Julian Bell

Sogni dal sottosuolo

da ''The New York Review of Books''

Cave of Forgotten Dreams, un film di Werner Herzog del 2010. Il film è stato proiettato, il 30 aprile 2011, al Trento Film Festival, in anteprima nazionale.

 

Cave of Forgotten Dreams, il nuovo documentario di Werner Herzog, è una sorprendente opera d’arte che ne incornicia un’altra, del tutto straordinaria. Nel 1994, tre esperti speleologi francesi, intenti a esplorare le gole calcaree del fiume Ardéche, avanzavano a tentoni in un grande sistema di grotte, nel quale comparvero all’improvviso immagini risalenti al Paleolitico. Jean-Marie Chauvet, che dirigeva il gruppo, ha descritto l’impressione che destò in loro il «notevole realismo» e la «bravura artistica»1 dei numerosi dipinti di animali che balzavano agli occhi mentre la luce delle torce esplorava le pareti della grotta. Ma, consapevole che le pitture rupestri, simili a quelle di Lascaux scoperte nel 1940, sarebbero presto state contaminate dall’umidità del respiro dei visitatori, Chauvet e i colleghi informarono le autorità regionali e, in meno di un mese, prima dell’annuncio ufficiale della scoperta, fu installata una porta di acciaio che sigillava l’apertura nella parete rocciosa. Solo un numero ridottissimo di persone scientificamente qualificate avrebbe potuto varcarla, camminando esclusivamente su una stretta passerella sospesa.

Furono pubblicate alcune prospezioni illustrate, curate inizialmente da Chauvet (da cui il nome della grotta) e poi da Jean Clottes, massima autorità archeologica francese. Nel frattempo, ai profani in cerca di notizie come Judith Thurman, che nel 2008 scrisse su Chauvet per il ‘New Yorker’, rimaneva solo la scelta di raccontare quelle pitture per sentito dire.

L’articolo della Thurman accese tuttavia l’entusiasmo di Erik Nelson, un produttore di Los Angeles che, avendo già collaborato con Herzog in due documentari, aveva intravisto qui del nuovo materiale cinematografico per il regista di origini bavaresi; la società produttrice di Nelson ebbe la brillante idea di presentare Herzog a Frédéric Mitterand, il neoministro francese della Cultura. Mitterand (nipote dello scomparso presidente) si rivelò un appassionato cinefilo, che senza esitare si prodigò affinché i cineasti potessero accedere alle grotte. E così, nella primavera del 2010 a Herzog e a una troupe di sole tre persone fu consentito per quattro giorni l’accesso a quel passaggio sotterraneo.

Il progetto aveva un potente richiamo. Le analisi con il radiocarbonio indicano che il carboncino usato dai pittori di Chauvet era stato ricavato da pini viventi circa 32.000 anni fa. Si tratta perciò con tutta probabilità delle pitture più antiche al mondo. Molto prima del XVIII secolo a.C. – la data assegnata a Lascaux – un masso, cadendo, aveva ostruito l’ingresso originario di Chauvet, impedendo ogni futura incursione nella grotta e conservando così le immagini nella condizione originaria. I soli artefatti figurativi che risultano anteriori a Chauvet sono alcune incisioni su pietra e su avorio di mammut di poco più antiche, estratte dal pavimento di una grotta in Svevia e in Austria. Herzog include queste sculture nel suo film insieme ai flauti ricavati dall’incisione di ossa ritrovate negli stessi siti. Guardando questi reperti egli ha l’impressione di guardare le radici stesse dell’arte e della musica. «È come se» egli a un certo punto riflette «l’anima umana si fosse qui risvegliata». E incalza gli archeologi, intervistandoli fuori dalla grotta: «Che cos’è la natura umana?».

In altre parole, questo documentario rimane fedele ai classici interessi del cinema di Herzog. Come nei progetti precedenti con Nelson, egli è alla ricerca di un caso limite che aiuti a capire il nostro cammino sulla faccia della Terra: in Grizzly Man (2005) l’idea avuta da un amante della natura di entrare in comunione con gli orsi dell’Alaska viene tragicamente smentita, e in Encounters at the End of the World (2007) degli intrusi ricercatori emergono a loro volta come anomalie, abbozzati contro la forza della natura dell’Antartide.

