Paul Krugman

Siamo in una seconda Belle Époque

da ''The New York Review of Books''
ECONOMIA: Il vincitore del Premio Nobel per l’economia Paul Krugman recensisce Capital in the Twenty-First Century di Thomas Piketty, uno studio fondamentale sul tema della diseguaglianza, grazie al quale «non parleremo più di ricchezza e diseguaglianza nello stesso modo in cui eravamo soliti farlo».
THOMAS PIKETTY, Capital in the Twenty-First Century, tradotto dal francese da Arthur Goldhammer, Belknap/Harvard University Press, pp. 685, $ 39,95

Thomas Piketty, professore alla Paris School of Economics, non è un nome famoso, anche se  potrebbe diventarlo dopo la pubblicazione in inglese della sua magnifica, ampia meditazione sulla diseguaglianza, Capital in the Twenty-First Century. Il suo impatto comunque è profondo. È divenuto luogo comune dire che stiamo vivendo in una seconda Età dell’Oro – o, come piace dire a Piketty, una seconda Belle  Époque – caratterizzata dall’incredibile crescita “dell’un percento”. Ma è diventato luogo comune solo grazie al lavoro di Piketty. In particolare, lui e alcuni suoi colleghi (in particolar modo Anthony Atkinson ad Oxford ed Emmanuel Saez a Berkeley) hanno aperto la strada a tecniche statistiche che hanno reso possibile tracciare la concentrazione di reddito e benessere partendo da molto indietro nel passato – fin dagli inizi del ventesimo secolo in America e Inghilterra, e fin dal chiudersi del diciottesimo secolo in Francia.

Il risultato è stata una rivoluzione nella nostra comprensione delle tendenze di lungo termine della diseguaglianza. Prima di questa rivoluzione, la maggior parte delle discussioni sulla disparità generalmente ignoravano i molto ricchi. Alcuni economisti (per non parlare dei politici) cercavano di far tacere qualsiasi riferimento alla diseguaglianza: «Tra le tendenze che sono dannose per le economie sane, la più seducente, e secondo me la più velenosa, è quella di concentrarsi sulle questioni della distribuzione del reddito», ha dichiarato nel 2004 Robert Lucas Jr. dell’Università di Chicago, il macroeconomista più influente della sua generazione. Ma anche quelli che in qualche modo desideravano discutere della diseguaglianza, si era concentrati sul divario tra i poveri e la classe operaia da una parte, e quelli semplicemente benestanti dall’altra, non prendevano in considerazione i veramente ricchi – si concentravano sui laureati i cui redditi superavano quelli dei lavoratori  meno istruiti, o sul confronto tra il benessere del cinque per cento più ricco della popolazione e la situazione economica del cinque per cento più povero, e non sui guadagni in crescita esponenziale dei dirigenti e degli uomini di banca.

Il libro "Capital in the Twenty First Century"

Il libro Capital in the Twenty First Century

È arrivata perciò come una rivelazione la scoperta di Piketty e dei suoi colleghi che i guadagni dell’oggi famoso “un percento”, e di gruppi ancora più ristretti, sono in realtà la  questione principale nella crescita della diseguaglianza.  E questa scoperta si è accompagnata a una seconda rivelazione: parlare di una seconda Età dell’Oro, che sarebbe potuta sembrare un’iperbole, non era per nulla tale. In America in particolare la quota di reddito nazionale che raccoglie l’un percento più ricco della popolazione ha seguito una traiettoria ad arco a forma di U. Prima della Prima Guerra Mondiale l’un per cento raccoglieva circa un quinto del reddito totale, sia in Inghilterra che negli Stati Uniti. Dal 1950 quella quota fu ridotta di più della metà. Ma dal 1980 l’un per cento ha visto la sua quota di reddito risalire nuovamente – e negli Stati Uniti è tornata al livello che aveva un secolo fa.

