Maurizio Vecchi

Fiction – Il mistero della cassapanca

Ogni delitto è generato da un movente e questo potrebbe essere la gelosia, il denaro oppure la vendetta come unica soluzione. Esistono, però, casi di omicidi messi in atto da soggetti parzialmente o totalmente infermi di mente.

La difficoltà nel condurre un’indagine di omicidio è caratterizzata proprio dalla ricerca del movente, legato saldamente alla vita della vittima o agli ultimi giorni della sua esistenza.

 Dopo tanti anni di servizio nell’Arma dei Carabinieri ritengo, senza peccare di presunzione, di essere oramai specializzato nella tecnica investigativa, potendo così, in numerosi casi, scovare i colpevoli di efferati omicidi.

 Quello che vado a narrare è il corso degli eventi legati ad un uomo, proveniente da lontano, che venne ucciso per causa della sua avidità, dopo avere incontrato una persona senza scrupoli più avida di lui.

 Era una domenica d’autunno, nuvolosa e triste nonostante la temperatura fosse alta rispetto alla media stagionale.

 In quel periodo, presso la sede fieristica di Brescia, fu allestita una mostra d’antiquariato alla quale parteciparono numerosi espositori, tra i quali appassionati di mobili antichi, collezionisti di gioielli preziosi e di oggetti antichi di varia natura.

 La sera di un sabato ebbe luogo l’inaugurazione della mostra, alla presenza di Autorità politiche e del mondo dell’Arte.

 Durante la cerimonia, che terminò all’una del giorno seguente, giornalisti e fotografi di ogni testata giornalistica fecero a gomitate per ottenere l’esclusiva delle interviste e delle immagini dei diversi personaggi famosi intervenuti.

L’esposizione avrebbe finalmente avuto inizio per tutti gli appassionati alle 10.00 di domenica ed alle 8.00 vi era già una lunga coda di appassionati.

 Poiché quella domenica fu per me un giorno libero dagli impegni di lavoro, accompagnai mia moglie a visitare quelle meraviglie, quindi mi trovai anch’io in coda ad attendere l’apertura.

 A pochi minuti dalle 10.00 si udì provenire, dall’interno della struttura, un grido di donna che suscitò in tutti la giusta preoccupazione.

Superai velocemente l’ingresso e la postazione di controllo dei biglietti e mentre esibivo il mio distintivo, mi feci largo, dicendo agli incaricati del controllo:

 – Sono il Maresciallo Mauro della squadra “omicidi”, devo accertare l’accaduto! Da quale parte proveniva il grido?

 – Passi pure Maresciallo, l’urlo pareva che provenisse dallo stand dell’antiquariato situato sulla sinistra a metà del corridoio centrale, ma non sappiamo altro.

– Grazie, ci penso io!

 Mi recai con passo svelto nella zona indicata e durante il tragitto, ipotizzai tra me e me ciò che poteva essere accaduto, forse per esorcizzare l’ipotesi di un fatto delittuoso ed immaginai che qualcuno si fosse ferito lavorando, ma vidi qualcuno avanzare verso di me, con passo altrettanto svelto, dallo stand dell’antiquario indicato.

 Era una guardia giurata di mia conoscenza che mi disse con un tono agitato:

 – Mauro! È stato trovato il corpo di un uomo all’interno di una cassapanca antica: stavamo controllando lo stand, quando il proprietario e sua moglie, nell’aprirla, hanno fatto la macabra scoperta.

 Proseguendo, telefonai alla Centrale Operativa, informando il mio Comandante dell’accaduto e gli dissi che stavo eseguendo i primi accertamenti del caso.

Giunto allo stand antiquario, feci allontanare i curiosi in modo da impedire l’inquinamento del luogo del ritrovamento con le loro tracce, raccomandando loro di rimanere a disposizione fino all’arrivo della pattuglia del Nucleo Radiomobile, alla quale avrebbero dovuto declinare le proprie generalità e rilasciare le proprie dichiarazioni circa l’accaduto.

 Controllai innanzitutto la serratura della cassapanca in cui fu ritrovato il corpo, ma non vi rilevai alcuna forzatura. Perciò, chiesi al proprietario se il mobile fosse stato chiuso a chiave prima della sua riapertura e lui rispose senza esitazioni:

– No, Maresciallo, non era chiusa a chiave, ma non ve n’era bisogno perché non custodivo nulla al suo interno!

Esaminai il contenuto del mobile e constatai la presenza del corpo senza vita di un uomo dall’apparente età di 35 – 40 anni, adagiato sul fianco sinistro e indossante un elegante abito di colore nero, di una non meglio precisata marca. Costui aveva ancora gli occhi sgranati che segnavano un’espressione di paura.