Cave of Forgotten Dreams si apre su una coltivazione: filari di vite regolari sovrastati da rocce irte di macchia mediterranea. Poi la cinepresa zooma all’indietro verso l’alto per fare una panoramica della gola dell’Ardéche e delle sue stupefacenti peculiarità naturalistiche, come il Pont d’Arc, un arco che il fiume ha ritagliato nelle falesie calcaree mezzo milione di anni fa. Il sublime viene al primo posto nel mondo di Herzog. Fu quel grande spettacolo – suggerisce il suo commento – a catalizzare l’esplosione artistica dei nomadi del Paleolitico in quel luogo.

Quasi subito si osservano esseri umani che attraversano il paesaggio, un passo dopo l’altro: un’equipe di archeologi con zaino sulle spalle diretti alla porta di acciaio. Camminatori simili attraversano i film di Herzog – come già in Aguirre del 1972 – benché qui non li guidi nessuna istrionica ribellione al mondo à la Klaus Kinski. Oggi gli archeologi – spiega a Herzog uno del mestiere – non si cimentano con l’eroismo ma con l’high-tech: i suoi colleghi passano le giornate tra fredde analisi stratigrafiche e scansioni laser. Intanto Julien Monney, un giovane con il codino che fa parte dell’equipe del sito, distoglie lo sguardo dal computer e spiega: «Sono uno scienziato, ma sono anche un essere umano». «Di che cosa ti occupavi prima?» gli chiede Herzog. «Lavoravo al circo». Domatore di leoni? «No, mi esibivo con il monociclo.»

E così, pungolando per meglio capire, Herzog sfiora continuamente il pittoresco e l’assurdo. I dilettanti appassionati sono irresistibili. Egli fa la conoscenza di Wulf Hein, uno studioso di tecnologie dell’era glaciale, qui barbuto e coperto con una pelle di renna, che soffia timidamente in un flauto pentatonico del Paleolitico improvvisando The Star Spangled Banner, l’inno nazionale statunitense. Intanto l’anziano Maurice Maurin esplora l’Ardèche infilando il naso nelle pareti rocciose, augurandosi di inalare i vapori emessi da grotte inesplorate. Il signor Maurin espone le sue credenziali olfattive, spiegando di essere stato il presidente della Société Française des Parfumeurs. Il regista, anch’egli prossimo alla settantina, fa un indulgente commento sul «senso di meraviglia» di Maurin. Apprezza il suo ruolo di saggio, di autorevole persona matura: il suo rapporto con le vocali inglesi, quando ipotizza sulle «seeriemoanies» (nel caso di ceremonies) rincara l’amata commedia.

Ma Herzog ha una nuova trovata da trasmettere. Jean-Michel Geneste, il successore di Clottes come responsabile del progetto di ricerca, si rivolge buffonescamente alla cinepresa, brandendo una lancia dell’Età della Pietra. Si ha l’impressione che sia scagliata direttamente contro di voi, perché indossate la trovata hollywoodiana più in voga in quegli anni: gli occhialini per la visione 3D. Poi la punta della lancia scivola fuori dall’inquadratura, creando un bizzarro paradosso percettivo: Avatar che si scontra con Maurits Cornelis Escher. Facendo il verso allo snobismo del cinema d’essai con l’uso del nuovo mezzo, Herzog si fa gioco anche dell’idea che, per questa strada, il film acquisti un sapore «più realistico». La sua estetica (National Geographic che incontra il “Teatro dell’Assurdo”, verrebbe da dire) ha sempre disprezzato le idee comuni del fattuale e del reale a favore di forme più nobili di verità, forme poetiche ed estatiche. Ma non sono solo quei pregi che gli hanno qui suggerito di andare oltre le tecnologie, poiché risulta che la poesia a cui egli è interessato dipende in modo decisivo dalla natura delle superfici ricurve.

