Christopher Jencks

La Guerra alla Povertà: è stata perduta?

da ''The New York Review of Books''
ECONOMIA: Nel 1964 l'allora presidente Lyndon Johnson dichiarò «guerra incondizionata» alla povertà. Nel 1988 Ronald Reagan affermò che gli Stati Uniti avevano perso quella guerra. Ma a più di cinquant'anni dalla dichiarazione di Johnson, è davvero possibile dire che è stata perduta la Guerra alla Povertà?
MARTHA J. BAILEY, SHELDON DANZIGER (a cura di), Legacies of the War on Poverty, Russell Sage, pp. 309 , $ 39,95

Questa amministrazione oggi, qui e ora, dichiara guerra incondizionata alla povertà in America. Invito questo Congresso e tutti gli americani a unirsi a me in questo sforzo. Non sarà una lotta breve o facile, non sarà sufficiente una singola arma o strategia, ma non ci fermeremo finché questa guerra non sarà vinta. 

– Lyndon Johnson, Discorso sullo Stato dell’Unione, 8 gennaio 1964

Alcuni anni fa, il governo federale dichiarò guerra alla povertà, e la povertà ha vinto.
– Ronald Reagan, Discorso sullo Stato dell’Unione, 25 gennaio 1988

l presidente Johnson durante una visita a un bracciante agricolo a Martin County, Kentucky, 1964

Il presidente Johnson durante una visita a un bracciante agricolo a Martin County, Kentucky, 1964

Lyndon Johnson divenne presidente degli Stati Uniti nel novembre 1963. Nel gennaio 1964 impegnò gli Stati Uniti nella guerra alla povertà. In agosto cercò e ottenne l’autorizzazione per espandere l’impegno nella guerra in Vietnam. Naturalmente, la Guerra alla Povertà era solo una figura retorica – una promessa politica ed economica, non una guerra in cui i ragazzi sarebbero tornati dentro sacchi di plastica. Ciononostante, la maggior parte degli americani guarda indietro alle due guerre come fallimenti simili. Entrambe hanno avuto una parte esemplare nella disillusione nei confronti del governo che ha portato al rimodellamento della politica americana a partire dagli anni ’70. A una domanda su cosa pensino della Guerra alla Povertà, gli americani sono ora due volte più propensi a dire di essere «sfavorevoli» piuttosto che «favorevoli». In un sondaggio, dati quattro modi alternativi di descrivere quanto la Guerra alla Povertà abbia in effetti ridotto la povertà, il 20 per cento ha scelto «molto», il 41 per cento ha scelto « poco», il 13 per cento ha scelto «per nulla» e il 23 per cento ha risposto «le cose sono peggiorate».[1]

Legacies of the War on Poverty è una raccolta di nove studi, curata da Martha Bailey e Sheldon Danziger, che valutano i successi e i fallimenti delle diverse strategie che Johnson e i suoi successori hanno adottato per ridurre la povertà. I capitoli sono corredati di dati, danno giudizi assennati e assegnano una percentuale più alta al successo rispetto al fallimento di quanto non facciano i sondaggi di opinione.

La copertina del libro di Martha Bailey e Sheldon Danziger

La copertina del libro di Martha Bailey e Sheldon Danziger

Prima di discutere le specifiche strategie anti-povertà, comunque, devo far rilevare una mancanza importante in Legacies. La Guerra alla Povertà fu più di un semplice insieme di programmi, era la scommessa di Johnson per guadagnarsi un posto nella storia. Egli annunciò un impegno «incondizionato» per fare qualsiasi cosa fosse necessaria per aumentare il reddito dei poveri. Si rese anche conto che nessuno sapeva davvero come eliminare la povertà senza ricorrere a metodi politicamente inaccettabili, come per esempio mandare semplicemente degli assegni a chiunque  fosse povero. Quando disse che «non sarà sufficiente una singola arma o strategia», stava avvertendo il Congresso e il Paese che il successo avrebbe richiesto tentativi diversi ed errori. Quando aggiunse che «non ci fermeremo finché questa guerra non sarà vinta», stava promettendo che anche se alcune delle sue prime iniziative avessero fallito, non avrebbe tagliato la corda, ma avrebbe invece ulteriormente cercato altre soluzioni.

