Roberto Quagliano

Le Interviste Impossibili: Marcel Proust

Questo articolo è la trascrizione della puntata di “Le Interviste impossibili” dedicata a Marcel Proust. La serie TV è prodotta da Kamel Film in collaborazione con RAI Cultura: sei puntate di 30 minuti l’una.

Roberto Quagliano è autore di testi, sceneggiatura e regia. 
Giulia De Florio, Giovanna Buonanno, Annamaria Contini del dipartimento di lingue e letterature straniere dell’Università di Modena e Reggio Emilia hanno curato la supervisione scientifica dei testi.
Il progetto riprende l’esperienza fatta da Radio RAI con le interviste ai grandi scrittori e personaggi del passato.
Questa versione televisiva di quella esperienza si dedica a sei scrittori che la serie radiofonica non trattò:
Emily Brontë (1818-48), Lev Tolstoj (1828- 1910), Arthur Conan Doyle (1859-1930), Marcel Proust (1871-1922), Jack London (1876-1916), Ernest Hemingway (1899-1961).

 

L’intervista agli scrittori sopra menzionati è ricostruita come fosse una intervista televisiva spiata da una telecamera nascosta.

Il taglio ricalca in parte quanto già fatto con le interviste impossibili di Radio RAI scritte dai grandi scrittori italiani attivi all’epoca della realizzazione della serie radiofonica negli anni ’70 del novecento. E quindi Eco, Calvino, Ceronetti, Manganelli, Arbasino e i numerosi altri che hanno contribuito a rendere così famosa quella serie. La nostra versione in larga parte si è basata sui nuovi spunti critici, sia sull’opera che sulla vita degli stessi autori, apparsi negli articoli della ‘New York Review of Books’ di cui noi, come Kamel Film, pubblichiamo questa versione ridotta in italiano. Nell’immaginario dialogo fra l’intervistatore e lo scrittore si ripercorrono sia le esperienze di vita, spesso movimentate e avventurose, sia la poetica. Poetica considerata di per sé stessa e in relazione agli avvenimenti storici contemporanei alla vita dello scrittore. Quindi i movimenti artistici a cui essi si sono contrapposti o a cui hanno aderito e in generale l’esperienza come artisti in relazione al clima culturale che hanno condiviso durante la loro vita.
Una parte delle interviste è dedicata alla ipotetica interpretazione delle tematiche del presente viste attraverso gli occhi di questi grandi del passato. Molte tematiche del presente furono parte del bagaglio intellettuale di tutti loro e già allora da essi furono posti temi ‘moderni’, a noi contemporanei, con un approccio di sfida nei confronti della cultura egemone nella società in cui vissero.

MP: in che senso la mia vita?

Int.: la sua vita, per sommi capi… le cose per lei più rilevanti

MP: la mia vita potrebbe essere riassunta in non più di cento pagine. Andavo a scuola, avevo una cotta per molti dei miei compagni di classe, ero totalmente devoto a mia madre, non viaggiavo molto, solo un viaggio ogni anno verso il mare… in realtà sono andato anche a Venezia, in Belgio, in Olanda. Amavo viaggiare per la Francia. La passione per la letteratura si radicò traducendo le opere di Ruskin. Tra l’altro non conoscevo neanche bene l’inglese… Mi appassionai alla causa di Dreyfus ingiustamente accusato… ma in sostanza scrivevo e facevo la bella vita, vissi con i miei genitori fino alla loro morte poi rimasi nell’ appartamento come se i loro fantasmi vivessero con me. Quando mi trasferii altrove a Parigi, continuai allo stesso modo come fossi ancora con loro… finché non divenni un fantasma io stesso… probabilmente

Int.: possiamo ripartire dagli inizi, da come è arrivato pian piano alla scrittura?

MP: piano piano?

Int.: beh sì, mi pare che cominciò a scrivere per gradi… per poi arrivare alla sua cattedrale, la Recherche

MP: cominciai con una certa lena a compiere i cosiddetti “pellegrinaggi ruskiniani” nel nord della Francia, ad Amiens, e soprattutto a Venezia 

 Int.: Ruskiniani?

