Anne Applebaum

Vita culturale nel dopoguerra esteuropeo

da ''The New York Review of Books''
STORIA: La vincitrice del Premio Pulitzer Anne Applebaum ci racconta di come il regime stalinista stravolse la vita quotidiana dei cittadini dei paesi dell’Europa Orientale, che dopola Seconda GuerraMondiale divennero stati satellite dell’Urss.

Nel 1947 Stefan Jędrychowski, veterano comunista, membro del Politburo polacco e ministro del governo, scrisse per i suoi colleghi una relazione su un argomento che aveva a cuore. Intitolato con una certa enfasi ‘Note sulla propaganda anglosassone’, il documento lamentava, tra le altre cose, il fatto che in Polonia i servizi di informazione britannici e americani fossero più influenti dei loro equivalenti polacchi e sovietici, che i film americani ricevessero delle recensioni troppo entusiastiche e che le mode americane fossero troppo a portata di mano.

A indispettire Jędrychowski però, era soprattutto l’influenza esercitata dal Polska YMCA, la sezione polacca dell’Associazione giovanile maschile cristiana: un’organizzazione fondata a Varsavia nel 1923 che durante l’occupazione tedesca era stata messa al bando, per poi risorgere nell’aprile del 1945 grazie all’aiuto della direzione internazionale del YMCA1, con sede a Ginevra, e a una buona dose di entusiasmo locale.

Il YMCA era dichiaratamente apolitico: le sue iniziative principali in Polonia riguardavano la distribuzione di aiuti provenienti dall’estero – abiti, libri, cibarie – e l’organizzazione di attività e corsi per i giovani. Jędrychowski sospettava tuttavia che il YMCA fosse mosso anche da altri fini. La propaganda del YMCA, scrisse, era condotta «con attenzione… evitando dirette connotazioni politiche», il che naturalmente la rendeva più pericolosa. Egli raccomandò che il Compagno Radkiewicz, il ministro perla Sicurezzadello Stato, conducesse un accertamento contabile sull’organizzazione e monitorasse con attenzione le pubblicazioni che questa rendeva disponibili e i corsi che promuoveva.

Jędrychowski non era l’unico a preoccuparsi. Più o meno in quello stesso periodo, anche il ministro dell’Istruzione ricevette un rapporto da parte dei leader del Movimento della gioventù comunista, all’epoca noto con il nome di Unione della Gioventù combattente (Związek Walki Młodych, o Zwm), i quali detestavano il YMCA persino più di quanto non lo detestasse Jędrychowski. I giovani Comunisti erano irritati dalle lezioni di inglese, dai club e dalle gare di biliardo. A Gdańsk, si lamentavano, l’organizzazione gestiva dormitori e sale da pranzo, e distribuiva abiti usati. A Cracovia aveva preso in affitto un edificio con un contratto per settantacinque anni. Benché non lo dicessero in questo modo, tutto ciò era di gran lunga più di quanto loro fossero capaci di fare.

Ci potevano essere stati timori più cupi: nel periodo immediatamente successivo alla rivoluzione bolscevica, un agente britannico di nome Paul Dukes si era servito del YMCA di Mosca come copertura per le sue attività di spionaggio, benché senza particolare successo. Ma i comunisti polacchi non avevano bisogno di conoscere quei fatti per trovare irritante il YMCA di Varsavia. Odiavano il YMCA perché andava di moda – ammesso che nella Varsavia del dopoguerra si potesse parlare di moda. Il YMCA di Varsavia era, ad esempio, la residenza di Leopold Tyrmand: scrittore, giornalista e flâneur2, nonché primo e più eminente critico polacco di jazz. In quell’edificio, che la guerra aveva lasciato a metà distrutto, Tyrmand aveva preso in affitto una stanza che era, come scrisse in seguito «due metri e mezzo per tre metri e mezzo – in altre parole: un buco. Ma accogliente». Tutto intorno non c’era altro che fango, polvere e le rovine di Varsavia: questo dava all’edificio, un semplice dormitorio per soli uomini, l’aria di un “hotel di lusso”. Non era granché, ma era pulito e tranquillo.

