Ian Frazier

Sia lode ora a James Agee

da ''The New York Review of Books''
JAMES AGEE, WALKER EVANS, Cotton Tenants: Three Families, a cura d John Summers e con una prefazione di Adam Haslett, The Blaffer/Melville House, pp. 244, $ 24,95
LETTERATURA: Nel 1936 lo scrittore James Agee e il fotografo Walker Evans realizzarono per 'Fortune' un reportage sui fittavoli del cotone che vivevano nell'Alabama devastata dalla Grande Depressione. L'articolo non fu mai pubblicato, ma diede vita a uno dei reportage più importanti sulla grande depressione: Sia lode ora a uomini di fama, il cui manoscritto originale è stato da poco ritrovato dalla figlia di Agee e offerto ora ai lettori.

Fa piacere pensare che nel 1936 la redazione della rivista ‘Fortune’ avesse abbastanza a cuore la dura vita dei fittavoli della Cintura del Cotone del Sud degli Stati Uniti, da mandare un giornalista e un fotografo in Alabama per scrivere un pezzo su di loro. La spiegazione di questo fatto è che la rivista stava attraversando un periodo strano. Henry Luce, che aveva fondato ‘Fortune’ come rivista economica rivolta a tycoon e miliardari, si era da poco accorto della Depressione. La nozione allora molto diffusa che il capitalismo “avanti a tutta forza” del libero mercato non avesse sempre funzionato, aveva cominciato a penetrare nella sua testa.

James Agee ritratto da Walker Evans

James Agee ritratto da Walker Evans

Lo staff giornalistico di ‘Fortune’ all’epoca includeva diversi scrittori di sinistra, come Dwight Macdonald, che per un periodo si era dichiarato trotzkista e che imitava anche il look di Trotsky, fino a portare occhiali rotondi e il pizzetto. Alcuni scrittori della rivista si crogiolavano in una costante rivolta di basso profilo contro il capitalismo, la grande economia, il giornalismo influenzato dalle grandi aziende e contro Luce, il loro capo. James Agee, ventiseienne, da quattro anni uscito da Harvard, capeggiava quella lista sia per i suoi atteggiamenti di rivolta che per il talento nel suo lavoro. Veniva dal Tennesse. Un pezzo su ‘Fortune’ che fece sull’Autorità della Tennessee Valley fu uno dei migliori che la rivista avesse mai pubblicato, secondo il parere dello stesso Luce. Il comitato di redazione scelse Agee come il giornalista più adatto per raccontare la storia dei fittavoli. Ad accompagnarlo mandarono il fotografo Walker Evans, che probabilmente Agee chiese espressamente. Non voleva lavorare con Margaret Bourke White, una famosa fotografa di ‘Fortune’, che, credeva Agee, sosteneva tutto ciò che lui disprezzava.

Evans aveva trentadue anni. I giovani scesero dagli uffici di ‘Fortune’ nei piani alti dell’allora nuovo grattacielo Chrysler, stivarono la considerevole attrezzatura fotografica nella macchina e guidarono verso sud ovest, arrivando infine in una parte dell’Alabama rurale che era, sotto molti punti di vista, il posto più lontano possibile in America da quello da cui erano partiti. Trovarono alcuni fittavoli (più precisamente due fittavoli e un mezzadro), rimasero con la famiglia di uno di loro per circa un mese (Agee rimase con loro più di quanto non fece Evans, che preferì un hotel in una città vicina), e tornarono separatamente a New York. Agee raccontò l’esperienza in un pezzo di circa 30.000 parole e lo consegnò. ‘Fortune’ si rifiutò di pubblicarlo. La lunghezza dell’articolo potrebbe essere stata una delle ragioni, insieme alla riluttanza di Agee a riscriverlo. Infatti, nel momento in cui Agee tornò dall’Alabama, la breve moda di sinistra di ‘Fortune’ era passata.

