Joshua Hammer

Íngrid Betancourt. Nella trappola

da ''The New York Review of Books''

Íngrid Betancourt, Non c’è silenzio che non abbia fine. I miei sei anni di prigionia nella giungla colombiana, Milano, Rizzoli, 2010, pp. 717, € 21,00

Marc Gonsalves, Keith Stansell e Tom Howes con Gary Brozek, Prigionieri delle FARC. 1967 giorni nella giungla della Colombia, Milano, Mursia, 2010, pp. 582, € 22,00

Clara Rojas, Prigioniera, Sei anni ostaggio delle FARC con Íngrid Betancourt, Milano, Cairo, 2010, pp. 238, € 15,00

I tre libri scritti dagli ostaggi dei guerriglieri marxisti della Colombia, le FARC, vengono analizzati in questo articolo che ripercorre i momenti più importanti dei sequestri. Tre esperienze, quella di Ingrid Betancourt, quella di Clara Rojas e quella dei tre americani Marc Gonsalves, Keith Stansell e Tom Howes, che lasciano trasparire punti di vista diversi e dai quali emerge anche una critica al comportamento tenuto dalla Betancourt in quei difficili momenti.

A metà della vicenda descritta nel suo straziante memoriale Non c’è silenzio che non abbia fine. I miei sei anni di prigionia nella giungla colombiana1, Íngrid Betancourt, la nota esponente politica colombiana che è stata ostaggio delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) per tre anni e mezzo, riesce a evadere dall’accampamento nella giungla dove era tenuta prigioniera; con lei fugge il suo compagno di prigionia (e forse, per un certo tempo, amante) Luis Eladio “Lucho” Pérez. I due si trovano in mezzo alla foresta pluviale amazzonica, sperduti, affamati, terrorizzati. Sono trascinati a valle da un fiume e si tengono a galla con le borracce vuote; sopravvivono mangiando pesci crudi che pescano con i pochi ami che sono riusciti a rubare nel campo di prigionia; tentano con la forza della disperazione di ripararsi dal freddo delle ore notturne che penetra attraverso i loro fradici indumenti. Lucho, che è diabetico ed è stato privato delle sue medicine dai rapitori, rischia di cadere in coma e di morire. In ogni istante sono minacciati dagli abitanti della giungla: formiche rosse, alligatori e pestiferi sciami di insetti, detti la manta blanca, che si rovesciano su di loro poco prima che finisca il cibo di cui possono disporre, sottratto prima della fuga, e che essi si arrendano, disperati, ai guerriglieri, i quali sono riusciti a rintracciarli: «Ci ricoprì come neve e si trascinò sui nostri vestiti fino alla pelle per infliggerci punture dolorose che non riuscivamo a evitare. Si trattava di un nugolo composto di microscopici moscerini grigioperla dalle ali diafane. Riusciva difficile credere che quegli esserini fragili e maldestri potessero fare così male. Cercavo di ucciderli con la mano, ma erano insensibili al mio contrattacco, tanto leggeri che schiacciarli contro la pelle risultava impossibile. Dovevamo battere in ritirata ed entrare nel fiume in anticipo, e ci immergemmo in acqua con grande sollievo, graffiandoci il viso con le unghie per cercare di sbarazzarci degli ultimi esemplari che ancora ci perseguitavano. Ancora una volta la corrente ci trascinò verso il centro del fiume, e questa volta il risucchio fu provvidenziale! Alle spalle di Lucho erano emersi gli occhi tondi di un caimano, ma lo vidi dare un colpo di coda e tornare da dove era venuto. Che cosa sarebbe accaduto se non avesse deciso di allontanarsi dalla riva?».

La Betancourt ha passato sei anni e mezzo nella giungla, prigioniera delle FARC, il più vecchio gruppo di guerriglieri marxisti dell’emisfero occidentale che dal 1964 ha combattuto una sanguinosa guerra civile contro il governo colombiano. Durante la sua prigionia, la Betancourt è stata tagliata fuori dal resto del mondo, privata di qualunque contatto con il marito Fabrice Delloye, i due figli (una ragazza e un ragazzo) e i genitori (il padre è morto di cancro durante il secondo anno della sua detenzione come ostaggio): la vita che ha condotto in cattività è stata per molti aspetti affascinante per l’eccezionalità degli eventi, ma le circostanze in cui si sono svolte molte fasi appaiono tuttora avvolte nel mistero. Secondo alcuni resoconti la prigioniera avrebbe tentato più volte di fuggire e ha trascorso la maggior parte del tempo incatenata. (Ha sempre mantenuto un atteggiamento “insolente”, “provocatorio”, come mi ha assicurato tre anni fa, a Bogotá, Jhon Frank Pinchao Blanco, un sergente della polizia colombiana, che, nell’aprile 2007, era riuscito a fuggire dallo stesso campo di detenzione nella giungla.)