Telefonai nuovamente al mio Comandante per informarlo dell’effettiva esistenza di un cadavere, ragguagliarlo circa gli elementi che avevo acquisito sino a quel momento e chiedergli l’intervento della Sezione Scientifica.

Il Colonnello mi incaricò del caso, ovviamente, ordinando di comunicargli i risultati circa gli accertamenti riguardanti l’identità del cadavere.

Nel frattempo giunse la pattuglia del Nucleo Radiomobile.

Il Maresciallo, capo servizio, si avvicinò per ottenere le istruzioni circa gli atti da compiere:

– Identifica tutti i presenti ed il personale di servizio ai padiglioni. Fatti dire da ognuno dove si trovava al momento del rinvenimento del cadavere e che cosa stesse facendo, ma per prima cosa, comunica alla gente in coda all’ingresso che può tornare a casa, perché la mostra viene sospesa. Spiega loro che i locali della fiera sono a completa disposizione della Magistratura per il tempo necessario alle indagini e che nessuno può entrare, almeno per oggi.

Inoltre, chiesi al Maresciallo, dandogli le chiavi della mia auto privata, di consegnarle a mia moglie, dicendo anche a lei di tornare a casa e che le avrei telefonato più tardi.

I ragazzi della Scientifica giunsero dopo qualche minuto e, dopo avere eseguito i rilievi fotografici dei luoghi, dei particolari della cassapanca e del cadavere, passarono all’acquisizione delle impronte palmari latenti.

Ispezionare attentamente l’interno della cassapanca fu impossibile, finché il corpo si trovava al suo interno, quindi, prima finimmo tutti i rilievi sul mobile e, soltanto dopo avere spostato il cadavere, facemmo un controllo accurato anche al suo interno.

Lasciando l’interno del mobile all’esame della Scientifica, cercai il portafoglio nelle tasche dell’abito indossato dal cadavere.

Trovai la sua carta d’identità e, leggendovi i dati anagrafici, sentii di potere azzardare l’ipotesi che costui non poteva avere attinenza con una manifestazione del genere perché si trattava di un operaio metalmeccanico proveniente dalla provincia di Como: sia la professione sia il luogo di provenienza, troppo distante, facevano apparire sospetta la sua presenza in quel luogo.

 Il suo nome, Folloni Riccardo, classe 1962, residente a Ponte Chiasso, da un primo esame, presso la nostra Banca Dati risultò essere pregiudicato per reati connessi agli stupefacenti.

 Scavando nel cuore della sua vita, si materializzò chiaramente la sua discordanza con l’ambiente.

 Allora, perché si trovava a quella mostra?

 La risposta avrebbe potuto trovarsi celata in una sua attività criminosa e il movente che più collimava con la sua vita fu il suo collegamento, indubbio, con l’ambiente degli stupefacenti.

Esaminai sommariamente, ancora una volta, il cadavere, ma non notai alcun segno di lotta, né tracce chiare sotto le unghie, tali da fare pensare a una colluttazione e a un tentativo di difesa.

 L’analisi del corpo mi permise di rilevare soltanto un foro di proiettile sulla nuca, che sicuramente fu la causa del decesso. Per averne la certezza, però, dovevo aspettare il risultato dell’ispezione cadaverica e dell’autopsia.

Quel corpo senza vita mi parlava e le poche tracce che avevo rilevato mi raccontavano sottovoce, grazie alla mia esperienza, che Folloni era stato attirato in una trappola mortale da qualcuno che lui conosceva bene.

L’indagine finalizzata all’identificazione del responsabile dell’omicidio era molto difficile, me ne resi conto, ma gli accertamenti per supportare la mia ipotesi dovevo ancora compierli e richiedevano tempo!

Ne informai il mio Comandante, che accettò la mia ipotesi circa il movente legato alla droga, perciò incaricai l’Appuntato Satta di esaminare, non solo l’elenco del personale di vigilanza, ma anche quello del rimanente staff impiegato nella gestione dei diversi punti espositivi.

 Lo scopo di quella verifica fu di identificare, negli elenchi, chi avesse avuto precedenti legami con il giro della droga, in particolare con la cocaina, poiché il precedente penale di Folloni riguardava proprio un’operazione antidroga risalente al 1990, nel corso della quale furono identificati gli appartenenti alla nota “banda dei viaggiatori” con un’operazione di servizio decisiva compiuta dai Carabinieri al confine con la Svizzera.

Lui non fu altro che un pesce piccolo dell’organizzazione, uno dei tanti che si davano da fare per interesse, ottenendo qualche dose di droga quale pagamento, in cambio di lavori legati al giro.