Ora, settantasette anni dopo che è stato scritto, il pezzo sui fittavoli è uscito come libro breve. Il manoscritto rimase perduto per anni e precedenti libri su questa materia che riguarda Agee erano stati in grado solo di fare congetture su di esso. Recentemente, una delle figlie di Agee lo ha trovato mentre rovistava tra le sue carte. La ragione principale per pubblicarlo è, naturalmente, la sua correlazione con Sia lode ora a uomini di fama, il lavoro molto più lungo che Agee scrisse successivamente su quell’esperienza. Dopo che Luce gli ebbe riconsegnato l’articolo originale, Agee spese anni a riaggiornare quel materiale in Sia lode ora a uomini di fama che apparve nel 1941. Fu poco notato all’epoca ma divenne un successo nel 1960 quando venne ripubblicato.

Cotton Tenants: Three Families (Fittavoli del cotone: tre famiglie) è così intriso dalla rabbia di Agee – contro ‘Fortune’, contro la miseria della Depressione, contro la miseria della vita della gente su cui sta scrivendo, contro l’ingiustizia economica, contro sé stesso – che lo si può quasi vedere immalinconirsi mentre scrive. Questo, per esempio, è un sorprendente inciso dall’introduzione dell’articolo:

Una civilizzazione che per una qualche ragione pone una vita umana in svantaggio; o una civilizzazione che può esistere solo costringendo la vita umana a uno svantaggio; non è meritoria né del suo nome né di sopravvivere. E un essere umano la cui vita è nutrita in un vantaggio che ha accumulato grazie allo svantaggio di altri esseri umani, e che preferisce che ciò rimanga com’è, è un essere umano solo di nome, avendo molto più in comune con la cimice, con il verme solitario, con il cancro e con i pesci che si nutrono di carogne sul fondo del mare.

Quante erano le probabilità che ‘Fortune’, o qualsiasi altra rivista di economia, o qualsiasi altra rivista in genere collocata alla destra del ‘Socialist Worker’, potesse pubblicare un reportage con una sentenza bruciante come quella? Agee doveva sapere di aver intrapreso un esercizio del tutto “superfluo”, che produceva svolazzi a cui un editore avrebbe sorriso con indulgenza prima di tirar fuori la matita rossa. E tuttavia proprio per quella ragione c’è anche qualcosa di affascinante nel tono – come se la scrittura rappresentasse una conversazione tra l’autore e un amico intimo, il suo vecchio compagno di stanza di Harvard, diciamo, e il livello della mutua comprensione fosse tale che nessuna affermazione potesse essere inammissibile e le sfumature e le dichiarazioni scandalose rimanessero tra amici. Quando descrive uno specchio grazioso in una delle case dei fittavoli, Agee dice che quello specchio «avrebbe causato polluzioni notturne a certi amanti dell’antico». Con tutta probabilità non si aspettava che questo sarebbe apparso nella rivista.

Cotton Tenants: Three Families è materiale inedito, in altre parole. Le decisioni editoriali che avrebbero potuto cambiarlo non furono mai prese, eccetto che per la decisione di non usare del tutto il pezzo. I nomi degli agricoltori e delle loro mogli e bambini e dei proprietari terrieri sono i nomi veri, non gli pseudonimi che Agee diede loro in Sia lode ora a uomini di fama. Presumibilmente i nomi sarebbero stati cambiati nella rivista; i nomi veri comunque funzionano meglio e sono più reali. E il tono da studente a studente dell’Ivy League1 di Agee era così confidenziale nonostante che ciò lo differenziasse molto dai suoi poveri soggetti. Un’eccentrica anziana fittavola, la poco raccomandabile madre di un’ancora meno raccomandabile figlia, è descritta come somigliante «a un membro derelitto del Cosmopolitan Club» (un club principalmente per donne benestanti impegnate nella vita civile di New York City, fondato del 1909 e ancora esistente, come ho scoperto online). L’orto di una delle famiglie è grande come un campo da tennis, ci viene detto, e uno dei fittavoli indossa un cappello malconcio. Di queste descrizioni, solo l’analogia col campo da tennis rimase in Sia lode ora a uomini di fama.