Infine, il 2 luglio 2008, Íngrid Betancourt e quattordici altri ostaggi sono stati liberati da truppe dell’esercito colombiano, in un’operazione di salvataggio meticolosamente progettata. La fase conclusiva e più impegnativa dell’elaborato gioco di finte, azioni diversive e attacchi, orchestrato dall’intelligence militare colombiana e denominato Operación Jaque (quasi omofono di “check”, come in “checkmate”, “scaccomatto”), comportava una falsa notizia, fatta giungere con l’inganno agli alti comandi dei ribelli, per indurli a credere che quelli che erano militari impegnati nel salvataggio e trasportati con elicotteri fossero invece membri di un’associazione per gli aiuti umanitari incaricati di un’ispezione del gruppo degli ostaggi. Il salvataggio ha fatto della Betancourt un’eroina in tutto il mondo, l’incarnazione del coraggio di fronte alla brutalità delle FARC.

Nel giro di pochi mesi dopo la liberazione la stampa ha incominciato però a diffondere una serie di testi nei quali la Betancourt è ritratta in modo tutt’altro che lusinghiero. Liberati dalla prigionia nella stessa Operazione Jaque, Marc Gonsalves, Keith Stansell e Tom Howes, tre contractor civili statunitensi, hanno scritto (con la collaborazione del giornalista freelance Gary Brozek) il libro Prigionieri delle FARC. 1967 giorni nella giungla della Colombia: in esso la Betancourt è indicata con termini quali “vipera” o “principessa del cavolo” e descritta come un personaggio estremamente egoista, una donna arrogante, malata di protagonismo e convinta che tutto le sia dovuto. Questi tre prestatori d’opera dicono che essa rifiutava di condividere il cibo con gli altri ostaggi, impediva ai compagni di prigionia di usare oggetti di valore (come un radioricevitore a onde corte portatile) che teneva per sé e ha perfino denunciato Gonsalves ai guardiani. Ecco la ragione di questa denuncia: Gonsalves insisteva nel voler trattenere e conservare una collezione di lettere di carattere intimo che la Betancourt gli aveva scritto durante il periodo della loro detenzione. Altre testimonianze ci vengono dal libro Prigioniera. Sei anni ostaggio delle FARC con Ingrid Betancourt di Clara Leticia Rojas González, che a lungo è stata collaboratrice della Betancourt (anche durante la sua campagna presidenziale nel 2002). La Rojas dice che la Betancourt non le ha prestato il conforto che l’avrebbe sostenuta, a livello emotivo, quando è rimasta incinta durante la prigionia, e individua nel suo mutato atteggiamento, che l’ha portata a essere «estremamente apatica e piuttosto acida», la causa della rottura di un’amicizia durata vent’anni. E scrive: «Ci accadde ciò che capita a molte coppie che, quando viene a mancare la comunicazione, finiscono per trasformarsi in due sconosciuti, due estranei senza niente in comune», precisando poi: «L’avevo sempre vista forte e decisa; perciò mi sconcertava constatare come stesse crollando, fino al punto che, credo, arrivò a perdere la voglia di vivere. Lei che, per me, aveva incarnato fino ad allora un modello di vita, iniziò a rappresentare la morte».

(Clara Rojas è stata liberata nel gennaio 2008 per un’operazione di scambio svolta con la mediazione di Hugo Chávez, presidente del Venezuela.)

La reputazione della Betancourt ha subito un altro duro colpo nel giugno 2010, quando ha accusato l’esercito colombiano di negligenza in relazione agli eventi che hanno portato al suo rapimento nel 2002. Sostenendo che i militari le avevano negato la loro protezione durante una rischiosa esplorazione progettata per svolgere un’indagine in un territorio demilitarizzato oggetto di contestazioni, ha richiesto al governo un indennizzo di 6,8 milioni di dollari. Tale richiesta è stata respinta dall’esercito e dal vice-presidente colombiano, Francisco Santos, il quale ha affermato che la petizione meritava di ricevere un «premio mondiale per l’avidità, l’ingratitudine e l’impudenza».

