Stefano Rolando

Manlio Cancogni “milanese”

Manlio Cancogni, La cugina di Londra, Roma, Elliot, 2011

LETTERATURA. Un colloquio con Manlio Cancogni, uno degli scrittori italiani più importanti del Novecento italiano, a seguito dell’inaspettato ritrovamento (con successiva pubblicazione) di un suo romanzo. L’ultranovantenne grande scrittore e giornalista racconta a Rolando le tappe più importanti della sua vita, la passione per la città di Milano, dove ha lavorato per l’‘Espresso’, il ‘Giornale’ e la ‘Gazzetta’, e rilascia una testimonianza importante del secolo passato.

«Rori ricordatene, sulla tomba ci voglio scritto Manlio Cancogni milanais
Lo dice così, alla francese. Ridacchiando e proponendo alla moglie di lasciare solo le sue ossa, ma non l’anima, alla pur amatissima Versilia, che lo ospiterà in eterno.
«Arrivai a Milano la prima volta nell’agosto del ’45, mandato dal Partito d’Azione per affiancare Carlo Levi nella redazione dell’Italia libera, lasciando Firenze ma soprattutto Roma, sonnacchiosa, solenne, noiosa con le sue bellezze, con la sua arte che mio padre, nipote di Gioacchino Ferroni, grande antiquario, mi propinava sempre; con la sua stucchevole passeggiata del Pincio, con quella sfilata di teste orrende. E non cambiai mai più opinione sulla città più moderna, meno retorica e più europea che, malgrado lo sconquasso della guerra, avrebbe di più aiutato l’Italia a uscire dai suoi disastri.»

 

Il vento del Nord
La conversazione è nata attorno a questa divertente “rivelazione” (“Cancogni milanese”) ma il racconto preme più della cronaca. A Milano ci si deve arrivare e da Milano si deve partire.
L’auto guidata da Dino Gentili, che a tre mesi dalla liberazione scende dalla Cisa e percorre la via Emilia versola Milanoprovata da due anni di bombardamenti e di guerra civile («fino al Po resta l’Italia arsa del centro, poi comincia il verde della terra irrigata, i pioppeti fitti, la magnifica campagna ricca di antichi cascinali»), entra in città dopo quasi una giornata di viaggio, sette o forse otto ore. Un baleno: prender casa dal pittore Funi, che in odore di caccia ai fascisti prende le distanze dalla città, e la casa viene requisita dal Cln. Poi spedito da Levi a Trieste per capire da vicino i disagi – «già si parlava di persecuzioni» – degli italiani a opera dei titini.
Qui il racconto diventa metafora. Un battello parte per destinazione ignota, scende sull’Istria, supera Parenzo, fino a Pirano. Un indirizzo, un professore segnalato dal Partito d’Azione, una testimonianza inorridita, le prime foibe, un altro battello, un caso, un indirizzo a Rovigno, un parente, un’altra storia di italiani oggetto delle vendette titine «per le brutte imprese che gli italiani stessi fecero in Croazia, mentre Tito guardava ad ovest, non solo a Trieste dove condivideva lo spazio con gli alleati ma forse anche a Venezia». Un battello, ancora, come capitasse lì per ordine dello sceneggiatore, i documenti non validi, fa lo stesso, il destino. Ancora Trieste «bella perché letteraria, perché austro-ungarica, perché città di Svevo e Saba, soprattutto del mio amatissimo Giotti», e sui versi di questo poeta – Virgilio Giotti, nato e vissuto a Trieste tra il 1885 e il 1957 «poverissimo, scritturale alla Croce Verde, due figli scomparsi nella guerra di Russia» –, che Cancogni vuole nel pantheon della letteratura italiana del Novecento, la memoria non tradisce. Lunga e ispirata citazione: «I veci che ’speta la morte / I la ’speta sentai su le porte…».
E dunque, finalmente, ancora Milano. Milano ferita ma già tesa al futuro.La Milanodel vento del Nord.
«Io sarei per definizione un suddito di Sua Maestà la regina di Inghilterra, sarei cittadino di qualunque stato anglosassone, del Canada, della Nuova Zelanda. Quella è la civiltà. Anche se più è passato il tempo, più mi è parso che dirmi italiano valesse la pena, riconciliandomi con i nostri difetti. Ma allora Milano… dopo Milano c’era solo l’America.»