‘Fortune’ di solito permetteva alle persone coinvolte nei suoi articoli di vedere gli articoli stessi e ne dava loro conto prima della pubblicazione. Questo non sarebbe accaduto con i fittavoli, si deduce. Tanto per cominciare, la maggior parte dei fittavoli dell’articolo non sapeva leggere. Nel ritratto di Agee appena egli rivela i tristi dettagli delle loro vite, essi sembrano esistere molto al di là del mondo sia dello scrittore che del lettore. Egli ne descrive il sudiciume, gli odori, il cibo da voltastomaco, i parassiti, i vestiti logori, le mosche:

una vera e propria nuvola intorpidente di queste, che lottano e si accoppiano sul cibo, e che vagano tra la bocca e le guance incrostate dei bambini, e si agitano fino alla morte nel siero del latte.

I polli girano sul pavimento di una capanna di una delle famiglie beccando «il concime farinoso» abbandonato lì dal cagnolino e dal bimbo più piccolo. Più oltre, quando Agee fa l’elenco dei cibi della dieta famigliare include «un pollo ogni tanto, nella cui dieta sicuramente hanno fatto parte escrementi umani». Un’altra delle famiglie di cui descrive la casa, abbigliamenti e gli stessi corpi come «incredibilmente sporchi», è anche definita come «sensibile in modo insolito e facile da ferire». Ahia! Illetterati o no, se l’articolo fosse stato pubblicato, un giorno sarebbero venuti a sapere che cosa aveva scritto di loro. I suoi metodi giornalistici qualche volta ricordano quegli interventi chirurgici che nei tempi andati venivano fatti su un tavolo di cucina senza anestetico.

Una foto di Walker Evans tratta da Sia lode ora a uomini di fama

Una foto di Walker Evans tratta da Sia lode ora a uomini di fama

Ma Agee li amava, anche. Anche se confinata nei limiti di un articolo di rivista la forza dei sentimenti esce fuori. Quando spiega come possa accadere che un fittavolo porti il ricavato di una stagione di cotone al mercato e finisca con una sommetta a tre cifre che deve durargli per tutto il resto dell’anno – o, altrettanto spesso, per cadere di nuovo nei debiti – l’indignazione traspare anche dalla punteggiatura. L’attenzione con cui questo articolo entra nei dettagli del piantare, del coltivare, del raccogliere e del separare il cotone, porta con sé la partecipazione e il rispetto che prova per questa gente. ‘Fortune’ si occupava di come le cose sono costruite, e Agee ci spiega come si fa il cotone. Farlo crescere su una terra poco fertile (come facevano questi agricoltori) era una specie di scherzo che consisteva nel ricavare l’ordine dal caso. Coltivare comprendeva anche diverse operazioni quasi sciamaniche da compiere mentre le piante di cotone crescevano. Una di queste si chiamava “spazzata”, che consisteva nel rimuovere delicatamente lo sporco sulle basi delle piante. C’erano quattro tipi di spazzate, ognuna con funzioni diversa dall’altra:

La quarta spazzata è una raschiatura così leggera che è poco più di un rituale, come gli ultimi delicati momenti con sé stesso di un barbiere prima di sostenere lo specchio per mostrarti la parte non visibile del tuo cranio.

In questo modo delicato poteva scrivere Agee – con il tono di uno studente che parla a un coetaneo o meno, sia in un articolo di rivista che in qualsiasi altro posto.

Leggere Cotton Tenants: Three Families tutto intero senza prendere giù dallo scaffale Sia lode ora a uomini di fama per fare confronti incrociati avrebbe potuto essere possibile, ma io non ci sono riuscito. Ognuno dei due libri ti incuriosisce sull’altro e funziona come chiosatura dell’altro. Considerate la questione del perché Agee scelse di scrivere solo dei fittavoli bianchi. All’inizio di Cotton Tenants dice:

Nessuno studio serio di qualsiasi genere sulle piantagioni dei campi di cotone in affitto sarebbe completo senza menzionare almeno i proprietari terrieri e i Negri: un fittavolo su tre è un Negro. Ma questa non è la loro storia. Ogni considerazione onesta dei Negri attraverserebbe e distorcerebbe la materia con la problematica non di un fittavolo ma di una razza: ogni discussione efficace sui proprietari terrieri ci coinvolgerebbe in problematiche economiche e psicologiche su cui qui non c’è spazio per addentrarsi.