Tuttavia, l’élite economica di oggi è molto diversa da quella del diciannovesimo secolo, giusto? A quei tempi la grande ricchezza tendeva ad essere ereditaria; ma le élite economiche di oggi non sono coloro che si sono guadagnati e meritati la loro posizione? Bene, Piketty ci dice che ciò non è così vero come si crede, e che in ogni caso questo stato di cose potrebbe dimostrarsi non più duraturo della società basata sulla classe media che ha prosperato per una generazione dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’idea centrale di Capital in the Twenty-First Century non è solo che siamo tornati indietro ai livelli di diseguaglianza dei redditi del diciannovesimo secolo, ma che siamo anche sulla via del ritorno verso un “capitalismo patrimoniale”, in cui i vertici di comando dell’economia sono controllati non da individui di talento ma da dinastie familiari

È un’affermazione considerevole – e proprio perché è così rilevante, deve essere esaminata con attenzione e criticamente. Prima di entrare in questa questione, comunque, lasciatemi dire che Piketty ha scritto un libro veramente superbo. È un lavoro che combina una grande ricerca storica – quando è stata l’ultima volta che avete sentito un economista nominare Jane Austen e Balzac? – con un’analisi accurata dei dati. E anche se Piketty deride gli studiosi di economia per la loro «passione infantile per la matematica», alla base della sua discussione c’è un tour de force di modelli economici, con un approccio che integra l’analisi della crescita economica con quella della distribuzione del reddito e della ricchezza. Questo libro cambierà sia il modo in cui pensiamo alla società che il modo in cui facciamo economia.

1.

Cosa sappiamo delle diseguaglianze economiche, e da quando ne sappiamo qualcosa? Fino a quando la rivoluzione di Piketty non ha affrontato la materia, la maggior parte di quello che sapevamo sulla diseguaglianza di reddito e di ricchezza proveniva dai sondaggi, in cui venivano scelte a caso famiglie cui si chiedeva di compilare un questionario, e le loro risposte venivano censite per produrre un profilo statistico dell’insieme. Il modello internazionale più accurato per questi sondaggi è il sondaggio  condotto una volta all’anno dal Census Bureau. Anche la Federal Reserve conduce un sondaggio triennale sulla distribuzione della ricchezza.

Questi due sondaggi sono una guida essenziale ai cambiamenti nella forma della società americana. Tra le altre cose, essi hanno sottolineato a lungo il drammatico cambiamento del processo di crescita economica statunitense, iniziato intorno al 1980. Prima di allora, le famiglie di tutti i livelli avevano visto crescere i loro redditi più o meno in tandem con la crescita dell’economia nel suo insieme. Dopo il 1980, invece, la parte del leone nei guadagni l’hanno fatta le famiglie più ricche, con le famiglie più povere che sono rimaste sempre più indietro.

Francia, il porto di Villeneuve-Loubet

Francia, il porto di Villeneuve-Loubet

Storicamente, gli altri paesi non sono stati altrettanto bravi a mantenere traccia storica di chi guadagnava quanto; ma tale situazione è migliorata nel tempo, principalmente grazie agli sforzi del Luxembourg Income Study (di cui farò presto parte). E così la disponibilità crescente dei dati dei sondaggi che si possono paragonare tra nazioni diverse ha portato a ulteriori importanti intuizioni. In particolare, ora sappiamo sia che gli Stati Uniti hanno una distribuzione molto più iniqua del reddito rispetto agli altri paesi avanzati, sia che la maggior parte di questa differenza di reddito può essere attribuita in maniera diretta all’azione del governo. In genere le nazioni europee hanno una situazione iniqua nella distribuzione del reddito stabilita dal mercato, esattamente come gli Stati Uniti, anche se probabilmente non nella stessa misura. Ma esse ridistribuiscono molto di più attraverso le tasse e i trasferimenti di quanto non faccia l’America, generando una diseguaglianza molto inferiore del reddito disponibile.

Tuttavia, per quanto possano essere utili, i dati dei sondaggi hanno limiti importanti. Tendono a sottostimare o a non valutare del tutto il reddito accumulato da una manciata di individui al vertice più alto della scala dei redditi. Hanno anche una limitata profondità storica. Persino i sondaggi americani arrivano solo al 1947.

