Nathaniel Rich

L’incubo dei Tre di West Memphis

da ''The New York Review of Books''

Paradise Lost: The Child Murders at Robin Hood Hills (1996), Paradise Lost 2: Revelations (2000), Paradise Lost 3: Purgatory (2011), tre film diretti da Joe Berlinger e Bruce Sinofsky, HBO, tre DVD, $26.95–$29.95 l’uno; cofanetto $49.95

DAMIEN ECHOLS,Il buio dietro di me, Einaudi, Torino 2013, trad.it. di S. Massaron, pp. 476, € 19,00

ATTUALITÀ: Lo scrittore Nathaniel Rich ricostruisce l’incredibile caso dei “Tre di West Memphis”, tre ragazzini di West Memphis, Arkansas, che nel 1993 vennero ingiustamente accusati del brutale omicidio di tre bambini e della loro battaglia per ottenere giustizia.

Nel maggio del 1993, Jason Baldwin era un magro teenager dai capelli rossi, le cui principali attività erano ascoltare i Metallica e pescare dietro la roulotte dove viveva con sua madre. Il suo gatto, Charlie, stava seduto di fianco a lui; quando prendeva un pesce, lo dava a Charlie. Baldwin aveva sedici anni quell’anno, ma non ne dimostrava più di dodici. In un’intervista filmata all’epoca, appare timido e silenzioso, con un goffo sorriso insicuro, che rivela dei denti storti. Una larga divisa carceraria arancione ricade come una camicetta sulla sua corporatura scheletrica. Sul tavolo di fronte a lui ci sono una barra di Snickers mezza mangiata e una bottiglia di plastica di Mello Yello. Si rivolge alla camera.

«Io non ho ucciso quei tre ragazzini», dice il ragazzino.

Questa intervista appare all’inizio di Paradise Lost: The Child Murders at Robin Hood Hills, il primo di tre film documentari prodotti dalla HBO sulla saga dei tre di West Memphis – un incubo durato venti anni, che è stato il soggetto di un quarto film documentario, West of Memphis; di mezza dozzina di libri; e di decine di migliaia di articoli su riviste, quotidiani, e di servizi televisivi. Se guardati di seguito, i film della serie Paradise Lost producono un effetto simile a quello che produceva il film Up di Michael Apted, in cui il regista mostrava lo stesso gruppo di amici di Britons, in Inghilterra, ogni sette anni. In entrambe le serie, vediamo invecchiare i protagonisti, li vediamo perdere la loro ingenuità giovanile, e passare attraverso i differenti livelli di cinismo e di dolore, prima di accettare finalmente il loro destino.

Mentre i film di Apted sono notevoli per il modo in cui rendono visibile il passaggio del tempo, invece, i film di Paradise Lost, registrano una stasi imposta artificialmente. Le vite di Baldwin e dei suoi due amici, Damien Echols e Jessie Misskelley Jr., sono congelate nel momento in cui furono arrestati per l’omicidio di tre ragazzini di otto anni a West Memphis, Arkansas. Quando alla fine furono dichiarati liberi nel 2011 era come se fossero di nuovo dei ragazzini; il mondo era completamente nuovo per loro.

In una delle scene finali di West of Memphis, Baldwin, che è divenuto alto e scarno, è ripreso nel pomeriggio del suo rilascio in una stanza d’hotel di Memphis. È immobile e meravigliato di fronte a un’insalata che gli ha portato il servizio in camera. «C’è del formaggio qui», dice sconcertato; non ha mai visto un’insalata con del formaggio dentro. Si agita tenendo in mano un trolley nuovo; non ne ha ne ha mai posseduto uno prima. Sua madre compare sulla porta; «Mamma!» grida, e lui è di nuovo il piccolo ragazzo con il Mello Yello e la barretta di Snickers mezza mangiata.

Quel ragazzino, a dispetto del suo ovvio terrore, è stato in grado di entrare in sintonia con i suoi accusatori. «Posso capire come possano aver pensato che io faccia parte di una setta», disse in quell’intervista del 1993, «perché indosso una maglietta dei Metallica». La convinzione che gli omicidi potessero essere stati commessi dai membri di una setta, fu il fondamento su cui l’accusa costruì il caso. Fu, a quell’epoca, la spiegazione più convincente, per i dettagli straordinariamente grotteschi della scena del crimine, in cui i corpi dei tre ragazzini, Steven Branch, Michael Moore e Christopher Byers furono trovati nudi, legati, mutilati e immersi in un canale poco profondo1.