Ma lo sa, Cancogni, che questo era un titolo di Orio Vergani degli anni Trenta?
«No, non lo sapevo, credevo di averlo detto io. Ma mi sta bene. Sì, Milano, ma non tanto per la politica che cambiava un popolo e almeno tre generazioni, ma per il Corriere. Perché Milano era il Corriere.»

E com’è che non arrivò al Corriere?
«Già, appunto quell’auto, Dino Gentili, il Partito d’Azione… quello era l’obiettivo. Bruno Fallaci, lo zio dell’Oriana, marito della Gianna Manzini, scrittrice per me illeggibile, mi aveva assicurato l’ingresso al Corriere. Lo scopo era andare poi insieme all’ufficio di Parigi. Figuriamoci! Ma al Corriere in tre mesi tutti i posti erano rioccupati. Fallaci si limitò a passare al Corriere Lombardo. E fu così, alla fine, che Levi mi portò a Roma. Poi Arrigo Benedetti, poi L’Europeo, l’Espresso… Non ci fu il Corriere, ma restò il mio amore per Milano.»

Un amore fatto di sogni o di studi, di speranze o di reminescenze?
«Certo anchela Milanodel Manzoni, figlio della Giulia Beccaria, l’illuminismo temperato, il cattolicesimo liberale, che si può volere di più?»

Ma per voi azionisti era epoca di rotture, di discontinuità, di sguardo al nuovo. Vittorini stava per portare a Milano la letteratura americana, gli editori cominciavano a disseppellire manoscritti. Non era questo il vento cambiato?
«Sarà stato anche questo, li frequentai, ne divenni amico. Vittorini, Sereni, Ferrata… gli intellettuali milanesi – molti dei quali non erano milanesi – valevano la pena. Ma Manzoni restava il più grande, il suo romanzo – purtroppo l’unico – più grande dei russi, perché scritto con la penna di un grande poeta. Ma grande anche per gli Inni Sacri, per il magnifico Saggio sulla rivoluzione francese che pochissimi hanno letto, per quella grande tragedia che è l’Adelchi. I non cattolici non lo amano e i cattolici in fondo non lo amano perché tra la monaca di Monza e don Abbondio non fa fare loro bella figura.»
Lo sa che Milano è più austriacante che inglese?
«Certo, ma si figuri se non mi andava bene anche l’Austria, bastava che non fosse Sud.»

E come originò quell’amore per Milano senza averla mai vista, senza la tv, senza famigliari?
«Ma c’era l’immaginazione, l’immaginazione della modernità, della vita, contro tutto il vecchiume che c’era attorno.»

E c’è, nelle sue predilezioni artistiche, un pendant milanese tra Manzoni e Verdi?
«Ho molto amato Verdi, l’ho molto ascoltato, ora assai meno. Verdi adorava Manzoni, ma dubito che Manzoni avesse interesse per la musica. Nelle sue biografie non se ne fa cenno.»

Ma quanto tempo c’è stato?
«A conti fatti, vari anni. Ci abitai a più riprese. Negli anni ’50 in via Sardegna, negli anni ’60 in via Monti e poi in via Santa Cecilia e poi anche negli anni ’70. Arrivavo in Centrale, facevo di corsa i gradini a scendere. E poi andavo in città, nel centro, a piedi. Cosa che non facevo in nessun’altra città. Alla fine stavamo in una bellissima casa di via Bagutta, sopra il Bagutta, che guardava sul magnifico chiostro seicentesco di Sant’Erasmo di corso Venezia. Una casa in cui poi subentrò Giorgio Bocca.»

Milano è stata davvero simpatica agli italiani?
«Agli italiani medi, senz’altro. Agli italiani supponenti, meno. Una città borghese. Ma con la sua aristocrazia discreta, sommersa.»