Introduciamo Piketty e i suoi colleghi, che si sono rivolti a una fonte completamente diversa di informazioni: i registri delle tasse. Questa non è un’idea nuova. In realtà, le prime analisi della distribuzione del reddito si basavano sui dati delle tasse perché non avevano molto altro su cui lavorare. Piketty e gli altri, comunque, hanno trovato il modo di combinare i dati delle tasse con altre fonti per produrre informazioni che integrano in maniera cruciale i dati dei sondaggi. In particolare, i dati delle tasse ci dicono molto sulle élite. Una stima basata sulle tasse può risalire molto più indietro nel passato: gli Stati Uniti hanno introdotto una tassa sul reddito nel 1913, l’Inghilterra nel 1909. La Francia, grazie all’elaborata riscossione delle imposte immobiliari e alla tenuta dei registri, ha dei dati sulla ricchezza che risalgono alla fine del diciottesimo secolo.

L’uso di questi dati non è semplice. Ma usando tutti i trucchi del mestiere, più alcune ipotesi ragionate, Piketty è in grado di produrre una ricostruzione della caduta e della crescita della diseguaglianza durante tutto il secolo scorso. Che assomiglia alla Tabella 1.

Tabella 1

Tabella 1

Come detto, definire la nostra era attuale come  nuova Età dell’Oro o Belle Époque non è un’iperbole; è  la semplice verità. Ma come ci si è arrivati?

 2.

Pikketty lancia subito il guanto di sfida intellettuale, con il titolo stesso del suo libro: Il Capitale nel ventunesimo secolo. È ancora permesso agli economisti parlare così?

Non è solo l’ovvia allusione a Marx che rende questo titolo così sorprendente. Invocando il capitale fin dall’inizio, Piketty scompiglia le carte rispetto alla maggior parte delle moderne discussioni sulla diseguaglianza, e si rifà a una tradizione più antica.

La premessa generale della maggior parte delle ricerche sulla diseguaglianza è stata che il reddito da lavoro, di solito i salari, è il luogo su cui si concentra  l’attenzione, e che il reddito da capitale non è né importante né interessante. Piketty mostra, invece, che anche oggi il reddito da capitale, e non i salari, ha il predominio nella fascia più alta della distribuzione del reddito. Mostra anche come nel passato – durante la Belle Époque in Europa e, in misura minore, nell’Età dell’Oro in America – la proprietà diseguale dei beni, non una paga diseguale, era la causa principale della disparità dei redditi. E argomenta che ora stiamo tornando a quel tipo di società. Né questa è un’argomentazione casuale da parte sua. Poiché Capital in the Twenty-First Century è un lavoro basato sull’empirismo, è fortemente indirizzato da una cornice teorica che cerca di riunire la questione della crescita economica e della distribuzione sia del reddito che della ricchezza. Fondamentalmente, Piketty vede la storia economica come la storia di una gara tra l’accumulazione di capitale e altri fattori che guidano la crescita, principalmente la crescita della popolazione e il progresso tecnologico.

Sicuramente, questa è una gara che non può avere un vincitore permanente: nel lunghissimo periodo, l’accumulazione di capitale e il reddito complessivo devono crescere più o meno allo stesso ritmo. Ma una parte o l’altra a volte può avvantaggiarsi per decenni. Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, l’Europa aveva accumulato un capitale equivalente a sei o sette volte il reddito nazionale. Nelle quattro decadi successive, invece, la combinazione di distruzione fisica e di deviazione dei risparmi sugli sforzi bellici taglieranno quel rapporto della metà. L’accumulazione di capitale riprese dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma quello fu un periodo di spettacolare crescita economica – i Trente Glorieuses, o i “Gloriosi Trent’anni”; così il rapporto tra capitale e reddito rimase basso. Dagli anni ’70, invece, il rallentamento della crescita ha portato ad un aumento della quota del capitale, così il capitale e la ricchezza hanno conosciuto una crescita stabile fino ai livelli della Belle Époque. E questa accumulazione di capitale, dice Piketty, alla fine ricreerà una diseguaglianza tipo Belle Époque a meno che non venga contrasta dalla tassazione progressiva.