JP: mi ero appassionato, come amante dell’arte in genere, delle arti tutte, alle tesi del critico John Ruskin e compii questi “pellegrinaggi” nel nord della Francia, ad Amiens, e a Venezia in compagnia di mia madre. Ruskin in una sua opera aveva trattato l’architettura veneziana del periodo bizantino, gotico e rinascimentale e partendo da quella aveva scritto una storia più in generale della città stessa. L’opera si chiamava ‘Le pietre di Venezia’: che titolo! Poi nella ‘Bibbia di Amiens’ si era occupato della cattedrale di quella città. Le sue teorie mi avevano affascinato e decisi di tradurle dopo aver visitato i luoghi da lui descritti. Ritenevo Ruskin un grande maestro. Ma non sapevo bene l’inglese, così mi aiutò mia madre nella traduzione. Scrissi però una lunga prefazione: per 120 pagine di testo una prefazione di 60 pagine! Accidenti, direbbe qualcuno. Ruskin aveva esposto i suoi punti di vista su come si dovrebbe organizzare una società in modo nuovo e questo mi aveva affascinato. Lo trovai nuovo e sorprendente.

Int.: potrebbe riassumere per noi questo nuovo punto di vista?

MP: rifletteva sul fatto che la società contemporanea esige che un uomo si dedichi solo a pensare mentre un altro sia sempre dedito al lavoro manuale, e in questo modo si creano da una parte quello che chiamiamo il gentiluomo e dall’altra il lavoratore. Ma in questo sosteneva che ci fosse qualcosa di sbagliato… in quanto anche l’operaio dovrebbe pensare e il pensatore conoscere il lavoro manuale… in modo che entrambi possano essere signori, nel senso migliore del termine. Se no divengono entrambi indolenti, uno invidioso e l’altro sprezzante verso suo fratello. Col risultato che la società è composta da pensatori morbosi e lavoratori miserabili. Lavoro e pensiero non possono essere separati senza gravi conseguenze. Un concetto piuttosto semplice e condivisibile.

Int.: metà e fine ‘800 furono periodi di grandi sommovimenti ideali. Direi che le sue idee si inserissero bene nel clima culturale che vide operare contemporaneamente Nietzsche, Marx, Freud e tanti innovatori del pensiero… si interessò anche alla psicologia

MP: lessi il libro sul sonno e i sogni di Alfred Maury… la vita psichica è più complessa di come tendiamo a rappresentarcela… il nostro io è molteplice, siamo persone diverse a seconda del contesto e del periodo in cui ci troviamo

Int.: lei contribuì al successo improvviso di Ruskinin Francia.

MP: quando lessi il suo libro su Venezia abbandonai la scrittura di Jean Santeuil che non mi soddisfaceva per nulla. Mi stavo dedicando alla scrittura di articoli di carattere mondano per Le Figaro. Quella vita mi aveva assorbito fino ad allora e lo fece saltuariamente anche dopo. Fu una lunga stagione per mettere a fuoco le mie idee sul lavoro dello scrittore, sullo scopo della letteratura e su come questa potesse aiutare a conoscere noi stessi. L’insoddisfazione per Jean Santeuil causava ansia riguardo al fatto se potessi essere considerato un vero scrittore io stesso.

Int.: come arrivò a una visione differente rispetto a quella di Ruskin?

MP: di lì a poco misi da parte il critico inglese… Cominciò ad apparirmi come una sorta di predicatore dotato di scarso rigore scientifico. La sua lettura però rimase un incontro importante, il suo uso della digressione per esempio mi affascinò molto e poi mi ero accorto di una cosa che di sicuro fu importante per il mio lavoro successivo

Int.: a cosa si riferisce?