La sera, Tyrmand indossava calze dai colori sgargianti e pantaloni a sigaretta confezionati su misura per lui da un sarto che risiedeva a sua volta presso il YMCA, e scendeva al piano inferiore per assistere ai concerti di jazz. Lì, «tra mensa, la sala di lettura e la piscina, si aggiravano le ragazze migliori, vestite secondo la moda dello swing, in voga in quegli anni». Tanto il YMCA di Varsavia che quello di Lodz erano rinomati per questi concerti. Un estimatore affermò in seguito che assicurarsi un biglietto per un concerto al YMCA era «un sogno… era colto, elegante, estremamente divertente, anche senza alcool». Soprattutto, era spettacolo: «Non sapevamo nulla di Katyń, o di come si vivesse in un Paese libero; non avevamo passaporti, non avevamo libri o film nuovi, ma avevamo un bisogno naturale di cercare l’intrattenimento, il divertimento… ed era ciò che il jazz ci dava». Lo stesso Tyrmand scrisse in seguito che il Ymca rappresentava l’«autentica civiltà nel mezzo di una Varsavia devastata e troglodita, una città dove si abitava in topaie. Più di ogni cosa, ne apprezzavamo l’atmosfera comunitaria, la sportività, l’allegria».

Ma con nemici quali Jędrychowski e l’Unione della Gioventù Combattente, l’organizzazione non poteva durare. Già sotto pressione dal 1946, nel 1949 il YMCA fu dichiarato dalle autorità comuniste uno «strumento del fascismo borghese» – e quindi dissolto. Con una furia singolare, degna di Orwell, i giovani attivisti comunisti si scagliarono sul club martelli alla mano, e fecero a pezzi tutti i dischi di jazz. L’edificio fu affidato a qualcosa chiamato Lega degli Amici dei Soldati, e i suoi inqulini vennero importunati – inizialmente con dei rumori molesti di primo mattino, poi con l’interruzione della fornitura di acqua e di elettricità – affinché se ne andassero. Alla fine i giovani comunisti lanciarono dalla finestra dell’edificio gli oggetti di tutti i residenti ed eliminarono i letti.

Secondo la versione comune della storia dell’Europa orientale del dopoguerra, l’attacco al YMCA, che iniziò nel 1946-1947, non sarebbe dovuto accadere, poiché sino a tempi recenti la maggior parte degli storici che si occupano di quel periodo hanno diviso l’occupazione sovietica dell’Europa orientale in fasi. Prima, nel 1944-1945, all’indomani della sconfitta della Germania e della liberazione, ci fu un momento di “autentica democrazia”, poi un breve periodo di “finta democrazia”, come la descrisse una volta Hugh Seton-Watson, durante il quale emersero differenti tendenze politiche e parve che qualche gruppo di opposizione potesse avere una possibilità di sopravvivere. Nel 1947-1948 si assistette invece a un repentino cambiamento di rotta, e alla completa presa del potere da parte dei Comunisti: il terrore politico aumentò, i mezzi di comunicazione furono messi a tacere, le elezioni manipolate. Ogni pretesa di autonomia nazionale fu abbandonata.

Alcuni storici e politologi hanno attribuito quel cambiamento di clima politico all’inizio della guerra fredda, con il quale coincise. Talvolta questa imposizione dello stalinismo nell’Europa dell’Est è addirittura attribuita ai “guerrieri della guerra fredda” occidentali, la cui retorica aggressiva presumibilmente “costrinse” il leader sovietico a esasperare la propria presa sulla regione. Nel 1959 questa la sua tesi “revisionista” generale ricevette una forma classica per mano di William Appleman Williams, il quale sostenne che la guerra fredda non fosse stata causata dall’espansione comunista, ma dalla spinta americana verso l’apertura dei mercati internazionali. In tempi più recenti, un eminente studioso tedesco ha sostenuto che a causare la divisione della Germania non fu l’inseguimento delle politiche totalitarie da parte dell’Unione Sovietica nella Germania orientale dopo il 1945, ma l’incapacità delle potenze occidentali a sfruttare le aperture pacifiste di Stalin.