Le sue richieste hanno anche fatto perdere alla Betancourt gran parte del favore che le avevano dimostrato i suoi amici e seguaci colombiani. Dopo qualche giorno, di fronte alla crescente indignazione popolare, ha rinunciato all’azione legale. E ora, con la pubblicazione delle proprie memorie, si è proposta di chiarire le motivazioni di alcuni suoi atti e di fornire la sua versione su ciò che è effettivamente accaduto nei sei anni e mezzo da lei vissuti in cattività. Il libro dovrebbe dissipare ogni residua voce relativa a un suo collegamento o accordo con i rapitori. Sembra tuttavia improbabile che la descrizione del tormento della sua mente e del comportamento dei suoi compagni di prigionia, fornita con intrepida fermezza in queste pagine, possa porre fine alle polemiche legate ai giudizi formulati su di lei.

Ho incontrato personalmente Íngrid Betancourt nell’estate del 1997 durante una mezza dozzina di viaggi in Colombia compiuti mentre lavoravo come responsabile della redazione di ‘Newsweek’per l’area sudamericana. Figlia di un diplomatico colombiano di stanza a Parigi come delegato presso l’UNESCO e di una ex reginetta di bellezza entrata in politica e divenuta senatrice, Íngrid, allora trentacinquenne, coltivava l’ambizione di intraprendere la carriera politica per conto suo. Eletta come membro della Camera dei Rappresentanti nel Parlamento della Colombia, aveva dato vita al Partido verde Oxígeno ed era intenzionata a candidarsi per le elezioni presidenziali. Pranzammo insieme in un locale del centro di Bogotá e la Betancourt mi parlò della “disastrosa” amministrazione dell’allora presidente Ernesto Samper, in precedenza molto popolare come riformatore, che, per sua stessa ammissione, aveva accettato un finanziamento per la propria campagna elettorale dal “Cartello di Cali”, potente organizzazione criminale per la diffusione della droga, in particolare dedita all’esportazione della cocaina negli USA (Cali, città della Colombia sudoccidentale, è la seconda del paese per numero d’abitanti). La Colombia, mi diceva la Betancourt, era al collasso: la maggior parte delle campagne era nelle mani delle FARC o delle loro implacabili antagoniste, le AUC (Autodefensas Unidas de Colombia), costituite da gruppi paramilitari di destra, che, avendo stretto un’alleanza con l’esercito regolare e dunque potendo contare sull’impunità, uccidevano i guerriglieri e i simpatizzanti di questi, senza smettere di raccogliere, come sempre, il denaro proveniente dal commercio della droga.

Nel pomeriggio passammo un paio d’ore insieme: la Betancourt poteva essere convincente così come ammiccante. Ciò che ho visto il giorno dopo, durante un breve spostamento nella provincia settentrionale di Antioquia, ha confermato in larga misura le sue descrizioni di una nazione nella morsa di una guerra civile la cui violenza stava crescendo rapidamente. In un accampamento sorvegliato da sentinelle tra le alture della sierra, Carlos Castaño, il più potente dei leader paramilitari del paese, mi disse che le FARC e le autodefensas erano inesorabilmente obbligate a combattersi «fino alla morte».

Concluso il mandato di Samper, è diventato presidente Andrés Pastrana, che si è dimostrato favorevole a un prudente avvicinamento all’idea di trattare con le FARC, ormai forti di circa 20.000 guerriglieri. Nel novembre 1998, Pastrana ha istituito una zona demilitarizzata (despeje) di 18.000 miglia quadrate nella giungla a est di Florencia, nel dipartimento di Caqueta, destinata ai guerriglieri. La concessione di un territorio grande come la Svizzera doveva agire, secondo chi l’aveva proposta, come uno stimolo: le FARC, riconoscenti, avrebbero dovuto decidere di partecipare a trattative di pace. I gruppi ribelli hanno invece utilizzato la zona demilitarizzata per l’addestramento dei propri soldati, ma anche per coltivare piante di coca, attivare laboratori per l’estrazione della droga, migliorare la logistica e l’intelligence, e delimitare un gulag dove rinchiudere alcuni dei poliziotti e dei militari catturati come prigionieri di guerra, che erano in tutto un centinaio.

Le FARC hanno anche dato inizio a una nuova iniziativa strategica, affidandone la realizzazione a Julio Suárez Rojas (noto sia come Jorge Briceño che con il soprannome Mono Jojoy), uno dei più spietati comandanti del gruppo: il rapimento di personalità politiche colombiane. Questi “ostaggi di grande valore” dovevano presumibilmente essere barattati con ribelli delle FARC rinchiusi nelle prigioni colombiane. Nel febbraio 2002, uomini delle FARC hanno dirottato un aereo di linea nella Colombia meridionale e preso in ostaggio il più importante e potente senatore della regione. A questo punto, Pastrana ha interrotto ogni trattativa per la pacificazione e ha inviato l’esercito nell’area del despeje per prenderne il controllo.