MP: notai che nel suo libro, Ruskin, non si era preoccupato di scrivere per dei potenziali lettori, ma in realtà non aveva fatto altro che pubblicare i ricordi che aveva delle tante chiese di Venezia e della cattedrale di Amiens e aveva aperto il suo cuore a quei ricordi… abbondonandovisi… come se vi cadesse dentro rimbalzando da uno all’altro e riportandoli sulla pagina senza una consequenzialità stringente… questa, che potremmo definire una vera e propria tecnica, fu importante per me

Int.: non riesco a cogliere a pieno il senso di ciò che mi ha appena detto. Vorrei capire meglio questo approccio di cui parla

MP: parlo del suo particolare modo di procedere nel conoscere la realtà, appoggiandosi al primo appiglio che gli si presenta disponibile senza dar retta ai protocolli, le deontologie, i comandamenti delle professioni, le virtù teologali. C’è altro?… I luoghi in sostanza dove si nascondono i pigri, i paurosi e i limitati. Come scendere di sporgenza in sporgenza lungo le pareti di un crepaccio lasciandosi cadere come acqua piovana… raggiungendo il fondo seguendo le strade più brevi consentite dalle contorsioni della roccia… Così… a peso morto.

Int..: una sorta di premessa alla scoperta del doppio registro della memoria: la memoria volontaria e la memoria involontaria

MP: sì beh, così va parecchio avanti nella mia esperienza

Int.: certo. Magari proseguiamo per gradi

MP: esattamente quello che non mi piace fare

Int.: ci rivolgiamo a un pubblico di non esperti… credo sia meglio fare i gradini uno alla volta… per farci seguire

MP: avevo già scritto alcune cose fin dall’età di vent’anni, come sa bene… la frequentazione dei salotti non solo parigini mi offriva una quantità insospettabile di personaggi cui non potei sottrarmi, ma non sapevo ancora perché non riuscissi a sottrarmi a loro, mi si imponevano così perentoriamente che non potei fare altro che descriverli sulla pagina…

Int.: ma quelle prime opere non la soddisfacevano

MP: in realtà, quando scrissi la prefazione alle ‘Pietre di Venezia’ di Ruskin, arrivai alla convinzione che quando si lavora per piacere agli altri… e probabilmente quello era ciò che stavo facendo allora… quando si scrive per piacere agli altri è molto facile non raggiungere lo scopo che ci si propone. Maturai pian piano la convinzione, sempre più radicata, che le cose che si compiono per far piacere a noi stessi sono le sole che hanno probabilità di interessare qualcun’ altro. Tra l’altro ero convinto, seguendo Ruskin, che non esistesse modo migliore, per giungere ad avere coscienza di ciò che sentiamo noi stessi, se non cercando di ricreare in noi quello che aveva sentito un maestro del passato. Qualcosa di esterno a noi stessi quindi. In questo sforzo noi avremmo portato alla luce, con il suo, il nostro stesso pensiero… ma pian piano cominciai ad allontanarmi da questa teoria. Ad un tratto mi appariva come una sorta di “idolatria estetica” e ciò non mi convinceva più. L’opera d’arte deve essere amata per sé stessa e non perché è citata da uno scrittore o fa riferimento ad un grande del passato. Nella Recherche sono Swann e Charlus che esprimono queste mie posizioni sul critico inglese.

Int.: possiamo tenere la Recherche un momento in disparte, anche se a lei non piace procedere per gradi? Nella sua biografia un elemento non può essere tralasciato: la sua infanzia e le vacanze presso la zia Léonie. La casa di lei, così come la chiesa del villaggio, per esempio, hanno dato un’impronta magica e simbolica alla sua opera

MP: nella Recherche le località in cui mi portavano da bambino sono sovrapposte, la casa della zia Léonie a Illiers-Combray è quella degli zii paterni, ma molte situazioni, come la scena del mancato bacio di mia madre, mi accaddero a sette anni ad Auteil, la casa degli zii materni dove la mia famiglia si era trasferita per timore dei moti insurrezionali legati alla Comune di Parigi

Int.: è lì che accadde l’episodio del mancato bacio che poi riportò nella Recherche?