Ma qualsiasi attento esame di quanto stesse accadendo nei territori dell’Europa orientale tra il 1944 e il 1947 rivela le profonde lacune di queste argomentazioni – e oggi, grazie alla disponibilità degli archivi sovietici e di quelli dell’Europa orientale un attento esame è possibile. Le nuove fonti hanno aiutato gli storici a comprendere che l’iniziale periodo “liberale” in realtà non fu così liberale come talvolta è apparso a posteriori, o ai profani. Non tutti gli elementi del sistema politico sovietico furono importati nella regione appena l’Armata Rossa attraversò i confini.

In verità non esistono prove del fatto che Stalin intendesse creare in tutta fretta un “blocco” comunista, benché a Lublin, in Polonia, egli impiantò immediatamente un compiacente governo “provvisorio”. In un appunto del 1944 Ivan Maisky, vice ministro degli Esteri di Stalin, scrisse di prevedere che un giorno tutte le nazioni d’Europa sarebbero diventate Stati comunisti, ma solo dopo tre, o forse quattro, decenni. (Predisse inoltre che nell’Europa del futuro sarebbe esistita un’unica potenza di terra: l’Urss, e un’unica potenza di mare:la Gran Bretagna). Nel frattempo, secondo Maisky, l’Unione Sovietica avrebbe dovuto astenersi dal fomentare “rivoluzioni proletarie” nell’Europa dell’Est, e sforzarsi di mantenere buoni rapporti con le democrazie occidentali.

In ciascuna delle nazioni occupate dall’Armata Rossa l’Unione Sovietica introdusse tuttavia alcuni elementi chiave del sistema sovietico. Per prima cosa il Nkvd sovietico3 creò immediatamente, in collaborazione con i partiti comunisti locali, un corpo di polizia segreta a propria immagine, servendosi spesso di individui che aveva già addestrato a Mosca. In tutti i territori attraversati dall’Armata Rossa – persino in Cecoslovacchia, dalla quale le truppe sovietiche alla fine si ritirarono – questi poliziotti segreti freschi di nomina iniziarono immediatamente a usare una violenza selettiva, prendendo attentamente di mira i loro nemici politici, sulla base di liste e criteri precedentemente stabiliti.

In secondo luogo le autorità sovietiche, che per un breve periodo tollerarono in ogni nazione occupata l’uscita di giornali e riviste non comunisti, affidarono a dei comunisti locali di fiducia il controllo del mezzo di comunicazione più potente dell’epoca: la radio. La loro speranza era che con il tempo la radio, insieme ad altre forme di propaganda e alla riforma del sistema scolastico, avrebbe contribuito a convertire le masse al comunismo.

Terzo: ovunque fu loro possibile, le autorità sovietiche, sempre con l’appoggio dei partiti comunisti locali, attuarono delle forme di pulizia etnica di massa, allontanando milioni di tedeschi, polacchi, ucraini, ungheresi e altri dalle città e dai villaggi dove avevano vissuto per secoli. Camion e treni trasferivano questi individui e i loro miseri beni nei campi per rifugiati e in nuove abitazioni situate a centinaia di miglia da dove erano nati. Disorientati e lontani dai luoghi a loro familiari, i rifugiati furono più facilmente manipolabili e controllabili di quanto sarebbero stati in altre circostanze. Stati Uniti e Gran Bretagna furono in certa misura complici di tale politica – la pulizia etnica dei tedeschi sarebbe scritta nell’Accordo di Potsdam – ma in Occidente pochi, all’epoca dei fatti, compresero quanto la pulizia etnica sovietica si sarebbe rivelata capillare e violenta.