Johnson sapeva anche che avrebbe lasciato la Casa Bianca prima di avere successo, benché non sapesse che se ne sarebbe andato in soli cinque anni. Inoltre, sapeva che un semplice Discorso sullo Stato dell’Unione non poteva impegnare i suoi successori in futuro. Vincere la guerra alla povertà perciò dipendeva dalla sua abilità nel persuadere il Congresso e i suoi concittadini che eliminare la povertà fosse un imperativo morale. Se fosse riuscito a fare ciò, i futuri presidenti e legislatori avrebbero perseguito la Guerra alla Povertà come fosse una questione di personale interesse politico. Altrimenti, la povertà sarebbe sopravvissuta.

Johnson fu disarcionato dal suo incarico nel 1968, non a causa del fallimento nella Guerra alla Povertà ma per il fallimento nella guerra in Vietnam. I due successivi presidenti, Richard Nixon e Gerald Ford, erano repubblicani che non si erano mai preoccupati molto dei poveri. Tuttavia, a dispetto di ciò, la Guerra alla Povertà continuò dopo che Johnson fece ritorno al suo ranch. I democratici mantennero il controllo del Congresso per altri dodici anni, e molti di loro si sentivano impegnati a ridurre la povertà.

Come risultato, alcuni dei più importanti programmi anti-povertà di oggi, come i buoni pasto, il Supplemental Security Income (un reddito minimo garantito per gli anziani e i disabili), e la Sezione 8 di sussidio all’affitto per gli affittuari poveri di case private, furono o lanciati o ampliati enormemente tra il 1969 e il 1980. Se Johnson non avesse messo la riduzione della povertà al cuore dell’agenda politica democratica nel 1964, sarebbe stato difficile immaginare che i democratici del Congresso avrebbero fatto dei programmi anti-povertà una priorità politica anche dopo che i repubblicani avevano riguadagnato il controllo della Casa Bianca. Questa è la grande storia riguardo la Guerra alla Povertà, che offre il quadro in cui gli specifici programmi della guerra stessa devono essere valutati.

Dato che la Guerra alla Povertà era un impegno per eliminarla, la misura più ovvia del successo o del fallimento della guerra è quanto il livello di povertà sia cambiato a partire dal 1964. Bailey e Danziger dicono che guardare solo le variazioni del tasso di povertà è un approccio «semplicistico» per valutare la Guerra alla Povertà, e in un certo senso hanno ragione. Se si vuole sapere quanto i programmi come Head Start o i buoni pasto abbiano funzionato, o quanti lavori a tempo pieno abbiano creato,  il tasso di riduzione della povertà nel mezzo secolo scorso non è una misurazione adeguata.

Ma il ragionamento di Bayley e Danziger è più basilare. Essi sono contrari a usare le linee di tendenza del tasso di povertà come misura di successo della guerra, perché la diffusione della povertà non dipende solo dal successo o dal fallimento delle politiche mirate a ridurla, ma anche da altri elementi economici e demografici indipendenti, come per esempio il declino del salario reale dei meno qualificati e il numero crescente di famiglie con un solo genitore. E su questo hanno ragione. Ma la promessa di Johnson di eliminare la povertà non dipendeva da linee di tendenza economiche e demografiche favorevoli o neutre. La promessa era «incondizionata», perché voleva che il suo Paese prendesse l’impegno morale di porre fine alla sofferenza che la povertà causa.

Bailey e Danziger hanno anche un secondo motivo per non usare il tasso di povertà per misurare il successo della Guerra alla Povertà, ed è che il tasso ufficiale di povertà  è  probabilmente fuorviante. Ed anche questo è vero. Ma qualsiasi valutazione dell’eredità politica della guerra richiede una discussione approfondita proprio su quanto fuorviante sia realmente il tasso ufficiale di povertà, perché si sia permesso alle sue carenze di durare per decenni e su quanto la loro persistenza mini il sostegno politico agli sforzi per ridurre la povertà.

