Tim Wu

Un Grande Fratello Ancora più Grande

da ''The New York Review of Books''
‘Il Capitalismo della Sorveglianza: Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri’
di Shoshana Zuboff
Luiss University Press, 622 pp., 15,99€
Shoshana Zuboff

Negli anni ’70, quando Shoshana Zuboff era una dottoranda al dipartimento di psicologia di Harvard, incontrò lo psicologo comportamentale B.F. Skinner. Skinner, che aveva forse la fronte più alta che mai vedrete in un adulto, è ricordato soprattutto per aver messo dei piccioni in scatole (le cosiddette gabbie di Skinner) e averli indotti a beccare su dei bottoni per avere ricompense. E’ meno ricordato il fatto che costruì una scatola di più grandi dimensioni con un oblò di vetro per la figlia neonata, nonostante questa cosa fosse rivelatoria delle ambizioni più grandi da lui coltivate.

La Zuboff scrive ne ‘Il Capitalismo della Sorveglianza’ delle sue conversazioni con Skinner: “mi lasciarono con un indelebile senso di fascinazione per il suo modo di interpretare la vita umana che era – ed è – fondamentalmente differente dal mio”. Skinner credeva che gli esseri umani potessero essere condizionati come qualunque altro animale, e che la psicologia comportamentale potesse e dovesse essere usata per costruire un’utopia tecnologica in cui i cittadini fossero addestrati dalla nascita a essere altruisti e indirizzati al bene della comunità. Pubblicò anche un romanzo, ‘Walden Two’ del 1948, in cui illustrava come sarebbe stata una simile società – in sostanza una sorta di Mondo Nuovo funzionante.

Si rischierebbe però di minimizzare se si sostenesse che la Zuboff non condivida l’entusiasmo di Skinner per le tecniche di ingegneria del comportamento di massa. La Zuboff, professoressa all’Harvard Business School dal 1981, ha fatto carriera criticando le nobili ambizioni dei profeti della tecnologia, avvicinandola così al critico dei mass media Neil Postman, autore di Tecnhopoly (1992). La sua profonda comprensione di Skinner le dà però un vantaggio su altri studiosi scettici su questo tipo di tecnologie. Per come la mette nel suo ultimo libro, ‘Il Capitalismo della Sorveglianza’, sembra che oggi noi si sia finiti in una sorta di versione distopica del futuro di Skinner, grazie soprattutto a Google, Facebook, e ai loro simili all’interno dell’economia dell’attenzione. La Silicon Valley ha inventato, se non perfezionato, la tecnologia che completa la visione di Skinner, e così, crede la Zuboff, l’ingegneria applicata al comportamento umano è ora a portata di mano.

Burrhus Frederic Skinner

Qualora tu viva in una beata ignoranza, funziona così. Mentre vivi la tua vita con il telefono in mano, Google, Facebook e altre applicazioni sui tuoi dispositivi stanno costantemente raccogliendo quante più informazioni possibili su di te, così da ricostruire un profilo di chi tu sei e di cosa ti piace. Google, per quanto lo riguarda, tiene un archivio di tutte le tue ricerche, legge le tue mail (se usi Gmail) e segue dove vai con Maps e Android. Facebook ha un network impareggiabile di trackers installati in tutto il web che capiscono costantemente cosa tu stai cercando online. E non è finita: ogni apparecchio etichettato “smart” dovrebbe più correttamente essere etichettato “a sorveglianza aumentata”, come le nostre smart TV, che rilevano cosa stiamo guardando e riportano alla casa madre. Un giorno un alieno potrebbe chiedersi come sia stata intercettata l’intera popolazione. La risposta sarebbe che gli esseri umani si sono regalati l’un l’altro per Natale strumenti di sorveglianza, intelligentemente chiamati Echo e Home.

Molti di noi sono, in fondo, abbastanza prevedibili. Per caso tu ti svegli presumibilmente alle 7.21, prendi il caffè alle 8.30, e compri il pranzo tra le 12.18 e le 12.32?  Se hai appena litigato con il tuo coniuge, ci si potrebbe aspettare che nelle prossime 24 ore tu spenda dei soldi in qualcosa di riparatorio? Leggere delle notizie sull’ultimo scandalo politico spinge a furiosi colpi di mouse? E a dispetto della fascinazione per le ideologie radicali avuta nella tarda adolescenza, voti sempre per il candidato presidente che è considerato una scelta più sicura ma ha moderati valori progressisti? La scienza elementare suggerisce che più si conosce di te, più prevedibile diventi. Una volta che il tuo comportamento è noto, al punto da diventare prevedibile, puoi anche essere manipolato.