Il canale attraversa le colline Robin Hood, una macchia di foresta di quattro acri che si distende tra l’interstatale 55 e Holiday Garden, il quartiere operaio in cui le vittime vivevano. Ognuno dei quattro film documentari comincia con la stessa macabra immagine della scena del crimine: i corpi, come bianchi e rigidi manichini di bambini, sollevati delicatamente dagli investigatori dall’acqua e appoggiati su una banchina fangosa. I tre ragazzini erano stati visti per l’ultima volta prima del tramonto la notte precedente, il 5 maggio, mentre andavano in bicicletta vicino all’ingresso delle colline di Robin Hood. Alle otto di sera, John Mark Byers, patrigno di Christopher, chiamò la polizia per riferire della scomparsa di suo figlio. Il pomeriggio seguente, fu individuata la scarpa da tennis di un ragazzino che galleggiava nel canale. Un poliziotto entrò nell’acqua fangosa per raccoglierla e la sua scarpa si incuneò sotto quello che lui pensava fosse un tronco d’albero. Quando inciampò indietro, il suo piede rimosse un cadavere che galleggiava sulla superficie.

Il fatto che le vittime fossero state spogliate nude, con le caviglie legate ai polsi dietro la loro schiena, implicava uno sfondo sessuale al crimine. Quest’interpretazione sembrò essere confermata dal dettaglio più orribile di tutti: lo scroto di Christopher e la pelle del suo pene, erano stati rimossi.

Quale genere di maniaco potrebbe commettere un atto così diabolico? Subito, il 6 maggio, cominciarono a circolare chiacchiere in West Memphis, che il colpevole fosse, in effetti, il diavolo stesso, che operava attraverso una banda di suoi adoratori. In uno dei primi commenti pubblici sul caso, il capo ispettore Gary W. Gitchell, del Dipartimento di Polizia di West Memphis, suggerì che gli assassinii fossero stati causati dalla «attività di una setta». Il dipartimento assegnò all’investigazione un numero del caso che finì con l’essere il “666” – una nota coincidenza, dichiarò Gitchell, benché successivamente i rapporti suggerirono che non fosse stato così.

Dato che passarono alcune settimane, e nessun sospetto fu preso, i pettegolezzi sul coinvolgimento Satanico assunsero un’urgenza maggiore. Queste chiacchiere furono ritenute essere vere dai genitori delle vittime, particolarmente da John Mark Byers, una figura buffonesca, zotica e in definitiva patetica, che gioca un ruolo di primo piano nei film Paradise Lost, spesso indirizzando alla camera la sua istrionica cadenza di predicatore battista. Nel primo film percorre la scena del crimine mentre sbava sui «servizi degli adoratori di Satana» e su «selvagge orge omosessuali»; nel secondo film da ai tre di West Memphis una sepoltura simbolica, dopo di che da fuoco alle loro tombe. Todd Moore, il padre di Michael, esprime lo stesso sentimento, sia pure in un modo meno istrionico. «Io sono per bruciarli sul rogo, proprio come fecero a Salem», dice, forse non a conoscenza del fatto che le donne giustiziate a Salem, non fu mai dimostrato che fossero streghe.

Gli investigatori chiesero a Jerry Driver, un giovane funzionario locale che si autodescrive “guru” dell’occulto, di compilare una lista di ragazzini del luogo coinvolti in attività collegate alle sette. In cima alla lista di Drivers c’era Damien Echols, un ragazzo di diciotto anni emarginato dalla scuola che era stato ricoverato per depressione. La polizia interrogò i ragazzi che erano conosciuti come amici di Echols. Uno di questi, un giovane chiamato Jessie Misskelley Jr., confessò il crimine, nominando Echols come capo e Baldwin come complice. Gli investigatori ne furono sollevati.  Quando la madre di Jason Baldwin protestò che lui era innocente, un ufficiale le disse: «Abbiamo trovato una storia che è molto, molto credibile. È così vicino alla perfezione che noi gli crediamo». Il credo trionfa sempre sulla logica nel proseguimento del caso.