Infine, i sovietici e i comunisti locali presero di mira, perseguitarono e misero al bando molte delle organizzazioni indipendenti di quella che oggi chiameremmo la società civile: dai gruppi femminili alle associazioni atletiche, alle organizzazioni parrocchiali agli asili privati. In particolare concentrarono la propria attenzione, sin dai primissimi giorni dell’occupazione, sui gruppi giovanili: i giovani socialdemocratici, le organizzazioni giovanili cattoliche o protestanti, gli scout. Già prima di bandire i partiti politici indipendenti e di mettere fuori legge le organizzazioni di chiesa e i sindacati indipendenti, iniziarono a esercitare un rigido controllo sulle organizzazioni giovanili, imponendo loro delle rigorosissime limitazioni.

In molte delle nazioni occupate dall’Armata Rossa infatti, l’offensiva contro i gruppi giovanili iniziò ben prima che fossero implementate altre misure. Il Polska Ymca non era che uno dei tanti gruppi giovanili riemersi dalle macerie della guerra. In un’epoca che non conosceva ancora la televisione e i social media, nella quale molti non avevano accesso nemmeno a una radio, a giornali, a libri, musica e teatro, i gruppi giovanili rivestivano per i giovani adulti e gli adolescenti un’importanza che oggi fatichiamo a immaginare. Organizzavano feste, concerti, campi, club, gare sportive e gruppi di discussione come non potevano essere trovate da nessun’altra parte.

La scomparsa della Gioventù hitleriana e della sua branca femminile,la Legadelle Fanciulle

Tedesche, aveva lasciato un vero vuoto in Germania, dove sino alla fine della guerra quasi la metà dei giovani aveva partecipato agli incontri serali della Gioventù hitleriana e della Lega delle fanciulle tedesche. La maggior parte di questi giovani aveva anche trascorso le proprie estati e fine settimana in campi organizzati. Non appena le ostilità cessarono, gli ex membri e gli ex oppositori dei gruppi giovanili nazisti iniziarono a formare spontaneamente nelle città e nelle cittadine della Germania dell’Est e dell’Ovest delle organizzazioni antifasciste.

I primi di questi gruppi erano tedeschi, non sovietici, ed erano organizzati dagli stessi giovani. Gli adulti che li circondavano erano disperati. Un bambino tedesco in età scolare su cinque aveva perso il padre. Uno su dieci aveva il padre prigioniero di guerra. Qualcuno doveva iniziare a riorganizzare la società, e in assenza di autorità adulte il compito fu assolto da alcuni giovani particolarmente energici. A Neukölln, un distretto di Berlino ovest, un’organizzazione giovanile antifascista creata l’otto maggio del 1945 – il giorno precedente all’armistizio – il 20 maggio contava già seicento membri, aveva istituito cinque orfanotrofi e ripulito due stadi dalle macerie. Il 23 maggio, il gruppo diede una rappresentazione nel teatro di Neukölln, alla quale – oltre al pubblico comune – parteciparono alcuni dell’esercito sovietico.

Il giovane comunista Wolfgang Leonhard, arrivato a Berlino da Mosca a bordo dell’aereo del leader comunista tedesco Walter Ulbricht, incontrò qualche membro di questo gruppo di Neukölln. Si trattava dei primi attivisti politici non-sovietici che avesse mai incontrato:

Si sente l’autenticità dell’entusiasmo, abbinata a un sano realismo. Senza attendere direttive, i membri [del gruppo] hanno immediatamente compreso che la prima cosa da fare era di organizzare un approvvigionamento di viveri e acqua per alleviare i bisogni più urgenti della popolazione.

Tra le altre cose, Leonhard si stupì delle loro discussioni concrete e professionali: «In mezz’ora è stato fatto più che in tutte quelle infinite riunioni alle quali ero abituato in Russia». Gruppi analoghi iniziarono a organizzare la distribuzione di vettovaglie e lo sgombero delle macerie in tutta Berlino, città che per i primi due mesi dopo l’armistizio rimase interamente sotto il controllo dei sovietici. Gli alleati occidentali arrivarono a luglio, e solo allora la città fu divisa in zone di occupazione. A quel punto, secondo le autorità municipali berlinesi, già diecimila adolescenti di tutta la città si erano uniti a gruppi spontanei antifascisti.

