Andrea Segrè

451 parole: educazione

Partiamo, come sempre, dall’etimologia: educare, dal latino ex-ducere, ovvero “tirare fuori”, possibilmente il meglio, dalle persone. «Aiutare, con opportuna disciplina, a mettere in atto, a svolgere le buone inclinazioni dell’animo e le potenze della mente, e a combattere le inclinazioni non buone»[1]. In altre parole: un compito assai difficile, anzi un programma di vita. Educare significa far nascere la consapevolezza in altre persone, scoprire i loro talenti, spesso già presenti nell’animo umano[2]. Si tratta semplicemente (si fa per dire) di tirare fuori capacità e valori, anche se oggigiorno spesso l’educazione viene intesa in senso opposto, ovvero “mettere dentro”, “inculcare” nozioni e concetti senza che questi vengano realmente appresi e soprattutto compresi.

È il caso, fra i tanti che potrei citare, dell’educazione rispetto al cibo. Che ognuno di noi in qualche forma possiede dato che per vivere dobbiamo alimentarci continuamente. Il cibo, gli alimenti, come scritto più volte in queste pagine, deve soddisfare un bisogno fondamentale, non un desiderio. Il cibo va visto come un diritto: il diritto ad alimentarsi bene, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo (è la tradizionale distinzione anglosassone fra food safety e food security). Compito dell’educazione è fondamentalmente quello di “tirare fuori” questo diritto che è anche un dovere e un valore, per evitare che venga invece sommerso da un’onda di disvalori o controvalori imposti dall’esterno, dalla pubblicità, dalle influenze sociali, dalle mode.

Viviamo per mangiare o mangiamo per vivere? Questo è il dilemma.

Ma educare significa anche riflettere insieme su ciò che ci circonda e che ci coinvolge, per stimolare curiosità e conoscenze, con il fine, perché no, di provocare un cambiamento stabile di uno stile di vita. È il caso, ancora, dell’educazione alimentare. Qualche anno fa, precisamente nel 2011, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca  ha pubblicato le Linee Guida per l’educazione alimentare[3], che propongono un approccio non solamente sanitario e salutistico, ma anche volte a (ri)scoprire e valorizzare una vera cultura alimentare. Come ci ricorda Alessandra Zambelli nel suo recente Educacibo le finalità del Ministero sono quelle di sviluppare un’educazione alimentare a scuola che abbia come scopi quelli della consapevolezza del rapporto cibo-salute, dell’adozione di comportamenti alimentari sani, di lavorare sul concetto di qualità del cibo, intesa nella sua interezza – sostenibilità, rispetto delle norme etiche nella produzione e distribuzione del cibo. Educare al cibo vuol dire lavorare anche sulla dimensione culturale e sociale, promuovere forme di prevenzione contro lo spreco, far conoscere il funzionamento del sistema agro-alimentare[4].

Non è un caso che il Piano Nazionale per la prevenzione degli sprechi alimentari (Pinpas) del Ministero dell’Ambiente porti a primo punto, per combattere lo spreco di cibo, l’educazione alimentare. Sprechi perché hai perso il valore del cibo che mangi, sei maleducato.

FOTO 1Insomma, non basta dire: “mangiate più frutta e verdura”, occorre rendere partecipi e responsabili gli individui, tutti quanti, della ricchezza del cibo e del suo valore inestimabile. Anche perché, e ce lo dice sempre la psicologia sociale, il rapporto con il cibo (non patologico) e l’alimentazione sono comportamenti che hanno una funzione identitaria. Le pratiche alimentari manifestano infatti l’adesione individuale ad un preciso stile di vita, e quindi più che mai oggi, occorre lavorare sul tema dell’educazione al cibo per prevenire usi e abusi di junk food, snack, diete ipercaloriche e così via. L’informazione è la premessa dell’educazione e un insieme di conoscenze corrette può sicuramente chiarire perché certi stili alimentari sono nocivi.

