Tim Parks

Lo Zibaldone, «il più grande diario intellettuale della letteratura italiana»

da ''The New York Review of Books''
GIACOMO LEOPARDI, Zibaldone, a cura di Micheal Caesar e Franco D’Intino, tradotto da Kathleen Baldwin, Richard Dixon, David Gibbons, Ann Goldstein, Gerard Slowery, Martin Tom e Pamela Williams, Farrar, Straus & Giroux, pp. 2.502, $ 75.00
LETTERATURA: La traduzione in inglese de Lo Zibaldone dà l'opportunità allo scrittore Tim Parks di raccontarci la vita del poeta marchigiano e di offrirci un'analisi dettagliata di un testo fondamentale per la storia del pensiero europeo.

La biblioteca Leopardi

La biblioteca Leopardi

Nel 1817 nella cittadina di Recanati nell’Italia centrale, a circa sei miglia dalla costa Adriatica, un diciannovenne gobbo iniziò a tenere un quaderno di appunti con le parole «Palazzo Bello. Cane di notte dal casolare al passare del viandante». Palazzo Bello era la casa di amici di famiglia, ma la nota prosegue con la traduzione (dal latino) di una stanza di Aviano, uno scrittore di favole del quinto secolo dopo Cristo, poi va avanti a raccontare la storia di un lupo che ingenuamente spreca la sua giornata nella speranza di mangiare un bambino la cui madre ha minacciato di darlo in pasto ai lupi se non smette di piangere. Il bambino smette di piangere ma la madre non lo avrebbe mai dato in pasto a un lupo in ogni caso.

La pagina continua con un caustico commento su un giovane (l’autore del quaderno di appunti?) la cui poesia piena di termini arcaici rimane ampiamente incomprensibile per un’anziana signora che chiede di leggerlo perché «quelle parole non s’usavano al tempo suo», a cui egli era replica che aveva pensato che fossero usate proprio perché erano molto vecchie. In breve, questo è un mondo di fraintendimenti, frustrazioni e comunicazione incerta, di rapidi cambiamenti tra contesti familiari, aneddoti da salotto e antica letteratura, e soprattutto di linguaggio che non sta mai fermo.

Le successive due annotazioni, che ci conducono alla pagina due, offrono prima di tutto una storia condensata della letteratura dal «niente» attraverso il «vero»  fino al «raffinamento», essendo l’ultimo rapidamente equiparato alla «corruzione». Sfortunatamente, «non c’è esempio che si sia tornato al vero». Quindici anni e quattromila e cinquecento pagine dopo il quaderno di appunti si chiude con cinque brevi annotazioni che includono le seguenti osservazioni:

Gli uomini verso la vita sono come i mariti in Italia verso le mogli: bisognosi di crederle fedeli benché sappiano il contrario.

Uno stato psicologico conflittuale si crea quando uno sa, ma sceglie di non sapere, perché la conoscenza non è né di aiuto né attraente. Dato il sempre presente pericolo della delusione, la negazione è la conseguenza:

Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una di non saper nulla, l’altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte.

Si potrebbe aver pensato che questa fosse conoscenza a sufficienza, ma l’affermazione finale, concentrata come sempre su una tensione tra realtà e credenza che ora è stata scandagliata ed esplorata in ogni possibile profondità e sfumatura, demolisce l’ultimo e più resistente rifugio di tutti: l’idea che, a dispetto di tutto ciò che uno sa, ci possa essere tuttavia un’eccezione alla regola:

La cosa più inaspettata che accada a chi entra nella vita sociale, e spessissimo a chi v’è invecchiato, è di trovare il mondo quale gli è stato descritto, e quale egli lo conosce già e lo crede in teoria. L’uomo resta attonito di vedere verificata nel caso proprio la regola generale.

