Massimo Pedretti

Terra malata ed esplorazione dello spazio

PAUL CONNET (con Rossano Ercolini e Patrizia Lo Sciuto), Rifiuti Zero. Una rivoluzione in corso, Dissensi, pp. 216, € 15,00

Le sfide decisive del genere umano
Da quando il robot Curiosity ha toccato il suolo di Marte e ha preso a scorrazzare nel cratere Gale scattando fotografie straordinarie e raccogliendo campioni dal suolo, la domanda che più  assilla gli scienziati e sulla quale già si è acceso un vivace dibattito è la seguente: anchela Terra un giorno sarà così? Non occorre essere un esperto per rendersi conto che la risposta potrebbe essere sì. Quello che fa una grande differenza, però, sono i tempi: un conto è se ciò avverrà tra 5 o 6 miliardi di anni, come prevedono alcuni, altra questione invece è se ciò dovesse accadere molto prima, come paventano altri anche come conseguenza del comportamento scriteriato del genere umano.

Un’ipotesi, la seconda, quasi impossibile per la verità se riferita all’atteggiamento dell’uomo. È certo che il nostro impatto sul pianeta dalla rivoluzione industriale in poi è divenuto decisamente insostenibile sul lungo periodo ma è altrettanto sicuro che se anche l’uomo dovesse scomparire la gran parte delle altre specie, animali e vegetali, continueranno a vivere. Come già avvenuto, ad esempio, con i dinosauri che hanno dominato il pianeta per 230 milioni di anni per poi scomparire 65 milioni di anni fa. La maggior parte di coloro che vivono nel mondo occidentale ha oggi tutto quanto i nostri nonni avevano mai sognato. Ad eccezione di una cosa: la sostenibilità. Allo stato attuale avremmo bisogno di almeno due pianeti per sopravvivere se l’intera popolazione mondiale (poco più di 7 miliardi, che diventeranno 9 nel 2040 secondo una stima Onu) utilizzasse il modello di consumo europeo e addirittura di almeno altri quattro pianeti se tutti consumassero come uno statunitense tipo.

Il grande interesse per Marte – avviato da Aristotele, mentre Galileo fu il primo  a studiarlo con un telescopio nel 1609 – oggi dipende dal fatto che, oltre alla vicinanza, è l’unico pianeta del sistema solare in cui si possono ragionevolmente trovare tracce di batteri fossili. Curiosity cercherà di ricostruirne la storia geologica e, se c’è, anche quella biologica. L’ipotesi che il pianeta rosso (colore caratteristico dovuto alle grandi quantità di ossido di ferro che lo ricoprono) fosse ricco di fiumi e oceani, e dunque popolato da forme di vita almeno primordiali, è al tempo stesso affascinante e inquietante.  Affascinante per gli scienziati che lo studiano, inquietante per noi uomini comuni così presi dalle stressanti incombenze quotidiane tanto da sorprenderci all’improvviso di fronte ad assolute banalità come ad esempio il fatto che l’economia non può crescere all’infinito, chela Terra non ha risorse eterne o che il nostro comportamento può incidere sul destino del pianeta in cui viviamo.

La missione di Curiosity – che costa 2 miliardi di euro e vedrà il rover-robot lavorare per due anni – verrà seguita tra sei anni da un robot ancora più avanzato lanciato nello spazio dall’Agenzia spaziale europea. Segno di un grande interesse per Marte, un interesse che va oltre la ricerca scientifica legata alla presenza di acqua e dunque alla possibilità di vita. D’altra parte, così come Cristoforo Colombo scoprì il continente americano finanziato da una Spagna alla disperata ricerca di nuove risorse, non c’è motivo di escludere che in un tempo neanche troppo lontano, proprio grazie alle sfide scientifiche, sarà possibile reperire materie prime da altri pianeti. Più che un auspicio, se sulla Terrà si continuerà a consumare a questi ritmi, una vera e propria necessità.

Le risorse a rischio
Comunque la si pensi, chi ha vent’anni oggi non può aspettarsi di vivere con gli attuali ritmi consumistici negli anni Quaranta del ventunesimo secolo, quando sulla terra saremo 9 miliardi e le fonti energetiche di origine fossile saranno sempre meno facilmente reperibili. Il nostro progetto di futuro passa attraverso una serie di nuovi comportamenti e una partita cruciale in questo scenario sarà quella dei rifiuti.

