Claudio Giunta

Un incontro di Auden a Egilsstaðir, Islanda nord-orientale

Claudio Giunta

Letteratura: I reportage dall’Islanda, meta di giovani ricchi che poco altro avevano da fare nella loro giovinezza se non girare l’Europa, o di scrittori e studiosi, non sempre sono interessanti: abbastanza omogenei, poco caratterizzati e poveri di descrizioni significative. In effetti danno l’idea di un luogo triste, difficile da visitare (dato il clima poco ospitale) e poco stimolante. Eppure alcuni piccoli capolavori di fine Ottocento ci danno propongono un’immagine diversa di come doveva apparire, ai giovani di quel periodo, questa isola così particolare. Claudio Giunta esamina i reportage di Auden e della Jean Young, un po’ cupo, ma appassionato, erudito e romantico il primo, spontaneo, gioioso e vivace il secondo.

Dato che l’Islanda è un’isola praticamente uniforme, la terra del fuoco dell’acqua e dei ghiacci, i racconti di viaggio in quest’isola sono più o meno tutti uguali, e tutti piuttosto noiosi. Con cadenza più o meno ventennale l’Europa, generalmente la Gran Bretagna, ha mandato un suo emissario a visitare il Paese – un missionario, uno specialista di saghe nordiche, un lord che non sa come ammazzare il tempo, una zitella milionaria con la mania dei climi freddi… E l’emissario torna e racconta sempre le stesse cose quasi sempre nello stesso ordine. Viaggio per mare, arrivo a Reykjavík, descrizione del villaggio, grande ospitalità degli abitanti nella loro dignitosissima povertà, dialogo in latino col parroco, acquisto o nolo dei cavalli, visita a Thingvalla, rotta a Nord per Akureyri, citazioni strategiche dalle saghe, estenuanti partite a scacchi aspettando che il tempo migliori, bicchierate con la gente che li ospita o che va a trovarli, ritorno costeggiando i ghiacciai, schizzi dei geyser, ornitologia, ritorno in patria. Niente musei, niente chiese, niente concerti, perché in Islanda non c’era niente del genere. Pochi imprevisti, tutti legati al clima o alle condizioni del mare. Nessun vero rischio se si sta in compagnia: non ci sono animali feroci, i sentieri sono segnati, le guide sono affidabili, non ci sono criminali perché non saprebbero dove scappare. Ebenezer Henderson (Iceland, or The Journal of a Residence in that Island During the Years 1814 and 1815) ci va per conto della Bible Society e trova che tutto è a posto («L’obiettivo della mia visita era vedere che ne era stato delle copie della Bibbia mandate l’anno scorso: e mi riempì di soddisfazione constatare…»1). Sabine Baring-Gould (Iceland: its Scenes and Sagas) rimane colpita soprattutto dalla puzza («Pesce avariato, frattaglie, sudiciume di tutti i tipi è sparso dappertutto, nell’attesa che la pioggia lo porti via, o che il passante ci inciampi e cada per terra […]. Gli islandesi sembrano non possedere il senso dell’olfatto; forse è meglio, perché qui è impossibile gratificare quel senso, mentre è molto facile mortificarlo»2). Lord Dufferin (Letters from High Latitudes, Oxford 1910) parla soprattutto dei suoi discorsi in latino di fronte al vescovo e alla buona società di Reykjavík. Quell’uomo meraviglioso che era Sir Richard Burton ci passa un’estate e al ritorno scrive un libro di ottocento pagine (Ultima Thule or A Summer in Iceland) che parla, alla lettera, di tutto: letteratura, geologia, idrografia, storia, precipitazioni medie, malattie più diffuse, flora e fauna, pesi e misure, carattere della popolazione, fisiognomica («Di norma, dunque, il viso islandese non si può certamente definire bello»3) e, a parte queste generalità, note di tre pagine su come si produce la soda caustica, qual è l’etimologia di geyser, come e perché fluttua il prezzo del salmone, come se la passano le foche: tutto. John C.F. Hood (Icelandic Church Saga) ci va in visita pastorale e constata con piacere che il cristianesimo ha polverizzato tutta l’assurda mitologia pagana di un tempo (p. 30: una sacerdotessa pagana «chiese a Thang-brand se aveva sentito che Cristo non aveva osato accettare una sfida a duello lanciatagli da Thor. Thangbrand replicò: “Ho sentito che Thor non sarebbe se non fango e cenere se Dio non volesse lasciarlo in vita”»4).