Il lungo viaggio della Betancourt nell’esperienza della prigionia è incominciato, secondo quanto scrive, il 23 febbraio 2002, quando si è messa in viaggio per una missione esplorativa nel despeje. Era interessata indagare sulla situazione dei civili che potevano diventare bersaglio sia per i ribelli in ritirata che per le truppe governative avanzanti. Il viaggio della Betancourt è stato spesso criticato e bollato come un’esibizione pubblicitaria deliberatamente imprudente. Nel suo resoconto, comunque, sostiene di essere stata sabotata all’ultimo istante dall’esercito colombiano: i militari governativi avevano infatti promesso di trasportarla con un elicottero in zona, ma il volo è stato poi cancellato. (La Betancourt sospetta un’intromissione di Pastrana che di certo non era ansioso di favorirla. Scrive infatti : «L’avevo sostenuto in campagna elettorale a condizione che si impegnasse a intraprendere ampie riforme contro la corruzione politica e a modificare il sistema elettorale» e prosegue: «Non aveva mantenuto la parola, e passai all’opposizione, così lui si accanì contro la mia squadra, e riuscì a reclutare due miei senatori».)

Íngrid fu dunque costretta a compiere il viaggio su strada (così scrive nel suo testo) e, dopo che già era partita, il Dipartimento di Sicurezza di Caqueta le rifiutò il permesso di portare con sé le proprie guardie del corpo. Essa proseguì comunque quando la gente del posto l’assicurò che le FARC si erano ritirate dalla zona. A circa un’ora da Florencia, il piccolo gruppo (del quale facevano parte anche Rojas e due giornalisti) giunse a un posto di blocco tenuto da soldati camuffati da civili che portavano però gli inconfondibili stivali neri di gomma delle FARC. Uno di essi la riconobbe. Un po’ oltre nella giornata, un guerrigliero calpestò involontariamente una mina che, scoppiando, lo privò delle gambe. Le FARC bloccarono l’automezzo della Betancourt e ci caricarono l’uomo ferito; poi il veicolo proseguì nella giungla sempre più folta: «Dieci minuti più tardi l’auto si fermò. Uno dei nuovi arrivati saltò giù dal retro e venne ad aprire le portiere:

“Scendete tutti, forza, sbrigarsi!”. Ci puntò contro il fucile e mi prese violentemente per il braccio.

“Mi dia il suo telefono. Faccia vedere che cosa tiene là dentro.”

Perquisì la mia sacca e mi sospinse in avanti, affondandomi nella schiena la punta del fucile.

Fin dall’inizio avevo sperato che ci avrebbero condotti nel luogo in cui avrebbero curato il ferito, e che poi ci avrebbero lasciato andare.

Solo poco dopo capii che cosa mi stava succedendo: ero appena stata presa in ostaggio».

Trasportata nel primo di una serie di nascondigli nella foresta pluviale, la Betancourt descrive il suo passaggio da una vita nei sofisticati ambienti della città, con tutti i relativi privilegi, a un primordiale “inferno”, dove qualunque movimento era imposto dai suoi rapitori. Ecco come descrive la sua prima visita alle latrine, che compì scortata da una giovane guardiana: «Guardai più attentamente. Il suolo era scavato in più punti. All’interno delle buche lo spettacolo era ignobile. Gli insetti brulicavano ovunque sulle feci coperte in fretta e male. Avevo già la nausea, e d’istinto mi piegai in due, colta da spasmi, sentendo con orrore l’odore nauseabondo che saliva dalle fosse riempirmi le narici. Vomitai senza preavviso, inzaccherando me e la ragazza sino alla camicia.

[Più tardi, nello stesso giorno], mi sedetti davanti a una scacchiera e fui presa dal panico. Le pedine eravamo noi. La nostra esistenza era ormai definita da una logica che i miei rapitori cercavano costantemente di tenerci nascosta. Respinsi la scacchiera, incapace di continuare il gioco. Quanto tempo ci sarebbe voluto ancora? Tre mesi, Sei mesi? Osservavo i guerriglieri intorno a me e il loro modo di vivere spensierato e disinvolto, la calma del tempo ritmato da un’immutabile routine: tutto questo mi dava la nausea. Come potevano dormire, mangiare e sorridere mentre condividevano il tempo e lo spazio del calvario di un’altra persona, tenuta lontana dai suoi cari?».