Leopardi sul letto di morte, 1837, ritratto a matita di Tito Angelini

Leopardi sul letto di morte

 Questo rifiuto da parte dello scrittore dell’idea che egli possa godere di un destino privilegiato chiude il libro con un tonfo. Le 4.500 e più pagine sono state impilate in un baule e trasmesse, alla prematura morte del giovane gobbo nel 1837, a un amico esuberante, che a sua volta alla sua morte le lascia insieme ad altre stranezze e cianfrusaglie a due domestiche. Era il 1888. Finalmente, nel 1898, iniziò la pubblicazione di quello che sarebbe poi stato conosciuto come lo Zibaldone (la parola significa guazzabuglio o miscellanea). Oggi è considerato il diario intellettuale più importante della letteratura italiana. La sua ampiezza e profondità di pensiero è spesso comparato al lavoro di Schopenhauer e Nietzsche. La tardiva traduzione in inglese dello Zibaldone in questa bella edizione è calorosamente benvenuta.

Ritratto di Monaldo Leopardi: "Piccolo aristocratico con un fiuto infallibile per i cattivi affari, Monaldo Leopardi era stato dissuaso dalle autorità dal maneggiar denaro, un compito raccolto dalla dura e parsimoniosa moglie Adelaide"

Ritratto di Monaldo Leopardi

Giacomo Leopardi non è stato sempre pronto ad accettare di non essere un’eccezione alla regola. Con buoni motivi. La sua gioventù fu trascorsa quasi interamente nella straordinaria biblioteca di suo padre. Piccolo aristocratico con un fiuto infallibile per i cattivi affari, Monaldo Leopardi era stato dissuaso dalle autorità dal maneggiar denaro, un compito raccolto dalla dura e parsimoniosa moglie Adelaide. Nel consolarsi per questa perdita di potere e di prestigio, Monaldo raccolse 25.000 libri (in una parte del mondo in cui i libri erano difficili da procurarsi) e mise il figlio primogenito a leggerli. Così tanti testi erano in lingue straniere, incluse opere dei filosofi greci, dei poeti e retori latini, di Madame de Staël, di Goethe, di Cartesio, di Montaigne e di Rousseau, che Giacomo fu più o meno obbligato a diventare un prodigio. Dall’età di dieci anni padroneggiava latino, greco, tedesco e francese. Presto seguirono ebraico e inglese. In breve i suoi tutori confessarono di non avere nulla da insegnargli. Né fu semplicemente conoscenza libresca. In un frammento di autobiografia scritta in terza persona dice questo di sé stesso più giovane:

La cosa più notabile e forse unica in lui è che in età quasi fanciullesca avea già certezza e squisitezza di giudizio sopra le grandi verità non insegnate agli altri se non dall’esperienza, cognizione quasi intera del mondo, e di se stesso in guisa che conosceva tutto il suo bene e il suo male, e l’andamento della sua natura, e andava sempre au devant de’ suoi progressi.

 Ci fu un prezzo da pagare per questa precocità. Arciconservatore e lealista papale, Monaldo aveva investito pesantemente nell’idea che suo figlio divenisse un grande apologeta cristiano. Quello era l’obbiettivo dietro le interminabili ore di studio. La maggior parte della biblioteca fu riempita di libri comprati dalle istituzioni religiose che Napoleone aveva chiuso. Fu per questo che Giacomo aveva la chierica a dodici anni e per un certo tempo vestì in abito talare. Stava per diventare un prete. Coscienziosamente, nella sua adolescenza, nel mezzo di traduzioni senza fine e ambiziosi progetti di produrre nuove, filologicamente accurate edizioni di vari autori classici, egli scrisse un Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, inizialmente rivolto a catalogare e dimostrare le falsità delle credenze pagane delle origini.

Ma da una parte Giacomo cominciò a trovare gli «errori» degli antichi più attraenti della conoscenza e della ragione cristiana che li aveva demoliti, dall’altra, guardando lo specchio, vide un giovane la cui schiena distrutta da «sette anni di studio matto e disperatissimo», aveva sviluppato la gobba. Obbligato dalle frequenti malattie a trasferire il diritto all’eredità come primogenito al fratello più giovane, tormentato dai costanti problemi agli occhi, fragile e quasi grottesco, Giacomo vide davanti a sé una vita senza amore fisico o indipendenza finanziaria. Studiare era la sola cosa che sapesse fare, ma la conoscenza così acquisita gli rivelò solo che la conoscenza non ci aiuta a vivere; al contrario corrode questi errori felici, o illusioni come arrivò a chiamarli, che danno significato alla vita, spostava l’energia sul mentale e il razionale e lontano dal fisico e dall’istintivo, dove, in complicità con l’illusione, giace la felicità.