A un certo punto scatta l’effetto-accumulo, i reportages dall’Islanda diventano una specie di genere a sé stante, e chi ci va non si accontenta di descrivere la landa uniforme ma dialoga con la bibliografia, cioè confronta le sue opinioni sulla landa uniforme con quelle dei viaggiatori del passato, li cita, ripete i dati che quelli a loro volta avevano ripetuto pescandoli dai libri di altri viaggiatori – tanto l’Islanda è immobile, e un secolo più o un secolo meno sono sfumature, e anzi può anche darsi che qualcuno di questi islandologi non si sia mai mosso da casa e abbia soltanto passato qualche pomeriggio alla British Library a riassumere Burton condendolo con qualche aneddoto inventato di sana pianta. Un giorno in una mostra temporanea al Museo Nazionale a Reykjavík trovo una specie di parodia di questa coazione a ripetere: un tale ha dipinto gli stessi identici panorami islandesi che novant’anni fa un pittore inglese aveva schizzato nel suo taccuino, ritrovato chissà dove: i fogli del taccuino (1920) e i piccoli acquerelli (2010) stanno appesi fianco a fianco, e gli stessi identici paesaggi sono, a distanza di un secolo, identici. In Lettere dall’Islanda Auden fa peggio, perché un terzo del libro è riempito da citazioni prese dalle ricerche e dai diari di viaggio di Henderson, Burton, Horrebow (The Natural History of Iceland, 1758), Mackenzie (Travels in the Island of Iceland, 1811), Forbes (Iceland: its Volcanoes, Geysers and Glaciers, 1860), Collingwood (A pilgrimage to the saga-steads of Iceland, 1899), eccetera.

Lettere dall’Islanda è ovviamente il libro più famoso che sia stato scritto sull’Islanda. Non c’è islandese scolarizzato che non lo conosca. Non c’è islandese scolarizzato e anziano che non ricordi la volta che Auden è tornato in Islanda, nel 1964, ospite dell’ambasciatore inglese Basil Boothby. Una sera, a Reykjavík, finisco a cena in una compagnia di settantenni e uno mi racconta della signorilità d’altri tempi di Auden, e della sublime gentilezza che in quell’occasione aveva usato nei confronti del mio commensale ventenne – e ci siamo capiti. Passati i cinquant’anni, Auden vedeva decadenza un po’ ovunque, crisi morale un po’ ovunque, e non doveva essere una persona molto simpatica. Al ritorno da questo secondo viaggio scrive la poesia Iceland Revisited, che contiene i versi «Fortunate Island, / Where all men are equal / But not vulgar – not yet». È difficile che le cose stessero così, già negli anni Sessanta: tutti uguali e nessuno volgare; e certamente non stanno così oggi. E la frase è ovviamente infelice, come tutte quelle in cui ci si lamenta della volgarità degli altri e si rimpiange – o si proietta in un Eden largamente immaginario: le isole tropicali, il Giappone, le borgate romane quando ancora c’erano le lucciole – un altrove di eguaglianza e di fraternità; ma se si conosce un po’ l’Islanda, persino l’Islanda di oggi, si finisce per giustificare questa retorica, e anzi quasi per trovarla sensata.