Come? Skinner ha dimostrato la sua teoria del controllo comportamentale con il cosiddetto condizionamento operante nei ratti. Metteva dei ratti affamati in gabbie. Scoprivano che tirare una leva a lato della gabbia faceva arrivare uno spuntino: dopo diverse ripetizioni, il ratto, non appena veniva posto nella gabbia, imparava ad andare dritto alla leva. Per quanto riguarda gli esseri umani, l’idea è che se l’industria della tecnologia sa dove sei e cosa ti piace, può usare diversi trucchi e tecniche – aggiornamenti, pulsanti, elenchi e altro – per creare delle leve che veniamo condizionati a tirare (o cliccare). Tutto ciò ci induce a compiere scelte in modi leggermente diversi da come altrimenti avremmo fatto, e ciò è noto come influenza comportamentale.

Ratto in una skinner-box

Per la maggior parte delle persone, l’idea che viviamo nelle gabbie di Skinner potrebbe suonare preoccupante, ma il volume ‘Il capitalismo della Sorveglianza’ prospetta scenari ancora più cupi. Skinner, per lo meno, si vedeva come un benefattore che avrebbe salvato l’umanità dalle sue stesse illusioni. La sua ingegneria comportamentale avrebbe dovuto costruire un’umanità più felice, finalmente in pace con la nostra mancanza di libero arbitrio. “Cos’è l’amore”, scriveva Skinner, “se non un altro nome per parlare di rinforzo positivo?”

La Zuboff, al contrario, vede nel progetto di controllo del comportamento della Silicon Valley una mancanza di interesse per la felicità umana (tutt’altro che solo come uno strumento); e il suo obiettivo è il profitto. Questa è la ragione per cui la Zuboff lo chiama “capitalismo della sorveglianza”. Se “il capitalismo industriale dipende dallo sfruttamento e controllo della Natura, allora il capitalismo della sorveglianza” lei scrive, “dipende invece dallo sfruttamento e controllo della natura umana”. Il termine si riferisce all’idea, appena descritta, che noi passiamo i nostri giorni sotto una sorveglianza costante, motivata dall’offerta di piccoli premi e punizioni – behaviorismo radicale fattosi carne.

Il suo libro non è senza difetti. È davvero lungo, spesso troppo elaborato, e impiega gergo troppo tecnico. Il modo in cui tratta Google, che domina la prima metà, sembrerà a chiunque abbia passato del tempo nell’industria informatica come troppo cospirazionista, e ciò anche a chi sia predisposto ad essere critico verso di essa. Altri libri, come Data and Goliath: The Hidden Battles to Collect Your Data and Control Your World di Bruce Schneier (2015), offrono invece una trattamento tecnicamente più sofisticato di buona parte dello stesso territorio di analisi.

Ma in fondo vedo tutto questo come perdonabile, perché la Zuboff ha comunque ottenuto qualcosa di importante. Ha dato una nuova profondità, urgenza e prospettiva agli argomenti utilizzati da tempo dai difensori della privacy e da coloro che sono preoccupati dalla crescita dei colossi dell’informatica e dalle loro pratiche di raccolta dati. Rendendo evidente il cruciale collegamento tra sorveglianza tecnologica e Potere, fa sembrare bizzarre le precedenti lamentele sulla “inquietudine” o “intrusione nella privacy” da esso provocata o ad esso attribuita.

Lei ottiene questo risultato, in parte, attraverso la creazione di un vocabolario che coglie l’importanza di questa sorveglianza tecnologica. La sua carta migliore è quasi certamente il titolo del libro, ma ci sono altre cose degne di nota, come i da lei definiti “prodotti predittivi” – strumenti che impiegano i dati degli utenti per “anticipare ciò che faranno ora, tra poco e più tardi” che poi vengono venduti nei così definiti “mercati del futuro comportamentale”; o l’altra sua definizione di “imperativo dell’estrazione”, che è ciò che motiva le aziende a raccogliere quanti più dati comportamentali e personali possibili. Il cosiddetto “processo di espropriazione” è lo strumento, per la Zuboff, con il quale ciò viene ottenuto. Dell’essenziale amoralità della industria tecnologica, lei dice, ironicamente, che “l’unico male è lo screzio”.

