John Banville

Vargas Llosa, Il sogno del Celta

da ''The New York Review of Books''
MARIO VARGAS LLOSA, Il sogno del Celta, trad. it. di Glauco Felici, Einaudi, Torino 2012, pp. 426, € 22,00

 

 

LETTERATURA: Lo scrittore John Banville, recensisce il romanzo Il sogno di Celta, di Mario Vargas Llosa. In questo libro, lo scrittore peruviano vincitore del premio Nobel, ricostruisce la straordinaria vita del rivoluzionario irlandese Roger Casement, che si batté strenuamente contro il colonialismo selvaggio dell’800.

 

Oltre ad essere uno dei più grandi irlandesi mai esistiti, Roger Casement fu anche una figura di assoluto rilievo sulla scena mondiale. Ai suoi tempi, dopo essersi sottratto ai vincoli che la sua classe sociale e la sua educazione gli imponevano per dedicarsi alla causa dell’indipendenza irlandese dal dominio britannico, questo anglo-irlandese era considerato, e persino riverito, a livello internazionale come paladino dei popoli indigeni oppressi dell’Africa occidentale e della regione peruviana di Putumayo, nonché instancabile difensore dei diritti umani in generale. Perché mai, allora, il suo nome oggi è praticamente dimenticato o ignorato – in Irlanda come nel resto del mondo?

Non è facile rispondere a questa domanda, a causa delle sue numerose implicazioni. Dopo l’insurrezione di Dublino del 1916, che spezzò le basi dell’impero britannico proprio nel momento in cuila Gran Bretagnaera alle prese con gli orrori della prima Guerra mondiale, Casement fu spogliato del titolo di cavaliere –benché vi avesse già rinunciato – processato per tradimento, incriminato e impiccato, malgrado alla vigilia dell’insurrezione fosse giunto in Irlanda dalla Germania non per guidarla, come ritenevano i britannici, ma al contrario per persuadere i capi dei ribelli a revocarla, poiché convinto che non avrebbe avuto buon esito.

In un primo tempo l’insurrezione ricevette scarso sostegno popolare – la leggenda narra che i soldati repubblicani che il Lunedì di Pasquetta presero d’assalto l’ufficio centrale delle poste trovarono ad accoglierli alcune rispettabili dame dublinesi che li picchiarono a colpi di ombrello. Ma dopo che quindici di quei leader furono sbrigativamente processati da una corte marziale e condannati a morte il sentimento popolare volse a favore della ribellione, anche se apparentemente destinata a fallire. Era dunque inevitabile che le accuse e la condanna di Casement fossero presentate come del tutto fondate.

Fu questo il motivo per cui i contenuti dei diari segreti che Casement aveva tenuto in Congo e in Perù, scoperti nel suo appartamento londinese dopo il suo arresto e nei quali egli aveva dettagliatamente descritto alcune promiscue attività sessuali che lo vedevano protagonista insieme a dei giovani indigeni, furono fatti circolare ampiamente tra i locali e i pub di Londra, causando scandalo e indignazione generali. Per molti anni i repubblicani irlandesi, e non solo loro, considerarono i cosiddetti “black diaries” un falso, architettato dai servizi segreti britannici per distruggere la reputazione di Casement e garantire che la sua condanna a morte non venisse commutata. In seguito fu dimostrato che i diari non rappresentavano un falso, benché ciò non significhi che quanto era in essi contenuto fosse basato interamente sui fatti1. Quel sordido materiale, anche se considerato frutto di un inganno da parte della perfida Albione, gettò un’ombra sulla memoria di Casement presso i nazionalisti irlandesi, al punto da precludere la sua ammissione in quella che lo storico Tim Pat Coogan soleva descrivere succintamente come «la carovana degli eroi irlandesi», mentre nel resto del mondo, comprensibilmente, un uomo che in piena guerra mondiale era stato impiccato per tradimento dal proprio governo non appariva come il più gradevole dei modelli.