Nel 1936 Auden riesce a convincere la sua casa editrice, Faber & Faber, a pagargli un soggiorno di quattro mesi in Islanda, da metà maggio a metà settembre. Non ha ancora trent’anni ma è già piuttosto famoso. Ha scritto poesie e teatro, da solo e in collaborazione con Isherwood, pubblica con il più importante editore inglese, è uno dei giovani scrittori prediletti da Eliot. Quattro anni dopo pubblicherà Un altro tempo (Adelphi, 1997), uno dei più bei libri di poesia del Novecento. Lettere dall’Islanda è il diario di quei quattro mesi scritto, in parte in prosa e in parte in versi, con la collaborazione del suo compagno di viaggio Louis MacNeice. Collaborazione – preciserà lo stesso Auden rispondendo a un recensore impertinente che aveva liquidato come poca cosa il contributo di MacNeice – significa che «su un totale di 240 pagine, 81 sono del signor Louis MacNeice»5. E sarà certamente così, ma è un fatto che MacNeice nessuno se lo ricorda, e che l’io che parla nel libro è sempre quello di Auden (la traduzione italiana – Archinto, 1993 – taglia la testa al toro ed espunge, oltre a varie pagine di informazioni pratiche e all’antologia di citazioni dagli islandologi, tutte le parti attribuibili a MacNeice).

Avevo letto Lettere dall’Islanda un paio d’anni fa e non mi ricordavo quasi niente: nessuna memorabile descrizione di paesaggio (in un paese che si presta), nessuna riflessione sugli usi e i costumi della popolazione, nessuna meditazione sul Viaggio. Le poesie sono poesie-saggio lunghe e spesso pedanti, come saranno pedanti molte di quelle dell’Auden più tardo, piene di nomi di scrittori, attori, personaggi di romanzo, colleghi di Oxford («And then a lord – Good Lord, you must be peppered, / Like Gary Cooper, Coughlin, or Dick Sheppard»; you è Lord Byron), e di mesti giochi di parole da primo della classe («We leave a mens sana qui mal y pense / To the Public Schools of England, plus Ian Hay / That the sons of gents may have La Plus Bonne Chance»). La prosa è affrettata, superficiale, una prosa da appunto di viaggio più che da memoir. Il nove di agosto, a bordo della nave che lo riporta a Reykjavík, scrive: «Trovo le traversate così noiose che faccio fatica a ricordarne qualcosa». Si potrebbe dire lo stesso dell’intero soggiorno. Ma è comunque strano che Auden, che era così intelligente, abbia saputo vedere così poco di un posto così interessante. L’anno 1936 vuol dire: dopo l’inizio dello sfruttamento della geotermia ma prima degli aerei, della TV, dell’invasione delle automobili. Doveva essere veramente un altro mondo. Certo, era un altro mondo che è diventato davvero interessante soltanto ora che è scomparso, ma erano tre anni prima della guerra, e leggendo il libro uno può godere, tra l’altro, di quella sorta di fatuo divertimento che si ha ogni tanto leggendo i diari del passato, quando cade nel discorso la menzione di cose che saranno tremende, ma che mentre l’autore scrive ancora non lo sono.

Un giorno di fine luglio Auden scrive: «Ho appena sentito per la prima volta della guerra civile in Spagna. Ho preso in prestito due volumi di caricature, che sono proprio il genere d’immagini che preferisco, e ho passato una serata molto felice con Goya e Daumier e Max Beerbohm». Un altro giorno incrocia in una locanda del villaggio di Holar, 380 chilometri a nord di Reykjavík, il fratello di Göring, venuto a visitare la «culla della cultura tedesca»; e tra poco «arriverà anche Rosenberg». Nella lettera alla madre annota: «Ho visto Göring per un momento a colazione […], e ci siamo scambiati delle gentilezze. Non sembra per niente come il fratello; ha l’aria di un accademico». È commovente leggere la descrizione che dieci anni dopo questo appunto, al processo di Norimberga, Hermann Göring darà del fratello Albert, perché coincide perfettamente con l’impressione avuta da Auden: «Non era interessato alla politica o alle cose militari; io lo ero. Era silenzioso, solitario; a me piace la folla e la compagnia. Lui era malinconico e pessimista; io sono un ottimista». Albert era anche sconcertato dalle idee e dalla condotta del fratello maggiore; fu un convinto antinazista e durante la guerra aiutò molti ebrei e dissidenti a fuggire dalla Germania; morì in miseria a Monaco nel 19666. Questa è una sua foto, circa 1936, proprio l’anno dell’incontro con Auden:

Poco in comune, in effetti, con Hermann, l’uomo che i suoi stessi camerati chiamavano Schweinehund (“porco”):

A parte il fratello di Göring, di Lettere dall’Islanda ricordavo soltanto la descrizione di una giovane donna che Auden aveva incontrato dalle parti diEgilsstaðir, un villaggio dell’Islanda nord-orientale che conta oggi circa duemila abitanti. La ricordavo perché era la descrizione di un carattere che mi era già capitato di incontrare: «Lunedì. Arrivati qui sani e salvi questo pomeriggio. In inverno questo posto è una scuola dove si insegna alle ragazze a cucire e a cucinare. La direttrice è uguale alla regina Vittoria ed è piuttosto rigida, ma credo che si scioglierà. C’è qui una ragazza scozzese, insegnante di inglese in una delle nostre università di provincia, e grande islandofila. Per lei sono come i Greci. Terribilmente entusiasta, si precipita sulla vita come un terrier. Mi chiedo se davvero si diverte tanto quanto dice. Posso immaginarla durante un assedio mentre dice, durante la cena: “Cosa? Topi fritti? Che bellezza! Com’è eccitante!”. Ma è intelligente ed estremamente buona».

Conoscevo bene il tipo. Proprio così: «Topi fritti? Che bellezza». Solo che nella mia esperienza era un tipo umano più tragico che comico: quel tipo di persone per le quali la vita quotidiana è un fardello così pesante da portare che qualsiasi altra cosa al suo posto va bene purché abbia i crismi dello stato d’eccezione: anche una guerra, un cancro. Non avevo mai dovuto sopportare il loro entusiasmo durante un assedio. Ma in situazioni meno tragiche ero stato testimone dei loro sbalzi d’umore improvvisi, della loro spola tra un’euforia inconcludente e una depressione immedicabile, neanche col prozac. Per gli stati non gravi si chiama ciclotimia; per i casi gravi si chiama disturbo bipolare. Si divertono tanto quanto dicono? No.

Letters from Iceland è anche il titolo del libro che raccoglie le lettere spedite da Jean Young ai suoi famigliari durante un soggiorno in Islanda fatto in gioventù, come ragazza au pair7. Più che un libro è un opuscolo, un fascicolo di un’ottantina di pagine in brossura, con qualche brutta fotografia in bianco e nero, stampato dal dipartimento d’inglese dell’Università di Birmingham nel 1992.

Le lettere di Jean Young sono l’opposto delle lettere di Auden. Auden è freddo, misurato, denotativo, sarcastico, amaro, introvertito, egocentrico. La Young… La Young scrive così: «Ecco un’altra esperienza del tutto nuova – due ore e mezza sul retro di un camion – con gli zaini e un mastello di burro e un sacco di sale e un fascio di rabarbaro e una sella! Badabim – badabam – oplà – giù dalle colline e oltre i ruscelli e su e giù per le curve – a un certo punto stavo per essere sbalzata fuori». O così: «Brrrrr… Freddo, e non mi laverò! Posso farlo solo la sera o la mattina nella mia stanza, perciò stasera ho scelto domattina! Piove senza pause da due giorni, acciderba quanta pioggia! Naturalmente il cortile è un lago di fango, non c’è modo di mettere il naso fuori sans stivali di gomma, e la zuppa d’avena va proprio bene la sera. E quasi tutti hanno avuto il raffreddore – io il mal di gola, ma adesso va meglio». O così: «Brrrrr… La neve, adesso – una tormenta copre le colline di Hafnarfjöll. E ieri pomeriggio siamo di nuovo rimasti fuori a cavallo fino a mezzanotte! Un freddo… Ma è stato divertente».

