Garry Wills

L’insostenibile leggerezza del sacro

da ''The New York Review of Books''

HUBERT DREYFUS E SEAN DORRANCE KELLY, All Things Shining. Reading the Western Classics to Find Meaning in a Secular Age, New York, Free Press, pp. 254, $ 26,00

FILOSOFIA. L’ansia della scelta è caratteristica dei tempi moderni, cioè laddove non esiste un sistema di valori chiaro, ben strutturato e uguale per tutti. Ma non è sempre stato così, poiché un tempo a dominare la mente umana era la passione, il sentimento di estasi sublime che ancora oggi si prova durante la preghiera, o, più superficialmente, durante una partita di calcio o di tennis. Anche Omero, nei suoi poemi, ha parlato di eroi che agivano in preda alle passioni e all’impeto. Questo è quanto sostenuto dai due filosofi, Dreyfus e Dorrance Kelly, nel loro ultimo libro, che Garry Wills dimostra di non apprezzare per l’eccessiva superficialità delle affermazioni.

Questo libro, che si è guadagnato la copertina di ‘The New York Times Book Review’, è raccomandato da alcuni celebri Grandi Pensatori. È stato scritto da due stimati professori (uno dei quali è direttore del Dipartimento di Filosofia a Harvard). Leggendolo, mi sono dovuto stropicciare gli occhi dalla sorpresa, tanto l’ho trovato insulso e superficiale. L’obiettivo degli autori è di risolvere i problemi di una moderna cultura laica. Il problema più grande – per come la vedono loro – è una certa ansia della scelta. Nel Medioevo tutti gli uomini condividevano lo stesso sistema di valori. Peccando, si poteva trasgredire quel sistema, ma i peccati erano chiari, la loro collocazione nello schema generale delle cose era ratificata dal consenso. Oggi, che non condividiamo più un sistema di riferimento così chiaro, ognuno di noi deve crearsi una concezione del mondo e operare poi delle scelte compatibili con esso. E tuttavia poche persone hanno la volontà, o la capacità, di ripensare il mondo da capo.

Allora, com’è possibile fare oggi scelte intelligenti? Hubert Dreyfus e Sean Dorrance Kelly definiscono nichilismo moderno «l’idea che manchi una ragione per preferire una risposta alle altre». Essi propongono quello che pensano sia un osservare in superfice saggio e tollerante. Senza cercare di accedere al fondo delle cose, secondo loro sarebbe possibile ricavare barlumi del sacro dal venire a galla di quelli che definiscono momenti “rombanti” – dall’esistenza di persone carismatiche, fino all’eccitazione condivisa per un evento sportivo. Quest’ultima ebbrezza è sacra e unificante: «Non esistono davvero differenze sostanziali nella sensazione provata quando ci alziamo tutti insieme con la gioia di cantare le lodi al Signore, o ci alziamo invece per cantare le lodi di un ultimo passaggio prima del touchdown, l’Immacolata Ricezione, gli Angeli, i Santi, i Frati, o i Demon Deacons». (Per chi fosse poco informato, come lo ero io, i Demon Deacons sono la squadra di football della Wake Forest University, North Carolina).

Uno viene proiettato dentro un’esperienza del sacro da questi momenti rombanti. Forse questi colpiscono i Grandi Pensatori a causa della scelta “elitaria” di persone carismatiche da cui Dreyfus e Kelly si sentono ispirati. Rudolf Nureyev, per esempio: «Il carisma di Nureyev era tangibile: si stagliava sugli altri, il suo odore era migliore, il suo incedere più fiero; semplicemente, oscurava le persone intorno a lui». Direbbero la stessa cosa del trasporto di alcuni di noi per Snooki, per Lady Gaga o per Justin Bieber? Ognuno di loro ha forse un odore migliore?

Un’altra cosa che forse impressiona i Grandi Pensatori è che i nostri due autori riescono a scorgere il concetto di sacro nella «lettura dei classici del pensiero occidentale». I due classici da cui prendono le mosse sono David Foster Wallace, «il massimo scrittore della sua generazione, forse la mente più fulgida», ed Elizabeth Gilbert, che ha dimostrato con il libro Mangia, prega, ama la sua rilevanza culturale dominando la classifica dei best seller. So bene che spesso la gente trova qualificatori culturali in ciò che le persone comprano. Questo è il motivo per cui il Grande Pensiero in passato si è gingillato con L’outsider di Colin Wilson, con Il vero credente di Eric Hoffer, con Il Gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach, con La nuova America di Charles Reich o Il Codice da Vinci di Dan Brown. Ma Dreyfus e Kelly esagerano questo approccio quando lodano la disponibilità della Gilbert a far venire a galla questi momenti rombanti, la sua venerata impulsività. La Gilbert «scrive bene solo quando il dio della scrittura la illumina, solo mediante la grazia dello spirito guida – il genio – che viene a suggerirle che cosa scrivere». Essi pensano che lei sia addirittura più ricettiva di Wallace ai «momenti fulgidi».