Con Il sogno del Celta – il titolo s’ispira a un lungo poema patriottico dai toni romantici di Casement – Mario Vargas Llosa ha voluto ripristinare il buon nome di Casement e restituirgli un posto eminente nella storia attraverso il racconto leggermente romanzato della sua vita e delle sue imprese.

Roger Casement – “Roddie” per i familiari – nacque nel 1864 nel sobborgo dublinese di Sandycove, sede della Hammer Tower, dove Joyce ambientò il capitolo iniziale di Ulisse. Suo padre, anch’egli di nome Roger, era un uomo brillante, che dopo aver prestato servizio nel Reggimento dei Dragoni, in India, si presentò a Widdin, sulle sponde del Danubio, per offrirsi alla causa dell’indipendenza ungherese, ricevendo dal leader di quel Paese, Lajos Kossuth, l’incarico di consegnare al primo ministro britannico Lord Palmerston una lettera nella quale lo si pregava di dare il suo sostegno2. È chiaro, allora, a cosa Casement fils dovesse almeno in parte il gusto per l’avventura e il suo impegno romantico per la causa della libertà.

Già avanti con gli anni, Casement dichiarò che nelle sue vene non vi era una goccia di sangue inglese, ma anche in questo caso si tratta di leggenda. La famiglia di suo padre era infatti originaria dell’isola di Man. Stabilitisi nel XVIII secolo nella contea di Antrim, nella regione nordorientale dell’Irlanda, i suoi antenati erano entrati in seguito a far parte della piccola nobiltà terriera della splendida zona costiera nei pressi di Ballycastle e Ballymena; della famiglia facevano parte medici e avvocati, oltre che pastori della Chiesa d’Inghilterra. Roger Casement era dunque un membro dell’élite protestante, benché i Casement non rappresentassero che un ramo minore, seppure assai rispettabile, di quella classe già allora vacillante. Anche i suoi antenati materni erano di origine inglese, e arrivarono in Irlanda dal Leicestershire verso la metà del XVII secolo. La madre di Casement, Anne Jephson, si era convertita al cattolicesimo e aveva fatto segretamente battezzare Roger quando questi aveva tre anni.

Se Casement père era una figura piuttosto distante dal punto di vista emotivo, Anne Casement era invece una presenza calda e amorevole nella vita dei suoi quattro figli, dei quali Roddie era il più giovane. Alla sua morte, sopraggiunta quando Roddie aveva solo nove anni, fece seguito pochi anni dopo quella del padre, ormai ridotto in povertà. Sembra che Casement non riprese mai del tutto da quei lutti precoci – chi vi sarebbe riuscito? Vargas Llosa racconta con toni comprensivi e implicitamente lirici le varie fasi della sua infanzia e giovinezza. Lo scrittore è acutamente consapevole della mitezza dell’indole di Casement, e di quella che potrebbe essere definita la sua santità orientata dal senso pratico. Tuttavia il romanzo non è certo un’agiografia; egli riconosce l’ingenuità del suo eroe e, per quanto riguarda l’Irlanda, la sua frequente, e in ultima analisi fatale, ostinazione.

Come molti bambini, il giovane Roddie si beava dei racconti di gesta avventurose e temerarie. «Gli piaceva immergersi nelle storie dei grandi naviganti, i vichinghi, i portoghesi, gli inglesi e gli spagnoli che avevano solcato i mari del pianeta», e amava particolarmente i racconti di vita militare narrati da suo padre, ambientati nelle «foreste dell’India e il terreno roccioso di Khyber Pass», scrive Vargas Llosa.

Ma non erano i fatti d’arme quel che più incendiava la fantasia del piccolo Roger, erano invece i viaggi, aprirsi il cammino attraverso paesaggi in cui l’uomo bianco non aveva mai messo piede, le prodezze fisiche di resistenza, vincere gli ostacoli della natura.