L’Ufficio del Censimento ogni settembre pubblica una tabella delle stime del tasso “ufficiale” di povertà per l’anno di calendario precedente, insieme al tasso di ogni anno precedente fino al 1959. La figura 1 (vedi sotto) mostra queste stime. Esse indicano che il 19 per cento degli americani era povero nel 1964. Cinque anni dopo, nel 1969, il tasso ufficiale era sceso di circa un terzo, fino al 12,1 per cento. Se il tasso di povertà avesse continuato a cadere di un terzo ogni cinque anni, sarebbe stato del 5 per cento nel 1979 e del 2 per cento nel 1989. Se ciò fosse accaduto, il desiderio di Johnson di avere un posto nella storia sarebbe stato quasi esaudito.

Figura 1

Figura 1

Secondo la Figura 1, comunque, non c’è stata una chiara tendenza nella dinamica del tasso di povertà dopo il 1969. Non saliva e non scendeva. Il tasso ufficiale cresceva all’inizio delle recessioni, raggiungendo il 15 per cento nel 1983, 1993 e nel 2010-2012, e cadeva durante le riprese, scendendo all’11 o al 12 per cento nel 1973, 1979, 2000 e 2006. Se ci si fida della Figura 1, quindi, la Guerra alla Povertà ebbe un inizio promettente tra il 1964 e il 1969, ma poi raggiunse un punto morto.

Prima di accettare questa conclusione, comunque, ci si deve chiedere da dove vengano i numeri della Figura 1 e se bisogna averne fiducia. L’Ufficio del Censimento ricava i numeri da un’ampia indagine sulle famiglie, chiamata  Supplemento Sociale ed Economico Annuale (ASEC), che intervista il «capofamiglia» di un campione rappresentativo di residenze. Il «capofamiglia»  deve essere una delle persone che possiede o affitta la casa. Se una coppia sposata possiede o affitta una casa, uno dei due partner può essere il capofamiglia. L’Ufficio del Censimento chiede anche chi altro viva nella casa e se sono legati al capofamiglia per nascita, matrimonio o adozione. Ciascuna delle persone collegate al capofamiglia è considerata parte della stessa «famiglia». Coloro che vivono soli o con persone che non hanno con loro nessun grado di parentela sono considerati «individui senza relazioni».

Il sondaggio include anche dettagliate domande su quanto denaro ogni membro della famiglia ha ricevuto durante l’anno precedente da fonti diverse, come l’autoimpiego, stipendi, o sussidi di disoccupazione. «Il reddito familiare» è il reddito totale in denaro al netto delle tasse di ciascun membro della famiglia del capofamiglia. Per decidere chi è povero, l’Ufficio del Censimento compara il redditto di ogni famiglia con la soglia di povertà che dipende dalla grandezza della famiglia e dall’età dei suoi membri. Se il reddito totale di una famiglia si trova sotto la soglia di povertà, l’Ufficio del Censimento annovera tutti i suoi membri tra i poveri. Prese insieme, queste soglie sono conosciute come la linea di povertà.

L’Ufficio del Censimento fa crescere ogni anno la linea della povertà della stessa percentuale che ha l’aumento dell’Indice dei Prezzi al Consumo per Tutti i Consumatori urbani (CPI-U). Il CPI-U non cerca di misurare i cambiamenti nei beni e servizi di cui la gente ha bisogno, o di cui pensa di aver bisogno. Né valuta i cambiamenti in ciò che gli americani intendono quando parlano di povertà. Il CPI-U misura solo i cambiamenti dei prezzi. Ma se vogliamo sapere quanto vicina sia arrivata l’America  ad eliminare il tipo di povertà che esisteva nel 1964, si suppone che la misurazione ufficiale fornisca una risposta. Comunque, il mondo è anche cambiato in altri modi che la valutazione della povertà ufficiale o ignora o non sa misurare. Da ciò risulta che  la Figura 1 non ci dice davvero molto sui cambiamenti nel tipo di povertà che Lyndon Johnson aveva promesso di eliminare. Quattro cambiamenti sono particolarmente importanti quando si cerca di valutare i cambiamenti nel tasso di povertà dal 1964.