La confessione di Misskelley gli assicurò la detenzione. Ma non poteva essere usata contro Echols e Baldwin, che erano coimputate in un secondo processo, perché Misskelley ritrattò e si rifiutò di testimoniare contro i suoi amici. Così sembrava, nella primavera del 1994, che il caso contro Echols e Baldwins vacillasse su tre gambe: testimonianze di diversi ragazzini che dichiaravano di aver sentito Echols e Baldwin vantarsi dei crimini; un coltello seghettato, la presunta arma del delitto, che fu scoperta nel lago dietro la roulotte di Bawldin; e le insinuazioni circa i culti satanici, basati sulla testimonianza dell’“esperto di culti” Dale Griffis, che aveva ottenuto la sua laurea da una non riconosciuta  università a distanza. Nella sua requisitoria conclusiva, il procuratore distrettuale John Fogleman indicò Echols e disse: «Non c’è un’anima lì dentro». Quell’argomentazione trionfò. Baldwin ricevette una condanna all’ergastolo, ed Echols fu condannato a morte per iniezione letale. «La comunità si sentì sollevata», dice Pam Hobbs, la madre di Steven Branch, in West of Memphis. «Qualcuno era dietro le sbarre e… e loro non dovevano più avere paura».

Come risultò, il presidente della giuria nel processo Echols e Baldwin, seppe della confessione di Misskelley dai rapporti della stampa, e spinse fortemente durante la requisitoria per un arresto basato su quella confessione – un atto palese di giustizia mal condotta. Ma questo non fu scoperto fino a più di quindici anni dopo. Se la teoria della setta Satanica fornì una motivazione dove non c’erano, la confessione servì da prova schiacciante.

A quel tempo, la nozione che la confessione di Misskelley, o qualsiasi confessione, potesse essere falsa era a malapena concepita. Durante il processo di Misskelley, il suo avvocato – il simpatico, simile a un orso Dan Stidham – favorì diverse argomentazioni in sua difesa. Il quoziente intellettivo di Misskelley oscillava tra il 4 percento più basso del gruppo della sua età; egli fu intimidito, ingannato e costretto a rendere una confessione; quando la diede era detenuto da più di undici ore, ed era  esausto e confuso. Stidham disse alla giuria che gli interroganti avevano fornito dettagli a Misskelley circa la scena del crimine, e quando Misskelley fece delle dichiarazioni che divergevano da quello che loro sapevano essere i fatti­ – che il crimine era stato commesso nella mattinata e non nel tardo pomeriggio, per esempio – lo incalzarono finché non cambiò la sua storia. Come Stidham puntualizzò, Misskelley «non disse alla polizia niente che loro non sapessero già». Nella registrazione audio della sua confessione, sentita durante il processo, si possono sentire chiaramente i detective suggerire a Misskelly, le loro domande contenevano già le risposte che cercavano: «Qualcuno ha usato un bastone, e ha colpito i ragazzi con quello?» «Hai visto qualcuno con un coltello, chi aveva un coltello?» «Un altro ragazzo è stato colpito con il coltello, ho capito bene?»

Ma Stidham, come la maggior parte degli avvocati della difesa a quel tempo, non aveva idea di quanto fossero comuni le false confessioni. In definitiva non poteva fare altro che chiedere debolmente al Capo Ispettore Gary Gitchell, durante il contraddittorio: «Le è mai capitato di pensare che quello che lui stava dicendo fosse falso?». Anche l’avvocato di Baldwin, frivolo, con la coda di cavallo, Paul Ford, sembrava convinto della confessione di Misskelley. Nella sua conclusionale, Ford argomentò che Baldwin non poteva essere imprigionato solo perché era amico di Echols. «Colpevole per essergli stato amico» disse Ford ai giurati, sostanzialmente riconoscendo la colpa di Echols, «è una cosa orribile».

Noi ora sappiamo che le false confessioni tendono a manifestarsi nei casi che coinvolgono inquisiti che hanno una bassa capacità mentale e che sono ignoranti della legge e i cui investigatori li pongono sotto costrizione promettendo loro una sentenza dura o spingendoli a dubitare della loro stessa memoria dei fatti. I giovani sono a rischio maggiore poiché sono persone di solito in situazioni di grave stress o sfinimento. E la maggior parte delle confessioni false non sono registrate nella loro interezza. Tutti questi fattori si sono presentati nel caso Misskelley2.