Perché? Si basa tutto su r contro c – il tasso di rendimento del capitale contro il tasso di crescita economica.

Quasi tutti i modelli economici ci dicono che se c cade – cosa che avviene fin dal 1970, un declino che probabilmente continuerà data la crescita più lenta della popolazione in età lavorativa e un progresso tecnologico più lento – anche r cadrà. Ma Piketty afferma che r cadrà meno di c. Ciò non è necessariamente vero. In qualunque modo, se è sufficientemente facile rimpiazzare i lavoratori con le macchine – se, per usare il gergo tecnico, l’elasticità della sostituzione tra capitale e lavoro è superiore a uno – la crescita lenta, e il conseguente aumento del rapporto tra capitale e reddito, allargherà sicuramente la distanza tra r e c. Piketty afferma che questo è quello che l’esperienza storica suggerisce che accadrà.

Se ha ragione, la conseguenza immediata sarà un trasferimento di reddito dal lavoro verso i detentori di capitale. La saggezza tradizionale ha voluto a lungo che non ci preoccupassimo di quello che succederà, perché le quote del capitale e del lavoro rispettivamente nel reddito totale sono altamente stabili nel tempo. Nel lungo periodo, invece, ciò non è stato vero. In Inghilterra, per esempio, la quota di reddito da capitale – che fosse sotto forma di profitti aziendali, dividendi, affitti o vendite di immobili, per esempio – è caduta da circa il 40 per cento di prima della Prima Guerra Mondiale ad appena il 20 per cento circa nel 1970, e da quel momento è risalita di quasi la metà. L’arco storico è meno palese negli Stati Uniti, ma anche qui, è in atto una redistribuzione a favore del capitale. In particolare, i profitti delle società per azioni sono saliti alle stelle da quando è iniziata la crisi finanziaria, mentre i salari – inclusi i salari della fascia di popolazione più istruita – hanno subìto una stagnazione.

La quota in aumento del capitale, a sua volta, fa crescere in maniera diretta la diseguaglianza, perché il capitale è sempre distribuito in maniera molto più diseguale del reddito da lavoro. Ma gli effetti non si fermano qui,  perché quando il tasso di reddito da capitale supera di gran lunga il tasso di crescita economica, «il passato tende a divorare il futuro»: la società tende inesorabilmente verso il dominio della ricchezza ereditata.

Considerate come questo funzionava nell’Europa della Belle Époque. A quel tempo, i proprietari di capitale potevano aspettarsi di guadagnare il 4-5 per cento dai loro investimenti, con una tassazione minima; nel frattempo la crescita economica era intorno solo all’uno per cento. Così i ricchi potevano reinvestire facilmente i loro guadagni per assicurarsi che la loro ricchezza e quindi i loro redditi crescessero più velocemente dell’economia, rafforzando il loro dominio economico, nonostante scialacquassero in una  vita di gran lusso.

E cosa succedeva quando questi ricchi individui morivano? Passavano la loro ricchezza – di nuovo, con una tassazione minima – ai loro eredi.  Il denaro trasferito alla generazione successiva rappresentava il 20, 25 per cento del reddito annuo; la gran parte della ricchezza, circa il 90 per cento, era ereditata anziché risparmiata dai salari. E questa ricchezza ereditata era concentrata nelle mani di una piccolissima minoranza; nel 1910 in Francia l’un per cento più ricco controllava il 60 per cento della ricchezza; in Inghilterra, il 70 per cento.