 

I suoi eroi prediletti erano David Livingstone, il medico ed evangelizzatore scozzese scomparso mentre era alla ricerca della sorgente del Nilo, e l’esploratore gallese Henry Morton Stanley, che nel 1872 “trovò” il dottor Livingstone, assicurandosi in questo modo una fama internazionale. «Da grande anche lui sarebbe stato esploratore, come quei titani, Livingstone e Stanley, che stavano estendendo le frontiere dell’Occidente e vivevano vite tanto straordinarie».

In seguito alla morte del padre, Roddie, ormai orfano, fu mandato insieme alla sorella e ai due fratelli più grandi a Magherintemple House, casa ancestrale dei Casement, situata nella contea di Antrim, nell’Irlanda del Nord, e affidato ai prozii John e Charlotte. In quella residenza austera Roddie non si sentì mai a proprio agio, ma amava la campagna e la costa che la circondava, e che lui esplorò insieme alla sorella Nina, alla quale era molto legato benché lei fosse di otto anni più grande. Casement considerò sempre se stesso un nordirlandese,  tuttavia non fu mai tanto felice quanto nelle estati trascorse da adolescente a Liverpool, in compagnia della zia materna Grace e di suo marito Edward Bannister, che aveva viaggiato in Africa e che ora lavorava per la compagnia di navigazione Elder Dempster, le cui navi passeggeri e mercantili collegavanola Gran Bretagnacon l’Africa occidentale. Questa fu la compagnia per la quale Roddie, a soli quindici anni, iniziò a lavorare.

Si è detto che l’Inghilterra del XVIII e XIX secolo accumulò il proprio impero per caso, distrattamente. Nell’immaginario collettivo dell’Inghilterra vittoriana, il colonialismo era visto innanzitutto e soprattutto come una missione per portare la cultura, il Cristianesimo e la misuratezza delle buone maniere ai popoli barbari di quello che in seguito sarebbe stato chiamato terzo mondo. Secondo questa compiaciuta visione dei fatti, il commercio e l’affarismo erano conseguenze accidentali dell’opera civilizzatrice della Gran Bretagna. Da giovane, Roger Casement sposò pienamente l’immagine dell’Uomo Bianco che giunge in Africa indossando con nobiltà e altruismo i panni del filantropo. Ci volle molto tempo prima che riuscisse a comprendere la vera natura delle imprese europee nel Continente Nero, e le implicazioni che queste avevano per gli indigeni che lo abitavano.

In prima fila nella corsa del diciannovesimo secolo verso l’Africa c’era Leopoldo II del Belgio, un monarca astuto e spietato, che sotto l’abito del crociato dei diritti umani manovrò la Conferenzadell’Africa occidentale (Berlino, 1884-1885) fino ad assicurarsi la Repubblicadel Congo, una vasta e arretrata miniera di risorse naturali, come suo feudo personale, in cui poteva, e lo fece, razziare e saccheggiare senza controllo o impedimento. La Conferenzadi Berlino, alla quale naturalmente non partecipò alcun rappresentante africano, stabilì che, come scrive Angus Mitchell nella sua ottima monografia su Casement, a priori «qualsiasi progetto imperiale sarebbe stato guidato da intenzioni umanitarie»3.

Sir Edward Malet, il delegato britannico, dichiarò che il progetto sarebbe stato «dominato da un’ideale puramente filantropico», mentre Bismarck, intervenuto alla conferenza, parlò di «nobili sforzi» con cui «rendere grandi servigi alla causa dell’umanità». Leopoldo, per non essere da meno, intervenne per promettere un’«opera di rigenerazione morale e materiale». Alcuni, o magari molti degli statisti presenti a Berlino forse credevano davvero in quel chiacchiericcio bigotto, e di certo, suggerisce Mitchell, «molti giovani idealisti animati da senso dell’avventura partirono per l’Africa nel tentativo di realizzare quegli obiettivi». Ma prima di loro arrivò la tigre del capitalismo del diciannovesimo secolo, rossi i denti e gli artigli.