MP: esattamente. Ero nella mia camera che cercavo di dormire… in realtà ero in attesa della venuta di mia madre per darmi il consueto bacio della buonanotte… ma lei quella sera non venne perché stava intrattenendo ospiti in salotto…  ebbi una violenta crisi affettiva… si era dimenticata di me… questo mi fece riflettere su cose non appropriate forse per un bambino

Int.: questo episodio, come altri ricordi di ciò che accadeva in quelle vacanze nei due luoghi della sua infanzia, è alla base della sua opera

MP: tutti gli anni la nostra famiglia prendeva il treno il Venerdì Santo per passare le vacanze di Pasqua a casa degli zii paterni a Illiers-Combray. Una parte importante del soggiorno erano le passeggiate nelle campagne vicino a quella casa. C’erano due possibilità: una passeggiata breve in direzione di Méréglise, che poi divenne, nella Recherche, Meseglise, e una più lunga che conduceva a una dimora nobiliare nella cittadina di Saint Eman. La dimora divenne quella dei Guermantes del romanzo. Ma nell’infanzia non avevo particolari inclinazioni per la scrittura… solo più tardi, al liceo, scoprii una mia vocazione letteraria quando vinsi più volte il primo premio assegnato alla migliore composizione negli esami di preparazione alla laurea… furono questi premi che mi introdussero in fondo nei salotti culturali parigini

Int.: fu anche un periodo pieno di amori per varie ragazze e… donne anche più grandi di lei

MP: mi innamorai intensamente di alcune, tanto che i miei si preoccuparono per la mia emotività eccessiva legata a quelle vicende… ma lei intende una donna più matura che conobbi pochi anni dopo in un noto salotto parigino… fui colpito dal suo “allure” fino a seguirla nelle sue passeggiate mattutine, persi quasi la testa fino a meritarmi una risposta brusca che pose fine al mio corteggiamento… la contessa Laure de Chevigné che divenne l’ispiratrice della duchessa di Guermantes della Recherche… Mi colpiva soprattutto per l’aspetto “ornitologico” delle sue fattezze. 

Int.: lei è arrivato a scrivere: “Non fu una donna dal profilo d’uccello, ciò che vidi, ma un vero e proprio uccello” descrivendo le sue impressioni la prima volta che la incontrò nella chiesetta di Combray. L’ha immortalata nel suo profilo d’uccello e poi via via dissacrata man mano che procedeva nella Recherche

MP: si compiacque molto quando si vide ritratta nel primo volume come Duchessa di Guermantes dagli occhi azzurri e dal cappello ornato di fiordalisi… poi, quando nel secondo volume sfoggia tutta la sua vanità e la sua cattiveria… questo le parve proprio un affronto personale. Un giorno dissi a Cocteau “Quando avevo vent’anni si è rifiutata d’amarmi, ora che ne ho fatto la Duchessa di Guermantes si rifiuta di leggermi”. 

Int.: e Cocteau?

MP: beh lui era un tipino, mi disse che Fabre aveva scritto un libro sugli insetti, ma non aveva chiesto agli insetti di leggerlo! Ci facemmo una risata

Int.: lei scrisse anche: “Essa rassomiglia un poco alla gallina coriacea che un giorno scambiai per un uccello del paradiso! Facendone un vecchio avvoltoio impedisco che la prendano per una vecchia gazza”. Piuttosto acida questa… non trova?

MP: sì, lo trovo… sa che era discendente del Marchese de Sade e della Laura amata dal Petrarca? Nomi che evocano amori separati dai secoli… e dai toni decisamente divergenti

Int.: bene… (guarda il suo blocco) Come avvenne comunque che riuscisse così gradito nei salotti letterari?

MP: a diciott’anni vinsi il primo premio d’onore per la dissertazione della laurea e fui così introdotto nel salotto di Madame de Caillavet frequentato da Anatole France, che io ammiravo molto. Fu lui ad agevolare la pubblicazione del mio primo lavoro Les Plaisirs et les Jours  e a scriverne la prefazione che comparve su Le Figaro . Era il periodo dei salotti culturali… durava da decenni in realtà. Amori e pensiero in un intreccio mefistofelico, scoprii più tardi. Notai di avere un’innata propensione per la vita mondana, e la capacità di affascinare col mio eloquio la buona società parigina… magari un po’ frivola, ma che mi rapì e assorbì totalmente

