Scott Atran, Nafees Hamid

Parigi: la guerra che l’Isis vuole

da ''The New York Review of Books''
ATTUALITÀ: Qual'è il vero obbiettivo dell'ISIS, com'è possibile combatterlo? E quali sono le motivazioni che spingono migliaia di giovani europei ad unirsi alle sue fila?

Lo shock prodotto venerdì 13 novembre[1] dal multiplo attacco combinato di Parigi  – le scene di indiscriminato spargimento di sangue e terrore nelle strade, l’indignazione contro l’estremismo islamico tra la gente, la promessa del presidente francese Françoise Hollande di essere «spietati» nella lotta contro «i barbari dello Stato Islamico» – sfortunatamente, è proprio quello a cui l’ISIS mirava. Perché più grande è l’ostilità nei confronti dei musulmani in Europa e più profondo diventa l’impegno dell’Occidente nell’azione militare in Medio Oriente, più l’ISIS raggiunge il suo obbiettivo di creare e governare il caos.

Parigi, 13  novembre 2015

Parigi, fiori davanti al bar Carillon.

Questa è una strategia che lo ha messo in grado di disorientare forze internazionali ben superiori, e di aumentare la legittimazione agli occhi dei suoi seguaci. La complessità del piano messo in atto suggerisce anche quanto abbia avuto successo l’ISIS nel coltivare il suo sostegno tra la popolazione dei paesi laici occidentali. Attaccare l’ISIS in Siria non arginerà questo diffuso movimento, che include ora più di duemila cittadini francesi.

Come ha mostrato una ricerca che abbiamo realizzato – con interviste a giovani di Parigi, Londra e Barcellona, così come a combattenti dell’ISIS catturati in Iraq e a combattenti del Fronte an-Nusra (al-Qaeda) della Siria – trattare semplicemente lo Stato Islamico come una forma di «terrorismo» o «estremismo violento» maschera la minaccia. Ignorare il gruppo come «nichilista» riflette lo sfuggire pericoloso dal cercare di comprendere e affrontare la missione dell’ISIS profondamente accattivante di salvare e cambiare il mondo. Quelli che molti nella comunità internazionale considerano atti di insensatezza e di orribile violenza, sono per i seguaci dell’ISIS parte dell’esaltata campagna di purificazione compiuta attraverso l’omicidio sacrificale e l’autoimmolazione. Questa è la risoluta violenza che Abu Bakr al-Baghdadi, l’autonominato Califfo dello Stato Islamico, ha chiamato «i vulcani della Jihad» – creando un arcipelago jihadista internazionale che alla fine si unirà per distruggere il mondo attuale e creare un nuovo vecchio-mondo di giustizia universale e di pace sotto il marchio del Profeta. 

Abu Bakr al-Baghdadi

Abu Bakr al-Baghdadi

In realtà, la brutalità spettacolare dell’ISIS – sia in Medio Oriente che ora in Europa – è parte di un piano consapevole mirato a instillare tra i credenti il senso di un significato che è sia sacro che sublime, mettendo paura al contempo a  quelli che stanno alla finestra e ai nemici. Questa strategia fu delineata nel manifesto del 2004 Idarat at Tawahoush (Il Management della Barbarie), un pamphlet scritto dai precursori dell’ISIS, la branca irachena di al-Qaeda. La parola  tawahoush deriva da wahsh o «bestia», a indicare uno stato animalesco. Questi sono alcuni dei suoi assiomi principali:

Diversificare e allargare la vessazione portata contro il nemico Sionista-Crociato in ogni luogo del mondo islamico, e anche fuori di esso se possibile, in modo da rendere vani gli sforzi dell’alleanza del nemico e perciò portarlo al limite massimo della sopportazione.

Per essere efficaci, gli attacchi dovrebbero essere lanciati contro obbiettivi facili, che non possono eventualmente essere difesi in un qualche modo, portando a uno stato  di totale insicurezza.

Se un villaggio turistico frequentato dai Crociati…viene colpito, tutti i villaggi turistici in tutti gli stati del mondo dovranno essere protetti dal lavoro di forze aggiuntive, che raddoppieranno la quantità normale e rappresenteranno anche un enorme aumento della spesa.

In maniera determinante, le tattiche sopra descritte sono mirate a rivolgersi ai giovani scontenti che tendono a ribellarsi contro l’autorità, che sono entusiasti dell’autosacrificio e che sono pieni di energia e idealismo. Lo scopo è

motivare le folle, in particolare i giovani, per volare nelle regioni che noi governiamo. [Poiché] i giovani della nazione sono più vicini alla natura innata [degli umani] a causa della voglia di ribellione che è dentro di loro.