Man mano che le settimane diventavano mesi, e poi anni, Íngrid Betancourt, come ci dice nel suo libro, passò, quasi per un drastico cambiamento di rotta, dalla speranza di un’imminente liberazione allo stato terribilmente monotono ma paralizzante della più profonda disperazione. Stabilì un forte legame sentimentale con Lucho Pérez, un senatore colombiano, che durante la prigionia si era ridotto a un personaggio irsuto, invecchiato, malaticcio. Passava il tempo leggendo la Bibbia, ricamando e ascoltando la sua radiolina a onde corte, unico legame rimastogli con il resto del mondo. In quel lunghissimo periodo ha avuto modo di piangere la morte di suo padre e di essere afflitta dalle preoccupazioni per i suoi figli che crescevano senza di lei, ricevendo sostegno a livello emotivo dai messaggi a lei indirizzati dalla madre attraverso le trasmissioni di una stazione radio colombiana, che riusciva a captare. È stata colpita da una lunga serie di malattie tipiche dell’ambiente della foresta pluviale, tra le quali la malaria e la leishmaniosi2, ed è stata curata con ripetute e dolorose iniezioni nell’addome. È sopravvissuta a lunghe marce forzate sotto piogge calde che inzuppavano gli indumenti e a trasferimenti compiuti risalendo il corso dei fiumi nella giungla sempre più folta, schiacciata per giorni e giorni tra i compagni di prigionia sotto teloni d’incerata, sopraffatta dalla nausea indotta dagli scarichi dei motori fuoribordo. E, ogni giorno, ha dovuto confrontarsi con le piccole crudeltà, l’arroganza, e il sadismo dei comandanti delle FARC.

Alla Betancourt non sono sfuggite l’ipocrisia e la misoginia celate dietro le dichiarazioni d’uguaglianza sbandierate dalle FARC e ha perfino provato simpatia per alcuni dei guerriglieri più giovani. Molti di questi combattenti erano stati spinti a entrare nel movimento rivoluzionario dalla disperante povertà cui cercavano di sfuggire, per poi ritrovarsi intrappolati senza ritorno. Le ragazze, in particolare, erano alla mercé dei loro onnipotenti superiori: «Nelle FARC respingere le avances di un capo era considerato un gesto molto sconveniente. Bisognava dare prova di cameratismo e spirito rivoluzionario e dalle donne in uniforme ci si attendeva che contribuissero a soddisfare i desideri sessuali dei compagni d’arme […] le ragazze potevano rifiutare una volta, due volte, ma non di più. In un tale caso venivano richiamate per la loro scarsa solidarietà rivoluzionaria. L’unico modo di sfuggire a quella sorte era dichiararsi ufficialmente legata a qualcuno e ottenere il permesso di vivere insieme all’uomo sotto lo stesso tetto. Se però un capo aveva messo gli occhi su una ragazza era molto improbabile che un altro guerrigliero si immischiasse».

Se è vero che la Betancourt isola i capi delle FARC facendoli oggetto di un particolare disprezzo, va detto anche che le sue critiche più aspre sono dirette verso le donne che sono state sue compagne di prigionia. In particolare descrive Clara Rojas, il suo braccio destro nell’attività politica, che su di lei ha scritto parole dure nel già citato libro Prigioniera, come una maniaca depressiva, che è crollata, non sopportando il peso della cattività. La Betancourt ci rivela che la Rojas l’ha colpita fisicamente e ha posto entrambe in una situazione di estremo pericolo, irrigidendosi per una crisi di panico durante un tentativo di evasione. A suo parere, l’arrivo nel campo di detenzione per “ostaggi di grande valore” di tre cittadini statunitensi nell’ottobre 2003, nove mesi dopo che il loro aereo per la sorveglianza anti-droga era andato in stallo e si era schiantato atterrando a due passi da una pattuglia delle FARC, fece salire la tensione alle stelle.

Íngrid Betancourt provò immediatamente antipatia per Keith Stansell, un ex-marine della Florida esperto di velivoli e lo dipinge, in Non c’è silenzio che non abbia fine, come un grossolano fanfarone, il quale si vantava dei suoi ricchi amici e delle sue vacanze di caccia: «Non riusciva a fare a meno di parlare della ricchezza quasi ossessivamente, come se l’intensità dei suoi legami fosse governata da ragionamenti fiscali. Infatti, aveva chiesto la mano della sua fidanzata perché aveva contatti altolocati, e il suo argomento di conversazione preferito era il suo salario». Per contro nacque presto un’amicizia intima tra la Betancourt e Marc Gonsalves, collega di Stansell, che, diversamente da lui, era un gentile parlatore. Malgrado gli sforzi degli uomini delle FARC per dividerli, i due rimasero in contatto facendosi segnali con le mani e scambiando missive che nascondevano nella “cassetta delle lettere” (una cavità alla base di un ceppo d’albero). La relazione divenne una sorta di “corda di salvataggio”, come dice la Betancourt, che si spezzò definitivamente nell’estate 2007, quando le FARC trasferirono lei e Marc in due campi di prigionia separati.

