse. Collabora con diverse testate, in particolare con ‘La Stampa’, ed è parte della redazione della trasmissione Moebius (Radio24). È codirettore della International School for Scientific Journalism and Communication (Erice). È stata direttore supplente del master in Comunicazione della Scienza  dell’Università Tor Vergata e docente di Comunicazione della Scienza all’Università di Roma Tre. Ha diretto l’Ufficio Comunicazione dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, curandone tutte le attività, incluse le mostre scientifiche. È stata direttore del festival Lazio, terra di scienza. È autrice di nove libri diretti a giovani adulti e tradotti in numerose lingue.

 

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