L’obiettivo dei prossimi anni non è trovare sempre più sofisticati metodi per distruggere risorse, ma smettere di sfornare prodotti e imballaggi che devono poi essere distrutti. La società usa e getta e la montagna di rifiuti che ogni giorno produciamo sta contribuendo in modo pesante alla crisi globale. Una combinazione di sovrappopolazione e di consumo eccessivo sta esaurendo le risorse del pianeta con un ritmo sempre più incalzante, sia che parliamo di combustibili fossili che di acqua pulita accessibile, terra arabile, foreste pluviali, minerali. A partire dalla rivoluzione industriale abbiamo cercato di imporre una società lineare su un pianeta che funziona per cicli. La natura ricicla tutto, noi no. In quattro passaggi trasformiamo ogni cosa in rifiuti: si comincia con l’estrazione di materiali grezzi, poi si continua con la manifattura in un’altra parte del globo, quindi il consumo e alla fine il rifiuto. Più una società è evoluta e più velocemente avviene questa trasformazione.

Per salvare prima di tutto noi stessi l’obiettivo che non può essere fallito è avvicinare sempre di più il traguardo del piano “Rifiuti zero” (che è anche il titolo dell’ultimo libro di Paul Connet, ricercatore a Cambridge e poi professore di chimica ambientale e tossicologica della Saint Lawrence University di New York) una strategia che punta al 2020  come data entro la quale almeno alcune grandi comunità saranno in grado di avvicinarsi il più possibile al risultato. Più che un’utopia, quella di Connet è una filosofia, che non nasce di certo oggi. Uno degli antesignani a descriverla non poteva essere che Leonardo da Vinci. Già nel 1500 nei suoi scritti affermò che il rifiuto in realtà non esiste: come avviene in natura, ogni materiale di scarto di un produttore può essere materia prima per un altro. Del resto Leonardo fu il primo, nei suoi studi di urbanistica, a progettare una città ideale nella quale compariva una rete di canali per lo smaltimento dei rifiuti e per il loro recupero.

La maggior parte di noi ha ormai familiarità con le tre R (riduci, riusa, ricicla) ma poiché il rifiuto è in sostanza un problema di progettazione industriale, è necessario aggiungere una quarta R: la ri-progettazione. Gli imballaggi, tanto per fare un esempio, devono essere progettati per il riutilizzo e i prodotti devono essere concepiti per una vita prolungata e dunque essere facilmente smontabili e riparabili.  Nei Paesi dell’Unione Europea una serie di normative richiedono che i produttori di materiale elettrico ed elettronico paghino per la raccolta, il trattamento e la riparazione dei loro prodotti una volta che il consumatore non li usa più. Ed è prevista anche una specifica raccolta del materiale usato. Si è compreso che recuperando e riusando le parti o i materiali dei loro prodotti, le aziende possono risparmiare denaro sia sui costi di smaltimento che su quelli di produzione.

La nuova vita dell’usato
Un esempio concreto viene da una grande compagnia che produce stampanti e altro materiale elettronico. Per raccogliere le macchine usate vengono utilizzati gli stessi camion che portano le apparecchiature nuove nei diversi Paesi della Ue. I “rifiuti” vengono conferiti in un enorme magazzino a Venray, in Olanda, dove le apparecchiature sono separate in quattro gruppi: quelle che possono venire nuovamente usate con un po’ di pulizia, quelle che possono essere aggiustate con la sostituzione di qualche pezzo, quelle che possono essere smontate per ricavarne parti riutilizzabili e infine quelle che vanno disassemblate per ottenere pezzi riciclabili. Nell’anno 2010 questa azienda ha raccolto il 95% di materiale di questi prodotti, sia come apparecchiature riutilizzabili che come parti riusabili o riciclabili. Un’operazione, sulla strada della strategia Rifiuti Zero, che sta facendo risparmiare alla compagnia 60 milioni di euro all’anno.

Molti – governi e amministrazioni locali ma anche cittadini – cominciano a capire che il problema rifiuti non si risolve solo costruendo inceneritori e allargando discariche. L’Unione Europea già nel 1996 aveva dato indicazioni  precise con la normativa “Target per una strategia sulla gestione dei rifiuti” seguendo la filosofia delle quattro R, ma il nostro Paese dopo 13 anni risulta ancora in forte ritardo. Nel 1980 l’Italia registrava una produzione di rifiuti urbani di300 kgannui pro capite. Oggi siamo praticamente al doppio di quella cifra (al di sopra  della media europea, che è di522 kgl’anno) e con un tasso di incremento di circa il 2,5% annuo nell’ultimo quinquennio.

Nell’arco di 365 giorni finisce nella spazzatura un milione e mezzo di tonnellate di cibo, mentre vengono buttati13,5 kgdi vestiti e2,5 kgdi buste di plastica pro capite. Sono solo alcuni numeri, ma danno un’idea della dimensione del fenomeno. Urgono dunque soluzioni serie e concrete. Il primo passo è culturale: la differenza e la differenziata la fanno i cittadini bene informati e incentivati, anche economicamente, dalle amministrazioni pubbliche. Il percorso Rifiuti Zero, poi, respinge l’idea della realizzazione di impianti di incenerimento, in quanto essi hanno costantemente bisogno di bruciare ingenti quantità di rifiuti, molti dei quali sono altrimenti recuperabili. Terzo punto, fondamentale, la riduzione degli sprechi e di conseguenza delle montagne di rifiuti prodotti nell’opulento mondo Occidentale e nei cosiddetti Paesi emergenti quali Cina, India e Brasile, questi ultimi il vero problema dei prossimi decenni per la loro scarsa sensibilità al problema.