Il racconto della Betancourt ogni tanto si trascina, quasi tradendo la pesante inerzia, il torpore e la monotonia della vita nella giungla amazzonica. Ma la storia riprende vigore e si impenna con le drammatiche descrizioni dei suoi tentativi di fuga. Dopo ciascuno di questi tentativi falliti, la protagonista viene ricondotta con marce forzate al campo di prigionia, privata dei suoi piccoli privilegi, sottoposta a violenze fisiche e mentali e immobilizzata per mezzo di catene. Dall’abisso della dignità oltraggiata e della sofferenza, riesce tuttavia a conservare, come scrive, il senso di se stessa: «Privata di ogni forma di libertà, e con essa di ogni cosa a cui tenevo; separata a forza dai miei figli, da mia madre, dalla mia vita e dai miei sogni; incatenata per il collo a un albero senza potermi muovere, senza avere il permesso di scegliere se parlare o tacere, di mangiare o bere, e neppure di provvedere alle necessità più elementari del mio corpo; vittima dell’umiliazione più infamante, conservavo pur sempre la più preziosa libertà, una libertà che nessuno avrebbe mai potuto portarmi via: la libertà di decidere chi volevo essere».

La credibilità di questo autoritratto della Betancourt, come figura stoica che si erge al disopra della mancanza d’umanità dei suoi rapitori, viene però fortemente indebolita da quanto leggiamo in Prigionieri delle FARC, il già citato memoriale scritto dai tre ostaggi statunitensi insieme al giornalista Gary Brozek. Il libro è scritto dai tre contractor e ci presenta un ritratto duro e spesso decisamente critico della Betancourt. Dal momento in cui fa la sua comparsa nelle pagine del libro essa è dipinta come una persona «egoista» e «arrogante», subito risentita per l’arrivo degli “americani” nel campo, dominata da un forte senso della territorialità (al punto, ad esempio, di lamentarsi aspramente perché Stansell appende, nello spiazzo, la propria amaca al “suo” albero), e tanto solipsista da autoilludersi. «Sembravano entrambi [Lucho e la Betancourt] sicuri che il rilascio di Ingrid fosse ormai cosa imminente», scrive Gonsalves descrivendo il loro primo incontro nel campo di prigionia nell’ottobre 2003, prima che la sua personale antipatia si smorzasse dando spazio a una prudente ammirazione, poi all’intimità e, più tardi, alla disillusione e al disgusto.

I tre contractor statunitensi ironizzano sulla fiducia ostentata dalla Betancourt quando sostiene che i prigionieri sono stati raccolti tutti insieme come preludio alla sua imminente liberazione: «le FARC sapevano che stava per essere rimessa in libertà, e quindi volevano che lei vedesse tutti gli ostaggi più prominenti, per poter testimoniare al mondo intero che eravamo vivi e vegeti».

«”Incredibile, non ti pare?” disse Tom quando finalmente Ingrid si allontanò. Aveva l’aspetto di qualcuno che ha appena dato un morso a una mela marcia. “Quella principessa del cavolo è convinta che le FARC abbiano costruito questo castello per lei e solo per lei. Io sento una gran puzza di arroganza, e tu?”»

È probabile che noi lettori ci sentiamo costretti a scegliere tra due opposte visioni della realtà. Stansell, ad esempio, accusa la Betancourt di aver detto al comandante del campo «che eravamo agenti della CIA e quindi che ci spostasse da lì, subito. Lei e Lucho gli avevano anche mandato una nota nella quale gli avevano detto che avevamo dei microchip nel sangue». La Betancourt presenta lo stesso episodio come esempio dell’insidiosa strategia delle FARC per aizzare i prigionieri uno contro l’altro diffondendo storie false a loro insaputa. E ciò che la stessa Íngrid giustifica come azione dettata dalla necessità del momento (l’aver nascosto la sua radio a onde corte e il rifiuto di condividerne l’uso con gli altri prigionieri dopo che le FARC con una sorta di editto avevano vietato l’uso di qualunque apparecchio), viene dai tre contractor proposto come un ulteriore esempio del suo egoismo: «Fummo profondamente scioccati da questo suo comportamento, Keith in particolare […] Secondo lui, questo modo di fare di Ingrid non era altro che un ulteriore tentativo di acquisire potere e controllo su di noi, questa volta usando la radio […] Keith […] aveva previsto che il carattere individuale di ognuno di noi sarebbe venuto alla luce; cioè, che la prigionia avrebbe finito con lo svelare le nostre vere personalità […] E infatti, nel caso di Ingrid e la radio, era proprio quello che stava accadendo».