Con uno sguardo ampio, la Zuboff ha dato in questo modo due importanti contributi. Il primo è di dirci qualcosa del rapporto tra capitalismo e sistemi di controllo totalitari. Il secondo è di consegnarci una migliore e più profonda comprensione di cosa, in futuro, voglia dire proteggere la libertà umana.

È da molto tempo una pietra angolare delle idee occidentali che il libero mercato sia un baluardo contro la nascita di sistemi tirannici, in particolare, contro il tipo di sorveglianza e di spionaggio sui cittadini praticato per esempio nel blocco sovietico. Il capitalismo, secondo quella idea, idolatrava la privacy e proteggeva dalla sorveglianza attraverso il suo considerare un valore la proprietà privata. Questo sembrava assolutamente ovvio nel caso di abitazioni con muri concreti e stanze da letto individuali, come pure negli spazi semi-privati tipo bar o motel. Se gli spazi privati per ogni individuo erano un tempo (diciamo, nel sedicesimo secolo) qualcosa che solo il ricco possedeva, la diffusione di benessere in un ceto medio di proprietari e la costruzione di edifici di case con stanze separate (l’invenzione del “piano di sopra” tipico delle abitazioni americane) è ciò che ha reso possibile ai pensatori giuridici come Louis Brandeis di parlare di masse che si godono il diritto alla privacy, quello a non essere guardate – il diritto ad essere “lasciate indisturbate”. Non è sorprendente che si cominci a considerare l’idea legale della privacy solo nel diciottesimo secolo, con la diffusione di spazi privati in cui ognuno poteva proteggersi da uno “sguardo indesiderato”, sia che esso appartenesse ai vicini o al governo.

Considerate i modi in cui dagli anni ’60 lo sviluppo di un ceto medio di proprietari ha messo ogni persona nel suo castello, ogni bevitore nel suo bar e ogni impiegato nel suo ufficietto. Considerate i modi in cui gli spazi fisici privati (come le camere da letto), assieme agli spazi semi-privati come i motel, le terme e i club di ballo per esempio, hanno creato una loro specifica aspettativa di privacy (è piuttosto probabile che vari esempi di controcultura – come il rifiuto della moralità vittoriana e il movimento per i diritti dei gay – siano sorti proprio quando gli spazi privati permisero agli individui di fare cose proibite senza essere visti). Lo stesso accadde con i primi spazi virtuali privati come i personal computer e gli hard drive. Il capitalismo, che considerò tutte queste cose come valori positivi, spinse allora per maggiori spazi privati.

Ma ciò che forse stiamo imparando è che la simbiosi tra capitalismo e privacy è stata solo una fase, forse una moda passeggera durata quattrocento anni. Perché il capitalismo è una creatura adattativa, un camaleonte perfetto; non vuole impedire qualcosa a qualcuno ma cerca solo il profitto. Se la privacy paga, ben venga, ma se il controllo totalizzante paga di più, allora è lui che vince.

In un sistema capitalistico, il livello prevedibile di privacy concessa può in verità essere colto con una singola equazione. Ci sono più soldi da fare attraverso la sorveglianza o attraverso la costruzione di mura? Per molto tempo, la risposta sono state le mura, perché le mura costituiscono le case e altre forme di proprietà privata. Nel frattempo, se tu avessi chiesto a qualcuno delle dimensioni dell’ “industria della sorveglianza” diciamo nel 1990, ti avrebbero guardato in modo strano. La conversazione sarebbe stata a proposito dell’ingaggio di detective privati, o di utilizzo di microfoni nascosti, come conseguenza probabilmente dello scandalo Watergate. Parlare di sorveglianza come fonte di ritorno economico non sarebbe stato niente più che ridicolo.

Oggi, la bilancia si è mossa. Si fanno ancora soldi costruendo mura, ma le industrie della sorveglianza devono essere considerate tra i player più importanti dell’economia. La sorveglianza è il centro dei modelli di business di aziende come Google, Facebook, di una parte di Amazon, di Uber, di Lyft e di altri soggetti. Il capitalismo della sorveglianza si sta espandendo ad alte industrie: Admiral, una società di assicurazioni britannica, usa i dati di Facebook per fare prezzi differenti a clienti dalle diverse prospettive (sembra che le persone che scrivono in frasi brevi e concrete e fanno liste siano guidatori più affidabili; un uso eccessivo di punti esclamativi suggerisce sventatezza al volante). Società di assicurazioni sulla vita come John Hancock offrono sconti legati all’accordo di poter monitorare l’uso del cliente di Fitbit[1].