Mentre gli studiosi di legge possono avere da una comprensione delle false confessioni più sofisticata di quella che avevano vent’anni fa, questa comprensione non ha in ogni caso raggiunto ogni sede di tribunale in America. Intervistato recentemente per West of Memphis, il primo giudice del processo, David Burnett – che è ritratto nel film come un tragico buffone, accecato da una combinazione tossica di arroganza, testardaggine e ignoranza – rifiuta di considerare la possibilità che Misskelley possa non aver detto la verità. «La gente in genere non confessa crimini che non ha commesso», dice, in un tono che si potrebbe usare mentre si parla a un bambino di due anni.

Se non fosse per i film della HBO, non ci sarebbero «I tre di West Memphis» – ma solo tre assassini imprigionati, due all’ergastolo, e uno molto probabilmente, giustiziato. Questo non è tanto un merito per la HBO quanto un’accusa per il sistema giudiziario americano e per uno dei presupposti fondanti sui cui si basa.

I registi di Paradise Lost, Joe Berlinger e Bruce Sinofsky, non erano attirati da una storia di detenzione ingiusta; sono andati a West Memphis per fare un film sulla sete di sangue e le mutilazioni sessuali praticate dalle Sette Sataniche. Il crimine è avvenuto alla fine di un periodo di circa cinque anni, iniziati nei tardi anni ’80, in cui i timori degli abusi rituali satanici erano divenuti largamente diffusi nella cultura popolare americana. La paura si estese anche alle forze dell’ordine, a tal punto che l’FBI nel 1991 commissionò uno studio sulla materia. (Gli autori conclusero che «messo da parte il battage pubblicitario e l’isteria, la ricerca  mostra che la maggior parte delle attività occulte o sataniche, non coinvolge il compimento di crimini, ma comporta solo il compimento di crimini relativamente minori, come la violazione della proprietà privata, vandalismo, crudeltà sugli animali, o piccoli furti»).

Berlinger e Sinfosky passarono i primi dei loro numerosi mesi in Arkansas intervistando i genitori delle vittime. I registi iniziarono a mettere in discussione la premessa della colpa dei sospetti solo dopo aver intervistato i ragazzi in prigione. Realizzarono allora che erano inciampati su una storia con picchi ben più drammatici – anziché con una versione di Rosemary’s Baby nella vita reale, avevano a che fare con un moderno processo alle streghe di Salem.

La struttura di Paradise Lost: The Child Murders at Robin Hood Hills riprende la stessa risposta  dei registi. Comincia con lo shock e l’orrore sulle immagini della scena del crimine, poi si rivolge all’arresto dei tre sospetti e alla frivola copertura televisiva, inclusa la conferenza stampa in cui l’ispettore Gitchell, dopo che gli venne domandato in quale misura su una scala da uno a dieci pensasse che i sospettati fossero colpevoli, rispose “undici”3. Il film non pone le sue argomentazioni esplicitamente – in realtà il tono è notevolmente controllato rispetto ai due film seguenti – ma lo spettatore è alla fine lasciato con l’incrollabile sensazione che i sospetti abbiano ricevuto un processo ingiusto, e che molto probabilmente siano innocenti. Rimani col pensiero che West Memphis, Arkansas, sia una della città più arretrate, bigotte e ignoranti in America. Verso la fine del film dopo che Damien Echols è stato condannato a morte, sua sorella e un amico lo commiserano:

«Per quanto mi riguarda, West Memphis può andare all’inferno».

«West Memphis è l’inferno».

Ma la cosa più snervante del film è lo straordinario ammontare di intromissioni garantite ai filmmaker e ai reporter della televisione locale, una decisione che molte delle principali figure del caso arriveranno a rimpiangere. Alcune delle scene – un cadavere di un ragazzino abbandonato sulla riva di un fiume, una madre filmata nel momento in cui vede per la prima volta le fotografie del corpo mutilato di suo figlio, un incontro con un gruppo di supporto chiamato “Genitori dei Bambini Uccisi” – sono così intime e rozze che lo spettatore non può far altro che sentirsi coinvolto nel sordido business di un triplice omicidio trasformato in spettacolo. Altre scene, come una in cui gli investigatori ammettono la debolezza dei loro elementi ai genitori delle vittime, sembrano delle gaffe strategiche che possono essere spiegate con il desiderio di pubblicità degli avvocati.