Casement era uno di quei giovani idealisti desiderosi di prendere parte all’avventura imperiale in Africa. Nel 1883 s’imbarcò come commissario di bordo sulla SS Bonny, una nave mercantile della Elder Dempster che prestava servizio sulla rotta che collegava Liverpool e Boma, presso la foce del fiume Congo. Compì tre viaggi nel Continente Nero, rimanendone talmente rapito da decidere, l’anno successivo, di lasciare il proprio paese per trasferirsi nell’Africa occidentale. Cosa fece esattamente durante il primo anno che trascorse in quel continente rimane un mistero. Benché avesse l’inveterata abitudine di prendere appunti e tenere un diario, ha lasciato poche testimonianze di quell’epoca, limitandosi ad affermare di averla trascorsa «tra vari impieghi» e negando di essersi mai dedicato realmente al commercio. Deve essere stato impegnato a fare qualcosa comunque, se Edmund D. Morel, il grande promotore della riforma del sistema coloniale in Africa, poté scrivere di lui che «conosce il Congo meglio di qualsiasi essere vivente, ed è uno dei migliori uomini che Dio abbia mai creato».

Negli anni successivi alla Conferenza di Berlino, gli agenti di Leopoldo eseguirono in tutta fretta la mappatura del Congo, aprendo il Paese alle esplorazioni e facilitando l’accesso alle sue vaste risorse minerali, in particolare il caucciù – “l’oro nero” dell’epoca. Tra il 1879 e il 1881 fu aperta una rotta commerciale che snodandosi lungo trecento miglia collegava la foce del Congo alla grande laguna alluvionale che in seguito sarebbe stata chiamata Stanley Pool. «Successivamente – scrive Vargas Llosa – Casement Scoprì che quella fu una delle sagaci opere del re dei belgi per creare l’infrastruttura che, a partire dalla Conferenza di Berlino del 1885, gli avrebbe consentito lo sfruttamento di quel territorio».

Quest’audace impresa di esplorazione, saltò fuori, era stata opera, di H. M. Stanley, l’eroe di gioventù di Casement che per anni era stato il principale agente di Leopoldo nel Congo, un territorio vasto quanto l’Europa e uno dei più ricchi di tutta l’Africa. Come scrive Vargas Llosa, «E io – avrebbe detto molte volte Roger Casement nei suoi anni africani all’amico Herbert Ward, man mano che andava prendendo coscienza di cosa significasse lo Stato Indipendente del Congo – sono stato uno dei suoi fanti sin dal primo momento».

Nel 1884, mentrela Conferenzadi Berlino era ancora in corso, Casement andò a lavorare per l’Associazione Internazionale: un’agenzia dal nome volutamente vago posta sotto il diretto controllo di Leopoldo e del suo uomo Stanley. Due anni più tardi, Casement, si unì alla Sanford Exploring Expedition, un’altra organizzazione di facciata di Leopoldo, incaricata di sorvegliare le regioni ancora inesplorate del Libero Stato e prepararle allo sfruttamento. Scrive Vargas Llosa:

 

Per tutto il resto della sua vita, Roger rimpianse […] di aver dedicato i suoi primi otto anni in Africa a lavorare, come un pedone in una partita di scacchi, alla costruzione del Libero Stato del Congo, investendo il suo tempo, la sua salute, i suoi sforzi, il suo idealismo e credendo in quel modo di stare contribuendo a un piano filantropico.

Uno degli aspetti che più colpiscono della storia di Casement è il racconto che essa presenta di un uomo onesto e semplice, trasformato dalle spaventose circostanze, in una grande figura morale, la cui voce avrebbe assunto un peso e un’autorevolezza tali da conquistare il rispetto di governi, primi ministri e presidenti. Mano a mano che imparava a vedere le cose per quelle che erano, Casement iniziò a riconoscere, o ad ammettere a se stesso, che la Bengodiafricana di Leopoldo era retta da un regime di terrore, il cui simbolo era la chicote: una frusta di pelle di ippopotamo, «una corda nodosa capace di provocare più bruciore, sangue, cicatrici e dolore di qualunque altro scudiscio», che i soprintendenti di Leopoldo adoperavano con persistente crudeltà contro i raccoglitori di caucciù indigeni.