Coppie di fatto. Immaginate due venticinquenni che sono coinvolti affettivamente, vivono insieme ed ognuno ha guadagnato 12.000 dollari nel 2013. Se non fossero sposati, l’Ufficio del Censimento li avrebbe classificati come «individui senza relazioni», con una soglia di povertà di 12.119 dollari ciascuno. Poiché i loro redditi erano di solo 12.000 dollari, l’Ufficio del Censimento li avrebbe entrambi annoverati tra i poveri. Avrebbero avuto bisogno entrambi di almeno 12.199 dollari, portando il loro reddito familiare totale ad almeno 24.238 dollari, per essere considerati entrambi poveri dall’Ufficio del Censimento.

Se fossero stati sposati, invece, l’Ufficio del Censimento avrebbe registrato una loro situazione economica più positiva, classificandoli come una famiglia di due persone con una soglia di povertà di 15.600 dollari. Come risultato, sarebbero stati entrambi sopra la loro soglia di povertà anziché sotto. Secondo i dati più recenti dell’Ufficio del Censimento, l’11 per cento di tutte le coppie eterosessuali che vivevano insieme nel 2012 non erano sposate.[2] Non abbiamo una valutazione analoga per il 1964, ma era probabilmente solo l’1 o il 2 per cento. La convinzione che le coppie di fatto abbiano bisogno di più guadagni delle coppie sposate ha perciò fatto crescere il tasso ufficiale di povertà. Questo aumento nel tasso di povertà avrebbe senso solo se l’assenza di una licenza di matrimonio facesse aumentare le spese della coppia del 55 per cento (da 15.600 dollari a 24.238 dollari). L’Ufficio del Censimento non ha mai sostenuto questo, probabilmente perché è un effetto secondario dell’insieme delle regole dell’Ufficio del Management e del Budget, che l’Ufficio del Censimento deve seguire, che gli piaccia o meno.

Benefici non in denaro. I benefici non in denaro ora offrono a molte famiglie a basso reddito una parte o tutto il loro cibo, la loro casa e le loro cure mediche. Tali programmi erano piccoli o inesistenti nel 1964, e la loro crescita ha significativamente ridotto la necessità di denaro delle famiglie a basso reddito. Comunque, l’Ufficio del Management e del Budget (OMB) non consente all’Ufficio del Censimento di inserire il valore di questi benefici nelle soglie di povertà di coloro che ne beneficiano. Il Consiglio dei Consulenti Economici del Presidente stima che anche se ignorassimo Medicare[3] e Medicaid[4], i benefici sul cibo e sulla casa avrebbero comunque abbassato il tasso di povertà di 3 punti percentuali nel 2012.[5]

L’assistenza sanitaria oggi è di gran lunga il benefit in denaro più costoso, e Medicaid e i benefit per i veterani ora coprono la maggior parte delle spese mediche di cui hanno bisogno le famiglie povere. Comunque, incorporare il valore di questi programmi nella misurazione della povertà, è più difficile che incorporare i sussidi per il cibo e la  casa. La maggior parte di quello che Medicaid spende per i poveri è per le voci di «grande spesa», come l’assistenza sanitaria a domicilio, la chirurgia cardiaca e i trattamenti per il cancro, che le famiglie povere non sono mai state in grado di pagare con i loro redditi.