In una biografia successiva di suo figlio, Monaldo avrebbe scritto di Giacomo in questo periodo che «dandosi a pensare al modo di respirare» scoprì che non poteva più respirare, «pensando e sottilizzando sull’atto di urinare» non era più in grado di urinare. «Il pensiero,» scrisse Giacomo in una lettera dei suoi primi anni venti, «può crucciare e martirizzare una persona».

Questo paradosso dell’accademico intelligente non semplicemente disilluso dalla ragione ma determinato a usare la ragione per mostrare il limite e la perversione della ragione stessa avrebbe percorso tutta l’opera di Leopardi. La sola area che sembrava in grado di riconciliare le distruttive energie antitetiche, che salvarono quindi Giacomo da sé stesso, fu la poesia. Da ragazzo, l’aveva disprezzata come non razionale. Successivamente, era esattamente la qualità istintiva della poesia, il suo sorgere da impulsi naturali, dal suono e dal canto piuttosto che dal ragionamento e dalla ricerca, che egli apprezzava:

A me quel calore e quel desiderio ardentissimo di tradurre e far mio quello che leggo, non han dato altro che i poeti, e quella smania violentissima di comporre, non altri che la natura e le passioni ma in modo forte ed elevato…

 Ma anche la poesia offre solo una consolazione di «una mezz’ora»; dopodiché Leopardi tornava alla triste realtà di una salute scadente, di una vista limitata, di un padre determinato a tenerlo sotto la sua impronta conservatrice, di una madre il cui rigido cristianesimo e l’ossessione della finanza domestica soffocò in lui tutti gli istinti naturali, e di una casa lontana da ogni centro di cultura o spirito affine. Fu alla fine dell’adolescenza, quando Leopardi divenne pienamente consapevole della sua condizione infelice, che cominciò a scrivere lo Zibaldone. Straordinariamente, soprattutto non è né autoreferenziale né autocommiserativo. Piuttosto raccoglie le sue ampie letture e notevoli capacità di osservazione per focalizzarsi sulla questione: Come ha fatto l’uomo a divenire ciò che è ora, un miscuglio di istinto vitale animale e di razionalità che mortifica natura e cultura? Qui di seguito, per esempio, troviamo come la questione molto personale di sua madre sia trattata in un argomentare continuo sull’alleanza fatale fra cristianesimo e razionalità:

Quanto anche la religion cristiana sia contraria alla natura, quando non influisce se non sul semplice e rigido raziocinio, e quando questo solo serve di norma, si può vedere per questo esempio. Io ho conosciuto intimamente una madre di famiglia che non era punto superstiziosa, ma saldissima ed esattissima nella credenza cristiana, e negli esercizi della religione. Questa non solamente non compiangeva quei genitori che perdevano i loro figli bambini, ma gl’invidiava intimamente e sinceramente, perchè questi eran volati al paradiso senza pericoli, e avean liberato i genitori dall’incomodo di mantenerli. Trovandosi più volte in pericolo di perdere i suoi figli nella stessa età, non pregava Dio che li facesse morire, perchè la religione non lo permette, ma gioiva cordialmente

 Si dice che lo Zibaldone sia un quaderno di appunti, ma fu iniziato e per la maggior parte proseguito come un insieme di pagine sciolte. Leopardi non aveva idea di quanto sarebbe stato lungo o quali fossero i princìpi della sua organizzazione. Ancora, si dice che sia stato scritto in più di quindici anni, ma Leopardi aveva già superato le quattromila pagine alla fine del 1823, meno di sei anni dopo averlo iniziato, e avrebbe aggiunto solo altre cinquecento pagine nei nove anni successivi. Nel 1820 iniziò ad aggiungere una data ad ogni inizio, dando l’idea che il suo punto di vista stesse cambiando, e dal 1821 al 1823, nell’età tra i ventitré e i venticinque anni, scrisse più di tremila pagine, i due terzi del tutto.