La sconveniente istigazione alla pubblicità è, infatti, una delle sottotrame più avvincenti del film. Quasi tutti si esibiscono per le telecamere, non solo gli avvocati di ambo le parti e il giudice, ma anche diversi genitori delle vittime e pure Damien Echols, che in una lunga inquadratura è mostrato mentre si pavoneggia davanti allo specchio. I vampireschi reporter televisivi attraversano comunque la scena nel modo più esecrabile. Li vediamo dietro le quinte mentre si lisciano i capelli o provano qualche pezzo di narrazione profondamente ipocrita per il notiziario della notte. «Ti senti colpevole di qualcosa?» chiede un intervistatore particolarmente viscido, sbattendo il suo microfono in faccia alla madre di Steven Branch, poco dopo gli omicidi. «Hai pensato al suicidio?». Non è chiaro se in questi momenti i filmmaker stiano semplicemente canzonando lo sfruttamento del caso per il consumo popolare, o se realizzino di fare parte dello stesso sfruttamento.

Paradise Lost è la prova che i film documentari sono soggetti a ciò che in fisica quantistica è chiamato l’effetto osservatore: documentando semplicemente il procedere dei fatti, i registi alterano in maniera determinante la loro traiettoria. Paradise Lost 2: Revelations non solo riconosce questo fatto, ma ne fa tesoro, con il risultato che il secondo film presenta poca somiglianza nel tono e nell’approccio con il primo. In questo si seguono gli sforzi di un gruppo di sostenitori della HBO da tutto il paese che sono stati colpiti da Paradise Lost e spinti a dare vita a un gruppo di supporto per i Tre di West Memphis. Diversi di loro creano un sito web d’appoggio, che è un primo esempio di quello che sarebbe divenuto un fenomeno comune – oggi praticamente ogni caso popolare di omicidio porta alla formazione di comunità online di fanatici, i cui membri argomentano in maniera veemente a favore o contro la detenzione, di, per esempio, Casey Anthony o Amanda Knox.

I sostenitori dei Tre di West Memphis (WM3) cha appaiono in Paradise Lost 2 fanno venire in mente niente di più che i fan ossessionati di un film; sono tutti bianchi, prevalentemente fra i venti e i trent’anni, e molti vivono a Los Angeles. Quando gli viene richiesto di spiegare la loro attrazione per il caso, tendono a rispondere con una variante del tipo, «Anche io indossavo magliette nere, anche io ero un teenager alienato… Damien Echols potrei essere stato io». Tra quelli che potrebbero identificarsi con Echols c’erano i musicisti rock e le star del cinema che lui idolatrava. Eddie Vedder, della band Pearl Jam, fu coinvolto nel caso da subito, donando denaro e offrendo l’assistenza dei suoi stessi avvocati. Si unirono a lui molti altri, incluso Henry Rollins dei Black Flag («Mi sono scoperto a pensare a Damien alle 3.30 del mattino. Avrei potuto essere io. Avevo gli stessi dischi. Ero scontroso come un teenager»); si aggiunse il gruppo rock Metallica, la cui musica è stata utilizzata come colonna sonora per tutti e tre i film Paradise Lost («Erano degli esclusi che non comprendevano ciò che la comunità voleva da loro», ha detto il batterista Lars Ulrich. «Mi potrei completamente identificare con loro. Tutti noi potremmo»); Johnny Depp («Posso capire cosa significhi l’essere giudicato da come si appare piuttosto che da come si è»); e anche Sir Peter Jackson, il regista Neo Zelandese de Il Signore degli Anelli («Potrei certamente identificarmi con l’idea che  Damien, Jason e Jessie non abbiano avuto le risorse per combattere tutto ciò»). Jackson, che ha coprodotto West of Memphis, e sua moglie Fran Walsh, si pensa che abbiano donato più di 10 milioni di dollari alla causa di Echols.