Prima che venisse creata Medicaid, i poveri qualche volta ottenevano queste cure dallo stato e dai programmi municipali o da medici e ospedali privati che le offrivano «gratuitamente». La copertura offerta da Medicaid ha indubbiamente reso queste cure disponibili per molte famiglie povere che precedentemente ne facevano a meno, consentendo così di salvare molte vite e di migliorarne molte altre. Ma non ha avuto lo stesso effetto che hanno avuto i buoni pasto o i sussidi per l’affitto sugli standard di vita non sanitari delle famiglie povere. Quando una famiglia povera ottiene i buoni pasto, o il sussidio per l’affitto, spende meno del suo denaro per il cibo e l’abitazione, e ha più da spendere per le bollette del telefono, per aggiustare la macchina di famiglia, o per portare una bambina da McDonald’s per il suo compleanno. Medicaid libera molto meno denaro per questi usi di quanto non ne facciano i buoni pasto o il sussidio all’affitto, perché comunque le famiglie povere senza Medicaid non potrebbero permettersi di mettere da parte abbastanza denaro per le grandi emergenze mediche. Sanno che se hanno bisogno di cure mediche costose, le dovranno in qualche modo  ottenere gratuitamente o farne  a meno.

Naturalmente, Medicaid paga anche alcune spese mediche relativamente piccole che le famiglie povere, senza di esso, pagherebbero di tasca propria. Le stime più affidabili che ho visto suggeriscono che nel 2010 Medicaid ha ridotto  la spesa medica media, effettuata con denaro proprio, delle famiglie povere di circa 500 dollari[6]. Ciò non vuol dire, però, che l’introduzione di Medicaid nel 1965 abbia ridotto le spese mediche dei beneficiari di un valore equivalente a 500 dollari del 1965, lasciandoli quindi con più denaro per le altre cose. Il mosaico dei sussidi e delle cure gratuite che esistevano prima del 1965 sta a significare che anche allora i pazienti poveri spesso pagavano meno del costo di mercato per le cure che ricevevano. Non sono stato in grado di misurare quanto fossero ampi questi risparmi. Ma se l’introduzione di Medicaid fa aumentare l’accesso delle famiglie povere alle cure mediche senza ridurre le spese mediche che fanno di tasca loro, non dovremmo pensare che Medicaid abbia sollevato il loro standard di vita generale nello stesso modo in cui lo hanno fatto l’introduzione dei buoni pasto o dei sussisidi per l’affitto.

Credito di imposta rimborsabile. Come parte dello sforzo per riformare lo stato sociale con il programma per crediti di imposta making work pay, l’amministrazione Clinton persuase il Congresso a espandere il Credito di Imposta sul Reddito (EITC) tra il 1993 e il 1996. Nel 2013 l’EITC ha concesso un credito di imposta rimborsabile di 3.250 dollari annui per ogni lavoratore con reddito tra 10.000 e 23.000 dollari con due o più bambini. Dato che la quantificazione del tasso ufficiale di povertà è basato sui redditi lordi piuttosto che sui redditi al netto delle tasse, questi «rimborsi» delle tasse non vengono contati come reddito, anche se i lavoratori poveri vedono spesso quegli assegni come il momento economico più alto del loro anno – l’unico momento in cui possono permettersi di vivere come gli altri americani.[7] Secondo il Consiglio dei Consulenti Economici, se si trattassero i crediti di imposta rimborsabili come gli altri introiti, il tasso di povertà si sarebbe ridotto di altri 3 punti percentuali nel 2012.[8]