Ma lodano Wallace quando unisce le due fonti principali di rombante estasi – la celebrità e lo sport – nel momento in cui si esalta per il tennis giocato da Roger Federer. Essi ammirano la sua «rivendicazione che guardare Federer giocare è come vivere un’esperienza religiosa: getta una luce nuova sugli esseri umani e sulle loro imprese» e genera «una nuova comprensione del sacro». Ammettono anche che Wallace non è una guida completamente sicura (a dispetto delle sue rombanti estasi si è impiccato a quarantasei anni). È duro per i contemporanei rispondere spontaneamente ai rombi dell’estasi poiché, purtroppo, la nostra cultura ha inventato l’«introspezione», la ricerca di significati più profondi sotto la superficie – sviluppo di cui i nostri affibbiano la colpa ad Agostino di Ippona.

Per ottenere una reattività più salutare alle “sacre resse”, Dreyfus e Kelly risalgono a Omero che – dicono – non aveva percezione dell’esistenza di una vita interiore. Gli eroi omerici sono aperti verso gli dei, verso gli «stati d’animo» ispirati (con i quali sembrano intendere gli impulsi ad agire) che liberano dall’ansia della scelta. Come i comuni atleti, gli eroi di Omero non «pensano più del dovuto» o si scervellano troppo.

La loro primaria prova in ciò è Elena di Troia, che senza avere nulla da scegliere si limita a obbedire alla dea Afrodite, seguendo il suo “fruscio”. Omero, ci dicono, non giudica questa donna adultera. Prova ne è il verso dell’Odissea che essi citano – libro IV, verso 388 – in cui si descrive Elena «bella fra le donne». È la prova che «Omero ammira profondamente Elena». Gli autori non colgono la natura stereotipata della poesia orale. La formula metrica dia gynaikōn (“fra le donne”) di fine verso è usata per donne eccezionali, come l’espressione simile dia theāōn, “fra le dee”, lo è per divinità eccezionali. La formula è solo un altro modo per dire «Elena», come «piè veloce» è l’appellativo di Achille. Non esprime alcun giudizio personale di Omero, chiunque o qualunque cosa egli sia stato. Poiché la stessa formula è usata nel caso di Penelope, virtuosa moglie di Ulisse, gli autori affermano che Omero non ha fatto alcuna distinzione morale tra le due donne. Dicono perfino che Elena è una dea, poiché dia gynaikōn può significare quello. Ma non è così senza l’aggiunta di theāōn (termine usato per descrivere per esempio Era).

Secondo questa concezione, i personaggi dell’epica di Omero si limitano a seguire il fluire degli umori indotti dagli dei, sfuggendo così all’ansia della scelta. Qui gli autori si affidano a un’affermazione fatta da Bruno Snell nel 1948: i personaggi di Omero non hanno dentro di sé una forte identità per compiere scelte, ma sono semplicemente permeabili allo stimolo1. L’affermazione è stata screditata da molti studiosi successivi, fra i quali Bernard Williams e Bernard Knox. È così frequente in Omero lo sforzo finalizzato alla scelta, da avere numerose formule per esprimerlo. Una di esse descrive un uomo che «conversa con se stesso in stato di perplessità» (ochtēsas d’ara eipe pros hon megalēotera thymon)2. Un potente finale di verso parla di una persona “resa perplessa dal suo pensiero” (eni phresi mermērezin). Una terza formula lo vede “reso perplesso nel cuore” (mermērizein […] kata thymon). Lo sforzo è a volte rafforzato aggiungendo dikha (“in modo discontinuo”) oppure entha kai entha (“strappato avanti e indietro”).

Una descrizione sorprendente dell’ansia della scelta si ha quando Ulisse sta cercando di decidere come cacciare i pretendenti dalla sua casa. Nessuna linea di condotta gli sembra chiara, ed è preda dell’indecisione. Ecco le parole di Omero: «Ei così i moti reprimea nel core / Che ne’ recinti suoi cheto si stette. / Non lasciava però su l’un de’ fianchi / Di voltarsi o sull’altro, o a quella guisa / Che pien di sangue e d’adipe ventriglio / Uom, che si strugge di vederlo incotto, / D’un gran foco all’ardor volge e rivolge. / Su questo ei si voltava o su quel fianco, / Meditando fra sé, come potesse / Scagliarsi alfin contro i malnati prenci, / Contra molti egli solo»3.