Gonsalves più tardi rende meno crudo il giudizio implicito in questo ritratto della Betancourt con un commovente racconto della loro amicizia. Si sente attratto dalla sua vulnerabilità, dalla sua solitudine, dalla sua situazione di unica donna in un campo pieno di uomini. Dopo essersi rifiutato di restituirle le lettere contenenti espressioni di carattere intimo che la donna gli aveva scritto nel corso di vari mesi, Gonsalves provò un senso di disgusto (così scrive) quando la Betancourt reagì facendo perquisire lui e gli altri suoi connazionali dalle guardie delle FARC. Il suo rispetto per lei è ulteriormente diminuito quando è incominciata la sua relazione intima con William Pérez, un prigioniero che cercava di migliorare le proprie condizioni di vita ottemperando alle richieste dei ribelli. Ecco che cosa dice, in proposito, Gonsalves: «Ora che aveva fatto coppia con William Pérez, fui rattristato dal fatto che Ingrid fosse tornata a essere quella che era stata prima; e che, qualunque fosse la natura delle forze arcane che avevano operato la loro magia su di lei quando era nella giungla, le stesse forze l’avevano spinta ancora una volta a cercare rifugio in qualcun altro, invece che in se stessa e nella sua fede».

Alcune delle critiche mosse alla Betancourt appaiono superficiali e ingenerose, perché non tengono conto delle pressioni esercitate a livello psicologico che tutti gli ostaggi dovevano sopportare e i disperati compromessi che hanno accettato per riuscire a sopravvivere. Più di ogni altro comportamento sgradevole, l’abitudine diffusa tra gli ostaggi di sparlare l’uno dell’altro rivela gli ottimi risultati della tattica dei guerriglieri delle FARC di far sorgere sospetti e divisioni tra i prigionieri, indebolendoli e demoralizzandoli.

La situazione politica è drasticamente mutata in Colombia dai giorni del quasi epidemico diffondersi della pratica di prendere ostaggi. Già nell’ottobre 2007, quando mi sono recato in Caqueta per ricostruire gli spostamenti della Betancourt durante la sua prigionia, l’ubiquità delle FARC costituiva ormai una realtà nella parte meridionale e sudorientale del paese. Qualche settimana prima del mio arrivo, a Donsello, nel cuore del despeje, la zona prima demilitarizzata, sette squadroni suicidi delle FARC scorrazzavano in motocicletta al tramonto, nel tentativo di uccidere tutti i membri del consiglio municipale. Avevano assassinato due donne sulla porta di casa, prima di fuggire tornando nella giungla. Attraversando a piedi la città superai le macerie di uno stabilimento della Nestlé per la produzione di latte in polvere, bombardato dalle FARC nel mese di gennaio. Venti poliziotti, in uniforme verde oliva e armati di fucili d’assalto Colt M16, mi circondarono mentre camminavo. «Potreste anche voi essere vittima di un rapimento», si è affrettato a spiegarmi un tenente.

Da quel momento, sotto la leadership del presidente Álvaro Uribe Vélez e del suo successore Juan Manuel Santos Calderón (che è stato ministro della Difesa nel governo Uribe e ha avuto un ruolo essenziale, anche se non del tutto chiaro e quindi criticato, per alcuni suoi comportamenti discutibili, nella missione di salvataggio del luglio 2008) il governo colombiano ha rafforzato l’esercito, migliorato la sicurezza e indebolito in modo significativo le forze ribelli. Cacciate dalle città e confinate in poche remote aree della foresta pluviale, le FARC «si trovano ora in una situazione che è la peggiore di tutte quelle da loro attraversate», mi è stato detto da José Miguel Vivianco, il direttore dell’HRW (Human Rights Watch, “Osservatorio per i Diritti Umani”). Il 22 settembre 2010 l’esercito ha raggiunto un campo di ribelli nella giungla di Caqueta, inseguendo e infine uccidendo Julio Suárez Rojas, alias Mono Jojoy, il principale pianificatore dei rapimenti degli “ostaggi di grande valore”.