Nessuna sorpresa, allora, che i romanzieri del diciannovesimo secolo fossero ossessionati dal tema dell’eredità. Piketty parla a lungo della lezione che il mascalzone Vautrin dà a Rastignac in Père Goriot di Balzac, il cui succo è che una carriera al massimo del successo probabilmente non potrà offrire che una frazione della ricchezza che Rastignac potrebbe acquisire in un colpo solo sposando la figlia di un uomo ricco. E risulta che Vautrin aveva ragione: stare nell’un percento più alto degli eredi del diciannovesimo secolo e vivere semplicemente della ricchezza ereditata ti dava due volte e mezzo lo standard di vita che potevi ottenere facendoti strada nell’un per cento più alto dei lavoratori salariati.

Si potrebbe essere tentati di dire che la società moderna non ha nulla a che fare con tutto ciò. In realtà, comunque, sia il reddito da capitale che la ricchezza ereditata, benché meno importanti di quanto non lo fossero nella Belle Époque, sono ancora potenti fattori di diseguaglianza – e la loro importanza sta crescendo. In Francia, mostra Piketty, la quota ereditata della ricchezza totale scese bruscamente durante l’era delle due guerre e della veloce crescita economica post bellica; intorno al 1970 era meno del 50 per cento. Ma ora è tornata di nuovo al 70 per cento, e sta crescendo. Proporzionalmente, c’è stata una caduta e poi una crescita nell’importanza dell’eredità nel conferire uno status di élite: lo standard di vita dell’un per cento più alto di eredi cadde sotto quello dell’uno per cento dei salariati tra il 1910 e il 1950, ma iniziò a crescere di nuovo dopo il 1970. Non è del tutto tornato ai livelli di Rastignac, ma di nuovo in genere vale di più avere i genitori giusti (o sposarsi e avere i suoceri giusti) che avere il lavoro giusto.

E questo potrebbe essere solo l’inizio. La Figura 1 mostra le stime di Piketty della renditaglobale e della crescita sulla lunga distanza, e suggerisce che l’era del riequilibrio ora si trova alle nostre spalle, e che le condizioni ora sono mature per la riaffermazione del capitalismo patrimoniale.

Figura 1

Figura 1

Dato questo quadro, perché la ricchezza ereditata gioca una parte così piccola nel discorso pubblico di oggi? Piketty suggerisce che è la grandezza stessa delle fortune ereditate che in un certo modo le rende invisibili: «La ricchezza è così fortemente concentrata che una grande parte della società civile praticamente non sa neppure della sua esistenza, tanto che alcuni immaginano che questa appartenga a entità surreali o misteriose». Questo è davvero un buon punto. Ma non è di sicuro la spiegazione per intero. Poiché l’esempio più cospicuo dell’impennata della diseguaglianza del mondo d’oggi – la crescita del ricchissimo un per cento nel mondo anglosassone, specialmente negli Stati Uniti – non ha così tanto a che fare con l’accumulazione da capitale, almeno fino ad ora. Ha invece molto più a che fare con i compensi e i redditi incredibilmente alti.

3.

Capital in the Twenty-First Century è, come spero di aver reso chiaro, un lavoro eccezionale. In un periodo in cui la concentrazione di ricchezza e di reddito nelle mani di pochi è riemersa come problema politico, Piketty non offre solo una preziosa documentazione di quello che sta avvenendo, con ineguagliabile profondità storica. Egli offre anche ciò che equivale a una teoria che riunisce in una sola cornice i diversi campi della diseguaglianza, una teoria che integra la crescita economica, la distribuzione di reddito tra capitale e lavoro, e la distribuzione della ricchezza e del reddito tra gli individui.

Copertina della rivista ‘Bloomberg Businessweek’ dedicata a Thomas Piketty

Copertina della rivista ‘Bloomberg Businessweek’ dedicata a Thomas Piketty

E tuttavia c’è una cosa che limita leggermente il risultato – una sorta di trucco intellettuale, benché in realtà non comporti alcun inganno o abuso da parte di Piketty. Eccola: la principale ragione per cui c’è stata una voglia matta di un libro come questo è la crescita, non solo dell’un per cento, ma soprattutto dell’un per cento americano. Tuttavia quella crescita, come risulta, si è avuta per ragioni che si trovano al di là della visione da grande tesi di Piketty.