Quello che allora stiamo osservando è il lavoro di un giovane molto colto ma che non aveva mai viaggiato e senza esperienze sociali, che sta cercando di gettare via le pastoie della religione di famiglia e le aspirazioni per il suo futuro dei suoi genitori ma non ha nessun luogo per raccogliere le sue energie e investigazioni, nessun luogo per forgiare la sua identità, se non nelle pagine di questo quaderno di appunti; qui egli discute animatamente con Rousseau e Vico, Platone e Aristotele, Machiavelli e Bruno, mettendo in piedi una griglia di opposti (natura/cultura, animale/uomo, antico/moderno, maschio/femmina, infanzia/maturità) in cui tutta l’esperienza è messa alla prova e collocata. Egli soppesa la natura irreversibile del processo di civilizzazione a fronte delle nozioni di circolarità, ritorno e ripetizione. Conscio che il mondo delle idee è in costante fluire, egli esplora le origini delle parole e le strutture grammaticali di una dozzina di lingue, tracciando lo sviluppo linguistico in rapporto al raffinamento culturale.

Tutti questi studi sono poi messi a confronto con l’esperienza personale, o a volte un’ intensa esperienza lo spinge a cercare aiuto nei suoi libri. Una delle scoperte chiave per esempio, già nel 1819, non nasce dallo studio, ma dalla noia profonda. Poiché se le convinzioni e le illusioni promuovono l’attività e l’eccitazione, che sono sempre un piacere, la distruzione di queste credenze conduce all’inerzia e all’infelicità. E se il cristianesimo e la ragione insieme hanno travolto tutte le illusioni che guidavano l’attività umana nei tempi antichi, rimane solo un passo ulteriore e abbandonare il Dio cristiano per essere lasciato senza nulla del tutto. In una rara, breve, annotazione nel diario, Giacomo scrive:

Io era spaventato nel trovarmi in mezzo al nulla, un nulla io medesimo. Io mi sentiva come soffocare, considerando e sentendo che tutto è nulla, solido nulla.

 In tali circostanze:

non ci sarà mai si può dire, azione eroica e generosa e sublime, e concetti e sentimenti alti, che non sieno vere e prette illusioni e che non debbano scadere di prezzo quanto più cresce l’impero della ragione.

Ferrazzi, Giacomo Leopardi,1820

Ferrazzi, Giacomo Leopardi,1820

 È causa del fatto che Leopardi creda che tali «prette illusioni» possano essere costruite solo «a parole» che lo Zibaldone si concentra così spesso sul linguaggio, sull’etimologia, sulla relazione tra lingue e sui processi per cui ogni lingua si muta, scivolando gradualmente verso una visione del mondo più intellettuale, più uniforme, più codificata:

Tutto quello…che i moderni viaggiatori osservano e raccontano di curioso e singolare nei costumi e nelle usanze delle nazioni incivilite, non è altro che un avanzo di antiche istituzioni… Ma certamente nel moderno non troveranno niente di singolare né di curioso… Eccetto le piccole differenze provenienti dal clima e dal carattere di ciaschedun popolo, i quali però vanno sempre cedendo all’impulso moderno di uguagliare ogni cosa, e certamente da per tutto, massime nelle classi cólte, si ha cura di allontanare tutto quello che c’è di singolare e di proprio nei costumi della nazione, e di non distinguersi dagli altri, se non per una maggior somiglianza col resto degli uomini. E in genere si può dire che la tendenza dello spirito moderno è di ridurre tutto il mondo una nazione e tutte le nazioni una sola persona… Anche la lingua oramai divien tutt’una per la gran propagazione del francese, la quale io non riprendo in quanto all’utile, ma bene in quanto al bello.