Int.: continuò a frequentare quel salotto fino ad innamorarsi della fidanzata del figlio della padrona di casa (in tono di rimprovero)

MP: e quindi? … in realtà l’aristocrazia mi attraeva… vedevo all’opera quella legge del desiderio triangolare che fu importante nella mia esperienza di uomo e di scrittore: il desiderio di ciò che è desiderato da qualcun altro che ammiriamo. Il borghese spesso imita l’aristocratico nel suo modo di vestire, di parlare perché vorrebbe essere come lui… il problema è che questo crea un’enormità di insoddisfatti… se imiti chi può permettersi più di te ne rimarrai sempre indietro… e per chiunque, aristocratico o meno che sia, c’è sempre qualcun altro che ha più di lui. Solo pochissimi alla fine si salvano da questo perverso meccanismo imitativo.

Int.: possiamo tornare alle sue vacanze dell’infanzia che hanno avuto un ruolo così importante nello sviluppo della sua poetica? Ci può ricordare qualche episodio?

MP: un ricordo mi è particolarmente caro… dormivo in una camera adiacente a quella di mia nonna… alla fine di una notte in cui non ero quasi riuscito a prendere sonno per via di un’ansia per qualcosa di indefinito, forse semplicemente per il timore del buio… ciò di cui avevo più bisogno sarebbe stato sentire la nonna che batteva tre volte sul suo lato del muro divisorio… per farmi capire che non ero solo e che qualcuno sarebbe sempre venuto a prendersi cura di me, che quel calvario di paure sarebbe finito… Quando lei poco dopo finalmente bussava, il significato era preciso e molto rassicurante: “Non agitarti, ti ho sentito, sarò lì in un minuto. So che stai facendo frusciare a posta le lenzuola e metti in atto tutti i tuoi trucchetti”.

Int.:: molto tenero

MP: cosa può esserci di più intimo, più prezioso e meno solitario di una tale intimità tra due esseri? Lei sapeva che io sapevo che lei sapeva che ero riluttante a svegliarla… ma che la cosa di cui più avevo bisogno era di ascoltare quei tre colpetti sul muro che mi auguravano il buongiorno. Cosa c’era di peggio che svegliarsi in un posto strano e sapere che quei tre tocchi non sarebbero arrivati ad alleviare il profondo silenzio di quella stanza… e che un giorno non ci sarebbero più stati? …

Int.: pensava questo?

MP: certo… Capitava di pensare che la persona la cui mano ora attraversava il muro per scacciare le tue paure… non si sarebbe mai più trovata dietro questo o qualsiasi altro muro divisorio… perché magari il muro tra di noi, era improvvisamente diventato il più crudele di tutti i muri… la morte… come vede ero già pronto ad accettare, e fin dalla tenera età, che la felicità è l’unica cosa nella nostra vita che gli altri non possono dare definitivamente

Int.: ma lei ha avuto giorni felici e i più felici non sono stati quelli dell’infanzia

MP: a ventiquattro anni, nella tarda estate del ‘95, trascorsi una vacanza idilliaca nella piccola città di mare di Beg-Meil, sulla punta estrema della Bretagna. Ero con Reynaldo Hahn, un uomo che adoravo.

Stavo per pubblicare una raccolta di racconti e trascorrevo giornate intere a leggere Balzac, Madame de Sévigné e Carlyle. Probabilmente per la felicità di quei momenti iniziai anche un romanzo, cosa che mi pareva preclusa. La costruzione dell’intreccio mi atterriva. Intitolai quel romanzo ‘Jean Santeuil’ ed era il romanzo di cui parlavo prima, che non mi soddisfò per nulla. Ma rappresentò comunque la struttura per quello che sarebbe diventato poi il mio unico vero romanzo. In quell’estate tutto si era riunito: amore, scrittura, amicizia… ma poi tutto andò perso… non so perché la gioia di quei pochi mesi sembrò svanire così rapidamente. Dove avevo sbagliato? E perché, con tante cose in mio favore… in fondo avevo un certo talento e di sicuro la ricchezza, un bell’aspetto, fascino… e modi graditi in società… perché la felicità sembrava sfuggirmi?