Non c’è accidente naturale, vento ghiaccio neve fango, non c’è stanza maleodorante, materasso sfondato, caduta da cavallo, pietanza rancida che possa togliere il buonumore a Jean Young. Ogni imprevisto, ogni scomodità è una festa, celebrata da punti esclamativi e gridolini a ogni riga («Oh Gesù Gesù! Come faccio a descrivertelo!?»), paragoni euforici senza capo né coda («L’Islanda è proprio come la Grecia, solo che in Grecia fa più caldo e l’aria è ancora più chiara»), e tutto, tutto le piace, anche le lenzuola umide, le mani intirizzite, la vasca da bagno ingrommata di sporcizia, e uno finisce per domandarsi se è davvero così contenta o finge soltanto, se questo è soltanto il rovescio euforico della depressione. È il tipo di persona che quand’è in comitiva organizza le escursioni, i falò sulla spiaggia, la colletta per i figli miliardari dell’albergatore. È il tipo di persona che durante un assedio… È il tipo descritto da Auden nella sua lettera da Egilsstaðir, è lei? È lei.

Un giorno di fine luglio Jean Young scrive alla sorella: «E chi salta fuori (avevo visto il suo zaino, prima) se non Auden, il poeta di Oxford! […] Sta scrivendo un libro sull’Islanda (dopo due mesi, più o meno, e senza sapere la lingua, ma questo è il modo di farlo, o subito o dopo molto tempo). Sarà un libro divertente, credo, e critico, e mi chiedo se agli islandesi piacerà […]. Beh, gli ho fatto il letto e gli ho mostrato la casa, e prima abbiamo fatto una passeggiata insieme nella nebbia. Ha una moglie tedesca emigrée, figlia dello scrittore Thomas Mann, che ora è in esilio in Svizzera. Mi piace. Ieri abbiamo giocato a ramino fino a mezzanotte, lui, Astrid, Fru Blöndal ed io. Stamattina ho continuato a rammendare – lui scrive (gli ho prestato della carta), e Astrid cuce. C’è vento, ma anche sole, e la nebbia sta andando via, urrah!».

Borrowed paper from me. È Jean Young che gli ha dato qualche foglio di carta perché lui potesse scrivere il ritratto dell’islandofila Jean Young. E Jean Young a sua volta prende appunti su di lui: «Sta pensando di fermarsi a Egilsstoðum. Non so perché ma non credo che lo farà». Poi il giorno dopo visitano la fattoria del medico condotto a Brekka e Auden tiene sempre banco raccontandole della futura collaborazione tra poesia e cinema: «E Auden ha parlato delle possibilità del cinema come mezzo per comunicare la poesia, eccetera: tutto interessante. E più tardi la minestra, e a letto. Il giorno dopo partiva» e addio.

È una coincidenza incantevole. E la cosa più incantevole è il tono. Tutte e due stanno parlando di una persona che potrebbe essere trattata facilmente con sarcasmo. Io avrei usato il sarcasmo. «Ho incontrato per caso il poetino di Oxford, che è qui per scrivere un libro sull’Islanda senza sapere una parola di islandese. Ti rendi conto, sì?». «Ho incrociato una maniaco-depressiva, una di quelle vergini di trent’anni che resteranno zitelle per tutta la vita e che fanno un “oh!” di meraviglia anche solo se vedono un cane che piscia contro un albero».

Invece no. Auden fa un po’ d’ironia su questa fan dell’Islanda ma finisce il ritratto dicendo che in fondo è buona e intelligente. E lei è ovviamente affascinata dal «poeta di Oxford» con cui a trascorso «un meraviglioso pomeriggio»: ed è chiaro che la cosa non è reciproca, ma non si vendica con qualche battuta maligna, e sorride appena dell’intenzione di Auden di scrivere sull’Islanda senza sapere niente dell’Islanda. Tutti e due sono molto compìti, e può darsi che sia soltanto la cortesia del tempo, la cortesia convenzionale degli anni Trenta: non si diceva la verità neanche nelle lettere private, anzi, la verità non la si pensava nemmeno, non arrivava a coscienza. Ma anche se è solo un galateo (e non è solo questo), è un galateo piacevole. Perché poi i tempi della confidenza si sono accorciati, e il galateo si è molto annacquato. Oggi, se due connazionali s’incontrano per caso a Egilsstaðir, un minuto dopo sono già alle pacche sulle spalle. Ma si sono anche accorciati i tempi del disincanto e del disprezzo, e dalla pacca sulle spalle alla pernacchia dietro le spalle corre solo un altro minuto.