I rilievi della Scientifica continuarono per gran parte della giornata a causa degli spazi immensi da esaminare.

Lunedì mattina alle ore 09.00, presso l’Istituto di Medicina Legale di Brescia, ebbe luogo l’autopsia di Folloni.

Oltre al colpo d’arma da fuoco alla nuca, il Medico Legale non riscontrò altre lesioni mortali, quindi confermò la mia ipotesi, dichiarando nel verbale che la causa della morte era da attribuirsi ad un colpo d’arma da fuoco esploso in corrispondenza dell’osso occipitale del cranio, con una traiettoria orizzontale da distanza ravvicinata, a giudicare dalla presenza di una bruciatura o “tatuaggio”: che praticamente deponeva a favore dell’ipotesi, secondo la quale lo sparatore avrebbe colpito il Folloni, tenendo l’arma ad una breve distanza dalla sua testa.

 Fu estratta l’ogiva dall’osso mascellare, su cui si era conficcata e la inviai al R.I.S. per l’esame balistico.

 Portai avanti l’attività d’indagine sulla traccia degli indizi che avevo raccolto sino a quel momento.

 Controllai attentamente le dichiarazioni rilasciate dal personale al capo pattuglia, constatando che nessuno di loro, prima, aveva visto il cadavere, a parte il proprietario dello stand d’antiquariato e sua moglie. Tutti si erano avvicinati soltanto quando avevano udito la signora urlare, dopo che questa aprì la cassapanca.

Esaminando le dichiarazioni, mi assalì un’intensa sfiducia nella riuscita dell’indagine, poiché non trovai elementi per collegare nessuno dei presenti, in qualche modo, alla vittima, quindi mi domandai se le guardie giurate presenti all’interno della struttura fossero veramente tutte persone “pulite”, oppure, qualcuno di loro, nascondesse uno scheletro nel suo armadio.

 Controllai con l’aiuto di Satta le generalità di tutti gli agenti ingaggiati dall’organizzazione della Fiera, al fine di scoprire se tra essi ci fosse qualcuno collegato alla vittima.

 Vi erano persone da me ben conosciute e per le quali avrei potuto garantire personalmente, ma controllai ugualmente, per uno scrupolo di coscienza, perché nella vita non si è mai certi dell’integrità di chi si conosce.

 Lavorammo al computer, per l’intera nottata, alla ricerca delle informazioni sul conto delle guardie giurate esaminate e, finalmente, all’alba emerse un particolare inquietante: l’agente privato Ciocchi Fabrizio, che fu assunto dalla “Vigilanza Urbana” circa nove mesi prima, aveva nel suo curriculum lavorativo un passato che mi diede da pensare.

 Per essere più preciso, aveva lavorato per diversi anni a Ponte Chiasso, in provincia di Como, in qualità di operaio e fu licenziato nel dicembre 1989, ma la motivazione del licenziamento, nella banca dati, non era menzionata.

 Perciò, per saperne di più, feci una telefonata al Comando Provinciale dei Carabinieri di Como, chiedendo informazioni al Comandante della Stazione.

 Questi, dopo avere ascoltato il motivo della mia chiamata, nel sentire il nome di Ciocchi iniziò a parlarne senza interruzione, raccontandomi tutto riguardo alle sue vicissitudini e confermando i miei sospetti, perché i colleghi che agirono nell’operazione antidroga riguardante la “banda dei viaggiatori” collegarono Ciocchi a Folloni Riccardo, ma nel corso di quell’indagine era stato accertato che non aveva avuto un ruolo importante, pur essendoci una stretta amicizia con l’attuale vittima.

 Per quanto riguarda il suo licenziamento, il Comandante poté affermare che Ciocchi era stato letteralmente “cacciato” perché ritenuto responsabile di furti di denaro dagli indumenti, di proprietà dei suoi colleghi, negli spogliatoi.

La mia convinzione prendeva progressivamente corpo: la pista dell’amicizia tra Ciocchi e Folloni era la chiave del caso!

 La Scientifica, nel frattempo, dopo avere esaminato gli abiti della vittima, rilevò un leggero deterioramento con una minuta traccia d’olio per armi all’interno della cintura dei pantaloni che, in corrispondenza di essa, si trovava anche sulla camicia indossata da Folloni.

 L’ipotesi per cui la vittima si presentò armata all’appuntamento, quindi, poteva essere valida! Ma dov’era finita l’arma?