E questi sono solo esempi che rispondono all’imperativo giornalistico di dover essere facili da descrivere e comprendere (c’è ben altro).

La Zuboff ha ragione ad argomentare che qualcosa è cambiato all’inizio del ventesimo secolo nel rapporto tra capitalismo, privacy e, per estensione, autonomia dell’individuo. Quello che è emerso, lei pensa, è una nuova forma di potere, che lei definisce “instrumentarianismo” (neologismo che non rappresenta la sua invenzione migliore). Questa forma di potere, secondo lei, non dipende dalla coercizione o dal terrore, come sotto un sistema dittatoriale, ma dal “possesso di strumenti finalizzati alla modificazione comportamentale”. In altre parole lei crede che il futuro apparterrà a chiunque abbia il controllo delle ‘gabbie di Skinner’.

Ma la sua descrizione dell’emergere di questa nuova forma di potere non è, come ho già suggerito, il punto forte del libro. La Zuboff racconta la storia di un malvagio e misterioso Google che fa la misteriosa scoperta del potere del “surplus comportamentale” e lo nasconde al mondo mentre accumula ricchezza, come un Victor Von Doom[2] nascosto da qualche parte a Palo Alto. La sua narrazione compiacerà chi odia Google, e la sua distanza dall’industria la salva dall’essere apologetica nei confronti del potere delle compagnie, ma rischia la caricatura.

Nel racconto di Zuboff, il presunto idealismo dei fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, ha sempre nascosto motivazioni più oscure. Il loro impegno per le piattaforme aperte, come il loro motto “non essere malvagio”, era solo una cortina di fumo. Ma nel trovare intenti tanto sinistri, la Zuboff dà troppa importanza a Google rispetto a figure meno note, come per esempio Lou Montulli, un ingegnere che mentre era a Netscape inventò i “cookie” dei browser che costituiscono il primo e più importante strumento di controllo del web.

Secondo me, la storia di Google ricorda un po’ meno quella del Dottor Doom e più quella di Faust. È la storia di una compagnia, in qualche modo idealista e bizzarramente ambiziosa, la cui originaria ‘missione’ è stata quasi casualmente corrotta dal buon vecchio capitalismo della domanda e dell’offerta. Vedo nella sua IPO[3] iniziale

il punto di svolta: mentre dichiarava la sua ‘diversità’, la società adottò una struttura aziendale che in fondo aveva solo differenze superficiali  rispetto ad ogni altra Delaware-incorporated company[4].

Il suo ruolo nel far crescere il Capitalismo della Sorveglianza è pertanto una sorta di non ricercato e non voluto fallimento: una specie di cecità per le conseguenze delle sue pratiche imprenditoriali, abbinata ad una pericolosa sete di possedere tutto.

Se possiamo fare le pulci al modo in cui conduce la narrazione, non possiamo non riconoscere che la Zuboff ha ragione riguardo ai risultati. Il successo di Google con il modello pubblicitario basato sulla sorveglianza ha davvero ispirato tanti (su tutti Facebook e Amazon, ma anche l’industria delle trasmissioni via cavo e le aziende della “share economy” come Uber) a partecipare ad una corsa per vedere chi riesce a raccogliere il maggior numero di informazioni riguardo ai suoi utenti, portandoci a quella che è davvero l’età del Capitalismo della Sorveglianza.

Tutto ciò ci lascia con una domanda complicata: che importanza ha in realtà tutto ciò?

Google e Facebook, visti come agenti della modificazione comportamentale, hanno davvero un’influenza tanto maggiore su di noi rispetto alle agenzie pubblicitarie tradizionali o ad altre forme di influenza? Al Marlboro Man, che ha esordito nel 1954, è dovuto un aumento del 3.000% delle vendite delle sigarette che un tempo erano reclamizzare come una marca per donne (lo slogan originale era “Delicate come maggio”). E quanto noi dovremmo misurare l’influenza di Google rispetto a quella di Fox News, che segue una formula propagandistica più tradizionale? L’influenza delle piattaforme può davvero essere paragonata al potere delle prime forme di propaganda, come le trasmissioni di propaganda che unirono la Germania sotto Hitler?