Questi gruppi attirarono quasi immediatamente l’attenzione e i sospetti delle autorità sovietiche in Germania. Il 31 luglio l’Amministrazione militare sovietica diffuse una dichiarazione con la quale “permetteva” la formazione di gruppi antifascisti sotto la guida dei sindaci delle città, ma solo «seguito da formale richiesta». In altre parole, a meno di non ricevere un’esplicita autorizzazione, tutte le organizzazioni, i sindacati e le società sportive giovanili – persino i gruppi socialisti – erano messi al bando. Un’altra dichiarazione imponeva invece a tutti i gruppi giovanili di promuovere “l’amicizia” con l’Unione Sovietica. Dopo soli tre mesi di esistenza spontanea, questi gruppi auto-organizzati iniziarono a essere ricondotti sotto il controllo statale.

Leonhard, che per la prima volta in vita sua aveva incontrato la società civile spontanea, ricevette l’ordine di distruggerla. Quando la stessa sezione giovanile del Partito Comunista non riuscì a trovare dei seguaci, il futuro leader della Germania dell’Est, Erich Honecker, all’epoca incaricato di radunare i gruppi giovanili, iniziò a organizzare furtivamente un movimento popolare “spontaneo” per unificare la gioventù tedesca. La spinta fu l’unificazione di tutti i gruppi giovanili tedeschi sotto un unico ombrello sarebbe nata in Sassonia, e avrebbe richiesto petizioni, incontri e discorsi. I leader giovanili più in vista furono incoraggiati a inviare alle autorità sovietiche delle lettere con cui chiedevano la nascita di un unico gruppo giovanile non settario.

Una volta che le autorità militari sovietiche avessero acconsentito a questo piano, i leader giovanili “borghesi” non avrebbero avuto altra scelta che unirsi a loro: tutti i giovani avrebbero fatto parte del nuovo gruppo, e la relativa debolezza dei giovani comunisti non sarebbe più apparsa così evidente. Quando Ulbricht tornò da Mosca con il permesso ufficiale di portare il gruppo giovanile sotto il controllo comunistala Gioventù TedescaLibera (Freie Deutsche Jugend, o Fdj) era nata.

Il richiamo “spontaneo” all’unità colse di sorpresa gli altri leader giovanili. Durante un incontro indetto per discutere della faccenda, Honecker affermò che “molti” gruppi reclamavano un unico movimento giovanile tedesco libero, e quando i leader dei giovani cristiano-democratici e socialdemocratici affermarono di non essere a conoscenza di nessuna richiesta del genere, furono loro mostrati diversi cestini contenenti centinaia di lettere. «La sorpresa funzionò», affermò in seguito Manfred Klein, un giovane cristiano-democratico in vista. «All’epoca non avevamo fatto i conti con una simile possibilità». Diversi gruppi di giovani – cristiano-democratici, socialdemocratici, comunisti – decisero così di partecipare al congresso fondatore, debitamente organizzato, e altrettanto fecero, con un certo scetticismo, i rappresentanti dei giovani cattolici e luterani. Klein discusse della riunione con Jakob Kaiser, all’epoca leader dei cristiano-democratici di Berlino, il quale accettò di prendervi parte ma mise in guardia Klein: «Nessuno di noi sa quanto questo durerà».

Il primo incontro si tenne nel Brandeburgo nell’aprile del 1946, e si aprì all’insegna dell’ottimismo. Iniziò con un canto (“La ballata della gioventù libera”) e con la scelta unanime di un comitato che comprendeva Klein e Honecker. Ci furono diversi discorsi di benvenuto. Il colonnello Sergei Tulpanov, commissario culturale delle forze di occupazione sovietiche, disse ai giovani che «l’ideologia di Hitler ha lasciato segni profondi nella coscienza della gioventù tedesca», e con un certo tono di sufficienza si complimentò con i presenti per averne preso le distanze. «Sappiamo quanto avete lavorato duro per epurarvi da tutto ciò». Ai discorsi di benvenuto ne fecero seguito altri: sui successi compiuti dai giovani, sull’importanza di includere le ragazze, sulla necessità di un’industria nazionalizzata, sulla perfidia dell’Occidente. Molti degli oratori si rivolgevano ai presenti come “compagni”. Uno o due rappresentanti cattolici si alzarono per intervenire. Sì, vogliamo unirci, disse uno di loro. «Unirci in nome dell’amore perla Germania».