Casement deve essere stato a conoscenza di un nutrito inventario di atrocità da comunicare al giovane avventuriero polacco Jósef Korzeniowski, che incontrò e di cui divenne amico a Matadi nel 1890, quando si trovava nell’inferno africano da più di cinque anni. In seguito, una volta divenuto Joseph Conrad, Korzeniowski conservò di Casement un’impressione ambigua, descrivendolo come «una personalità limpida»4, ma anche «un uomo, a dirla tutta, senza cervello». Ma, se Conrad vide Casement come uno degli «uomini vacui» che governavano l’Africa coloniale, come il folle Kurtz di Cuore di tenebra, si sbagliava. A Casement quel libro piacque, e scrisse a Conrad per dirglielo; conosceva meglio dell’autore la terribile realtà su cui il romanzo si basava.

La reputazione di Casement come funzionario competente e diligente raggiunse Londra, e nei primi anni novanta dell’800, il Foreign Office lo inviò in diverse regioni dell’Africa, tra cui il Congo. Di nuovo, l’esatta natura del suo incarico non è chiara, benché certamente «stesse perseguendo la sua lenta ricerca della Bestia Leopoldo», come la mette un biografo. I racconti delle atrocità erano giunti in Inghilterra, e nell’aprile del 1900 Casement scrisse al Foreign Office per esortare il governo britannico a unirsi alla Germania «nel porre fine al vero e proprio regno di terrore che è in vigore nel Congo».

Dovettero però trascorrere altri tre anni prima chela Cameradei comuni britannica sollevasse qualche dubbio sull’operato di Leopoldo e incaricasse Casement di raccogliere «informazioni attendibili» sul Congo. Il rapporto, che Casement scrisse in otto giorni in un hotel di Londra verso la fine del 1903, causò una pubblica indignazione e dimostrazioni in favore di un cambio nella politica africana. Alle proteste si unirono personaggi di fama, come Mark Twain e Arthur Conan Doyle, e Leopoldo fu costretto a ordinare a sua volta un rapporto, la maggior parte del quale, nella sua pubblicazione avvenuta nel 1905, risarciva Casement, il quale fu nominato successivamente cavaliere per il servizio svolto in Congo e, più tardi, nel Sud America. «All’alba del ventesimo secolo l’Impero britannico, raggiunto il proprio zenith – scrive Angus Mitchell – diede voce a un uomo che avrebbe dimostrato di essere la sua nemesi».

Vargas Llosa intreccia al racconto delle indagini africane di Casement la sua nascente consapevolezza di nazionalista irlandese, e cita una lettera inviata da Casement all’amata cugina Gertrude Bannister, soprannominata Gee:

 

Cara Gee, ti sembrerà un altro sintomo di pazzia, ma questo viaggio nelle profondità del Congo mi è servito per scoprire il mio stesso paese. Per capire la sua situazione, il suo destino, la sua realtà. In queste foreste non ho trovato soltanto la vera faccia di Leopoldo II. Ho trovato anche il mio vero io: l’incorreggibile irlandese.

 

Nel 1910 Casement, a capo di una commissione formata da mezza dozzina di esperti sulla regione amazzonica, fu inviato dal governo britannico per compiere delle indagini sul commercio del caucciù nel bacino del Putumayo, in Perù, che secondo la stampa era teatro di atrocità – omicidi, fustigazioni, mutilazioni, stupri – assai simili a quelle perpetrate nel Congo. Le accuse più sconvolgenti implicavano la compagnia di Julio C. Arana, registrata alla Borsa di Londra con il nome di Peruvian Amazon Company. In Perù, ciò che Casement e la sua commissione scoprirono superava persino i più orrendi racconti dei giornali. Il Putumayo era un altro inferno in Terra, governato da una varietà di demoni, il più terribile dei quali era Armando Normand: un «mostro disgustoso» – come lo definì Casement – che dirigeva la stazione di raccolta del caucciú di Matanzas, lungo il fiume Cahuinari. Normand, perpetratore di inenarrabili atrocità, il più delle volte escogitate da lui stesso allo scopo di divertirsi, era la prova vivente della tesi secondo la quale non c’è limite alla malvagità che un individuo perpetra quando gli viene riconosciuto il potere assoluto su altri esseri umani.