Variazione dei prezzi.  L’uso dell’Indice dei Prezzi al Consumo per ricalibrare le soglie di povertà secondo l’inflazione, ha spinto in alto la soglia per una coppia sposata con due bambini. Da 3.142  a 23.624 dollari tra il 1964 e il 2013. Tutte le altre soglie sono cresciute con lo stesso moltiplicatore (circa 7,5). Se i 23.624 dollari consentissero lo stesso standard di vita nel 2013 di quanto non facessero i 3.142 del 1964, è una domanda quasi senza risposta. Se non fosse stato introdotto nessun nuovo bene o servizio dal 1964, se la qualità dei beni e servizi esistenti non fosse cambiata, se i poveri volessero tuttora lo stesso mix di beni e servizi che volevano nel 1964 e se i prezzi di tutti i beni e servizi fossero cresciuti del fattore 7,5, quasi tutti concorderebbero che moltiplicare la soglia di povertà del 1964 del 7,5 sarebbe il modo giusto di correggerla tenendo conto dell’inflazione. La realtà, invece, non soddisfa nessuna di queste richieste. Molte cose che erano in vendita nel 2013 non esistevano nel 1964, la qualità di beni e servizi disponibili in entrambi gli anni è cambiata in proporzioni differenti e anche i prezzi degli stessi beni e servizi sono cambiati a livelli differenti. Come risultato, persino gli economisti non sono d’accordo su quanto sia cambiato il valore di un dollaro.

Detto questo, c’è un consenso molto ampio tra gli economisti sul fatto che il CPI-U abbia sovrastimato il costo del mantenimento di uno standard di vita costante nel corso degli ultimi cinquant’anni, benché non siano d’accordo sulla misura di questo errore. L’alternativa maggiormente usata per il CPI-U è l’indice legato al costo  della Spesa per il Consumo Personale (che io chiamerò “l’indice PCE”). Il Comitato di Analisi Economica del Dipartimento del Commercio, mette a punto questa misurazione per calcolare i cambiamenti nel valore totale di tutti i beni e servizi al consumatore prodotti ogni anno negli Stati Uniti. L’indice PCE perciò è quello che maggiormente influenza le stime del governo sulla crescita economica. Se dal 1964 le soglie di povertà fossero cresciute in tandem con l’indice PCE piuttosto che con il CPI-U, la linea di povertà del 2013 sarebbe stata del 20 per cento più bassa di quanto non fosse, e il tasso di povertà del 2013 sarebbe stato di 3,7 punti percentuali più basso di quanto non sia stato.[9]

Figura 2

La Figura 2 offre  una prima approssimazione su quanto correggere il tasso di povertà del 2013 in conseguenza dei benefit non in denaro per cibo e casa, per i crediti di imposta rimborsabili, e dell’errore al rialzo nel CPI-U di quanto ciò avrebbe cambiato il tasso di povertà del 2013. Con queste correzioni il livello del tasso di povertà cade dal 14,5 al 4,8 per cento, riducendo il tasso del 2013 a un quarto di quello del 1964 (19,0 per cento). Se avessimo abbassato la soglia delle coppie di fatto equiparandolo a quello delle le coppie sposate, il tasso di povertà del 2013 sarebbe sceso ancora di più.

Ma le stime nella figura 2 non sono esatte, perché la cosa ancora più importante, è che il loro effetto combinato potrebbe essere più piccolo della somma dei loro effetti singoli, rendendo il calo del tasso di povertà “vero” minore di quanto non sia nella Figura 2. Ma anche se il vero tasso di povertà fosse stato del 6 o del 7 per cento nel 2013, sarebbe diminuito di circa due terzi dal 1964, facendolo avvicinare molto di più a ciò che Lyndon Johnson aveva promesso nel 1964, che non a quello che aveva dichiarato Ronald Reagan nel 1988.[10]

Correggere queste variazioni del tasso di povertà ufficiale, riavvicina i trend del tasso di povertà con i trend rivelati dalle misurazioni più dirette del benessere materiale. Oggi i poveri vivono in case meno affollate, è più probabile che abbiano un vero bagno e l’aria condizionata in casa, hanno schermi TV più grandi, è più probabile che abbiano il telefono fisso ed anche un cellulare. Nonostante questo la maggior parte dei poveri è ancora afflitta dalla costante ansia economica. In parte, ciò è dovuto al fatto che la soglia di povertà fosse così bassa nel 1964. Collegando la soglia di povertà all’Indice dei Prezzi al Consumo la si fa crescere di poco ogni anno, non di molto. Usando un indice dei prezzi più realistico si mantiene la soglia di povertà più vicina al suo livello reale del 1964, facendo in modo che coloro che noi ora annoveriamo tra i poveri siano più simili a coloro che si consideravamo poveri cinquant’anni fa. Ma in entrambi i periodi coloro che si trovavano appena al di sopra della linea di povertà condividevano comunque molti degli stessi problemi.