 Lo scopo appropriato di studiare, data «questa vita moderna, antinaturale», era di disimparare le abitudini mentali e le espressioni che lungo i secoli passati si erano evolute fino a sembrare naturali e cercare di tornare indietro a un apprendimento più immediato del mondo e alla nostra propria vera natura, anche se non ci poteva mai essere alcun argomento per ritornare a uno stato precedente. Lo Zibaldone perciò comincia ad assumere il tono di un attacco indiscriminato alla saggezza ricevuta, alle nozioni di progresso e alle devozioni di ogni genere. Cercando di isolare le sorgenti di emozioni tali come la compassione o l’invidia, Leopardi fa una distinzione tra l’amore di sé stessi o autostima da una parte e l’egoismo o egocentrismo dall’altra. Un livello alto di autostima che viene naturale per una persona giovane, in salute e che vive in una società che pensa collettivamente bene di sé stessa, predispone una persona alla compassione e alla carità che, a sua volta, rinforza la sua autostima.

Ma la persona la cui autostima è stata minata da una salute cagionevole, dalla vecchiaia, dal fallimento, dalla disillusione, o una società come quella italiana, che ha un’opinione molto bassa di sé stessa, si rifugia nell’egocentrismo: nel problema o nel pericolo, un italiano difenderà sé stesso e i suoi propri interessi a tutti i costi, senza curarsi del destino anche di coloro che gli sono più vicini. I problemi di un altro non gli fanno impressione mentre il suo successo è motivo d’invidia. Paradossalmente, mentre l’autostima rende possibile la compassione, essa conduce anche naturalmente a un odio sottostante verso il nostro compagno:

L’aspetto dell’uomo allegro e pieno o commosso anche mediocremente da qualche buona fortuna, da qualche vantaggio…è per lo più molestissimo… E bisogna che l’uomo il quale ha cagione di allegria, o la dissimuli, o la dimostri con certa disinvoltura… Che vuol dir questo, se non che il nostro amor proprio, ci porta inevitabilmente, e senza che ce ne avvediamo, all’odio altrui?

 

Ciò che è impressionante è l’attenzione assolutamente priva di paraocchi di Leopardi per ogni sfumatura di emozione in quasi ogni situazione sociale immaginabile. Egli torna e ritorna alle questioni dell’invidia e della compassione, in particolare alla loro componente estetica o sessuale (quanto è più facile provare compassione per una bella ragazza piuttosto che per un uomo vecchio e brutto); egli considera una enorme gamma di situazioni, mostrando come il comportamento di una persona e il suo modo di pensare cambi in relazione alle illusioni o speranze che lui o lei è in grado di supportare, o dei fallimenti che lui o lei hanno sofferto; egli indaga la questione di come le risposte all’estetica cambino nel corso dei secoli, costringendoci a riconoscere la natura relativa di più o meno ogni conoscenza o giudizio. E tutto questo è fatto con una quieta insistenza che conduce ogni prospettiva a una sensazione generale di scandalo per la distanza tra la vera natura dell’esperienza e il modo in cui è generalmente descritta. Qui egli sta constatando le consolazioni offerte dal cristianesimo:

La promessa e l’aspettativa di una felicità grandissima e somma ed intiera bensì, ma 1°. che l’uomo non può comprendere né immaginare…2°. ch’egli sa bene di non poter mai né concepire né immaginare…3°. ch’egli sa espressamente essere di natura affatto diversa ed aliena da quella che in questo mondo…una tal promessa…è ben poco atta a consolare in questa vita l’infelice e lo sfortunato… La felicità che l’uomo naturalmente desidera è una felicità temporale, una felicità materiale, e da essere sperimentata dai sensi o da questo nostro animo tal qual egli è presentemente e qual noi lo sentiamo.

 Il leggere e rileggere quello che aveva scritto provocava nuove linee di pensiero, nuovi tentativi di inserire tutto il comportamento umano in uno schema che vedeva l’uomo degradare in rapporto alla supremazia ora preponderante e irresistibile della facoltà razionale. Consapevole che il lavoro gli stava sfuggendo di mano, Leopardi cominciò a catalogarlo e ad effettuare riferimenti incrociati, suggerendo un’organizzazione per temi (“Etichette morali”, “Umanità degli antichi”, “Machiavellismo sociale”). Era uno sforzo vasto e continuo di controllo da parte di un uomo che avrebbe spesso osservato che tutti i tentativi di sistematizzare o conservare qualcosa che uno apprende, individualmente o come società, erano condannati.