Il rapporto di Casement sul Putumayo fu pubblicato nel luglio del 1912, e così com’era accaduto con quello sul Congo suscitò una reazione immediata. «Ho fatto esplodere il Paradiso del Diavolo in Perù», scrisse Casement alla cugina Gertrude. Il ‘Times’ di Londra dedicò ai rapporti due colonne e un editoriale, e molti altri giornali, sia in Inghilterra che all’estero, lanciarono lunghe invettive contro la compagnia di Arana, che fu anche oggetto di un sermone pronunciato nell’abbazia di Westminster. Ad agostola Cameradei Comuni britannica istituì un comitato ad hoc per indagare sui fatti; Casement fu il testimone principe e rese una potente e persuasiva deposizione contro Arana e la sua compagnia. La compagnia fu danneggiata gravemente dalle pubbliche proteste e dal resoconto redatto dal comitato, ma alle fine la politica internazionale ad una truffa che permise ad Arana di mantenere la propria base di potere. Nonostante tutti gli sforzi di Casement, le sofferenze degli indiani del Putumayo sarebbero continuate.

Mentre Casement si trovava in Perù, i suoi pensieri erano andati ripetutamente all’Irlanda. Vargas Llosa glielo fa scrivere nel suo taccuino di quegli anni:

 

Non dovremmo permettere alla colonizzazione di castrare lo spirito degli irlandesi così come ha castrato lo spirito degli indiani amazzonici. Dobbiamo agire adesso, una volta per tutte, prima che sia troppo tardi e ci trasformiamo in automi.5

 

Sembra chiaro che in cuor suo Casement vedesse un nesso diretto e forte tra lo Stato dell’Irlanda e la piaga dei popoli indigeni del Congo e del Putumayo – e forse pensò addirittura di sublimare le frustrazioni subite durante le sue campagne all’estero lanciandosi corpo e anima nella lotta per l’indipendenza irlandese. Divenne profondamente coinvolto nell’organizzazione dei Volontari Irlandesi6, per la quale raccolse fondi tra amici e sostenitori influenti, sia in Gran Bretagna che in America.

Nel 1914 Casement si recò in Germania, nella speranza di formare una Brigata Irlandese composta da irlandesi arruolati nell’esercito britannico e caduti prigionieri dei tedeschi. La sua speranza era chela Marinatedesca trasferisse tale brigata in Irlanda, per permetterle di unirsi alla lotta contro le forze di occupazione britanniche. Tuttavia, quando si presentò al campo di prigionia di Limburg per tentare di arruolare i primi uomini, il principale gruppo di detenuti irlandesi lo accolse con sputi e spintoni. Il governo tedesco gli offrì ventimila fucili, ma declinò la richiesta di inviare dei propri ufficiali in Irlanda al fine di addestrare dei volontari e creare un’affidabile forza combattente. Dopo aver trascorso più di un anno e mezzo in Germania, Casement tornò in Irlanda a bordo di un U-boat tedesco, approdando segretamente a Banna Strand, nella contea di Kerry, dove in cattiva salute e stremato dal viaggio fu catturato e spedito a Londra per essere processato. Accusato di tradimento controla Corona, fu condannato a morte, e malgrado le numerose richieste di clemenza venne impiccato nel carcere di Pentonville il 3 agosto del 1916.

A proposito di Casement John Ellis, il boia, scrisse nelle sue memorie: «Di tutte le persone che ho dovuto giustiziare, quella che è morta con coraggio è stata Roger Casement». Prima della sepoltura, però, Casement fu sottoposto a un’ulteriore umiliazione, quando, per ordine delle autorità britanniche, il medico che aveva presenziato all’esecuzione della condanna ispezionò l’ano del cadavere per confermare «le pratiche a cui sembrava che il giustiziato fosse incline».