Giornalisticamente parlando, per Manlio Cancogni – dopo la morte di Arrigo Benedetti, avvenuta a metà degli anni ’70 – Milano significò Indro Montanelli. Il pendolo della professione gira da Roma a Milano, dall’Europeo (prima maniera) e dall’Espresso (degli esordi) al Giornale e alla Voce. Voi due, amici perché toscani, perché penne mordaci e letterarie, perché connaturati alla Milano borghese?
«Sì, lui ancora più toscano di me, Fucecchio è più al cuore di questa Versilia ai margini della Toscana. Ma legatissimo a Milano, voce della sua borghesia. Si telefonavano i borghesi di Milano: “hai letto oggi Indro?”. Montanelli al Giornale mi diede carta bianca. Ricevevo i soldi dei servizi ancora prima di scriverli. Le spese erano pagate in anticipo. Un trattamento inusuale che mi faceva un po’ vergognare di fronte ai colleghi. Indro teneva a me. Forse perché gli ricordavo già il suo lato debole, la sua ferita. Quella di essere uno scrittore mancato. Ha desiderato essere letterato forse ancora più che giornalista. Aveva estro nel raccontare. La sua Storia d’Italia lo dimostra. Divertente. E anche due o tre cose minori, meno note. Il decimo battaglione eritreo è un bellissimo testo. Come lo è la Guerra di Finlandia. Ma questa relativa limitazione gli tagliò un po’ anche l’intelligenza. Anche se aveva un fiuto straordinario per l’opinione pubblica. Fu davvero un grande amico. Lo seguii nella vicenda della Voce, che perdeva copie di giorno in giorno. Lo seguii fino all’ultimo numero. Non funzionò, non ritrovò il suo pubblico. E tornò alla fine al suo Corriere.»

Già, ma di mezzo anche la rottura con Berlusconi, che era stato il suo editore, ma di cui non voleva essere megafono.
«Ma, insomma, Indro diceva che Berlusconi era stato un editore perfetto, che non gli aveva intralciato il lavoro mai e per nessun motivo. Per vent’anni, dal ’74 al ’94. Poi scese in politica. Montanelli – come altri – non fu d’accordo. Ma io trovai francamente comprensibile che Berlusconi volesse avere al suo fianco in quell’avventura il suo giornale. La rottura era inevitabile.»
Cancogni (perché, dice, «giornalista milanese») mantenne per tutta la vita rapporti con i giornali. Continuò le sue passioni anche segrete («compresa quella di scrivere sotto pseudonimo di sport, seguendo il ciclismo, i cavalli, il calcio – la maggiore passione della mia vita – e comunque scrivendo di tutto con facilità») ma ormai era la narrativa il suo appuntamento prevalente dopo i vent’anni di stretta collaborazione con Montanelli.

Il distacco inarrivabile

Quale pseudonimo?
«Emilio Speroni… era il mediano sinistro del grande Torino nell’anteguerra – Bosia, Vincenzi, Martin II, Colombari, Janni, appunto Speroni… – poi fu usato da altri dopo di me all’Espresso.»

E ricorda anche l’attacco del Torino?
«Certo: Torriani, Santagostino, Pastore, Gay, Tanzini!»

Quanto al calcio, stando a Milano, Milan o Inter?
«Il punto centrale è sempre stato: nonla Juventus. Direipiù il Milan, che rispetto alla forza dell’Inter era più outsider ma anche più imprevedibile. Fui per il Bologna, città in cui sono casualmente nato, ma che – pur avendo tenuto testa prima della guerra alla stessa Juve – alla fine sparì dal campionato.»

E tra le mitologie milanesi, per caso anche alfista?
«No, ero perla Bugatti.»

Cancogni ritrova tutta la verve parlando di sport. Ricorda i nomi di intere squadre di anni anche remoti con memoria dettagliata.
«Mento sapendo di mentire sull’interno sinistro dell’Inter del ’38, perché so che ci giocò in quel ruolo, ma due anni dopo. Ma prima o poi mi tornerà a mente.»

E lo sport più amato?
«Forse il ciclismo. Il giro d’Italia.La Gazzetta. SempreMilano. Fui per Bartali che era un brav’uomo e anche più intelligente di Coppi, nevrotico e sensibile, che però era Coppi. Ero per Bartali perché ero stato per Bartali anche quando la storia dimostrava che il campione era diventato un altro. Coppi era capace di partire e di staccare tutti dall’inizio della gara, di venti, trenta minuti. Il suo corpo era tutt’uno con la sua bicicletta. Già che considero la bicicletta un’opera d’arte, si immagini cosa voglio dire con quel tutt’uno.»
Niente niente, mancato il Corriere riuscì a scrivere sulla Gazzetta?
«No, ma la Gazzettami fece l’onore di scrivere di me. Il suo vicedirettore Luigi Gianoli dedicò nel 1956 un articolo importante al mio libro La carriera di Pimlico dicendo “il purosangue diventa poesia nel romanzo di Cancogni”… mi piacerebbe ritrovare quell’articolo…»

