Fabio Mazzoni

Fiction – La valigia di ricotta

Fiction
‘451’ propone una rubrica di narrativa inedita all’interno della quale da spazio a racconti, incipit ed estratti di romanzi, incoraggiando, da parte dei nostri lettori, l’invio di un testo di circa 14.000 battute all’e-mail 451@econometrica.it

Scesi dal treno tenendo la valigia con due mani. Sembrava che tutto quello che avevo posseduto se ne stesse lì dentro: la fuga a vent’anni, i lavori malpagati nelle pizzerie, i baci che avevo dato a don­ne che non ho più rivisto. E adesso tornavo, trascinandola sulla banchina di una stazione di paese. Il mio, con il sudore che aveva iniziato a bagnarmi i vestiti nel momento preciso in cui il treno si era fermato e io avevo aperto lo sportello sbatacchiando la valigia sui gradini che mi separavano dal ce­mento. La solita luce che aveva abbagliato i ricordi di ogni estate e il caldo che appesantiva la vali­gia, mentre cercavo di organizzare le emozioni che s’intrecciavano nello stomaco.

Davanti alla strada diritta che si apre sulla piazza della stazione e gli edifici di due piani che si af­facciano, fu come arrivare al termine di un viaggio nel tempo. Sembrava che niente fosse davvero cambiato, forse neanch’io ero un uomo diverso dal ragazzo che se n’era andato. E forse per questo tornavo portando con me ogni giorno degli ultimi vent’anni schiacciato in quell’unica valigia.

Anche la casa era la stessa. La facciata aveva ancora quelle incrostature nell’intonaco e, dentro, quel­l’odore sospeso di muffa fu la conferma che mi ero arreso alla prepotenza dei ricordi. In queste stan­ze avevo avuto una famiglia e in queste stesse stanze l’avevo perduta, quando, uno ad uno, tutti se ne erano andati, per le malattie, la vecchiaia o per la stessa paura che avevo avuto io.

Portai la valigia in camera da letto e la accostai al muro, senza aprirla. Mi mossi tra le stanze, cer­cando di fare un inventario di quello che occorreva per renderle di nuovo vivibili. E poi uscii nell’a­ria immobile, a respirare la polvere delle strade.

Camminai tra i sassi e lungo i muri, attraversai la piazza e m’infilai nell’ombra dei vicoli. A quell’ora del pomeriggio sapevo che non avrei incontrato nessuno. Sentii di nuovo la sensazione sgradevole delle goccioline sulla fronte, sul collo, sotto le ascelle. Pensai che scendendo al fiume avrei trovato un po’ di refrigerio. Mi lasciai alle spalle la linea delle case e imboccai il sentiero in discesa.

Passai davanti ai nascondigli tra gli alberi, alzai la testa e vidi i resti di una capanna sostenuta dai rami. Ma non c’erano bambini. Sembrava che la mia fosse stata l’ultima generazione a impossessarsi di quella macchia di vegetazione a ridosso del fiume. E ancora come allora la luce del sole si atte­nuava cadendo a fiotti sparsi sulla terra, che solo qui anche in estate restava umida. Chiusi gli occhi e inspirai l’odore che saliva dalla terra. Non so per quanti minuti restai immobile all’ombra degli al­beri. E non saprei spiegare come, ma insieme alla vista anche l’udito restò impermeabile. Mi lasciai penetrare dall’odore della corteccia, da quello acre dell’erba e dall’afrore placido che dal fiume s’in­sinuava a soffi ripetuti. Finché gli occhi si aprirono come a un segnale che la coscienza non aveva percepito e davanti a me non vidi altro che il viso di una donna che sorridendo faceva andare lo sguardo lungo le linee del mio volto.

Mi salutò senza sorpresa, abbassando il mento. Sembrava che non si aspettasse altro che vedermi comparire sotto gli alberi, in quell’estate qualunque, un’infinità di tempo dall’ultima volta che ci era­vamo visti. Con il palmo della mano mi accarezzò una guancia e restò immobile davanti a me conti­nuando a sorridere. In silenzio. Indossava una camicetta sbottonata abbastanza da lasciar vedere la linea che si perdeva tra i seni, sufficientemente leggera da non lasciare immaginare la trama del reg­giseno. Aveva le maniche arrotolate sulle braccia, i capelli legati sulla nuca e nemmeno un accenno di trucco sul viso. Proprio come l’ultima volta che l’avevo vista. Proprio come l’ultima volta che ci eravamo abbracciati.