I supporter di Echols sono andati oltre il riconoscere la sua innocenza; hanno accusato John Mark Byers di omicidio. Paradise Lost 2 avvalla questo punto di vista, affidandosi a pesanti insinuazioni per incriminarlo – la stessa tattica usata dagli investigatori per gettare sospetti su Echols. In una scena particolarmente brutta, Kathy Bakken, una dei sostenitori principali dei WM3, dopo aver viaggiato da Los Anglese per assistere a una udienza in appello, assilla Byers sulla morte del suo figliastro. «Tu pensi che io abbia qualcosa a che fare con l’omicidio di mio figlio?» chiede Byers inorridito. «Io non so se tu abbia niente a che fare con tutto ciò», dice Bakken, stridula e arrogante. «Io voglio essere sicura che tu non l’abbia fatto».

La teoria Byers decadde nel 2007, quando un impressionante team di esperti forensi, messi insieme da Peter Jackson, concluse che i supporter di Echols avevano accusato il patrigno sbagliato. Una ciocca di capelli, trovata legata a uno dei nodi usati per legare i ragazzi, risultò di Terry Hobbs, il patrigno di Steven Branch. Venne fuori che la maggior parte delle ferite, trovate sui corpi dei ragazzi, inclusa la castrazione di Christopher Byers, era stata commessa post-mortem da animali, molto probabilmente tartarughe. E un test del DNA ­– il cui costo è di un milione di dollari – confermò che non c’erano tracce di Echols, Baldwin e Misskelly trovate sulla scena del crimine.

Quando Natalie Maines, la cantante solista del gruppo Dixie Chicks e supporter WM3, sostenne in pubblico che Hobbs fosse l’assassino, Hobbs la citò per diffamazione. La strategia di Hobbs produsse un effetto contrario, poiché permise agli avvocati di Maines di interrogarlo riguardo agli omicidi sotto registrazione. Le immagini inquietanti di quella deposizione forniscono il punto più forte sia di Paradise Lost 3: Purgatory che di West of Memphis, il quale da ancora maggiore rilevanza agli sforzi fatti dalle celebrità per scagionare i tre di West Memphis.

In questi film apprendiamo che Hobbs, che comunque non è stato mai interrogato dalla polizia di West Memphis, non ha un alibi convincente per la notte degli omicidi; quella sera era furioso con sua moglie Pam, la madre di Steve Branch, perché l’avevo tradito con un “messicano”. Hobbs aveva picchiato Pam, e dopo una discussione sui suoi abusi sulla moglie, aveva sparato al fratello di Pam, che in seguito morì. Hobbs fu visto da un vicino con i tre ragazzi alle 6:30 del pomeriggio della notte del crimine, vicino al margine delle colline Robin Hood, il che fa di lui l’ultima persona ad averli visti; e fu visto più tardi quella notte mentre lavava i suoi vestiti con della candeggina. Pam è oggi convinta della colpevolezza di Hobbs, e diversi ragazzi che conoscono la famiglia Hobbs dichiarano che la colpevolezza di Terry è un «segreto di famiglia» riconosciuto.

Ma queste prove sono circostanziali e, se anche il caso contro Hobbs si mostra più convincente di quello contro Byers, alcuni degli spettatori potrebbero rimanere scettici4. Una delle lezioni più potenti di questi film è come facilmente le nostre opinioni su un crimine possano essere influenzate dal modo in cui l’informazione ci viene presentata. Nel primo film, per esempio, Hobbs appare stordito e distrutto dalla morte del suo figliastro. Quando esattamente la stessa scena appare nel terzo film, sembra come un assassino che stia cercando di nascondere un segreto. John Mark Byers subisce una trasformazione ancora più drammatica – da un uomo sconvolto dal dolore, a un maniaco omicida, e viceversa. Il suo comportamento non è cambiato, è cambiato il contesto in cui lo vediamo. Una volta che l’innocenza di una persona è messa in dubbio, anche il comportamento più innocuo ­– o, anche nel caso di Hobbs, un occhio furbo o un tic nervoso –­ può sembrare sospettoso.