La copertina del libro di Alessandra Zambelli

La copertina del libro di Alessandra Zambelli

Ma come si può procedere? Conoscendo per esempio il ruolo che le influenze esterne hanno, soprattutto sui bambini e gli adolescenti, nella costruzione di repertori alimentari individuali, ovvero quell’insieme di preferenze, avversioni, atteggiamenti e credenze verso il cibo, qualità e stili di consumo alimentare[5]. L’influenza dei genitori sui figli ad esempio, è una di quelle maggiormente studiate dalla psicologia sociale. Essi assumono il ruolo di “guardiani” dei canali di accesso al cibo (per esempio l’acquisto), secondo il cosiddetto “effetto stampino”[6]. Si tratta di un controllo diretto sulla disponibilità e accessibilità di cibi in casa e questo effetto, secondo le ricerche, influenza significativamente in positivo il consumo di frutta e verdura da parte di pre-adolescenti. D’altra parte, la funzione di gatekeeper dei genitori può risultare essenziale per evitare di tenere in casa cibo spazzatura e snack poco sani. È proprio vero che l’educazione alimentare comincia in famiglia.

Ma oltre a decidere quali cibi offrire ai figli, i genitori stabiliscono anche le quantità. Così Fisher e Kral nel 2008 hanno condotto alcune ricerche secondo le quali le porzioni abbondanti fin dall’infanzia (2 anni) promuovono comportamenti alimentari che favoriscono l’insorgere dell’obesità, aumentando le calorie introdotte quotidianamente e per pasto[7].

Altro elemento importante per educare i giovani alla sana alimentazione è la condivisione dei pasti in famiglia, la quale promuove sicuramente comportamenti alimentari sani: le ricerche mostrano un maggior consumo di frutta e verdura, un ridotto consumo di bibite e una minore probabilità di saltare la colazione.

Ma esiste anche un’altra potente fonte di influenza: quella dei pari. Questo tema, ancora poco studiato anche dalla psicologia sociale, risulta però fondamentale quando si pensa a dei percorsi di educazione alimentare rivolti ai giovani. Le poche ricerche mostrano infatti che l’essere esposti al consumo o alla scelta di determinati cibi da parte dei pari (parliamo di preadolescenti e adolescenti) sembra produrre un cambiamento non solo nelle preferenze e nel consumo di cibi da parte dei giovani, ma anche nelle quantità. È per questo motivo che le campagne di educazione alimentare dovrebbero avere come ulteriore obiettivo quello di stimolare comportamenti all’interno di gruppi amicali. È nella relazione con gli altri che avvengono i principali cambiamenti.

FOTO 2Questi sono solo alcuni esempi di come il tema dell’alimentazione e della promozione di stili di vita sani siano fondamentali. Inoltre, tutto ciò può avere, anzi ha, delle ricadute applicative importanti in termini di progettazione di percorsi educativi alla salute e di prevenzione. Ne possiamo trovare tanti sempre nel volume Educacibo. Impariamo a gustare il cibo sano di Alessandra Zambelli, che ha messo a frutto la sua esperienza proprio su questo tema, educando i bambini e gli insegnanti ad apprezzare il cibo nelle sue varietà e caratteristiche: attraverso i sensi, per valorizzare le caratteristiche sensoriali dei cibi, e le conoscenze, per diffondere i principi fondamentali della nutrizione, del cibo, delle etichette…

E allora educhiamo e impariamo, sin da piccoli e attraverso i più piccoli, a gustare e nutrirci in maniera semplice: in un’ottica applicativa e di prevenzione, ne vale comunque la pena.

  1. http://www.etimo.it/?term=educare 
  2. Michele Dotti, Sbagliando non s’impara, EMI, Bologna, 2014, p. 49.
  3. Le Linee Guida sono consultabili: http://archivio.pubblica.istruzione.it/allegati/prot7835_11.pdf
  4. Alessandra Zambelli, Educacibo. Impariamo a gustare il cibo sano, Armando Editore, Roma, 2014.
  5. Margherita Guidetti e Nicoletta Cavazza, De gustibus: l’influenza sociale nella costruzione dei repertori alimentari, ‘Psicologia sociale’, 3, 2010, pp. 359-385.
  6. C. Fischler, L’onnivoro, Arnoldo Mondadori, Milano, 1992.
  7. Fischer J.O. e Kral T.V.E.(2008), Super size-me. Portion size effects on young children’s eating, ‘Physiology and Behavior’, 94, pp. 39-47.

 

ANDREA SEGRÈ, è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

 

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