Int.: la sua felicità a Beg-Meil quindi durò poco. Ne comprese la ragione?

MP: la ragione… non so perché.

(lettura dell’episodio della madeleine dalla Recherche)

Int.: ci ha detto che ‘Jean Santeuil’ non la soddisfaceva, ma è proprio lì per la prima volta all’opera la memoria involontaria così fondamentale nella sua opera

MP: sì, introdussi la memoria spontanea, contrapposta alla memoria volontaria o memoria dell’intelligenza, che prefigurava l’episodio appena citato della madeleine nella Recherche. Contemplavo le onde del lago di Lemano e questo resuscitò il ricordo delle onde del mare, che avevo visto in quel soggiorno di Beg-Meil… procurandomi un’immensa felicità come sua conseguenza. Dall’urto tra presente e passato scaturiva qualcosa che non era né presente né passato, una sorta di presente conservato senza che ne venga modificata la sostanza, qualcosa che comune al presente e al passato è però più essenziale di entrambi. Si trattava di un po’ di tempo allo stato puro, una rivelazione dell’essenza delle cose. Da Ruskin imparai in seguito che il poeta è una sorta di scriba, che registra, secondo quanto gli detta la natura, una parte del segreto della natura stessa. Il primo dovere dell’artista consiste nel non aggiungere nulla di proprio a questo messaggio divino

Int.: mi viene in mente Kundera che parla del romanzo come «arte nata come eco della risata di Dio». Adorno ha detto che in lei il commento, il saggio quindi, si intreccia alla vicenda in modo tale che la separazione fra l’uno e l’altra svanisce

MP: con questo metodo, che alla fine trovai soddisfacente, mi riallacciavo in fondo alla tradizione più antica del romanzo, quella, per tornare a Kundera che lei ha citato, del romanzo-saggio che rappresentò gli esordi del romanzo europeo… col ‘Don Chisciotte’ di Cervantes e ‘Tristram Shandy’ di Sterne… Kundera dice qualcosa che condivido: l’opera di ogni romanziere contiene implicitamente una visione della storia del romanzo, un’idea di cos’è il romanzo; ed è proprio quest’idea che, anch’io come lui forse, ho cercato di far parlare. Il mio modo di comporre procedeva per frammenti, nasceva un’idea, da un ricordo o da qualsiasi altra fonte inesplicabile e io la annotavo disordinatamente nei miei cahiers, poi la riprendevo più avanti e la riscrivevo sei o sette volte. Ciò che intuii fin dall’inizio della Recherche era che i personaggi che avremmo trovato giovani all’inizio, avremmo ritrovato vecchi alla fine del romanzo. Fu inevitabile abbandonare quindi la struttura lineare del Jean Santeuil, avevo troppi spunti su cui lavorare, troppe coordinate da far coincidere… e procedetti quindi secondo una logica a ragnatela che solo alla fine avrebbe trovato una sua ragion d’essere… e un suo ordine

Int.: un po’ come avviene con le pietruzze del caleidoscopio che dopo averle agitate ben bene si compongono in un insieme circolare e significativamente ordinato perché esteticamente ragionevole…

MP: direi che potrebbe andare anche se non ho ben capito cosa lei intenda… facciamo conto di sì

Int.: Murray Gell-Mann, premio Nobel per la fisica, colui che ha inventato la parola Quark, ha detto che la ricerca nella fisica si sviluppa seguendo anch’essa una sorta di struttura a ragnatela, anziché a piramide come succedeva fino a pochi decenni fa…

MP: interessante (scettico e ironico)

Int.: sa da dove ha tratto il nome diventato poi così famoso?

MP: può riguardarmi in qualche modo?

Int.: certo! Ha a che fare con la letteratura! Trasse il nome Quark da un verso di Finnegans Wake di James Joyce che stava leggendo all’epoca della sua scoperta… curioso no?