In definitiva, questi attacchi violenti dovrebbero essere usati per spingere più profondamente ed efficacemente l’Occidente verso il conflitto militare.

Lavorare per mostrare la debolezza del potere centralizzato americano, spingendolo ad abbandonare la guerra psicologica sui media e la guerra per procura, affinché esso combatta in prima persona.

Undici anni dopo, l’ISIS sta usando questo approccio contro gli alleati più importanti dell’America in Europa. Per l’ISIS, provocare il caos in Francia ha un significato speciale. Il primo importante sforzo militare da parte del Califfato dello Stato Islamico nell’estate del 2014 è stato di cancellare il confine tra Siria e Iraq – un simbolo dell’arbitraria divisione del mondo arabo e musulmano imposta dalla Francia e dalla Gran Bretagna dopo la caduta dell’Impero Ottomano, sede dell’ultimo Califfato Musulmano. E poiché le luci di Parigi rappresentano per il mondo il secolarismo culturale e quindi «l’ignorare la guida divina» (jahiliyyah), esse devono essere spente finché non saranno riaccese dallo splendore divino di Dio (an-Noor).

Il fatto che il tasso di natalità in Europa sia di 1,59 bambini per coppia e che il continente abbia bisogno di sostanziosi livelli di immigrazione per il mantenimento di una forza lavoro produttiva – nello stesso momento in cui c’è una crisi dovuta all’immigrazione e la più grande ostilità verso i migranti che si sia mai vista – è un’altra forma di caos che lo Stato Islamico è ben collocato per sfruttare. Le autorità francesi hanno trovato il passaporto, probabilmente falso, di un siriano collegato agli attacchi di Parigi, così come due passaporti turchi falsi, che indicano che l’ISIS sta traendo vantaggio dalla crisi dei rifugiati in Europa, e sta incoraggiando l’ostilità e il sospetto verso coloro che stanno legittimamente cercando rifugio. In modo da portare più in profondità la divisione tra musulmani e non musulmani in Europa.

Oggi, la Francia ha una delle minoranze musulmane più grandi d’Europa. I musulmani francesi sono anche per la maggior parte dei sottoproletari, eredità del passato colonialista e dell’indifferenza verso le sue conseguenze. Per esempio, benché sia musulmana solo il 7/8 per cento della popolazione francese, il 70 per cento della popolazione carceraria è musulmana. Una situazione che ha condotto un grande numero di giovani musulmani francesi ad assorbire le idee radicali sia dentro che fuori la prigione. In questo scenario sociale, l’ISIS ha successo. La Francia ha contribuito con il maggior numero di foreign fighters all’ISIS. Più di ogni altro paese occidentale.

Uno degli assalitori della sala da concerti del Bataclan, in cui è stato ucciso il più alto numero di persone, era il ventinovenne Ismaël Omar Mostefaï, un cittadino francese di origini algerine e portoghesi dell’area di Parigi. Aveva precedenti criminali ed era stato in Siria per alcuni mesi tra il 2013 e il 2014 – un profilo simile a quello dei due fratelli Kouachi, anche loro cittadini francesi di origine algerina che vivevano a Parigi, che si erano addestrati con gli affiliati di al-Qaeda nello Yemen, prima di realizzare l’attacco a ‘Charlie Hebdo’ in gennaio.

Tra i presunti congiurati degli attacchi di venerdì 13 novembre, ci sono due fratelli, Salah Abdeslam Salah, di ventisei anni, ancora latitante, e il fratello Ibrahim, di trentun anni, che si è fatto esplodere nei pressi dello Stade de France. Benché cittadini francesi, i fratelli Abdeslam vivevano a Molenbeek, quartiere povero di Bruxelles popolato da immigrati arabi. Nell’ultimo anno, le armi provenienti da quel quartiere sono state messe in relazione con le attività del parigino Amedy Coulilaby, un trentatreenne di origini maliane che è stato  compagno di prigione di uno dei fratelli Kouachi, e che ha condotto l’attacco letale a gennaio al supermarket kosher di Parigi. Le stesse armi hanno portato a Mehdi Nemmouche, ventinove anni, cittadino francese di origine algerina che ha trascorso un anno con l’ISIS in Siria e che è stato responsabile dell’attacco mortale al Museo Ebraico del Belgio. Un altro degli attentatori suicidi di Parigi, il ventenne Bilal Hadfi, era a sua volta cittadino francese, ed aveva combattuto con lo stato islamico prima di tornare in Belgio, Paese che ha la percentuale più alta per cittadino di volontari jihadisti dall’Europa. Altri due belgi, uno dei quali diciottenne, sono stati coinvolti negli attacchi di Parigi, insieme al ventisettenne egiziano, Yousef Salahel.