Elementi dello Zibaldone riemergono nella poesia che egli aveva cominciato a scrivere in rare esplosioni sporadiche, liriche che non potevano essere lontane nel tono dalla prosa cumulativa dello  Zibaldone ma che si adeguano al credo che ciò che è più bello nell’espressione umana è quello che nasce in maniera più immediata dall’intenso coinvolgimento senza mediazione con il mondo ed è poi espresso in maniera semplice e diretta. Qui di seguito, è il famoso L’infinito, scritto nel 1818. L’idea centrale della poesia, che la mente non trovi riposo nella conoscenza ma solo in ogni cosa che non può conoscere ma immaginare, è centrale anche all’offensiva dello Zibaldone:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo, ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare

All’età di ventiquattro anni Leopardi infine lasciò casa per vivere a Roma, ma tornò a Recanati nel giro di pochi mesi, stanco e disgustato sia dalla società romana che dalla propria timidezza. Come fosse pazzesco, rifletteva, che un uomo il cui pessimismo e disperazione conduceva ad accogliere benevolmente il pensiero della morte fosse ciononostante preoccupato di fare brutta figura in compagnia, e questo «per tema di peggiorar quella vita della quale egli non fa più caso alcuno».

Più tardi Leopardi trascorse alcuni periodi a Milano, Bologna, Firenze, sempre nella speranza di trovare qualche remunerativo impiego letterario che non si materializzò mai, innamorandosi spesso di donne che erano completamente indisponibili per lui. Nei suoi viaggi –  «un sepolcro ambulante» egli chiamava sé stesso – da un alloggio provvisorio a un altro, lo Zibaldone fu sempre al suo fianco, tramutando il disappunto in riflessione. Era straordinario, notava, come la speranza e l’illusione ritornassero anche quando uno sapeva perfettamente che non avrebbero potuto condurre a nulla. D’altra parte, perché non  interessarsi alle cose frivole, se la vita in generale era senza significato?

Di nuovo la depressione lo conduceva all’improvvisa fioritura di quelle che ora sono considerate alcune delle più belle poesie mai scritte in italiano, benché nel corso della vita gli avessero portato pochi riconoscimenti e nessun benessere economico. La stessa cosa fu vera per le incredibilmente lucide Operette Morali (1827), una serie di dialoghi in prosa tra personaggi mitici e storici che ricamano sul materiale dello Zibaldone per esprimere la condizione umana come essenzialmente comica. Considerando le operette in maniera sfavorevole per il premio letterario annuale dell’Accademia della Crusca, un membro della giuria si lamentava che lontano dall’esser morali, i dialoghi minavano qualsiasi base per la moralità.

Fare semplicemente una lista dei soggetti che Leopardi ha trattato nello Zibaldone riempirebbe ben più di questo articolo. Molte delle sue intuizioni guardano avanti al lavoro dei filosofi futuri, alle teorie dell’assurdo e all’esistenzialismo, ripetutamente le voci di Nietzsche, Dostoevskij, Wittgenstein, Gadda, Beckett, Bernhard, Cioran, e molti altri sembrano sussurrare dalla sua pagina. Ci viene detto che non c’è ragione di parlare di cose che non possono essere conosciute; che qualsiasi significato attribuito alla vita è un prodotto dell’immaginazione e quindi precario e ancora più precario una volta che diveniamo consci di questo fatto; soprattutto, siamo messi in guardia che:

 quelle innumerabili e immense quistioni agitate dalla origine della metafisica in qua,…dai primi metafisici d’ogni secolo, circa il tempo e lo spazio, non sono che logomachie, nate da malintesi, e da poca chiarezza d’idee e poca facoltà di analizzare il nostro intelletto, che è il solo luogo dove il tempo e lo spazio, come tante altre cose astratte, esistano indipendentemente e per se medesimi…