Provai a raccogliere il fiato che mi sarebbe servito per dire qualcosa. E lo soffiai fuori senza voce. Parlò lei. Disse dei preparativi per la sagra. Mi parlò dell’organizzazione per quella sera, del grande tendone montato nella radura lungo il fiume e del grande, lunghissimo cannolo alla ricotta che i pa­sticceri stavano assemblando per dare al paese l’onore di annotare il proprio nome nel libro dei pri­mati. Disse i nomi di tutte le persone che avevo conosciuto, quelli con cui avevo fatto a botte, quelli con cui avevo giocato, delle ragazze che avevo ignorato e di quelle su cui avrei volentieri frugato. Disse che stava tornando da loro, a proseguire la lunga corsa per l’inizio della festa, a contare i piat­ti, le sedie e le posate, a incoraggiare e metter pace tra i pasticceri litigiosi, le loro invidie, le neces­sità irrinunciabili di primeggiare.

E io mi concentravo sulla sua bocca e sulle note inedite che erano maturate nella sua voce. E le guardavo il petto e quel suo modo di protendersi verso di me, che ero, ed ero sempre stato, più alto. E pensavo a quel suo modo, uguale a sempre, di sollevare il viso mentre mi parlava e insieme il pet­to che andava su e giù, palpitando, così come stava succedendo, e sempre era successo, anche a me.

Lasciai che continuasse a parlare, pregando che non la smettesse più. Potevo far salire lo sguardo, seguire le sfumature dell’abbronzatura. Guardai come la gola facesse da contrappunto all’andamento del suo discorso. Incontrai il mento e ne riconobbi la familiarità. E poi quella bocca: a guardarla sentii che l’unico scopo del mio ritorno era stato quello di finire nella penombra di questi alberi ad ascoltarla raccontare dei preparativi del più grande cannolo che la storia della pasticceria ricordi. Nella sua voce, sulle piccole rughe che cominciavano a ornarle gli occhi, vidi un destino uguale al mio. Vidi un uomo che l’aveva portata lontano e avvertii, uno a uno, gli anni trascorsi a pensare che un giorno avrebbe smesso di desiderare per sé qualcosa di diverso. Pensai alla sua voce che prendeva il colore che più si addice a una donna matura, mentre lei cominciava a pensare di aver sbagliato qualcosa. Sentii in quel momento sulla mia pelle, mentre il discorso era arrivato alla ricot­ta, sentii, come fossi nella sua pelle, la secchezza che cresceva con gli anni, mentre lentamente si af­facciava l’idea che in fondo è sempre possibile accettare di non saper più come andare avanti. E la vidi abbandonare la casa che avevano cercato, comprato, arredato insieme. La vidi riempire una va­ligia delle pochissime cose che in tutti quegli anni le erano divenute necessarie e buttarsi sui gradini con l’unica preoccupazione di resistere al peso della valigia che l’avrebbe fatta precipitare in fondo alle scale.

Pensavo a tutto questo mentre mi accorsi che la stavo stringendo, com’era già successo, con i seni premuti sul petto, addosso il profumo del suo collo e le sue mani che mi scivolavano sulla schiena.

Cercai ancora di trattenerla, quando sentii che la sua presa si stava allentando. La strinsi ancora, i palmi distesi sulla sua schiena e le labbra che le sfioravano l’orecchio. Finché fece un passo indietro e mi afferrò una mano mentre allargavo le braccia. Avanzò verso il fiume portandomi con sé. Lo fece guardandomi con il sorriso dei suoi momenti di felicità e la seguii verso il sole che illuminava il fiume. Fummo avvolti dalla luce che si rifletteva sulla superficie dell’acqua. Più lontano, lungo la riva, si vedeva il capannone della festa e il brulichio dei preparativi. Piegai il gomito e con uno strattone la attirai contro di me. Raggiunsi le sue labbra con le labbra e le sentii morbide, quando af­fondai nella bocca, a respirarne l’umidità, mentre i muscoli delle gambe s’indurivano a contatto con le sue e una tensione inebriante prendeva consistenza contro il suo ventre.