Come per gli attacchi ai treni di Madrid nel 2004, e alla metropolitana di Londra nel 2005, quello che sembra emergere finora dai resoconti frammentari, è che gli attacchi di Parigi sono stati condotti da una rete allargata di famigliari, amici e compagni di viaggio che possono aver seguito un proprio e in qualche modo indipendente percorso vero l’islam radicale prima di congiungersi all’ISIS. Ma le loro azioni in molteplici luoghi di Parigi attentamente coordinate,  indicano un grado significativo di addestramento, di pianificazione collettiva e il supporto di una struttura di comando e controllo dello Stato Islamico (anche attraverso messaggi criptati), sotto il probabile coordinamento di  Abdelhamid Abaooud, conosciuto come Abu Omar, «Il Belga», ventisettenne di origine marocchina di Molenbeek, ex compagno di carcere di Salah Abdelslam, che si sa aver viaggiato avanti e indietro tra Europa e Medio Oriente.

Tale coordinamento è stato agevolato dal grande contingente di foreing fighters francesi in Siria. Ad aprile, il senatore francese Jean-Pierre Suer ha detto che 1.430 uomini e donne francesi hanno preso la strada dell’Iraq e della Siria. Con un notevole aumento dai soli venti del 2012. Circa il 20 per cento di queste persone sono convertiti. L’ultimo rapporto dal  West Point’s Center for Combating Terrorism,  che fornisce rapporti dettagliati su 182 combattenti francesi, fa notare che la maggior parte di loro sono ventenni. Circa il 25 per cento proviene dall’area di Parigi, con il resto distribuito nelle regioni più piccole lungo la Francia. Secondo il ministro degli interni francese, 571 cittadini o residenti francesi si trovano al momento in Siria o in Iraq, alcuni con l’affiliata di al-Qaeda, il Fronte an-Nusra, ma la maggior parte con l’ISIS. Più di 260 persone si sa che sono tornate in Francia, e più di 2.000 dalla Francia sono state direttamente implicate nel coordinamento jihadista che si estende attraverso l’Europa. La polizia ha già eseguito degli arresti in Belgio e in Germania collegati agli attacchi di Parigi, e ha rintracciato l’ingresso in Europa attraverso la Grecia di uno degli attentatori, un cittadino siriano.

Immagine tratta da un video propagandistico dell'ISIS

Immagine tratta da un video propagandistico dell’ISIS

La sorveglianza antiterrorismo francese (FSPRT) ha identificato 11.400 islamici radicali, di cui il 25 per cento sono donne e  il 16 per cento minorenni – tra i minorenni, le donne sono in maggioranza. Sono attualmente in corso  procedimenti legali contro 646 persone sospettate di coinvolgimento in attività terroristiche. Il primo ministro francese Manuel Valls ha ammesso dopo gli attacchi del 13 novembre che anche mantenere il pieno controllo di coloro che sono sospettati essere propensi ad atti violenti è praticamente impossibile. La sorveglianza continua di un singolo individuo richiede da dieci a venti agenti della sicurezza, e in tutta la Francia ce ne sono solo 6.500.

Né è una questione di controllare l’afflusso di gente in Francia. Il Centro Francese per la Prevenzione della Deriva Settaria Collegata all’Islam (CPDSI) stima che il 90 per cento dei cittadini francesi con un credo radicale islamista ha nonni francesi, e l’80 per cento proviene da famiglie non religiose. Infatti, la maggior parte degli europei che vengono attirati dalla jihad, sono fondamentalisti islamici «rinati» attraverso i loro pari grado sociali. In Francia, e più in generale in Europa, più di tre ogni quattro reclutati si uniscono allo Stato Islamico insieme ad amici, mentre solo uno su cinque lo fa attraverso i familiari e molto pochi attraverso il reclutamento diretto da parte di stranieri. Molti di questi giovani non si identificano né con il paese dei loro genitori, né con il paese in cui vivono. Altro tipo di identificazioni sono deboli e non motivate. Una donna del sobborgo di Parigi di Clichy-sous-Bois ha descritto la sua conversione come simile a quella di un transgender che rinuncia al genere avuto per  nascita: «Ero come una musulmana intrappolata nel corpo di una cristiana», ha detto. Credeva di poter vivere pienamente e con dignità come musulmana solo nello Stato Islamico.