Attualmente il mercato italiano del riciclaggio produce ogni anno 35 milioni di tonnellate di materiali recuperati sostitutivi delle materie prime vergini, di cui 20 sono metalli, 5,5 carta e cartone, 4,8 legno, 1,8 vetro e 1,3 plastica. È ancora troppo poco. Se il genere umano vuole superare indenne il prossimo secolo, e magari continuare l’esplorazione del cosmo, deve fare ben altro. E prima capiremo che la quantità di rifiuti che produciamo non può aumentare all’infinito, più probabilità avremo di salvare i nostri figli e nipoti da un disastro ecologico irreversibile. Una scelta, comunque, ormai obbligata: entro il 2013 ogni Paese della Ue dovrà approntare un programma di prevenzione dei rifiuti.

Il primo Comune italiano ad aderire al progetto Rifiuti Zero entro il 2020 è stato Capannori (46 mila abitanti), in provincia di Lucca, dove grazie alla raccolta  differenziata porta a porta, al compostaggio casalingo dell’organico e al diretto coinvolgimento della popolazione nel progetto, sono stati creati 40 nuovi posti di lavoro e sono stati risparmiati 100 mila alberi, 2,85 milioni di litri di acqua e 904 mila tonnellate di anidride carbonica in atmosfera. E tutto questo non solo non ha costi aggiuntivi per la collettività in termini di denaro ma addirittura il Comune di Capannori ogni anno spende 2 milioni e 348 mila euro in meno rispetto a quanto costava lo smaltimento dei rifiuti ante riforma. Ciò ha consentito all’ente di tagliare la tariffa a carico dei cittadini del 20%. Ma di modi per risparmiare, in tema di ambiente, ce ne sono tanti. La città di Padova per esempio, e qui parliamo di 200 mila abitanti, ha avviato un piano energetico che ha portato alla sostituzione di tutte le lampade dell’illuminazione pubblica con lampade al sodio a bassa pressione (che consumano l’80% in meno a parità di luce emessa). In tal modo si è ottenuto un risparmio di energia elettrica pari a 6 milioni e 543 mila kWh/anno; si tratta di 600 mila euro di risparmio per la bolletta del Comune e una riduzione di emissioni di anidride carbonica pari a 4.318 tonnellate l’anno: dunque più ricchezza e più salute.

L’illusione dell’homo economicus
Un problema gigantesco, quello dei rifiuti, che incombe sul pianeta e che va ad incastrarsi come il tassello di un puzzle in quello più ampio dell’ambiente e nell’altro, correlato, dell’energia. Secondo i calcoli di Hans Rosling, genio delle statistiche e fondatore della Gapminder Foundation, non molto oltre il 2050 sulla Terra ci saranno 10 miliardi di persone, un picco probabilmente irripetibile e destinato poi ad assestarsi nei decenni successivi sugli 8/9 miliardi. Costoro si dovranno contendere le risorse residue di questo logorato pianeta. Per far nascere i primi due miliardi di persone dall’inizio della civiltà umana si sono resi necessari 10 mila anni. I due miliardi successivi sono nati in circa un secolo a partire dalla rivoluzione industriale. I tre miliardi più recenti sono invece arrivati negli ultimi trent’anni. Già nel 2030 tre miliardi di persone pagheranno cospicue tasse e si riterranno a buon diritto membri della classe media. E la classe media consuma, si nutre senza limiti, si scalda d’inverno e vuole stare fresca d’estate, guida, vola, compra. L’astronave Terra ha nella stiva le risorse necessarie per fare fronte a tutto questo? Evidentemente no. La proposta del premio Nobel per l’economia Amartya Sen è semplice nella formulazione ma molto complessa nella realizzazione: dai governi più regole e incentivi ai comportamenti virtuosi. Ma il tempo stringe e le risorse per tutti, così come vengono utilizzate oggi, non ci sono.