MP: un intreccio così casuale fra scienza e letteratura è certamente bizzarro… esiste forse un algoritmo che rende adattative tutte le esperienze umane e tutte in un’unica direzione? Qualcuno ha detto che l’amore è una sorta di algoritmo che Dio ha donato agli uomini senza che loro ne possano svelare il meccanismo. Sarà quello? (e ride contento)

Int.: anch’io ora non riesco a seguirla

MP: siamo pari allora. Ma in fondo l’interesse dell’esistenza risiede quasi tutto nelle giornate in cui la polvere della realtà è mista a sabbia magica, in cui un banale accadimento diventa una molla romanzesca… ma non dimentichi che il tempo perduto del titolo della Recherche significa pure tempo passato e tempo sprecato… e quindi non tutto è così automatico come può sembrare quando se ne parla…

Int.: ma al fondo del suo romanzo c’è il tempo ritrovato

MP: il tempo ritrovato è il tempo riconquistato, resuscitato, conosciuto nella sua verità. Io non sono il poeta della memoria come sono sempre stato presentato, la mia opera non è rivolta al passato e alle scoperte della memoria… il poeta della madeleine e dei ricordi infantili… la mia opera, come ha suggerito qualcuno, è anche rivolta al futuro e ai progressi nell’apprendimento dei segni… e mi fa piacere che qualcuno l’abbia notato

Int.: Deleuze?

MP: ma lui è andato oltre… perché la mia Ricerca in effetti è ‘anche’ rivolta al passato. L’artista deve saper leggere nel libro interiore di segni sconosciuti che porta in sé… e quel libro, più difficile di ogni altro da decifrare, è anche il solo che la realtà ci abbia dettato, il solo che sia stato impresso in lui dalla realtà medesima. Alla gioia della realtà ritrovata non si perviene solo attraverso le reminiscenze involontarie come la madeleine, ma anche approfondendo quelle figure, quelle immagini che corrispondono ad altrettante verità e che compongono una cabala complicata e fiorita

Int.: come l’immagine del caleidoscopio. Ma per sostanziare un’opera occorrono anche le verità dell’intelligenza

MP: all’artista si chiede l’istinto, certo, quello che qualcuno chiama il genio… e la capacità di sondare l’inconscio… ma l’intelligenza è necessaria per illuminare ciò che si è sentito. Un’intelligenza che collabora con le facoltà irrazionali e che serve a ritrovare il reale

Int.: una intermittenza fra cuore e mente, fra ragione e istinto

MP: la vera vita, la vita finalmente riscoperta e illuminata, la sola vita, dunque, pienamente vissuta è la letteratura… Vita che abita in ogni istante in tutti gli uomini, non meno che nell’artista. Poiché nell’arte non abbiamo a che fare con un gioco meramente piacevole o utile, ma con un dispiegarsi della verità

Int.: mi viene in mente cosa ha scritto un amico a proposito della realtà e quindi in qualche modo della verità

MP: cosa ha scritto il suo amico, mi dica

Int.: una lingua evoca in ogni sfumatura l’inevitabilità del suo rapporto col paesaggio che l’ha generata e si offre al confronto con l’immagine in modo conseguente, sintonico, come se dalla lingua l’immagine scaturisse. E’ dalla parola che nasce la realtà e quindi la verità.

MP: e la sincerità? Quando una lingua è sincera?

Int.: sì?

MP: quando riesce a pulire fino in fondo le incrostazioni che si sono depositate sulla parola, sulle parole, quando riesce a restituire loro l’originario senso non contaminato dal luogo comune. Quando fa dei luoghi comuni un falò e lo dedica a chi il mondo ha creato… chiunque esso sia…

Int.: devo rifletterci un po’, non colgo subito il senso di ciò che mi ha detto…

MP: bene

Int.: per concludere… le propongo la domanda che le fece il giornale L’Intransigeant: … se fosse costretto a scegliere un mestiere manuale quale sceglierebbe?

MP. Se dovesse venire a mancare la carta credo che mi metterei a fare il panettiere: è lodevole dare agli uomini il loro pane quotidiano… Nel frattempo confeziono come meglio posso quel pane degli angeli di cui parlava Racine…

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