Per altri che hanno lottato per dare un significato alle loro vite, l’ISIS è una causa elettrizzante, e una chiamata all’azione che promette la gloria e il riconoscimento agli occhi degli amici e, attraverso gli amici, il rispetto eterno e il ricordo in quel mondo più ampio in cui molti di loro non avranno possibilità di vivere. Un sondaggio del luglio 2014 del Centro di Ricerca ICM  suggeriva che più di un giovane francese su quattro, di ogni credo, nell’età tra i diciotto e i ventiquattro anni ha un’opinione favorevole o molto favorevole sull’ISIS. Anche se queste stime sono alte, nelle nostre interviste con i giovani delle vaste e alienanti case popolari delle banlieue parigine, abbiamo trovato con sorpresa grande tolleranza e sostegno per l’ISIS tra i giovani che si sentono ribelli per una causa[2] – la causa, per come la vedono, di difendere gli oppressi.

Tuttavia il desiderio che esprimono questi giovani in Francia non è di essere un «devoto musulmano», ma di divenire un mujahid («un guerriero della Guerra Santa»): intraprendere il passo radicale che soddisfa e cambia la tua vita istantaneamente, per dargli un senso attraverso il sacrificio di sé. Anche se il sentimento di marginalizzazione e di risentimento si costruiscono in un tempo lungo, la transizione dall’identità ribelle al mujahid è spesso veloce e impetuosa. La morte di sei degli otto attentatori di Parigi attraverso attacchi suicidi e di uno sotto le raffiche dei proiettili della polizia, testimonia della sincerità di questo impegno, così come lo dimostrano le centinaia di volontari francesi morti in Siria e in Iraq.

Come ci ha detto un ventiquattrenne che si è unito al Fronte an-Nusra in Siria:

Loro [la società occidentale] ci hanno insegnato a lavorare duro per comprare una bella macchina e bei vestiti. Ma quella non è la felicità. Io ero un uomo di terza categoria perché non ero integrato nel sistema corrotto. Ma non volevo essere un semplice delinquente di strada. Così, io e i miei amici, abbiamo semplicemente deciso di muoverci e invitare la gente a unirsi all’Islam. Gli altri gruppi musulmani parlavano e basta. Pensano che il vero stato islamico pioverà dal cielo su di loro senza combattere e lottare duro lungo il sentiero di Allah.

I convertiti francesi che provengono da famiglie di origine cristiana sono spesso i difensori più espliciti dello Stato Islamico. C’è qualcosa nell’unirsi alla lotta di qualcun’altro che rende feroci. Quando abbiamo domandato a un ex body builder da Epinay-sur-Seine, un sobborgo a nord di Parigi, perché si fosse convertito all’Islam, disse che prima entrava e usciva di galera, mettendosi sempre nei guai. «Ero un disastro, con niente in testa, finché l’idea di seguire la via del mujahid mi ha dato regole per cui vivere» e incanalare la sua energia nella jihad e per difendere i fratelli musulmani dagli attacchi degli infedeli in Francia e dovunque, «dalla Palestina alla Birmania».

Poiché molti volontari stranieri sono marginali nei paesi in cui operano, un credo diffuso tra i governi occidentali e le ONG è che offrire agli aspiranti combattenti lavori o spose o educazione potrebbe ridurre la violenza e contrastare la spinta del Califfato. Ma un rapporto non ancora pubblicato della Banca Mondiale mostra che non c’è una vera relazione tra l’aumento dell’occupazione e la riduzione della violenza, e suggerisce che la gente con tali opportunità di lavoro ha le stesse probabilità di essere sedotta dal jihadismo. Quando ho domandato a un rappresentante della Banca Mondiale perché questo rapporto non fosse stato pubblicato, mi ha risposto: «I nostri clienti [cioè i governi] non lo avrebbero gradito, perché hanno investito troppo su quell’idea».

Come ha dimostrato la ricerca con coloro che si erano uniti ad al-Qaeda, essere sposati non sembra essere un deterrente per coloro che diventano ora volontari per l’ISIS. Inoltre tra le vecchie fila di questi gruppi, ci sono molti che hanno avuto accesso a un’educazione di alto livello – in particolar modo nei campi scientifici, come ingegneria e medicina, che richiedono grande disciplina e disponibilità a ritardare la gratificazione sociale. Se le persone sono pronte a sacrificare la loro vita, è probabile che l’offerta di vantaggi materiali maggiori non li fermerà (infatti la nostra ricerca mostra che incentivi materiali, o i disincentivi, spesso sono controproducenti e aumentano l’impegno da parte dei soggetti fortemente motivati).