La mancanza della prova del DNA collegata ai tre di West Memphis sulla scena del crimine, insieme alle nuove analisi forensi e all’impressione di una condotta irregolare della giuria, convinse lo Stato dell’Arkansas a trovare un accordo. L’accusa propose un Alford Plea5, un manovra legale  in cui i Tre di West Memphis sarebbero stati rilasciati dalla prigione, sotto la condizione che si sarebbero dichiarati colpevoli degli omicidi. In cambio, il caso sarebbe stato chiuso, ma ai Tre di West Memphis sarebbe stato vietato di intentare una causa civile contro lo stato. Baldwin rifiutò di accettare l’accordo per principio, ma cambiò idea dopo l’udienza di Echols e Misskelley. «Quella non era giustizia, non importa da che punto la guardi», disse Baldwin. «Non stavano cercando di scoprire chi avesse davvero ucciso quei ragazzini». Le richieste vennero presentate il 19 agosto 2011, e i tre vennero rilasciati.

Scott Ellington, il pubblico ministero dello Stato, difese l’accordo ricordando ai giornalisti che i tre di West Memphis avevano in realtà ammesso la loro colpa. «Questo mette la discussione a tacere», dice in West of Memphis, deludendo nessuno, neanche se stesso. In momenti come questi si sente un pò di simpatia per gli investigatori dell’Arkansas. Pensavano di avere a che fare con spazzatura bianca e difensori pubblici già sconfitti, per scoprire poi che stavano lavorando contro il sedicesimo uomo più pagato della Nuova Zelanda, le star del cinema più pagate d’America, e i migliori avvocati che il denaro possa comprare. Viene in mente una scena dal primo Paradise Lost, quando la madre di Misskelley mette in chiaro il problema principale:

Il maledetto sistema puzza…Se avessimo avuto denaro, pensi che questi tre ragazzi sarebbero stati arrestati? Trovarono gente che sapevano che non avere denaro. Alcuni ragazzi erano stati implicati in piccoli problemi. Pensavano che noi ce ne saremmo fregati. Ma si sbagliavano, Si sbagliavano di grosso.

Ma la storia dei Tre di West Memphis ci dice meno sul potere della ricchezza di quanto ci dica sul potere della fama. Il denaro è stato cruciale naturalmente, ma il denaro segue la pubblicità, e la pubblicità segue la fama. Damien Echols, a suo dire, capì che senza le celebrità l’interesse del suo caso non aveva speranza – «questa gente mi avrebbe ammazzato», dice in Paradise Lost 3. «Questo caso non ha nulla di straordinario», dice in West of Memphis. «Succedono in continuazione cose così».

Echols coltivava le relazioni con le rockstar e gli attori che gli mandavano lettere in prigione e strada facendo divenne una celebrità lui stesso. Il suo libro di memorie, Il buio dietro di me, è sorprendente per la scarsa attenzione che egli da agli omicidi e ai suoi processi6. «È fottutamente miserabile dover parlare ogni singolo giorno di questo caso» si lamenta con un intervistatore durante il tour di presentazione del suo libro. Il libro di memorie contiene racconti vividi della povertà della sua infanzia, le oscene crudeltà della prigione, e la morte dei suoi compagni detenuti nel braccio della morte, molti dei quali erano troppo malati mentalmente anche solo per comprendere la loro sentenza. Ma principalmente il libro è un progetto di mitologizzazione di se stesso, dominato dalla filosofia del carcere e – rimuginamento da flusso di coscienza sulla natura del tempo e la trascendenza spirituale – e affermazioni grandiose: «Se cominciassi a credere che le cose che io ho scritto non stiano in piedi per il loro stesso merito, allora poserei la mia penna». Ed è pieno di name-dropping7: Axl Rose, del gruppo Guns n’Roses, fu visto indossare una maglietta dei Tre di West Memphis, Eddie Vedder è «un vero amico», Johnny Depp è «un vero amico e fratello», il cantante Marilyn Manson «divenne presto il mio migliore amico». Nelle foto posa con Vedder, Depp (mostrando gli stessi tatuaggi), e i Jackson (in una gelateria in Nuova Zelanda). Benché la maggior parte del libro sia stato scritto mentre era dietro le sbarre, il genere non è un diario dalla prigione quanto le memorie di una celebrità.