La Zuboff, anticipando queste obiezioni, ci ammonisce a non essere ciechi di fronte a nuove forme di potere (come il filosofo francese e anarchico cristiano del ventesimo secolo Jacques Ellul ha puntualizzato, sono coloro che si pensano immuni alla propaganda i più facili da manipolare). Ma ciò che rende difficile rispondere alla domanda posta è il fatto che si intreccia con un diverso fenomeno: il ritorno, al centro della scena, delle arti oscure della disinformazione. Nessuno può negare l’attuale influenza dei social media (vedere alla voce ‘Donald Trump, elezioni di’). Eppure molto di quel potere sembra derivare da tecniche di propaganda tradizionali: informazioni false o modificate, colpevolizzazione, e, soprattutto, la totale saturazione con messaggi ripetitivi. (NOTA della redazione: vedere la impudente ripetitività della titolazione delle prime pagine della stampa quotidiana italiana sostenitrice dei partiti della destra politica).

Gli strumenti del capitalismo della sorveglianza sostengono e favoriscono le tecniche di propaganda, ma non sono la stessa cosa. Per essere sicuri, il micro-targeting reso possibile dalla raccolta di dati ha reso più facile per il governo russo raggiungere i votanti americani di destra con fake news e informazioni divisive. Ma non sono sicuro che questo sia ciò che la Zuboff ha in mente quando descrive l’ “instrumentarianismo” come nuova forma di potere.

Dove lei ha ragione è nell’affermare che il potere dello Stato e la sorveglianza delle piattaforme si combineranno in modi preoccupanti. Infatti, dove la Zuboff azzecca la giusta tonalità di oscure prospettive è nel suo discorso sul matrimonio tra capitalismo della sorveglianza e Stato. Ma qui non è Google o la Russia, ma il governo cinese a indicare la via.

Per alcuni anni lo stato cinese ha cercato con determinazione di istituire un sistema di affidabilità sociale (社会信用体系) tenendo una sorta di classifica della reputazione di ogni cittadino. Con l’obiettivo dichiarato di aumentare la fiducia pubblica, l’idea, al momento solo parzialmente realizzata, è di creare un punteggio di socievolezza generale che può aumentare con i comportamenti “buoni”, come per esempio donare il sangue o fare volontariato, e diminuire con i comportamenti antisociali, come non fare la raccolta differenziata o non saldare un debito. La perdita di credito sociale ha già portato a effetti sgradevoli per qualcuno: è stato riportato nel 2019 che, a causa di una condotta “disonesta”, a 26,82 milioni di cittadini cinesi è stato impedito di comprare biglietti aerei, e a 5,96 milioni di viaggiare sui treni ad alta velocità della Cina. E la Cina va ancora più in là nel suo unire la sorveglianza di tipo militare con l’analisi di grandi masse di dati per tracciare e controllare gli Uiguri Musulmani nello Xinjiang, utilizzando checkpoint, telecamere, e aggiornando costantemente documenti virtualmente su ogni cittadino di origine uigura.

È difficile immaginare qualcosa di più vicino a Skinner che l’ingegneria della affidabilità sociale basata su premi e punizioni. Lo spuntino appunto. C’è qualcuno – veri credenti, davvero – che riescono a vedere nel sistema cinese di affidabilità sociale un buon modello per il nostro futuro. Ma gli altri di noi sono pressati da questa urgente domanda: come possiamo impedire che qui accada la stessa cosa, o qualcosa di simile? Cosa può essere fatto, se è possibile, per evitare la distopia che affronteremo quando gli ultimi spazi saranno riempiti, quando il nostro comportamento sarà più facile da modellare e ancora più facile da controllare?

Leggere la Zuboff porta a un’importante risposta a questa domanda. La protezione della libertà umana non può più essere pensata come una mera questione di diritti civili tradizionali, come il diritto di parola, di assemblea e di voto, che abbiamo di solito preso come fondamenta di una società libera. Quello di cui più urgentemente abbiamo bisogno è qualcos’altro: la protezione contro il controllo comportamentale su larga scala e contro le tecniche avanzate di propaganda. E ciò comincia con il completo ripensamento di come noi controlliamo la raccolta dei dati.