Questo è un abile offuscamento. Agee infatti va avanti a parlare dei rapporti tra i fittavoli bianchi e i loro proprietari terrieri e vi aggiunge un’appendice (un articolo di rivista con un’ appendice?) intitolata: “Sui Negri”. La ragione per cui egli escluse i fittavoli neri dal corpo principale della sua storia era semplice: ‘Fortune’ non aveva alcun interesse in loro. I neri poveri non erano una novità, mentre invece i bianchi che attraversano tempi duri avrebbero reso vera la Depressione per il lettori di ‘Fortune’.

In Uomini di fama Agee non si preoccupa di notare questa omissione. Dice solo di un proprietario che si è offerto di presentarlo ad alcuni fittavoli: «quasi tutti i suoi fittavoli erano negri e non mi servivano». Ma la maggiore lunghezza del testo gli dà la possibilità di inserire in ogni caso alcuni neri, e quando lo fa – in una descrizione di cantanti neri, o nel racconto goffo di come in maniera non intenzionale aveva impaurito una coppia di neri per strada – li osserva attentamente e senza pregiudizio, e le scene sono molto vivaci.

Se leggi Cotton Tenants e Uomini di fama in sequenza, il primo sembra come la diga da cui il secondo prorompe: il linguaggio da ragazzini che colloquiano a denti stretti del primo trabocca nelle confessioni, nelle dichiarazioni d’amore, nelle divagazioni appassionate e nelle saltuarie incoerenze del secondo. Una singola frase quasi gettata via dell’articolo per la rivista qualche volta si trasforma in febbricitanti pagine su pagine del libro. Nell’articolo descrive un baule nel salotto della famiglia con cui vive; nel libro, dice di aver aspettato che la famiglia si allontanasse, e poi non solo di aver guardato dentro il baule, ma di averlo aperto e di aver rovistato in ogni cosa e poi di avere aperto i cassetti e le credenze e le scatoline ricordo e gli armadi e di aver rovistato in tutti i bagagli dei suoi ospiti in maniera talmente discreta che loro non sospettarono mai di essere stati spiati.

Nell’articolo Cotton Tenants, fa l’elenco di tutti i membri delle tre famiglie che sta studiando. Uno dei padri ha diverse figlie, una delle quali è sposata con il capo famiglia di un’altra delle tre famiglie. Questa donna ha ventisette anni e la sorella più giovane, Mary, diciotto. Agee dice che Mary «è stata sposata due anni con un falegname più anziano. La scorsa estate si erano trasferiti nel Mississippi, dove avrebbero dovuto fare i mezzadri: lui non riusciva a guadagnarsi da vivere a Tuscaloosa». A parte un altro breve riferimento, Mary non appare più nel testo.

Nel libro Uomini di fama, invece, il personaggio di Mary, rinominato Emma, è protagonista di una delle storie più commoventi. Agee ci dice come Emma sia dolce ed attraente, e descrive il marito come tirannico e tradizionalista. Dice inoltre che lei non vuole assolutamente tornare da lui (in quel momento stava trascorrendo un breve periodo con la sorella, nella stessa famiglia dove era ospite Agee). Emma piange la mattina in cui deve ripartire: il distacco dalla famiglia di sua sorella è descritto in modo commovente. Al lettore, Agee fa capire che tutto si sarebbe probabilmente risolto per il meglio se Emma fosse andata a letto con lui – sì: con lui, Agee – o con Walker Evans, o anche con il marito di sua sorella, anche solo per sciogliere la tensione e donarle un periodo sereno prima del suo ritorno alla schiavitù del matrimonio.

Non si sarebbe potuto indovinare tutto ciò dalle poche parole su Mary in Cotton Tenants. Prima di salire in macchina Emma/Mary parla con Agee, dicendogli quanto lui le piaccia e quanto buono e gentile egli sia stato con lei, con sua sorella e con la famiglia di lei e quanto tutti loro gli augurino il meglio. È una dichiarazione piacevole, semplice, sentita, e uno dei due discorsi più lunghi da parte di uno qualsiasi dei personaggi (a parte Agee).