Un ricordo di Coppi?
«Seguivamo in macchina la tappa del Giro, da Reggio Emilia a Viareggio. Sull’Appennino il cielo si fece nero. Un uragano. Non si poteva più guidare, vedere la strada, avere certezza della carreggiata. Lasciammo la corsa, scendemmo, imboccammo la strada per Pistoia e Lucca, e trovammo rifugio sotto un ponte. E lì, dopo un’ora o due, spiovve. Il cielo si aprì. Neppure sapevamo dove fossimo. Ma nello squarcio delle nubi e nel nuovo chiarore apparve un punto in movimento. Che si avvicinava. Riconoscemmo un ciclista. Un solo ciclista, in fuga, che si materializzava sempre di più. Lo vedemmo arrivare. Con una velocità strabiliante. In quell’uragano aveva staccato tutti, con un distacco inarrivabile. Fausto Coppi. Lo seguimmo in auto. E, per bizzarria, prima dell’arrivò si rialzò. Si fece raggiungere e l’arrivo fu in volata. Anche questo era Coppi.»

 

Ritrovamento


Eccoci, per magia della memoria, a Viareggio, di nuovo in Versilia. Tornati a casa, dopola Milanomoderna amata da tanti italiani che faticavano a voler bene all’Italia meno al passo dell’Europa. Ed è in questa Versilia che Manlio Cancogni, dopo avere dato per perso un manoscritto della fine degli anni ’70, lo ha ritrovato, intatto, in un cassetto.
«Si intitola La cugina di Londra, era l’ultimo di sette romanzi che costituivano una storia inanellata. Alcuni sono stati pubblicati, Il latte del poeta, La linea del Tomori. Uno, La pensione Rosalba, l’ho gettato via perché l’idea era magnifica ma il testo non mi veniva bene. Uno – Il Terrorista (che pensa di fare un attentato a Moravia) – l’ho perso in America, forse potrebbe essere in certe scatole rimesse a posto da mio nipote Lancellotto, che chiamiamo Lance, non so. Uno lo consideravo perduto e invece era nel fondo di un cassetto di casa. È in lavorazione. Elliott lo pubblicherà presto.»1

Dunque, memorie e ancora attese di un grande scrittore italiano che fa e rifà la sua selezione letteraria del Novecento italiano (per alcuni anni fu direttore della Fiera letteraria), decidendo ancora adesso – con la divertita faziosità che un toscano non può dissimulare – chi leggere e chi rileggere, chi additare e chi consigliare.
«Su questo sono netto. I grandi sono: Pea, Tozzi, Comisso, Bartolini, Tobino, Bilenchi, Cassola».

Landolfi?
«No.»

Bassani?
«Ma sì, mi piace, ma è poco italiano, appartiene alla mitteleu
ropa, traduce in italiano.»

1. Elliot lo ha proposto nella collana “Raggi” a fine 2011.

STEFANO ROLANDO professore di Scienze della Comunicazione all’Università Iulm di Milano, scrive in materia di comunicazione pubblica e politica e nel campo della storia e dell’identità italiana. In questo ambito: Quarantotto (Bompiani, 2008), Una voce poco fa (Marsilio, 2008), Il mio viaggio nel secolo cattivo (con Maria L. Baldini Nitti, Bompiani 2008),Le nostre storie sono i nostri orti (con Marco Pannella, Bompiani 2009), Paolo Grassi. Biografia (coautore, Skira 2011) e Due arcobaleni nel cielo di Milano (con Giuliano Pisapia, Bompiani 2011).

Manlio Cancogni nato a Bologna nel 1916 e vissuto in Versilia (e anche a Parigi, negli Stati Uniti e a Milano), ha vinto nel 1973 il Premio Strega con il romanzo Allegri, gioventù e nel 1985 il Premio Viareggio con Quella strana felicità. Grande penna del giornalismo d’inchiesta dagli anni ’40 in poi (L’Europeo, l’Espresso, il Giornale e molte altre testate), nel 2009 ha realizzato con Stefano Rolando un lungo colloquio pubblicato dalla rivista Mondoperaio dedicato all’incrocio tra il suo percorso civile e quello di scrittura. 

Per un approccio complessivo alla scrittura di Cancogni
Federica Depaolis e Walter Scancarello, Manlio Cancogni: bibliografia delle opere e della critica (1939-2010), Pontedera (Pisa), Bibliografia e Informazione, 2011
Iole Firillo Magri, Invito alla lettura di Manlio Cancogni, Milano, Mursia, 1986

 

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