Suárez Rojas era il comandante militare operativo delle FARC e comandante in seconda di tutta l’organizzazione, ruolo da lui assunto quando venne ucciso Raúl Reyes in Ecuador durante un raid oltre il confine sudoccidentale colombiano. Vivianco mi ha detto che Rojas era divenuto «lo stratega sul piano militare, l’uomo che controllava la mente e l’anima delle FARC. La sua morte in combattimento ha avuto un effetto devastante». Secondo le stime, proposte da più fonti, defezioni e uccisioni hanno ridotto la consistenza numerica delle FARC a meno di settemila uomini e la possibilità, per i ribelli, di condurre a buon fine i rapimenti è risultata significativamente compromessa. Negli ultimi due anni sono continuate senza interruzioni le operazioni di rilascio degli ostaggi da parte delle FARC; molti altri ostaggi sono riusciti a fuggire dai campi di detenzione. Si ritiene che oggi siano ancora prigionieri pochi poliziotti e soldati (meno di una ventina).

Uribe, che ha lasciato il suo incarico nello scorso mese di agosto, godendo ancora di una vasta popolarità (ma non potendo, in base alla Costituzione, ottenere un terzo mandato) era tuttavia stato criticato per aver permesso ad alcuni paramilitari di destra di continuare a operare impunemente. Negli ultimi due anni, ben pochi leader paramilitari sono stati estradati negli USA per rispondere alle incriminazioni per traffico di droga. Tra costoro il più noto è Salvatore Mancuso Gómez, detto anche “Triple Cero” (“000”), comandante delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia), la coalizione di paramilitari che combattevano i guerriglieri in tutto il paese e che finanziava le proprie attività per mezzo di donazioni da latifondisti, con il traffico di droga, con estorsioni e rapine. Malgrado il programma di smobilitazione promosso da Uribe, sono assai pochi i gruppi di questo tipo che sono effettivamente stati smantellati.

In realtà, secondo un rapporto dell’HRW pubblicato nell’inverno scorso: «Nuovi gruppi [sono] sorti ovunque nel paese, prendendo le redini delle operazioni criminali precedentemente condotte dalla leadership delle AUC». Il testo prosegue: «I gruppi che si considerano eredi delle AUC commettono massacri, omicidi, deportazioni forzate, stupri, estorsioni causando un’atmosfera di terrore nelle comunità in cui esercitano il loro controllo»3. Non si hanno finora indizi di un maggior impegno della nuova amministrazione guidata dal presidente Juan Manuel Santos nella lotta contro i gruppi paramilitari.

Oggi quarantanovenne, Íngrid Betancourt continua a essere ossessionata dai suoi anni di prigionia. Il suo matrimonio con il secondo marito Juan Carlos Lecompte è andato in pezzi dopo la liberazione. Oggi la Betancourt divide il suo tempo tra New York e Parigi, dove dirige una fondazione che fornisce aiuti ad altri ex-ostaggi. Non si è avuta alcuna ipotesi seria su un suo ritorno all’attività politica e non è chiaro se su questa via potrebbe ancora avere qualche successo. Per quanto gli anni che ha trascorso in prigionia abbiano ammorbidito il suo atteggiamento elitario, la richiesta, da parte della Betancourt, di un risarcimento per le sofferenze da lei patite nella giungla hanno colpito molti commentatori che l’hanno considerata troppo impulsiva e misconoscente: di certo tale situazione non l’ha resa più simpatica al pubblico. All’inizio del 2010 è tornata in Colombia per incontrare alcuni dei suoi compagni di prigionia. Vari membri di quel gruppo hanno rivelato di essere tormentati dagli stessi incubi da lei descritti, tra i quali uno in cui essi si trovavano intrappolati in un edificio e lottavano disperatamente per trovare una via verso la libertà. In settembre Íngrid Betancourt ha detto a Emma Brokes, che la intervistava per ‘The Guardian’: «Ci vorrà molto tempo perché tutti noi riusciamo a troncare i lacci che ancora ci legano alla giungla».

(Traduzione di Giorgio P. Panini)

 

1. Il titolo riprende il verso «No hay silencio que no termine» della poesia Para todos di Pablo Neruda.

2. Parassitosi potenzialmente letale dovuta a protozoi del genere Leishmania trasmessi da zanzare, che provoca imponenti ulcere nella pelle.

 

Joshua Hammer è direttore di ‘Newsweek’ e corrispondente dall’Africa e dal Medio Oriente. È autore di Yokohama Burning. The Deadly 1923 Earthquake and Fire that Helped Forge the Path to World War II (Simon and Schuster, 2006) e A Season in Bethlehem. Unholy War in a Sacred Place (Simon and Schuster, 2003). Nel 2011 sarà pubblicato un suo libro sulla storia della sommossa nell’Africa sudoccidentale ai tempi del colonialismo tedesco.

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