Nell’articolo di ‘Fortune’ Agee procede piuttosto prosaicamente dividendo il suo soggetto in sottotitoli: “Affari”, “Rifugio”, “Cibo”, “Abbigliamento”, “Lavoro”, “Raccolta”, “Educazione”, e così via. In Uomini di fama mantiene la stessa struttura di base ma gira intorno ad essa all’impazzata come se fosse su una macchina degli autoscontri a una fiera di paese. Quasi all’inizio offre una serie di condanne e disconoscimenti. Definisce l’incarico di ‘Fortune’ (senza essere troppo preciso intorno ad esso, o menzionare il nome della rivista) «curioso, per non dire osceno e completamente terrificante». Poi asserisce di essere solo un uomo. Un passaggio indirizzato principalmente a “te”, per esempio, il privilegiato, disinformato, pruriginoso lettore, non ti fa pensare che “tu” sia una persona molto lodevole. Viene presentata la casa dell’agricoltore in cui Agee risiede. È notte. Tutti nel libro (eccetto Agee) stanno dormendo. Continueranno a dormire circa per le prossime quasi settanta pagine mentre egli vaga tra un argomento e l’altro.

Dopo di che, la casa è descritta per quaranta pagine. Proprio quando tu, il non molto lodevole lettore, stai per rinunciare esausto, Agee scende nel cortile, striscia intorno alle pietre accatastate che sostengono la casa, e la guarda dal di sotto. Da questa parte i tronchi di pino sono intatti, ancora nuovi, «dorati come la base del guscio di una tartaruga». Qui c’è vera accuratezza – quale altro giornalista avrebbe perso tempo a descrivere la parte di sotto della casa di qualcuno? E quando giunge a parlare dell’educazione, Agee ammette che «la scuola non era aperta quando ero lì». (Il viaggio suo e di Evans si svolse in luglio e agosto.) La mancanza di elementi comunque non lo fermano. Senza mai assistere ad una lezione o aver parlato con un’insegnate o con un amministratore, egli dà una sonora bastonata a quello che immagina sia il sistema educativo. Le sue opinioni decise, intrecciate alla più superficiale spruzzata di fatti, riempie le ventitré pagine che egli dedica al soggetto dell’educazione.

Intere digressione di Uomini di fama riguardano poco o niente, e danno l’idea della maldestra improvvisazione di uno studente nel momento dell’esame quando si trova di fronte le pagine vuote del suo quaderno su cui ha trascurato di prepararsi. Quando Agee stava scrivendo Uomini di fama, Dwight Macdonald, che aveva lasciato ‘Fortune’ per diventare direttore di ‘Partisan Review’, gli mandò un questionario intitolato “Alcune questioni che sono di fronte agli scrittori americani oggi”. Il rapporto di questo con il libro è assolutamente inesistente, ma – che cavolo – Agee ce lo infila dentro, insieme alle sue irritate risposte ad esso, in una sezione che chiama “Conversazioni nell’atrio”. Nelle note e appendici alla fine egli include inoltre, senza commento, una notizia di cronaca su Margaret Bourke-White, presumibilmente perché il lettore sussulti per quanto lui la consideri falsa.

Ma se Uomini di fama qualche volta non è un buon libro o un libro ponderato, bisogna anche dire che è, inevitabilmente, un grande libro. La pubblicazione dell’articolo che fu il germe da cui si generò rende la sua levatura ancor più chiara. Liberata dei vincoli di un articolo di rivista, l’energia che Agee rivolge al suo obbiettivo spesso prende il volo; ma quando colpisce qualcosa di vero – il modo in cui una brezza si muove attraverso gli alberi sul bordo di una piantagione di cotone, gli sguardi che gli uomini lanciano a una donna di cattiva reputazione in un grande magazzino – l’energia è così forte che ogni minuscolo pixel sboccia. Come quando per rendere l’atmosfera del sud, Agee fa lo stravagante così stravagantemente come nessun altro. Cerca sempre di spingere la scrittura più vicino possibile al lettore oltre il filtro protettivo dell’Arte. Questo libro non è Arte, dice ripetutamente – che significa solo che è arte dalle ambizioni più alte.