Il sogno del celta è, al pari dell’argomento che tratta, un libro intrepido, animato da buone intenzioni, tenero e per certi versi ingenuo. Non si tratta, sotto nessun punto di vista, di un vero e proprio romanzo, ma è semmai una biografia alla quale è stato aggiunto un leggero strato di speculazione romanzesca. È un lavoro esoscheletrico, nel senso che indossa la propria ricerca all’esterno. L’autore ha letto molto e diligentemente a proposito del soggetto del suo libro, ma i materiali da lui raccolti, anziché essere assimilati organicamente nella trama vengono presentati al lettore sotto forma di informazioni allo stato grezzo. Le incursioni con cui Vargas Llosa s’insinua nei pensieri e nei sogni di Casement, benché  sentitamente benevole nei confronti del protagonista, sono men che ispirate. Lo scrittore si è innamorato del proprio soggetto – il che è ammirevole, ma il suo approccio da innamorato non aiuta il romanzo.

Vargas Llosa avrebbe fatto bene a ricordare l’ingiunzione che Henry James rivolgeva ripetutamente a se stesso nei suoi taccuini: «Drammatizza! Drammatizza!». Tuttavia, la storia di Casement è così coinvolgente, e lo sfondo su cui si snoda talmente affascinante, che a dispetto delle pecche del romanzo in quanto opera di fantasia il lettore ne verrà travolto. Con Il sogno di Celta, malgrado tutti i suoi difetti, Mario Vargas Llosa ha reso un servizio inestimabile alla memoria di un grande uomo.

(Traduzione di Marzia Porta)

 

 

 

1. Mario Vargas Llosa sembra considerare le avventure sessuali annotate nei diari frutto perlopiù dell’immaginazione: una sorta di romantici vagheggiamenti per favorire la masturbazione, o pii tentativi di auto-consolazione. Esistono tuttavia pochi dubbi sul fatto che Casement fosse un omosessuale attivo; sta al lettore, e allo storico, stabilire se si sia macchiato del reato di sfruttamento nei confronti dei ragazzi e dei giovani uomini dai quali ottenne prestazioni sessuali in cambio di denaro.

2. Si dice che Kossuth non conoscesse nemmeno il nome del corriere. Anni dopo, tuttavia, mentre si rivolgeva a una folla dal predellino di un treno, in America, dal finestrino di un altro treno spuntò una mano che gli porse un biglietto da visita su cui era stampato il nome “Mr Roger Casement”, e al quale era stato aggiunto, a matita, “ho consegnato a Palmerston la lettera di Widdin”. Una versione più dettagliata di questo incredibile episodio si può leggere in The Lives of Roger Casement di B.L. Reid (Yale University Press, 1976), pp. 2–3.

3. Angus Mitchell, Casement (London: Haus, 2003), p. 18. Si tratta di uno studio eccellente, non solo su Casement in quanto uomo, ma sull’ampio contesto storico che fece da sfondo alla sua vita, alle sue imprese e al suo tragico destino.

4. Brian Inglis, Roger Casement (Harcourt Brace Jovanovich, 1973), p. 31. 

5. Poiché Il sogno del celta è un’opera romanzata, non siamo sicuri che questi passaggi siano citazioni tratte direttamente dai documenti che ancora sopravvivono di Casement o frutto di invenzione letteraria, ma possiamo supporre che si basino su fatti realmente accaduti, data l’aderenza della narrazione di Vargas Llosa agli eventi della vita Casement.

6. Organizzazione militare fondata da nazionalisti irlandesi nel 1913, che nel 1916, dopo la rivolta di Pasqua, si fonderà con le organizzazioni Irish Citizien Army, Cumann na mBan e Fianna Éireann per formare l’Esercito Repubblicano Irlandese (IRA). N.d.R.

 

 

 

 

 JOHN BANVILLE scrittore e giornalista irlandese, vincitore nel 2005 del Man Booker Prize con il romanzo Il mare (Guanda 2007). Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Congetture su April (Guanda 2012).

 

 

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