Tuttavia, benché all’interno della sala il clima fosse conciliatorio, nei corridoi non lo era altrettanto, e il terzo giorno l’atmosfera si era fatta pesante. Quel mattino, alcuni dei delegati comunisti più radicali si radunarono in una sala a parte; durante quell’incontro uno di loro si lamentò dei leader dei gruppi religiosi. Pensava che avrebbero dovuto essere espulsi. I rappresentanti comunisti gli risposero di non preoccuparsi: i giovani religiosi sarebbero stati tenuti sotto controllo: «Colpiremo le chiese dieci volte al giorno, sino a quando non crolleranno. E quando avremo nuovamente bisogno di loro gli faremo qualche carezza, sino a quando le loro ferite si saranno rimarginate».

Sfortunatamente uno dei giovani leader cattolici udì queste parole, prese appunti e riferì ai suoi colleghi. Klein e diversi leader cattolici annunciarono che si sarebbero rifiutati di unirsi alla nuova organizzazione. Dopo uno scambio di urla ci fu l’intervento di un ufficiale sovietico, il maggiore Beylin, il quale promise ai cattolici che avrebbero goduto di una certa autonomia all’interno dell’organizzazione, convincendoli a rimanere. Nel 1946 gli occupanti sovietici erano desiderosi che la loro zona di occupazione apparisse almeno democratica e sfaccettata.

Quel desiderio non durò a lungo. Alla fine, il congresso elesse al consiglio centrale dell’organizzazione sessantadue membri, più di cinquanta dei quali erano comunisti o socialisti. I comunisti si accaparrarono inoltre tutti gli incarichi importanti. Honecker, un comunista dalla cieca devozione, divenne il leader della Gioventù tedesca libera, e continuò a occupare quella carica anche quando giovane non era più (rassegnò le dimissioni dalla Gioventù tedesca libera nel 1955, all’età di quarantatré anni). A Bogensee fu rapidamente inaugurata una scuola di addestramento della Gioventù tedesca libera, dove, ricorda Klein, «le vere intenzioni di Honecker e dei suoi compagni divennero ben presto evidenti… I ragazzi e le ragazze venivano addestrati nell’ideologia marxista-leninista e ricevevano precise direttive su ciò che dovevano fare per aiutare il socialismo a imporsi all’interno delle imprese e del Paese».

Gli altri gruppi furono semplicemente sciolti. Nella primavera del 1946 le autorità sovietiche scoprirono che in Sassonia esisteva un gruppo giovanile evangelico non censito: i Decisi per Cristo (Entschieden für Christus), che organizzavano discussioni sulla Bibbia e incontri di preghiera. «[La scoperta] dimostra che il controllo sulle attività delle organizzazioni tedesche è debole», dichiararono le autorità sassoni, che misero immediatamente al bando l’organizzazione. A Lipsia, un gruppo che aveva fondato una cellula “indipendente” della Gioventù tedesca fece la stessa fine, benché i suoi leader sostenessero che i propri membri avessero delle inclinazioni più intellettuali rispetto ai “lavoratori” della Gioventù tedesca libera, e esigessero quindi un’organizzazione ad hoc. Un rapporto sovietico lamentava il fatto che molti dei gruppi affiliati alla religione agissero «ben al di fuori del contesto della religione» e si dedicassero ad «una lavoro culturale-politico con i giovani», che è naturalmente ciò che i gruppi giovanili di chiesa avevano sempre fatto.