 Data l’amicizia tra Folloni e la guardia giurata, che avevo verificato con il Comandante della Stazione Carabinieri di Como, ordinai di rintracciare Ciocchi, inviando tre squadre: una con il compito di perquisire il suo armadietto all’interno del capannone, una per ispezionare il suo armadietto presso la sede della ditta per cui lavorava e una con l’incarico di recarsi presso la sua abitazione che richiedeva una perquisizione locale per la ricerca di armi.

 Dopo circa mezz’ora, la squadra inviata presso l’Istituto di vigilanza m’informò del rintraccio dell’agente Ciocchi.

 Mi recai alla sede della “Vigilanza Urbana” e lì, dopo avere preso i dovuti contatti con il Dirigente del servizio, dal quale ebbi la massima collaborazione, raggiunsi al piano superiore la squadra incaricata della perquisizione.

 Aprimmo l’armadietto ed al suo interno trovammo molte cianfrusaglie, da sembrare l’armadietto di un rigattiere.

 Tra le tante cose inutili, trovammo una pistola semi-automatica, marca Beretta, calibro “22”: lo stesso utilizzato per uccidere Folloni Riccardo.

 Avvicinai l’arma per sentirne l’odore, così potei accertare che la pistola aveva sparato recentemente; inoltre, dal caricatore che normalmente contiene sette colpi, ne mancava uno.

 Guardai dritto negli occhi Ciocchi, facendogli capire che oramai non poteva avere scampo, ma lui evitò il mio sguardo, abbassando gli occhi.

 Tuttavia, al mio atteggiamento nei suoi riguardi, Ciocchi rispose, senza che gli chiedessi nulla:

 – Non so niente di quella pistola! Non so come si trovi proprio all’interno del mio armadietto!

 – Lasci perdere Ciocchi! Non si arrampichi sugli specchi e ci dica, piuttosto, dove ha messo la “roba”! Sappia che io sono a conoscenza di tutto, più di quanto lei non creda! Perciò, bando a questa sceneggiata e collabori!

 Ciocchi spostava il suo sguardo nervosamente, alternandolo tra la pistola che avevo in mano, il mio volto e la porta d’ingresso, come per cercare una via di fuga, ma, vedendosi con le spalle al muro a causa dei numerosi Carabinieri presenti nell’Istituto, con fare sempre più irrequieto, oltre che impaurito per le conseguenze, disse:

 – Ma… Io…E va bene! Avevo fatto tutto su commissione, procurando della cocaina ad alcune persone in vista che non potevano esporsi; la situazione, però, mi era sfuggita di mano quando quel “bastardo” pretendeva, com’era sua abitudine, più di quanto era stato pattuito, ma io, non avendo altro denaro oltre a quello che dovevo consegnargli, mi opponevo duramente mentre lui minacciava di usare la pistola che aveva con sé. Forse pensava che io avrei incassato quella minaccia senza alcuna reazione, ma si sbagliava! Estraevo la mia pistola dalla fondina e lo minacciavo, ordinandogli di darmi l’arma e di non fare lo stupido, altrimenti gli avrei prodotto un buco in fronte. Mi consegnava la pistola senza obiettare, ma dicendo che avrebbe denunciato tutti alla Polizia. Non ci vedevo dalla rabbia e, approfittando dell’arma che mi aveva consegnato, gli ordinavo di camminare verso lo stand dell’antiquario dove, una volta arrivati, sparavo colpendolo alla nuca. Lui cadeva a terra, morto e lo nascondevo nella cassapanca, sperando che non la aprisse nessuno!

 – Ci porti nel luogo in cui ha nascosto la droga, Ciocchi e non dimentichi il denaro!

 Così, Ciocchi ci condusse a casa sua, dove ci indicò il luogo in cui aveva nascosto il pacco contenente la droga. Lo stupefacente si trovava in cucina, sotto il lavello ed era ancora tutto da dividere tra chi ne aveva commissionato l’acquisto. Poi, dal ripostiglio situato nel sottoscala, estrasse una busta contenente trentamila euro che, a suo dire, erano i soldi concordati quale pagamento dello stupefacente stesso.

 Ciocchi, per timore di essere ucciso da chi aveva pagato la somma, rifiutò di rivelarne i nomi, ma, non ricevendo la merce, supposi che “quelli” si sarebbero arrabbiati ugualmente!

 Non mi restò altro che mettere dapprima “al fresco” Ciocchi Fabrizio, per l’omicidio di Folloni Riccardo e una copia del rapporto con l’esito della mia indagine nelle mani della Squadra antidroga, al fine di fare luce sull’identità dei personaggi implicati nel traffico di cocaina.

 Non vidi l’ora di tornare a casa per godermi un meritato riposo!    

Print Friendly, PDF & Email
Invia una mail per segnalare questo articolo ad un amico