Piketty è, naturalmente, un economista troppo bravo e onesto per svicolare da questioni che non gli tornano. «La diseguaglianza americana nel 2010», dichiara, «è quantitativamente tanto estrema quanto nella vecchia Europa della prima decade del ventesimo secolo, ma la struttura di quella diseguaglianza è diversa in modo piuttosto chiaro». Infatti, quello che abbiamo visto in America e che stiamo iniziando a vedere altrove è qualcosa di «radicalmente nuovo»: la crescita dei «supersalari».

Il capitale è ancora importante, alle vette massime dei ricchi della società, il reddito da capitale eccede il reddito da paghe, da salari e da bonus. Piketty stima che l’aumentata diseguaglianza del reddito da capitale rappresenti circa un terzo della crescita complessiva della diseguaglianza americana. Ma anche il reddito da salario al suo massimo è aumentato. I salari reali per la maggior parte dei lavoratori americani sono aumentati di poco se non di nulla dall’inizio degli anni ’70, ma i salari dello 0,1 per cento dei salariati al più alto livello sono cresciuti del 362 per cento. Se Rastignac oggi fosse vivo, Vautrin dovrebbe ammettere che in effetti farebbe altrettanto bene sia a diventare un manager degli hedge fund che a sposare una donna ricca.

Cosa spiega questa crescita enorme nella diseguaglianza dei salari, con la maggior parte dei guadagni che viene percepito dallo 0,1 del livello più alto ? Alcuni economisti americani suggeriscono che è dovuta ai cambiamenti nella tecnologia. In un famoso documento del 1981 intitolato The Economics Superstars, l’economista di Chicago Sherwin Rose affermava che le moderne tecnologie di comunicazione, aumentando le possibilità delle persone di talento, stavano creando dei mercati in cui il vincitore avrebbe preso tutto, in cui una manciata di individui eccezionali avrebbero ottenuto enormi benefici, anche se fossero solo di poco migliori dei loro rivali molto meno ben pagati.

Piketty è scettico. Come nota, agli economisti conservatori piace parlare delle alte paghe degli artisti di un tipo o di un altro, come le star del cinema o dello sport, in modo da suggerire che gli alti guadagni sono in realtà meritati. Ma questa gente è solo una minima frazione della élite dei salariati. La maggior parte dei membri di questa élite sono manager di un qualche tipo – manager le cui performance sono, in realtà, piuttosto difficili da valutare o a cui attribuire un valore monetario. Cosa determina quanto vale un amministratore delegato di una società per azioni? Beh, di solito c’è un comitato che si occupa dei compensi, nominato dallo stesso amministratore delegato. In effetti, dice Piketty, i manager di alto livello stabiliscono la loro stessa paga, regolamentati da forze sociali piuttosto che da qualsiasi tipo di disciplina di mercato. E attribuisce la paga esagerata dei top manager a un’erosione di queste norme. In realtà, egli attribuisce l’impennata dei redditi da salario a forze sociali e politiche piuttosto che a forze strettamente economiche.

Ora, per essere onesti, egli poi avanza una possibile analisi economica del cambiamento di quelle norme, argomentando che il calo della tassazione fiscale per i ricchi ha in effetti incoraggiato l’élite dei salariati. Quando un top manager può aspettarsi di trattenere solo una piccola porzione del reddito ottenibile facendosi beffe delle norme sociali per raggiungere un stipendio molto cospicuo, potrebbe decidere che il disonore di violare le norme non ne varrebbe la pena se la tassazione è troppa alta. Taglia drasticamente la sua aliquota marginale, e potrebbe comportarsi diversamente. E se sempre più supersalariati violano le norme, le norme stesse cambieranno.