Nell’inverno del 1946, le autorità sovietiche a Karlshorst, informarono la nuova amministrazione culturale tedesca – organo della burocrazia tedesca creato per implementare le politiche Sovietiche – che qualsiasi tipo di gruppi artistici e culturali, che si rivolgessero ai bambini, ai ragazzi o agli adulti, erano illegali a meno di non essere affiliati a “organizzazioni di massa”, comela Gioventù TedescaLibera, l’organizzazione sindacale ufficiale o il Kulturbund: il sindacato ufficiale della cultura, «altrimenti non possono essere controllati».

Un’ispettrice tedesca inviata in quel periodo dai comunisti per valutare la situazione delle “associazioni” rimase particolarmente inorridita dalla quantità di club scacchistici indipendenti, e fece appello alle autorità culturali sovietiche e tedesche affinché li eliminassero – insieme a quelli dedicati allo sport e al canto. Il compito non fu portato a termine prima del 1948-1949. Altre organizzazioni apolitiche furono invece messe al bando immediatamente; i club di escursionismo, ad esempio, furono rigorosamente vietati. Presumibilmente perché la Gioventùhitleriana aveva una particolare predilezione per le escursioni (benché un tempo i Wandervogel, i famosi circoli tedeschi dedicati all’escursionismo e alla natura, fondati alla fine del diciannovesimo secolo, avessero sia tendenze di sinistra, che proto-naziste).

Klein continuò a lavorare all’interno del sistema. Benché frustrato dal suo ruolo di “cristiano esemplare” all’interno della Gioventù Tedesca Libera, trascorse buona parte del proprio tempo tentando di organizzare gli altri “cristiani esemplari” in un blocco che avesse diritto di voto. Si diede anche da fare affinchéla Gioventù TedescaLibera rimanesse aperta a diversi tipi di giovani, ma invano. A quasi un anno esatto dalla sua fondazione, il breve esperimento sovietico-tedesco basato su una politica giovanile non settaria si concluse. Il 13 marzo del 1947 il Nkvd arrestò Klein, insieme ad altri quindici leader cristiano-democratici. Un tribunale militare sovietico lo spedì in un campo di lavoro. Vi rimase per nove anni, ritornando nel 1956. Trascorse il resto della sua vita a Berlino Ovest.

All’inizio degli anni Cinquanta, gli uomini della polizia segreta dell’Europa dell’Est erano pronti a portare a termine il compito da loro iniziato nel 1945: l’eliminazione di tutte le istituzioni indipendenti a carattere sociale o civico che rimanevano, e l’esclusione dalla vita pubblica di chiunque ancora simpatizzasse con queste.

(Traduzione di Marzia Porta)

 

 

1. La YMCA, acronimo di Young Men’s Christian Association (Associazione Giovanile Maschile Cristiana) è una organizzazione cristiana ecumenica, fondata in Inghilterra nel 1884, che mira a fornire supporto ai giovani e alle loro attività [Fonte Wikipedia]. N.d.R.

2. Il termine flâneur deriva dal francese, significa letteralmente “passeggino”, “lettino”, “fannullone”, e a sua volta deriva dal verbo francese flâner, che significa “passeggiare”. Il flâneur è, prima di tutto, una figura letteraria del XIX secolo in Francia, ricorrente spesso in molte immagini che ritaggono le strade di Parigi di quegli anni. È essenzialmente un uomo ricco, un dandy, amante del tempo libero, uno scansafatiche, un esploratore urbano e grande conoscitore della città in cui vive. È stato lo studioso Walter Benjamin, ispirandosi ad una poesia di Charles Baudelaire, a far divenire la figura del flâneur oggetto di studio nel XX secolo, rendendolo una figura emblematica delle grandi città e della vita moderna. N.d.R

3. Narodnyj Komissariat Vnutrennich Del, Commissariato del popolo per gli affari interni, corpo di polizia segreta dell’Unione Sovietica, dopo la morte di Stalin prenderà il nome KGB (Komitet gosudarstvennoj bezopasnosti). N.d.T.

 

ANNE APPLEBAUM giornalista americana, columnist de ‘The Whashington Post’ e ‘Slate’, vincitrice del premio Pulitzer nel 2004 per il suo saggio Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici (Mondadori, 2005).

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