Nel suo inutile programma per i social media “Think Again Turn Away”, il Dipartimento di Stato americano ha cercato di dissuadere la gioventù con messaggi fondamentalmente negativi. Possono contare davvero questi messaggi per coloro che si dedicano alla causa a dispetto di tutto? Come quella ragazza dei sobborghi di Chicago che ha risposto a tono agli agenti dell’FBI che l’hanno fermata impedendole di volare in Siria: «Beh, cosa dire delle barrel bombs che ammazzano migliaia di persone? E se le decapitazioni aiutassero a fermarle?» E per alcuni, una rigorosa obbedienza offre la libertà dall’incertezza su quello che una brava persona deve fare.

Il profilo Twitter di Think Again Turn Away

Il profilo Twitter di Think Again Turn Away

Per contrasto, lo Stato Islamico può passare centinaia di ore cercando di arruolare singoli individui e gruppi di amici, cercando di immedesimarsi invece di predicare, per imparare come far riversare le frustrazioni personali e le rimostranze sul tema universale della persecuzione contro tutti i musulmani e quindi trasformare la rabbia e le ambizioni frustrate in  oltraggio morale. Dalla Siria, una ragazza  manda un messaggio a un’altra ragazza:

So come sia difficile lasciarsi dietro la madre e il padre che ami e non dirgli  finché sei qui che tu li amerai sempre, ma che sei stata messa su questa terra per fare qualcosa di più che stare con, o essere l’orgoglio dei tuoi genitori. Questa sarà probabilmente la cosa più difficile che dovrai mai fare, ma lascia che ti aiuti a spiegarlo a te stessa e a loro.

E ogni tentativo di coinvolgimento che vuole  essere serio deve sintonizzarsi con le persone e i loro legami, non con una strategia di marketing attraverso messaggi ripetitivi. I giovani simpatizzano tra di loro. Generalmente non si fanno le prediche uno con l’altro. Ci sono quasi cinquantamila account di Twitter che sostengono l’ISIS, con una media di circa mille follower ognuno.

Ad Amman, lo scorso mese, un ex imam dello Stato Islamico ci ha detto:

I giovani che venivano da noi non venivano per essere indottrinati come bambini stupidi. Essi sono per la maggior parte comprensivi e partecipi, ma mal guidati. Dobbiamo dar loro un messaggio più efficace, uno in grado di avere successo. Altrimenti, si perderanno nel Daesh.

 Alcuni funzionari che hanno parlato in nome dei governi occidentali al summit dell’Asia Orientale a Singapore lo scorso aprile, sostenevano che il Califfato è una politica di potere tradizionale travestita da mitologia. La nostra ricerca su coloro che si sono dedicati alla causa mostra che questo è un pericoloso fraintendimento. Il Califfato è riemerso come una seducente causa mobilitante nelle menti di molti musulmani, dall’Oriente all’Europa Occidentale. Come un imam di Barcellona coinvolto nel dialogo inter-religioso con cristiani ed ebrei ci ha detto: «Io sono contro la violenza di al-Qaeda e dell’ISIS, ma loro hanno portato la nostra problematica in Europa e dappertutto. Prima eravamo solo ignorati. E il Califfato… Noi lo sogniamo come gli ebrei a lungo hanno sognato Sion. Forse potrebbe essere una federazione, come l’Unione Europa, dei popoli musulmani. Il Califfato è qui, nei nostri cuori, anche se non sappiamo quale forma concreta assumerà alla fine».

La Francia, gli Stati Uniti e i nostri alleati possono optare per la forza delle armi, con tutte le imprevedibili e non volute conseguenze che saranno probabilmente il risultato di una guerra totale. Ma anche se l’ISIS verrà distrutta, il suo messaggio potrà ancora affascinare molti delle generazioni a venire. Se non diamo importanza alle passioni che questo messaggio è in grado di sollevare tra la gioventù delusa del mondo,  rischiamo di rafforzarle e di contribuire al caos tanto adorato dall’ISIS.

[1]    Questo articolo è apparso su ‘The New York Review of Books’ lunedì 16 novembre. N.d.R.

[2]    Riferimento al titolo originale del film Gioventù Bruciata, Rebel without a cause (Ribelle senza causa). N.d.R.

SCOTT ATRAN, è direttore di ricerca al Centro nazionale francese di ricerca scientifica e professore al John Jay College of Criminal Justice di New York e presso l’Università del Michigan.
NAFEES HAMID, è studente di dottorato presso l’University College London e membro di ARTIS International.

 

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