Una conseguenza di queste conclusioni fu l’impossibilità di trasformare il suo Zibaldone in un esaustivo sistema filosofico, poiché ogni illusione di obbiettività richiede di ottenere quella cosa che da lungo è scomparsa. Quindi questo non è un libro che si legge dall’inizio alla fine, ma un giardino del piacere infinito da attraversare e su cui riflettere. Nel mio caso, da anni ormai, non importa su quale soggetto io stessi scrivendo, cerco nell’indice dello Zibaldone per vedere cosa avesse da dire Leopardi sulla materia, e quasi sempre ne esce  qualcosa di fresco e illuminante. Sulla traduzione, per esempio, egli nota:

 E certo ogni bellezza principale nelle arti e nello scrivere deriva dalla natura e non dall’affettazione o ricerca. Ora il traduttore necessariamente affetta, cioè si sforza di esprimere il carattere e lo stile altrui e ripetere il detto di un altro alla maniera e gusto del medesimo. Quindi osservate quanto sia difficile una buona traduzione in genere di bella letteratura.

 La traduzione è perciò coinvolta nella preoccupazione di Leopardi che il razionale e il deliberato stia distruggendo il naturale e l’istintivo: un’attenzione eccessiva dell’accuratezza può privare il testo delle sue qualità di vitalità e urgenza:

 Ma l’esattezza non importa la fedeltà ecc. ed un’altra lingua perde il suo carattere e muore nella vostra, quando la vostra nel riceverla, perde il carattere suo proprio, benché non violi le sue regole grammaticali.

Come regge questa traduzione dello Zibaldone alla luce di queste osservazioni[1]?

 Recanati, statua dedicata a Giacomo Leopardi: "Nell’insieme, però, con la sua eccellente introduzione, le sue note generose e piene di rimandi, quest’edizione è un risultato enorme che rende disponibile in definitiva un documento chiave nella storia del pensiero europeo e getta luce sugli eccezionali lavori di poesia e prosa di Leopardi."

Recanati, statua dedicata a Giacomo Leopardi

Avendo usato sette traduttori e data la vastità del progetto e l’esasperante complessità e flessibilità della sintassi di Leopardi, alcuni dislivelli sono inevitabili, e tra molti meravigliosi passaggi ci sono punti in cui, almeno per il mio gusto, sarebbe stato meglio cercare un inglese più fluente, meno latineggiante, nella speranza di raggiungere un pubblico più ampio per questa voce e intelletto straordinari. Nell’insieme, però, con la sua eccellente introduzione, le sue note generose e piene di rimandi, quest’edizione è un risultato enorme che rende disponibile in definitiva un documento chiave nella storia del pensiero europeo e getta luce sugli eccezionali lavori di poesia e prosa di Leopardi. La natura di questo risultato fu tale che ogni aspetto della sua scrittura illumina e compendia gli altri; la poesia è più grande grazie allo Zibaldone e viceversa.

La sola cosa che ci manca ora in inglese è una biografia moderna; il racconto di Iris Origo della vita di Leopardi, pubblicato nel 1935, è affascinante e godibile, ma le manca una sensibilità per il suo pensiero e riduce la sua filosofia a semplice pessimismo provocato dalla malattia. Se un nuovo interesse in Leopardi conducesse a una traduzione dell’eccellente All’apparir del vero, Vita di Giacomo Leopardi di Rolando Damiani, al più recente Leopardi di Pietro Citati, oppure a una biografia completamente nuova, tutto il lavoro di Leopardi ne beneficerebbe.

  1. Devo riconoscere qui che sto lavorando alla traduzione di una selezione dallo Zibaldone, “Passioni”, che segue il modelli di riferimento dello stesso Leopardi per concentrarmi sulla sua discussione delle emozioni.

 

TIM PARKS, è uno scrittore e giornalista inglese. È professore associato di letteratura e traduzione presso l’università IULM di Milano, ha tradotto in inglese, tra le altre, opere di Moravia, Tabucchi, Calvino e Calasso. È autore di numerosi saggi e romanzi, tra cui Destino (Adelphi, 2001), La fortuna dei Medici. Finanza, tecnologia e arte nella Firenze del Quattrocento (Mondadori, 2008), Sogni di fiumi e di mari (Mondadori, 2011), A dispetto delle regole (Barbera, 2013). Il suo ultimo libro è Italian Ways: On and Off the Rails from Milan to Palermo  (Harville Secker, 2013).

 

 

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