Un’altra ragione per cui i poveri si sentono così spesso assillati, ansiosi e depressi può essere che quella che viene spesso chiamata «povertà relativa» non è cambiata. Nel  corso del tempo, qualsiasi definizione di povertà in una società si alza o si abbassa a seconda di quanto reddito hanno coloro che si trovano nella parte mediana della griglia. Ci sono molte prove del fatto che gli americani hanno bisogno di un reddito che sia almeno la metà di quello delle famiglie vicine all’area mediana della griglia per comprare le cose di cui hanno bisogno per non “camminare a testa bassa”. In questo mondo, il solo modo per ridurre il numero di persone che si sente o agisce come un povero, è quello di ridurre il numero  dei redditi inferiori a quello corrispondente al 50° percentile (quello centrale). Se correggiamo secondo i benefici non in denaro, le tasse e i cambiamenti nella dimensione delle famiglie, i redditi sul 10° percentile corrisponderebbero al 39 – 40 per cento del reddito sul 50° percentile sia del 1967 che del 2012.[11] Ne consegue che un po’ più del 10 per cento delle famiglie americane ha un reddito minore della metà del reddito medio in tutti e due gli anni (1967 e 2012). Usare una misurazione relativa, come fatto sopra, denota un cambiamento minimo, anche se il tasso di povertà assoluta che Lyndon Johnson aveva promesso di ridurre è drasticamente caduto.

Atlantic City, Convention Democratica del 1964, partecipanti della convention a favore del programma Medicare

Atlantic City, Convention Democratica del 1964, partecipanti della convention a favore del programma Medicare

Sia i progressisti che i conservatori non condividono l’idea che la povertà sia diminuita drasticamente dal 1964, ma per ragioni diverse. La resistenza dei conservatori è facile da comprendere. Hanno dichiarato sin dagli anni ’60 che i programmi anti-povertà del governo federale erano inefficaci, controproducenti o entrambe le cose. Fin dagli anni ’70 hanno fatto rilevare la invariabilità del tasso di povertà successivo al 1969 per supportare questo giudizio. Per loro, suggerire che la povertà sia diminuita suonerebbe come affermare che la Guerra alla Povertà abbia avuto successo.

I progressisti percepiscono l’affermazione che la povertà sia diminuita in modo molto diverso, ma anche a loro non piace più di quanto non piaccia ai conservatori. Progressista o conservatore, chiunque voglia che il governo risolva un problema subito, scopre che è più facile raccogliere sostegno per quello scopo dicendo che il problema in questione sta peggiorando piuttosto che migliorando, e che quindi c’è ancora molto da fare. La sovrapposizione tra “situazione negativa” e “situazione peggiore” è così stretta nel discorso politico americano che quando dico ai miei amici o studenti che «c’è ancora molta povertà, ma meno di quanta ce ne fosse prima», fanno fatica a ricordare le due metà della frase. Qualcuno ricorda che c’è ancora molta povertà, mentre altri ricordano che ce n’è meno di quanta ce ne fosse prima. Pochi ricordano entrambe le cose.

Benché io abbia detto che il tasso di povertà assoluta sia diminuito drammaticamente da quando il Presidente Johnson lanciò la sua Guerra alla Povertà nel 1964, non ne consegue che i programmi che avviò tra il 1964 e il 1968 abbiano causato in effetti una diminuzione della povertà. Ho detto che i buoni pasto, i sussidi per l’affitto e il credito di imposta rimborsabile hanno tutti avuto un ruolo nella diminuzione, ma i buoni pasto sono divenuti un programma nazionale alla fine dell’amministrazione Nixon, la quantità di famiglie povere che riceve sussidi per l’affitto è cresciuta molto lentamente e il credito di imposta rimborsabile è rimasto minimo fino al 1993. La crescita di questi programmi governativi è stata comunque in parte ispirata dai primi successi di Johnson nel convincere  la maggioranza del partito democratico che la riduzione della povertà fosse una sfida politica e morale che non poteva più essere ignorata a lungo. I successi e i fallimenti dei singoli programmi anti-povertà saranno il soggetto di un secondo articolo che apparirà a breve.