La sequenza ci fa varcare l’entrata nella parete rocciosa, lontano da facce e da paesaggi illuminati, per seguire il raggio luminoso della torcia che ci guida verso le lunghe camere della grotta che si estendono all’interno per circa duecentocinquanta metri. I miracoli geologici di queste caverne – la stravaganza delle loro scintillanti stalagmiti e i sipari di calcite – superano quelli del Pont d’Arc, all’esterno. Ma le camere sono definite anche da pareti ondulate, ed era soprattutto su quest’ultime che lavoravano gli artisti dell’antichità. Ci viene dato un assaggio delle loro immagini: usciamo, ritorniamo su una figura e poi su un’altra, usciamo di nuovo. «È un sollievo andare all’esterno» spiega Herzog: dentro la grotta abbiamo la sensazione «di disturbare», come se gli occhi dei nostri lontani antenati si posassero ancora su di noi. Ma alla fine ci arrendiamo al fluire della loro arte, immersi a lungo nel gioco che si crea fra la luce delle torce, i fianchi increspati della grotta, le incisioni, i disegni con il carbone e l’ocra rossa.

Paradossalmente è stato qui che mi sono sentito meno a mio agio con la concezione di documentario propria di Herzog. Come molti artisti di spessore, egli desidera con tutto se stesso che si avveri qualcosa di eccessivo. L’arte visiva potrebbe essere un canale per quel sublime, e anche la musica, che molte volte in precedenza ha trasformato lo spazio immaginativo delle sue pellicole. «Nei miei film non c’è mai una vera “musica di sottofondo”» ha spiegato Herzog. Di conseguenza egli fa scaturire i miracoli dai musicisti che ha scelto. Possiamo perciò ascoltare un flautista, insieme al suono naturale ed evocativo di un violoncello suonato dal compositore Ernst Reijseger. Ma questi non sono sufficienti. Tali presunti «seerimoanies» devono in qualche modo essere invocati: cori suggestivi, che modulano il canto in funzione delle opere d’arte. Le loro vocalizzazioni liturgiche in forma parodistica mi hanno fatto sussurrare che la verità poetica di un uomo è la viscida falsità di un altro uomo.

Se solo Herzog si fosse affidato al silenzio che – lui stesso ci racconta – è dominante nelle grotte! Eppure non c’è ragione per limitare l’incantevole spettacolo visivo. I passaggi delle immagini di cui la videocamera 3D più si delizia si trovano al fondo del sistema di grotte. Se fossimo entrati durante l’Età della Pietra, tali immagini sarebbero state precedute dalle impronte rosse di mani, poi dai disegni di orsi e di pantere mentre gli ultimi bagliori della luce del giorno svanivano e voi reggevate la torcia nelle profondità interne. Là, in una biforcazione dove iniziano due camere posteriori, un improvviso crescendo di animali (renne, cavalli, bisonti, uri o bisonti europei, e rinoceronti si diffondono per una quindicina di metri) è stato addensato dalle volute della roccia. Gli animali saltano e inciampano nelle sue pieghe, correndo, librandosi o nascondendosi: in una concavità due rinoceronti si voltano per fare valere le loro ragioni, corno contro corno. In alcuni punti, rapidi schizzi arrestano gli animali nella loro essenza; altrove, essi sono esseri colorati, in carne, riprodotti con maestria.

È giusto considerare questo fantasmagorico tripudio creato da mani ignote un’opera d’arte, quando così poche sono le prove esterne a sostegno di un contesto socioculturale? Più le guardate, più è impossibile non considerarle tali. Ovunque, una sicura padronanza di forme e giudizi grafici ispirati sono funzionali a una coerente trama drammatica: a differenza delle pareti rupestri situate altrove, questa di Chauvet non è una lavagna per scarabocchi. I ricercatori intervistati da Herzog gli assicurano poi che una delle sue immagini salienti – un gruppo di quattro teste di cavallo rappresentate e caratterizzate in maniera raffinata – è certamente l’opera di un’unica mano.