C’è molto da dire su questa diagnosi, ma ad essa chiaramente manca rigore e universalità di analisi della distribuzione e del ritorno della ricchezza. Inoltre, non credo che Capital in the Twenty-First Century risponda in maniera adeguata alla critica più eloquente sulla sua ipotesi del potere esecutivo: la concentrazione di redditi molto alti nella finanza, dove le performance in realtà possono essere, in qualche modo, valutate. Non ho menzionato per caso i manager degli hedge fund: queste persone sono pagate in base alla loro abilità di attrarre clienti e di ottenere utili dagli investimenti. Si può mettere in dubbio il valore sociale della finanza moderna, ma i Gordon Gekko là fuori sono chiaramente bravi in qualcosa, e la loro crescita non può essere attribuita solo al potere delle relazioni, anche se credo che si possa sostenere che  la volontà a impegnarsi in intrallazzi e affari sporchi, come la volontà di non rispettare le norme salariali, sia incoraggiata dalle basse aliquote marginali.

Gordon Gekko interpretato da Michael Douglas nel film Wall Street di Oliver Stone

Gordon Gekko interpretato da Michael Douglas nel film Wall Street di Oliver Stone

Nell’insieme, sono più o meno persuaso dalla spiegazione di Piketty dell’impennata della diseguaglianza dei salari, benché il suo non includere la deregulation sia una significativa delusione. Ma come ho detto, la sua analisi su questo punto manca del rigore della sua analisi del capitale, per non parlare del fatto che manca della sua grande, stimolante eleganza intellettuale.

Tuttavia non dobbiamo reagire in maniera eccessiva a ciò. Anche se l’aumento della diseguaglianza in America fino ad oggi è stata guidata principalmente dal reddito salariale, ciononostante anche il capitale ha avuto la sua importanza. E in ogni caso, in futuro la storia sarà molto diversa. La generazione attuale dei molto ricchi in America attualmente può consistere in larga parte da dirigenti piuttosto che da persone che vivono della rendita da capitali accumulati, ma questi dirigenti hanno eredi. E l’America fra due decenni da ora potrebbe essere una società dominata da coloro che vivono di rendita, persino più diseguale rispetto all’Europa della Belle Époque.

Ma ciò non deve accadere.

 4.

A volte Piketty sembra quasi offrire una visione deterministica della storia, in cui ogni cosa dipende dai tassi di crescita della popolazione e dal progresso tecnologico. In realtà, comunque, Capital in the Twenty-First Century rende chiaro che la politica pubblica può fare un’enorme differenza e che, anche se le sottostanti condizioni economiche puntano verso un’estrema diseguaglianza, quello che Piketty chiama uno «scivolamento verso l’oligarchia», può essere interrotta e persino invertita se il corpo politico sceglie di farlo.

Il punto chiave è che quando facciamo la comparazione cruciale tra tasso di rendimento sulla ricchezza e tasso di crescita economica, quello che conta sono gli utili al netto delle imposte della ricchezza. Così la tassazione progressiva – in particolare la tassazione su ricchezza ed eredità – può essere una forza potente per limitare la diseguaglianza. In realtà, Piketty conclude il suo capolavoro con un appello per una tale forma di tassazione. Sfortunatamente, il periodo storico coperto dal suo libro non incoraggia l’ottimismo.

È vero che durante la maggior parte del ventesimo secolo le tassazioni fortementi progressive aiutarono in effetti a ridurre la concentrazione di reddito e ricchezza, e si potrebbe immaginare che una forte tassazione al livello più alto sia il risultato politico naturale quando la democrazia si confronta con una grande diseguaglianza. Piketty, tuttavia, rifiuta questa conclusione: il trionfo della tassazione progressiva durante il ventesimo secolo, dice, fu «un effimero prodotto del caos». Senza le guerre e gli sconvolgimenti della moderna guerra europea dei trent’anni, suggerisce, non sarebbe accaduto nulla del genere.