Tornata in patria, Jean Young andò a insegnare all’Università di Reading. Dalla nota dell’editore: «La dottoressa Jean Young è stata prima Lecturer, poi Senior Lecturer, poi Reader in inglese all’Università di Reading dal 1932 fino alla pensione, nel 1968. La sua specialità era la letteratura islandese». Lecturer e Reader vuol dire che non ha mai avuto la cattedra. A Reading sono anche conservate le sue carte. «Una copia dattiloscritta della sua traduzione di Snorri Sturlson, copie dattiloscritte e manoscritte delle sue poesie, alcune pubblicate nel 1983 col titolo The Well of Joy, e lettere, per gran parte scritte dalla dottoressa Young durante i suoi viaggi in Scandinavia e nel resto d’Europa»8. Nel catalogo della British Library trovo la sua traduzione dell’Edda e di altre saghe islandesi.

Le sue Letters from Iceland, dice sempre la nota dell’editore, sono state «trascritte dalla sua vecchia amica Eleanor Haworth, battute al computer da Ian Wyatt, già studente di antico islandese all’Università di Birmingham, e pubblicate da Anthony Faulkes». Nessun accenno a mariti o a figli. Nel 1937, a Reading, si sarà procurata il libro di Auden e si sarà senz’altro riconosciuta nella descrizione. Oltre che dell’entusiasmo un po’ ridicolo dell’islandofila, le sue lettere sono piene di modestia e semplicità. Si sarebbe certamente stupita se le avessero detto che un giorno sarebbero state raccolte in un libretto che porta lo stesso titolo di quello scritto dal «poeta di Oxford». Ma la verità è che se si vuole vedere l’Islanda le sue Lettere sono molto più utili di quelle di Auden. E anche se si vuole capire cosa poteva voler dire vivere e lavorare in Islanda nel 1936. Una giovane donna scozzese sola, nelle nebbie islandesi – poteva venir fuori un piagnisteo condito di citazioni da Shelley. Ma Jean Young non ha portato con sé nessun libro: «non ce n’è bisogno, con tante cose da vedere» (invece Auden ha con sé Byron e Jane Austen, e la prima poesia delle sue Lettere dall’Islanda è un interminabile soliloquio su “quali libri portare in un viaggio di quattro mesi in Islanda”). Le cose che vede e descrive sono soprattutto quelle legate al lavoro di au pair; lava, cuce, cucina, fa i letti, bada al figlio handicappato della sua ospite Halla: «Sabato, il peggior raffreddore del mondo che è diventato furioso [in italiano nell’originale]: febbre e costipazione. Ma che giornata di lavoro, nonostante questo! Ho lavato le calze, le pentole, poi ho fatto le salcicce (una enorme l’abbiamo affumicata e insaccata nel grasso che io ho preso goccia a goccia dal coperchio)! E poi ho rimesso a posto le camere!».

Jean Young non parla tanto di ciò che pensa o sente quanto di ciò che fa: è, perlomeno nelle lettere, una natura sanamente non introspettiva. È serena, e questa serenità è contagiosa, per cui chi legge finisce per vedere le cose aureolate della stessa luce che circonda lei, anche se fuori diluvia e i vestiti sono ancora umidi dell’acquazzone del giorno prima. Consiglia alla sorella di leggere Laxness, ma la avverte che Laxness «descrive soltanto il lato più brutto della vita dei contadini». La barca che la porta in Islanda puzza di pesce ma, commenta, «il pesce diventa una specie di simpatico compagno di viaggio: mi mancherà l’odore di questa barca una volta arrivata». È serena ma non è sciocca. Anche a lei arriva la notizia della guerra civile in Spagna: «Che bello essere vivi! È così incredibile che le cose stiano andando a quel modo, in Spagna. Sento frammenti alla radio e i commenti di Páll su quello che sta succedendo, ma non sempre capisco quello che dice» (p. 52). E sa anche lei che cosa sta succedendo in Europa: «L’Europa sembra un orribile incubo da questa distanza. La gente qui è povera e la vita è dura e primitiva, in molti modi, ma gli islandesi vivono e non guardano alla guerra come a qualcosa di inevitabile. Come tutto qui sembra sano e naturale e gentile e sensibile. È bello stare qui per un po’». Non è una sciocca, ma non ha neppure il tono condiscendente e sempre vagamente infastidito di Auden. Auden è arrivato in Islanda con lo spirito del poeta, non con quello dell’esploratore: che in un paese già di per sé poetico come l’Islanda sarebbe stato ed è lo spirito più giusto. La verità è che ad Auden non interessano molto né l’Islanda né gli islandesi (per esempio, liquida così la meraviglia che è Thingvellir: «Sono stato a Thingvellir, una delle attrazioni del posto: è certamente molto carino, ma l’albergo è pieno di ubriachi ogni sera»); lo interessano i suoi pensieri e le sue poesie. Ma che questo interesse riesca a comunicarsi ai lettori, non direi.