La questione non è più solo economica. Anzi, dopo i danni causati dall’economia classica la strada da imboccare è decisamente un’altra. La formulazione ottocentesca e novecentesca, infatti, partiva da un postulato, mai negato ma neppure dimostrato: gli esseri umani sono razionali. Dietro questa affermazione si nascondeva il presupposto che nella vita quotidiana le persone calcolino il valore di tutte le opzioni che si presentano e poi scelgano il percorso migliore sempre e comunque. Il problema è che questa scelta individuale non sempre e non necessariamente, come invece avveniva nel passato più lontano, fa il bene dell’intera specie, anche ammesso che lo faccia per il singolo  individuo. Lo ha capito bene lo psicologo cognitivista Daniel Kahneman, Nobel per l’economia nel 2002, il quale ha dimostrato con i suoi studi che “l’homo economicus”, un uomo super-razionale dai comportamenti perfettamente logici, non esiste nel mondo in cui viviamo.

Kahneman ha così aperto la strada a una nuova disciplina, l’economia comportamentale, che applica la ricerca scientifica, nell’ambito della psicologia cognitiva, alla comprensione delle decisioni economiche e di come queste si riflettano sul mercato. Con tale prospettiva si ampliano gli orizzonti dell’economia, prendendo in esame, oltre alle scelte razionali, anche altre variabili che intervengono come per esempio le emozioni. Dunque le scelte umane non sono esclusivamente basate sulla razionalità, ma sono influenzate da numerosi fattori psicologici come la motivazione e l’emotività. Proprio le emozioni sono lo strumento progettato dall’evoluzione che ci consente di agire in modo efficace assolvendo le funzioni che la razionalità, limitata, non è in grado di svolgere. Secondo l’economia comportamentale i consumatori non sono in grado di calcolare, né sono programmati per farlo, tutte le possibili opzioni e le relative conseguenze dei propri atteggiamenti. Ecco perché dobbiamo spogliarci dei panni di consumatori e indossare quelli di cittadini consapevoli dei gravi danni che alcune nostre scelte possono arrecare al pianeta e dunque alla future generazioni.

Il destino dell’astronave Terra
Gli scienziati Franck Polleux e Evan Eichlet hanno scoperto recentemente che un piccolo errore genetico ha segnato la storia evolutiva del cervello umano, differenziandolo in modo drastico e repentino da quello del nostro antenato, l’australopiteco. Circa 2,4 milioni di anni fa un gene chiamato Srgap2 haduplicato se stesso e da allora la copia interferisce con l’originale, rallentando la maturazione dei neuroni e dunque consentendo al cervello di crescere più lentamente ma in una forma molto più complessa. È solo uno dei tanti eventi casuali che ci hanno portato fin qui. Ma se vogliamo avere un futuro è necessario cominciare a interrogarci sui nostri comportamenti in modo razionale e non casuale.

Amministrazioni pubbliche e classi dirigenti devono capire che le emergenze dei rifiuti, dell’ambiente più in generale, dell’energia sono la grande sfida del ventunesimo secolo. Occorre prendere coscienza del fatto che l’obiettivo non è trovare sempre più sofisticate strategie per distruggere risorse, ma smettere di sfornare prodotti e imballaggi che devono poi essere distrutti. Così come ci si deve preparare al fatto che di qui a quarant’anni sarà necessario garantire l’approvvigionamento energetico di 10 miliardi di persone permettendo una convivenza accettabilmente pacifica senza compromettere in modo irreversibile l’equilibrio della biosfera.

Non sarà sufficiente, insomma, guardare lo spazio se prima non impareremo a guardare con lungimiranza la Terra. Sappiamoche il Sole è una stella nata circa 5 miliardi di anni fa e che vivrà in totale 10/12 miliardi di anni. Andrà avanti bruciando il suo carburante termonucleare, poi diventerà una Gigante rossa e si gonfierà: il suo diametro sarà compreso tra l’orbita della Terra e quella di Marte e il nostro pianeta si polverizzerà. Noi ci saremo ancora? Molto probabilmente no, ma le possibili cause di una precoce estinzione sono già ipotizzabili: impatto demografico, inquinamento, approvvigionamento energetico e surriscaldamento globale provocato dalle attività umane (su cui concorda il 97% degli scienziati, i quali prevedono che nel 2060 il pianeta sarà più caldo di 4°). L’unico motivo di consolazione, per ora, è l’esplorazione spaziale: sempre più robot come Curiosity visiteranno altri pianeti, sonde interplanetarie come Voyager e Pioneer sono già uscite dal sistema solare e continueranno a viaggiare, altre ne verranno. Quasi certamente tra milioni di anni saranno ancora in marcia nell’universo. Sarà questa l’unica prova che l’umanità è esistita?

MASSIMO PEDRETTI lavora nell’ufficio dei capiredattori centrali del quotidiano ‘Il Messaggero’. Oltre a seguire l’organizzazione del giornale si occupa di temi legati all’ambiente, quali energie rinnovabili, rifiuti, alimentazione. Ha tenuto per tre anni un laboratorio di comunicazione giornalistica al corso di laurea in Discipline della Comunicazione alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna.

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