Come prova, egli offre l’esempio della Terza Repubblica francese. L’ideologia ufficiale della Repubblica era altamente egualitaria. Tuttavia la ricchezza e i redditi erano quasi così concentrati, i privilegi economici quasi così dominati dall’eredità, come lo erano nella monarchia costituzionale oltre Manica. E la politica pubblica non fece quasi nulla per opporsi alla dominazione economica dei possessori di rendite: le tasse sui beni immobiliari, in particolare, erano quasi ridicolmente basse.

Perché i cittadini universalmente affrancati della Francia non votarono politici che avrebbero attaccato la classe dei proprietari di rendite? Beh, allora come ora una grande ricchezza ottiene una grande influenza – non solo sulla politica, ma anche sul discorso pubblico. Come è noto, Upton Sinclair una volta dichiarò: «È  difficile far capire qualcosa a un uomo il cui salario dipende dal fatto che non la capisca». Piketty, guardando alla storia della sua stessa nazione, arriva ad un’osservazione simile: «L’esperienza della Francia della Belle Époque prova, se di una prova c’era bisogno, che nessuna falsità è troppo grande quando le élite economiche e finanziarie sono costrette a difendere il loro interesse».

Thomas Piketty

Thomas Piketty

Lo stesso fenomeno è visibile oggi. Infatti, un aspetto curioso della scena americana è che le politiche di diseguaglianza sembrano semmai attuarsi prima che divengano realtà. Come abbiamo visto, a questo punto le élite economiche americane mantengono il loro status principalmente dai salari piuttosto che dalle rendite di capitale. Ciononostante, la retorica economica conservatrice già enfatizza e celebra il capitale piuttosto che il lavoro – “i creatori di posti di lavoro”, non i lavoratori.

Nel 2012 Eric Cantor, leader della maggioranza alla Camera, scelse di marcare il Labor Day – Labor Day! – con un tweet che rendeva omaggio agli imprenditori:

Oggi, celebriamo coloro che hanno rischiato, che hanno lavorato duro, che hanno costruito un’attività e che si sono guadagnati il loro successo.

Colpito forse dalle reazioni, ha immediatamente sentito il bisogno di ricordare ai suoi colleghi in un incontro successivo del Partito Repubblicano che la maggior parte delle persone non hanno una propria azienda – ma ciò in sé mostra quanto profondamente il partito si identifichi con il capitale con il risultato di una esclusione virtuale del lavoro.

Né questa predilezione nei confronti del capitale è solo retorico. Gli oneri fiscali sugli alti redditi americani sono diminuiti su tutta la linea fin dagli anni ’70, ma le riduzioni più importanti si sono avute sul reddito da capitale – incluso un forte calo sulle tasse delle aziende, di cui beneficiano indirettamente gli azionisti – e sull’eredità.  A volte sembra come se una parte consistente della nostra classe politica stesse lavorando attivamente per reinstaurare il capitalismo padronale di Piketty. E se si guarda alle fonti delle donazioni politiche, molte delle quali provengono da famiglie ricche, questa possibilità è molto meno stravagante di quanto possa sembrare.

Piketty conclude Capital in the Twenty-First Century con una chiamata alle armi – una chiamata, in particolare, per le tasse sulla ricchezza, globali se possibile, per contenere il crescente potere della ricchezza ereditata. È facile essere cinici sulle prospettive di una cosa del genere. Ma sicuramente la magistrale diagnosi di Piketty su dove siamo e dove ci stiamo dirigendo rende una tale cosa considerevolmente più probabile. Quindi Capital in the Twenty-First Century è un libro estremamente importante su tutti i fronti. Piketty ha trasformato il nostro discorso economico; non parleremo più di ricchezza e diseguaglianza nello stesso modo in cui eravamo soliti farlo.

 PAUL KRUGMAN, è un giornalista del ‘New York Times’ e professore di economia a Princeton. Nel 2008 ha ricevuto il premio Nobel per l’Economia. In Italia sono stati pubblicati molti suoi libri, fra cui: Fuori da questa crisi, adesso! (Garzanti, 2012), La coscienza di un liberal (Laterza, 2009), Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi (Garzanti, 2009).

 

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