L’impeto letterario si impenna dietro le sue frasi mozzafiato, con i suoi neologismi di sapore joyciano («pelle deliziosamorevole», «parlate lentostrascicate»), le romantiche, sinuose cadenze alla Thomas Wolfe e le lunghe anafore in stile biblico. L’espediente di descrivere i suoi personaggi nel momento in cui sono addormentati, in modo da renderli più in sintonia e simili al lettore, ricorda un simile passaggio notturno in Canto di me stesso di Whitman. (Si diceva allora che la madre di Agee fosse imparentata con Whitman.) E il titolo Sia lode ora a uomini di fama, che egli ha preso dai versi dell’Ecclesiaste, è uno dei titoli migliori mai composti. Ho notato che anche la gente che non ha letto il libro o che non è nemmeno sicura che sia di Agee può ricordarne velocemente il titolo.

Molti scrittori di finzione e la maggior parte degli scrittori di saggistica cominciano con il giornalismo. Il libro di Agee dimostra che era possibile prendere la struttura di un pezzo giornalistico, alzare l’asticella, aprirsi verso la scrittura e fare qualcosa di grande, di emozionante e di ricercato. È difficile immaginare la maggior parte dei grandi libri di saggistica degli anni ’60 e ’70 senza il precedente, dalla forma cangiante di Sia lode ora a uomini di fama.

La relativa semplicità di Cotton Tenants ci ricorda che Agee stava scrivendo di gente vera in povertà vera. È difficile scrivere dei poveri. Spesso un giornalista conosce determinate persone solo perché queste sono state d’accordo nell’accettarlo e nell’essere disponibili nei suoi confronti, come le famiglie in Cotton Tenants lo furono con Agee. Ma se qualcuno ti dà il cibo con le mosche tutte intorno ad esso o un letto brulicante di pulci e cimici, il lettore vorrà saperlo; e a quelli di cui stai scrivendo il tuo candore giornalistico sembrerà crudele ingratitudine. Questo problema di base del giornalismo diventa più penoso e difficile con l’ampliamento del divario tra i redditi. Peggio, una volta che lo scrittore ha vinto o dominato i suoi sensi di colpa e ha prodotto un manoscritto, può scoprire che nessuno vuol conoscere i deprimenti problemi dei poveri. Meglio, allora, evitare del tutto la materia.

Nessuna timida, prudente o ambiziosa considerazione dissuase Agee, che si gettò nell’esame della vita dei suoi personaggi a dispetto del senso di colpa che lo tormentava. In Uomini di fama si riferisce più volte a sé stesso come a una spia e confessa di stare tradendo la gente che si mostra gentile con lui. Ma come poi risultò, il senso di colpa fu un prezzo che Agee non dovette mai pagare. Infatti l’alcolismo lo portò alla morte all’età di quarantacinque anni, nel 1955, ben prima che Uomini di fama raggiungesse la sua fama. Evitò quindi le recriminazioni delle persone descritte nel libro. Tutti i contadini di cui scrisse gli sopravvissero.

Una foto di Walker Evans tratta da Sia lode ora a uomini di fama

Una foto di Walker Evans tratta da Sia lode ora a uomini di fama

Come molte grandi opere di nonfiction, Uomini di fama lasciò l’occasione per un sequel (o prequel, come Cotton Tenants). Nel luglio e agosto del 1986, cinquant’anni dopo il viaggio di Agee e Evans, un’altra coppia scrittore-fotografo tornò in Alabama e cercò i sopravvissuti e i discendenti delle originali famiglie di fittavoli. Il libro che ne uscì, E i loro figli dopo di loro, di Dale Maharidge e Michael Williamson, ha vinto il Premio Pulitzer per la nonfiction nel 1990. Il libro si dedica a ciò che accadde ai protagonisti di Uomini di fama – per esempio a Maggie Louise, una gioiosa e interessante ragazzina che aveva dieci anni nel 1936, in cui Agee aveva visto una grande potenziale promessa. Non divenne un’infermiera o un’insegnante come aveva sperato, ma si sposò a quindici anni, rimase incinta subito dopo, cadde nell’alcolismo e in altri problemi e nei suoi tardi quaranta bevve del veleno per topi e morì. Fu più fortunato Fred Ricketts, il padre della «incredibilmente sporca» famiglia, che in seguito confermò i sospetti di una sua devianza e miseria umana avendo un figlio dalla figlia maggiore. La madre/sorella e il figlio/fratello vivevano in uno squallido appagamento nel 1986. Al tempo Ricketts, il padre/nonno, era morto, ma non senza aver saputo del libro di Agee e di aver provato piacere per essere stato definito un uomo famoso.