Questo necessiterà non di uno Statuto della Privacy, come qualcuno potrebbe immaginare, ma di un regime codificato di auto-sorveglianza. Abbiamo bisogno, in altre parole, di leggi che impediscano la raccolta di massa di dati comportamentali. La maggior parte delle persone pensa che le leggi per la privacy abbiano la possibilità di farlo, ma le leggi per la privacy esistenti, compresa la legge europea sulla privacy, ha fatto poco per rallentare davvero la raccolta dei dati. Invece, ci hanno forse dato un maggior controllo su quando i dati sono raccolti e come sono usati, che in sostanza consiste solo in notifiche pop-up[5] e in qualche limite su come i dati sono utilizzabili.

Niente di tutto questo è un male in sé, ma non previene sul serio il controllo dei comportamenti. C’è una ragione per cui Facebook afferma di accogliere positivamente la normativa sulla privacy in stile europeo. Una vera legge anti-sorveglianza otterrebbe qualcosa di diverso: fermerebbe la sorveglianza ingiustificata e l’accumulo spericolato di dati personali. Lo farebbe permettendo solo la raccolta di dati necessari al compito da svolgere in quel momento: un’app progettata per aiutarti a combinare i cocktail, ad esempio, non sarebbe autorizzata a raccogliere dati per localizzarti. La sorveglianza ingiustificata sarebbe proibita – e dopo aver raccolto i dati, le aziende sarebbero obbligate, di default, a sbarazzarsi di essi, o a rendere i rimanenti del tutto anonimi.

Quello che abbiamo imparato, ciò che Skinner e la polizia segreta hanno compreso all’unisono, è questo: sapere tutto su qualcuno significa creare il Potere di Controllare quella persona. Potremmo non essere ancora a quel punto, ma c’è un momento teorico – chiamiamolo Skinnerabilità – in cui saranno stati raccolti abbastanza dati sugli individui nel loro insieme per predire, con una certa ragionevole sicurezza, cosa chiunque farà in un qualunque momento. Questo esito cambierebbe la struttura stessa dell’esperienza umana. Come l’esperto di legge Jonathan Zittrain ha detto, renderebbe la vita “un videogioco molto realistico ma completamente su misura, dove nulla accadrà per caso”.

Questo è il motivo per cui dobbiamo osare dire qualcosa che sarebbe apparso blasfemo in ogni altra epoca storica.

Può darsi che un po’ meno di conoscenza sia ciò che ci manterrà liberi.


[1] Fitbit Inc. è una società americana con sede a San Francisco, California. Fondato e gestito da James Park ed Eric Friedman, l’azienda è conosciuta per i suoi prodotti con lo stesso nome, che sono tracciatori di attività che tramite wireless e dispositivi indossabili, misurano i dati quali il numero di passi, qualità del sonno, gradini saliti, e altre metriche personali. Il primo di questi è il Fitbit Tracker.

[2] Dottor Destino (Doctor Doom), il cui vero nome è Victor Von Doom, è un personaggio immaginario dei fumetti creato da Stan Lee e Jack Kirby esordito nel 1962 sul n. 5 della prima serie a fumetti dedicata ai Fantastici Quattro (The Fantastic Four (vol. 1[) e pubblicata negli Stati Uniti d’America dalla Marvel Comics).

Il personaggio è al quarto posto nella classifica dei 100 supernemici redatta dal periodico Wizard e al terzo posto nella classifica dei più grandi cattivi nella storia dei fumetti del sito web IGN

[3] Un ‘offerta al pubblico dei titoli di una società che intende quotarsi per la prima volta su un mercato regolamentato.

[4] Delaware-incorporated company: è una società legalmente registrata nello stato del Delaware ma che può condurre affari in qualsiasi stato USA. Il Delaware iniziò ad adattare le sue leggi alla fine del XIX secolo, apportando cambiamenti che avrebbero attirato per ragioni fiscali le imprese lontano da altri stati come New York.

[5] In informatica, i pop-up (in italiano finestre a comparsa) sono degli elementi dell’interfaccia grafica, quali finestre o riquadri, che compaiono automaticamente durante l’uso di un’applicazione e in determinate situazioni, per attirare l’attenzione dell’utente. Tipici pop-up sono quelli contenenti pubblicità e che compaiono nel browser durante la navigazione sulla rete.

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