Forse il segreto è non essere mai dei turisti ma lavorare sempre, come ha fatto Jean Young. A un certo punto Auden capisce che quattro mesi in Islanda senza avere niente da fare sono troppi, e leggendo i suoi appunti e le sue lettere si avverte che vorrebbe tanto tornare a casa, o andare a vedere quello che sta succedendo in Spagna, e non perdere tempo in quel deserto. Invece Jean Young si spezza la schiena dalla mattina alla sera ma non ha mai, mai di queste tentazioni, e fa bene, perché alla fine è lei, la au pair ciclotimica, non Auden il poeta di Oxford, quella toccata dalla grazia: «Ma era perché avevo lavorato tutto il giorno. Páll mi ha ripetuto parecchie volte che potevo andare a casa, ma io volevo rimanere a tutti i costi. E ho avuto la mia ricompensa: il più meraviglioso, davvero il più meraviglioso tramonto riflesso sul ghiacciaio e sulle montagne che io abbia visto da quando sono qui. Rosa e viola e azzurro, e la sabbia grigio-nera più in basso, con l’acqua argentata e, nell’acqua, il riflesso dei colori delle montagne. È stata una grande soddisfazione essere lì oggi. Non è che ci sia tanto tempo per guardare la bellezza che ti circonda, ma tu sai e senti e percepisci che è lì. E nell’ora di pausa ho quasi potuto ascoltare le nuvole che ogni tanto si allungavano sul sole – era tutto così silenzioso. Dio, come amo l’Islanda. Buona notte».

1. Ebenezer Henderson, Iceland, or The journal of a residence in that island, during the years 1814 and 1815, Edimburgo, 1819, p. 314.

2. Sabine Baring-Gould, Iceland: its Scenes and Sagas, Londra, 1863, pp. 27-28.

3. Sir Richard Burton, Ultima Thule or A Summer in Iceland, 2 volumi, Londra, 1875, p. 132.

4. John C.F. Hood, Icelandic Church Saga, Londra, Society for Promoting Christian Know

ledge, 1946, p. 30.

5. W.H. Auden, Prose and Travel Books in Prose and Verse, Volume I (1926-1938), edited by E. Mendelson, Princeton, Princeton University Press, 1997, p. 772.

6. Cfr. W. Hastings Burke, Thirty Four, London, Wolfgeist, 2010.

7. Jean Young, Letters from Iceland, Birmingham, University of Birmingham School of English, 1992.

8. www.reading.ac.uk/special-collections.

Claudio Giunta insegna Letteratura italiana all’Università di Trento. Ha scritto vari libri e articoli sulla letteratura del Medioevo, un saggio sullo stato della cultura in Italia (L’assedio del presente. Sulla rivoluzione culturale in corso, Il Mulino 2008), un libro (Il paese più stupido del mondo, Il Mulino 2010) che parla di Italia, Giappone e altre cose, un commento alle Rime di Dante (Meridiani Mondadori 2011), un libro sul mercato dell’arte e le sue storture (Come si diventa “Michelangelo”, Donzelli 2011). Scrive non fiction, liberamente scaricabili dal suo sito www.claudiogiunta.it.

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