 

[1]    John Halpin e Karl Agne, ’50 Years after LBJ’s War on Poverty’, Half in Ten/Center for American Progress (gennaio 2014), pp. 21–22.

[2]    Jonathan Vespa, Jamie Lewis e Rose Kreider, ‘America’s Families and Living Arrangements: 2012’, Current Population Reports: P20-570, US Census Bureau, agosto 2013, Tabella 7.

[3]    Medicare, programma di assicurazione medica amministrato dal governo degli Stati Uniti riguardante le persone dai 65 anni in su o che incontrano altri criteri particolari. La legge venne firmata dal presidente Johnson nel 1965. N.d.R.

[4]    Medicaid, programma federale sanitario che provvede a fornire aiuti agli individui e alle famiglie con basso reddito salariale. Anche questa legge venne firmata dal presidente Johnson nel 1965. N.d.R.

[5]    Council of Economic Advisers, Economic Report of the President (Government Printing Office, 2014), p. 248, Tabella 6-2.

[6]    Benjamin Sommers e Donald Oellerich, The Poverty-Reducing Effect of Medicaid, ‘Journal of Health Economics’, Vol. 32, N. 5 (settembre 2013).

[7]    Si veda per esempio Ruby Mendenhall et al., The Role of Earned Income Tax Credit in the Budgets of Low-Income Families, ‘Social Service Review’, Vol. 86, N. 3 (settembre 2012).

[8]    Council of Economic Advisers, Economic Report of the President, p. 248, Tabella 6-2.

[9]    Questa stima è basata sul fatto che il 14,5 per cento della popolazione si trovava sotto la soglia di povertà nel 2013, e che l’8,2 per cento si trovava sopra la metà della soglia di povertà, con un rapporto di 0,566 (Carmen DeNavas-Walt e Bernadette D. Proctor, ‘Income and Poverty in the United States: 2013’, US Census Bureau, settembre 2014, Tabelle B3 e B5). Presumendo che il 56,6 per cento di coloro con reddito tra il 50 e il 100 per cento nella linea di povertà fossero anche sopra il 75° percentile, il 4,6 per cento della popolazione aveva un reddito tra il 75 e il 100 per cento della linea di povertà, e circa il 3,7 per cento aveva un reddito tra l’80 e il 100 per cento di quella stessa linea. Una riduzione del 20 per cento nella soglia di povertà, avrebbe perciò ridotto il tasso di povertà dal 14,5 per cento a circa il 10,8 per cento.

[10]  La Figura 1 non corregge il tasso di povertà ufficiale per l’errore al rialzo causato dalla presunzione che le coppie di fatto abbiano bisogno di un redditto maggiore rispetto alle coppie sposate, o a causa della riduzione delle spese mediche di tasca propria delle famiglie povere quando ottengono il Medicaid. D’altra parte, la Figura 1 suppone che gli effetti del credito di imposta rimborsabile, dei benefit non in denaro sul cibo e sulla casa, e l’errore al rialzo del CPI-U siano cumulativi, il che potrebbe sovrastimare il loro effetto combinato.

[11]  Sono in debito con Chris Wimer e Anny Fenton per questi calcoli.

CHRISTOPHER JENCKS, è docente di politica sociale presso l’Università di Harvard. Tra i suoi numerosi libri ricordiamo Rethinking Social Policy (HarpPeren, 1993).

 

Print Friendly, PDF & Email
Invia una mail per segnalare questo articolo ad un amico