Fu a quel punto che fece un altro passo indietro. Mi chiese di andare con lei, laggiù, perché non ave­va più tempo per stare qui. Avrei potuto aiutarli, passare la giornata con loro. Mi strattonò. E poi sorrise ancora, si avvicinò lasciandomi un bacio a labbra strette, sciolse la mano e si mise a correre, su quelle gambe fasciate dai jeans.

La guardai finché si confuse tra gli altri. Avrei avuto tempo per incontrarli, per raccontare e riepilo­gare.

Avrei avuto tutto il tempo, pensai tornando verso casa.

Passai il resto del pomeriggio e della sera a spolverare, strigliare, spazzolare. Grattai i pavimenti fino a ritrovare un colore simile a quello che ricordavo. Gettai lenzuola, tende e tappeti. Foderai il materasso con strati di lenzuola che avevo infilato in valigia. Provai a sistemare le cerniere delle porte, restituii il bagno a un aspetto presentabile, m’inginocchiai con le mani sul sifone della cucina, inchiodai i quadri ch’erano caduti dalle pareti. E quando la schiena non ne poté più, quando il buio scese fuori e dentro casa, ricordandomi che avrei dovuto far allacciare la corrente elettrica, mi stesi sul letto e, senza desiderarlo, chiusi gli occhi.

Fu la dolcezza sulle labbra a farmeli riaprire. Era entrata senza farsi sentire. Non aveva dimenticato il segreto del gancio che apriva da fuori la portafinestra della camera. Seduta sul letto, una mano a cercarmi la bocca, nell’altra un cannolo così dolce e friabile e buono. Lo mangiai nel silenzio della notte, dalle sue mani che mi accarezzavano le guance. Nel buio ascoltai le sue parole, la mia bocca impastata nei fiocchi di latte. Fu come se l’oscurità che ci divideva o la meraviglia di quella ricotta che ci riavvicinava le avessero permesso di trovare il filo delle parole che tanti anni prima non ave­va avuto il coraggio di pronunciare. Disse che lasciare con me il paese, vent’anni prima, era stata la più grande emozione della sua vita e che ancora non sapeva spiegare come si fosse attenuata, con il tempo, e come si fosse spenta, un mattino d’inverno. Parlò della sua fuga da casa nostra, di come al­l’improvviso fosse diventata una necessità non più rimandabile. Disse che, tornata quaggiù, non smise di pensare a che cosa ne avevo fatto della mia vita senza di lei. E che sempre, a ogni cambio di stagione, aveva sperato di vedermi di nuovo, sotto quella macchia di alberi che si addossa al fiu­me.

Sollevò il viso e sentii i suoi occhi sul mio. Sembrava che non avesse altro da dire. Sembrava che per quella notte, quelle parole sarebbero potute bastare. Rimasi in silenzio, sulla lingua quel sapore di ricotta, mentre una voce da dentro diceva che ancora le avrei chiesto di spiegare, ancora avrei avuto bisogno di abbracciarla e di scivolare sulla sua pelle. E ancora avrei voluto svegliarmi la mat­tina con i suoi occhi nei miei e restare in silenzio, mentre lei raccontava i desideri, le paure, le emo­zioni che si ravvivano e quelle che si smorzano. Ma continuai a sentire il peso del suo sguardo nel buio e insieme quello del silenzio. Avrei voluto raccontare di come le braccia, la mattina, avevano continuato a cercarla nel letto. Le avrei fatto ascoltare il suono della chiave nella porta di casa quan­do dentro non c’è più nessuno. E le avrei detto delle donne che avevo avuto, di tutte quelle che ave­vo cercato per capire alla fine, prima di decidermi a venire quaggiù, che nessuna, proprio nessuna, mi aveva restituito quel che lei mi aveva sottratto. E invece restai così, con la fame di saperne di più e lo sguardo nella direzione del suo, separati dall’oscurità più nera, riavvicinati dalle sole parole che riuscii a pronunciare: «Questa volta la valigia, la riempiamo di ricotta».

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