Ancora più all’interno, lungo una delle caverne posteriori, è presente una schiera di teste di leone, anch’esse al colmo della vitalità: e oltre, un pinnacolo sospeso illude Herzog. Mostra i quarti anteriori di un bisonte che sormontano il sesso di una donna. È l’unico accenno di figura umana che gli offre Chauvet, e alla ricerca di correlazioni egli punta verso le grotte della Svevia che hanno recentemente partorito la più antica scultura conosciuta al mondo: la “Venere della grotta di Fehl”, settantacinque centimetri di avorio intagliato 35.000 anni fa. I suoi seni stagliati in 3D concordano con il comico commento sonoro di Herzog: «convenzioni visive che vanno decisamente oltre Baywatch».

Ugualmente, la combinazione “femmina più bovino” gli fa venire in mente Picasso. Le onde rocciose di animali illuminate dalla torcia – un bisonte che si mette in moto su otto zampe – non sono forse «quasi una forma di protocinema»? Tali pulsioni sempre presenti, tali tecniche immediate senza tempo ci collocano in un lungo continuum: qui è presente «l’anima umana moderna», come Herzog rimarca durante le interviste per il film, e a un certo livello profondo noi siamo una cosa sola con questi sognatori arcaici, la cui immaginazione potrebbe avere loro garantito un vantaggio evolutivo quando strappavano la terra ai neandertaliani, che di arte non ne avevano.

O forse non capiamo nulla? Un finale maestosamente bizzarro, che si sposta da quel bestiario sotterraneo a una coppia di coccodrilli albini, che nuotano nei nostri tempi nelle acque vicino a un adiacente impianto nucleare, allenta ogni tensione tra l’arte manuale paleolitica e le congetture del XXI secolo, proponendo poeticamente che – come la mostruosa coppia di rettili – l’antico e il moderno si rispecchiano l’uno nell’altro, ciascuno una forma di irrealtà. Nella visione di Herzog, il lungo continuum della cultura umana si ritrova racchiuso nella mitica «era dei sogni» degli aborigeni australiani, i quali, come sottolinea Monney, il ricercatore col codino, sono i nostri più recenti informatori sulla filosofia dell’Età della Pietra. Del resto, lui e i suoi colleghi scienziati sono presentati qui, nonostante tutto il loro rigore di ricercatori, quasi come dei romantici visionari rimasti bambini.

Quella morbida agnostica dissolvenza mi demoralizza. Non vedo molto senso nello sposare lo scetticismo facendo i giri archeologici, lasciando intendere che le datazioni al radiocarbonio sono inattendibili e che in realtà Chauvet è poco più vecchia di Lascaux. A monte pare esserci la congettura che le opere d’arte di Chauvet, con il loro incredibile naturalismo e la sicurezza del tratto, siano troppo sofisticate per collocarsi all’origine di una tradizione. Per contro, abbiamo troppe poche informazioni per sapere meglio – per ora – quale fosse la fondatezza di quella tradizione, o come si è sviluppata. Tutta la creatività del paleolitico, tranne una minuscola scheggia, deve essere scomparsa da molto tempo sopra il terreno. L’inebriante sazietà visiva offerta dal film di Herzog mi lascia con una fame lancinante di altre pietre preziose che facciano luce sul mistero dei significati dell’arte. Trovatemi altri indizi, altre grotte. Continui a respirare la montagna, Monsieur Maurin.

(Traduzione di Silvio Ferraresi)

1. Jean-Mary Chauvet et al., Chauvet Cave. The Discovery of the World’s Oldest Paintings, London, Thames and Hudson, 1996, p. 50.

 

JULIAN BELL è pittore e scrittore di Lewes, Inghilterra. Ha scritto Lo specchio del mondo. Una nuova storia dell’arte (Electa, 2008), Cinquecento autoritratti (Phaidon, 2004) e What is painting? Representation and modern art (Thames and Hudson, 1999).

 

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