C’è forse mai stata una rappresentazione migliore dell’ansia della scelta, di cui i nostri scrittori-filosofi ci dicono che Omero fosse del tutto all’oscuro? Vero è che dopo questo sforzo giunge Atena che dice a Ulisse di avere fiducia e di prendere sonno. Ma non gli suggerisce una via da seguire, e certamente non gli risparmia l’angoscia che egli sta ora vivendo.

La caduta dal sublime sguardo superficiale di Omero si verifica, secondo questo libro, quando Agostino inventa l’interiorità. Lo fa mescolando lo specifico tempo e spazio di Gesù con la sostanza senza tempo della filosofia greca. «Agostino è stato il primo cristiano importante a interpretare il Cristianesimo usando le categorie della filosofia greca». Chiunque conosca qualcosa di Agostino, e anche della filosofia greca, sa che ciò è assurdo. Innumerevoli altri cristiani – Clemente di Alessandria, Origene, Basilio di Cesarea, Gregorio di Nazianzo, Gregorio di Nissa, Mallio Teodoro, Mario Vittorino e Ambrogio di Milano – lo hanno fatto prima di Agostino4. Costoro non solo lo hanno preceduto, ma avevano una confidenza con la filosofia greca più intima e profonda. Parlavano e leggevano in greco, cosa che lui non era in grado di fare.

È difficile immaginare come Dreyfus e Kelly potrebbero essere più sciocchi riguardo ad Agostino; ma accettano la sfida. Dicono che egli ha inventato la vita interiore della mente: «Agostino ha dovuto indurre la gente a realizzare di avere una vita interiore». Come riuscì nell’intento? Rimarcando che Ambrogio fu visto leggere la Bibbia in silenzio. «A quanto pare, al tempo di Agostino tutti leggevano ad alta voce». Questo è un mito che Bernard Knox ha distrutto quattro anni fa5. Inoltre Agostino non dice che Ambrogio stava leggendo la Bibbia. Aveva probabilmente ragione Pierre Courcelle supponendo che egli si stesse immergendo nello studio della teologia greca dopo un tirocinio in gioventù da avvocato romano6. Se egli avesse letto in greco a voce alta non avrebbe comunque avuto alcun significato per Agostino e per gli altri oratori latini vicini a lui. E Agostino non sopportava il silenzio di Ambrogio percependolo come un modo di rifiutare di ascoltarlo mentre gli trasmette i suoi patemi7. A parte la vita interiore degli eroi omerici, come possono dei filosofi di professione pensare che Platone e i suoi seguaci (fino a Plotino) abbiano dovuto aspettare Agostino per rivelare la realtà della scelta morale interiore?

Il libro salta qua e là ad altri «classici del pensiero occidentale» fino a raggiungere Dante. Questi si mise sulla retta via con un “rapimento” che lo fece innamorare di Beatrice, una ragazzina. Ma, nel guidarlo in alto fino a Dio, lei e la natura umana di lui vengono cancellate. La visione beata cancella il “rapimento” per Beatrice. Il significato profondo distrugge le superfici amate da questi due filosofi. Da qui essi sfrecciano attraverso «i classici del pensiero occidentale» (su Shakespeare neanche il minimo accenno) fino a Milton. Verrebbe da pensare che il Satana di Milton abbia un rapimento che questi autori potrebbero ammirare. Ma trovano in lui l’ansia della scelta: «Egli vuole decidere chi venerare». E, oltretutto, Milton ha il monoteismo di Dante che lo protegge dal politeismo degli omerici slanci divini.

Questo libro considera Herman Melville l’unico vero successore del politeismo omerico. In Moby Dick Ishmael risponde a slanci omerici quando vuole andare per mare. Ciò fa da contrasto con il bisogno di Ahab di scandagliare significati profondi, il suo «monoteismo monomaniacale» (la colpa suprema in questo libro). Queequeg naturalmente ha il merito dei suoi tatuaggi (cosa potrebbe essere più in superficie?). Ma per i due autori il vero eroe del libro è Pip, affetto da insufficienza mentale, che può vedere solo superfici riflettenti, e ciò ne fa uno stolto saggio, un giovanotto di «ricettività assoluta». «La follia di Pip, comunque, è anche una sorta di verità. Pip ha visto il totale vuoto dell’universo: l’assenza, che è tutto ciò che è rimasto di Dio.» Per lui, nessun significato profondo.