Paradise Lost 2 chiude con Echols che dice, «Se venissi rilasciato oggi, vorrei…solo confondermi nell’oscurità». Sembra avere cambiato idea. Mentre promuove Il buio dietro di me e West of Memphis (vi compare come uno dei produttori), ha fatto una mostra delle sue opera d’arte in una galleria a New York, tenuto conferenze pagate, e twittato ossessivamente con i suoi fan. Quando recentemente è comparso a una conferenza a Memphis sullo startup delle aziende, fu salutato da un visitatore a sorpresa: Jessie Misskelley Jr., che da quando è stato rilasciato ha vissuto nel parcheggio di roulotte di suo padre a West Memphis. Echols diede a Misskelley una copia delle sue memorie, che firmò e su cui disegnò un simbolo. Misskelley, più tardi, intervistato dai giornalisti al riguardo, disse che non sapeva che cosa significasse il simbolo.

Jason Baldwin ha tenuto un profilo più delicato. Si è trasferito a Seattle, dove sta conseguendo il suo diploma delle medie superiori, dopodiché vuole frequentare la facoltà di legge. Ha fondato insieme ad altri un organizzazione no-profit, Proclaim Justice, dedicata a informare sulle detenzioni errate. Queste includono i casi di Tim Howard, un nero, che a dispetto dell’assenza di prove concrete o di movente, è stato condannato a morte in Arkansas per l’omicidio del suo migliore amico e di sua moglie, entrambi bianchi; e Benjamin Spencer, anche lui nero, in prigione in Texas dal 1987, anche se un giudice di Dallas, lo ha dichiarato nel 2008 “effettivamente innocente” dell’omicidio di un uomo d’affari bianco. Howard e Spencer potrebbero non diventare mai celebrità come i Tre di West Memphis, ma forse un giorno forse saranno ufficientemente famosi da potersi meritare una giornata di giustizia in tribunale.

1. Il racconto più dettagliato degli omicidi  e delle prime battaglie legali, può essere trovato in Devil’s Knot: The True Story of the West Memphis Three, di Mara Leveritt, una giornalista dell’Arkansas (Atria, 2002). Un film tratto dal libro, diretto da Atom Egoyan, uscirà nelle sale ala fine di quest’anno.

2. Vedi il libro di Brandon Garrett Convicting the Innocent: Where Criminal Prosecutions Go Wrong (Harvard University Press, 2011), pubblicato quattro mesi prima del rilascio dei Tre di West Memphis. È il primo studio empirico delle detenzioni errate e ribaltate dalla prova del DNA negli Stati Uniti, Nei 250 casi analizzati da Garrett, quaranta accusati avevano fornito confessioni false. La maggior parte di questi accusati ha fornito informazioni che solo la polizia avrebbe potuto sapere.

3. Gitchell ha un anti.talento per la retorica. Intervistato in Paradise Lost 2, dice, «Non c’è stato mai un momento in cui io abbia mai dubitato che non avessimo arrestato le persone giuste». Errore grammaticale o ammissione scioccante?

4. Un altro sospetto ipotetico presentato dai film Paradise Lost, è un nero senza nome, che circa un’ora dopo in cui furono commessi gli omicidi, incespicava, stordito e coperto di sangue nei bagni del fast food “Bojangles”, a un miglio dalla scena del crimine. Le tracce di sangue nel bagno furono perdute dalla polizia e mai ritrovate.

5. Nell’Alfrod Plea, non si dichiara colpevole del crimine di cui è accusato, ma ammette che l’accusa potrebbe trovare le prove che dimostrino una sua colpevolezza. N.d.R.

6. Il suo editore, forse per compensare questa lacuna, ha inserito nella versione e-book del libro un lungo saggio sulla storia del caso.

7. In lingua inglese, name-dropping sta indicare l’abitudine a menzionare nomi di celebrità in canzoni, storie, conversazioni e social network per impressionare gli altri. Solitamente ha una connotazione negativo. N.d.R.

NATHANIEL RICH, è uno scrittore e saggista americano. Scrive per ‘The New York Review of Books’, ‘San Francisco Chronicle’ e ‘The Paris Review’. È autore del saggio San Francisco Noir. The City in Film Noir from 1940 to the Present (The Little Bookroom. 2005) e dei due romanzi The Mayor’s Tongue (Riverhead Books 2008) e Odds Against Tomorrow (Farrar, Straus and Giroux 2013)

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