Da sinistra verso destra Frank Tengle, Bud Fields e Floyd Burroughs, i tre padri delle famiglie raccontate da James Agee

Da sinistra verso destra Frank Tengle, Bud Fields e Floyd Burroughs, i tre padri delle famiglie raccontate da James Agee

Alcune delle persone che comparivano come bambini in Uomini di fama erano così arrabbiati per l’uscita del libro che rifiutarono di parlarne nel 1986. Spesso la reazione delle persone sopravvissute fu contrastante. A quel tempo le piantagioni di cotone non c’erano più, rovinate dalla meccanizzazione, dalla competizione straniera, dai tessuti artificiali e dal movimento per i diritti civili. Emma/Mary, la cui scena di commiato è così importante in Uomini di fama, ebbe una vita tanto sfortunata quanto le aveva predetto Agee, ma non era cambiata rispetto alla dolce persona che lui aveva descritto. Aveva tenuto un diario che per onestà, precisione e fascino dell’espressività meriterebbe esso stesso di essere pubblicato un giorno. Di Agee e del suo libro lei disse:

Una foto di Walker Evans tratta da Cotton Tenants

Una foto di Walker Evans tratta da Cotton Tenants

Là dentro c’è molto di vero, e molto di non vero. Lui era incasinato. Mio Dio, potrei guardare indietro e scrivere io un libro su di lui.

Il suo buon carattere e la sua capacità di riprendersi fanno pensare che forse lei e Agee in fondo avrebbero dovuto veramente stare insieme. Emma/Mary avrebbe potuto essere una buona combinazione per lui.

Nascosta dietro l’intera storia c’è l’ineluttabilità dell’ingiustizia economica. Scoprirla e descriverla erano le motivazioni del viaggio di Agee e Evans in primo luogo. Nell’introduzione di Cotton Tenants, Adam Haslett, un romanziere, scrive con una passione pari a quella di Agee delle ingiustizie simili di oggi, e del fatto che i debiti assillano molti americani proprio come allora assillavano i fittavoli. (Egli ci ricorda che il debito del prestito aggregato degli studenti negli Stati Uniti oggi supera il debito delle carte di credito dei consumatori). Agee e Evans – e Dorothe Lange e Gordon Parks e anche la malevola Margaret Bourke-White e dozzine di ora dimenticati giovani scrittori e fotogiornalisti, trovarono la Depressione così dolorosa che dovettero metterla al centro del loro lavoro. Cotton Tenants, ci fa vedere Agee pretendere da ‘Fortune’ il rispetto degli impegni e rifiutare di guardare dall’altra parte quando si trova davanti alla povertà e alla sofferenza, incurante della natura poco promettente dell’incarico. L’articolo che produsse fu un intrigante incarico interrotto, un qualcosa a cui dare una seconda possibilità. Che egli abbia rispettato l’impegno, deciso a trasformarlo in un’opera d’arte è una cosa molto stimolante.

  1. Ivy League è un titolo che accomuna le otto università private più prestigiose degli Stati Uniti d’America. N.d.R.

 

IAN FRAZIER, è uno scrittore americano. Ha scritto articoli per ‘The New Yorker’, ‘The New York Times’, e ‘The New York Review Books’. Autore di dieci libri, in Italia è stata pubblicata la sua raccolta di racconti Coyote contro Acme (minimum fax, 1998).

 

 

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