Alla fine del libro gli autori affrontano il problema che tali “momenti rombanti” possono anche conquistare la gente durante un’adunata di Hitler. Che cosa può contrastare quel pericolo? Essi presentano argomentazioni a favore delle gioie più pacate dei mestieri. Ci conducono per cinque pagine in quello sacro del carraio e poi per altre quattro nell’«ambito riverito» del preparare a dovere una tazza di caffè – i sacri chicchi, la sacra tazza amorevolmente custodita, la degna compagnia con la quale condividere questa santa comunanza. La liturgia richiede un calmo esperimento e una devozione rapita: «Se il calore del caffè in un giorno d’inverno è ciò che adorate, allora berlo in un angolo accogliente della casa, magari accanto al caminetto con una coperta, in una tazza che trasmette il calore alle vostre mani potrebbe benissimo ricavare il meglio da questo rituale. Se è il suggestivo colore nero del caffè ad attirare i vostri occhi e a esaltarne l’aroma, allora forse una tazza con l’interno in bianca e lucente porcellana lo farà scaturire. Ma non c’è un’unica risposta all’interrogativo sul fascino del rituale, e dovete sperimentare e osservare, con i rischi e le ricompense del caso, per scoprire voi stessi come fare le giuste distinzioni».

Questi esperimenti e osservazioni con il caffè sviluppano in voi l’abilità di cogliere gli aspetti rilevanti del rituale e di sviluppare infine le abilità per farli emergere nel modo migliore. Queste abilità sono molteplici: l’abilità di saper scegliere esattamente il caffè più adatto, esattamente la giusta tazza, esattamente il posto giusto per berlo e per coltivare esattamente i giusti compagni con i quali farlo. Quando abbiamo imparato queste abilità e coltivato il nostro ambiente in modo tale da adattarcisi precisamente, allora siamo in presenza di un rituale e non di una routine, una celebrazione eloquente di noi stessi e del nostro ambiente, piuttosto che l’esecuzione di una funzione, generica e vuota di significato.

Grazie a Dio, siamo passati dalla introspezione priva di significato di Agostino e Dante al culto celebrato davanti allo splendente altare della caffeina. È questo che i Grandi Pensatori devono avere celebrato: Charles Taylor quando ha detto che il libro propone «idee affascinanti sulla ricerca del significato nel nostro tempo», Charles Van Doren quando l’ha definito «uno dei libri più sorprendenti, impegnativi e belli che abbia mai letto», o Vartan Gregorian quando con enfasi ha scritto che il libro «pesca nei valori trascendenti delle opere classiche […] A stento riuscivo a metterlo giù».

Lettore, mettilo giù.

(Traduzione di Silvio Ferraresi)

1. Bruno Snell, La cultura greca e le origini del pensiero europeo, Torino, Einaudi, 2002.

2. Si veda R. W. Sharples, “But Why Has My Spirit Spoken with Me Thus?”. Homeric Decision-Making, in ‘Greece and Rome’, v. 30, n. 1, aprile 1983.

3. Omero, Odissea, in Poemi, a cura di Fausto Codino, Roma, Gherardo Casini, 1966, XX, vv. 29-39. Per una lettura più scorrevole: “Così diceva, nel petto rimproverando il suo cuore; / e fermo nell’obbedienza restava il cuore costante, / tenacemente; ma lui si voltava da una parte e dall’altra. / Come su un gran fuoco ardente un ventriglio ripieno / di grasso e sangue di qua e di là gira / un uomo e, impaziente vorrebbe che molto in fretta arrostisse; / così da una parte e dall’altra Odisseo si voltava, pensando / come poteva gettare le mani sui pretendenti sfrontati, / solo fra molti” (n.d.R.).

4. Eduard Norden e Werner Jaeger sostenevano che l’incontro tra Cristianesimo e filosofia greca iniziò già con gli Atti degli Apostoli (17, 22-30) dove, sull’Areopago ad Atene, Paolo usa il linguaggio degli stoici. Si veda Werner Jaeger, Cristianesimo primitivo e paideia greca, Firenze, La Nuova Italia, 1966 (ultima edizione, 1997).

5. Bernard Knox, Silent Reading in Antiquity, in ‘Greek, Roman, and Byzantine Studies’, v. 9, n. 4, inverno 1968, pp. 421-435.

6. Pierre Courcelle, Recherches sur les Confessions de Saint Augustin, Parigi, E. de Boccard, 1950, pp. 93-138.

7. Agostino, Soliloqui, 2, 26; Confessioni, 6, 3-4.

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GARRY WILLS è professore emerito di Storia a Northwestern. In Italia è noto per: Lincoln a Gettisburg. Le parole che hanno unito l’America (Il saggiatore, 2005) e La colpa è dei papi.

Le strutture dell’inganno (Garzanti, 2001). Il suo ultimo libro, pubblicato nell’ottobre 2010, è Outside Looking In. Adventures of an Observer.

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