Deborah Cohen

Di più è di più

da ''The New York Review of Books''

Empire of Things: How We Became a World of Consumers, from the Fifteenth Century to the Twenty-First by Frank Trentmann Harper, pp. 862, $40.00

Il detto “meno è di più” è solitamente attribuito a Ludwig Mies van der Rohe, che nel 1947 riassunse i principi del minimalismo in un’intervista con Philip Johnson. Nessuno sa invece chi abbia coniato il suo irriducibilmente esuberante, persino volgare, frutto: “Di più è di più”. È stato variamente attribuito all’architetto Robert Venturi, allo stilista Gianfranco Ferré, al romaziere Stanley Elkin, alla graphic designer Deborah Sussman, e talvolta alla sfavillante regina dello sfarzo in persona: Dolly Parton.

L’architetto e designer Ludwig Mies van der Rohe (1886-1969), tra i capiscuola del Movimento Moderno

Sia “Meno è di più” che “Di più è di più” sono gli slogan di una società consumistica sovrastata da un’abbondanza inimmaginabile. Dopo la Seconda guerra mondiale, “Meno è di più” suggeriva il disagio verso la ricchezza di massa: contenersi divenne un emblema di raffinatezza. Due decenni di ininterrotta prosperità dopo, “Di più è di più” si è fatto gioco del suo genitore moderato. Ma è anche una descrizione azzeccata del modo in cui noi viviamo ora. Anche se ti consideri un consumatore parco, devi tenere presente tutte le risorse utilizzate per creare il nostro mondo materiale: l’acciaio per costruire le nostre case (specialmente quelle di Mies), il gas naturale per accendere le nostre caldaie, l’alluminio nei nostri smartphone e tablet. Nei paesi più ricchi del mondo, il consumo è esploso di più di un terzo negli ultimi decenni, al punto che nel 2010, ogni persona, nelle 34 nazioni più ricche, ha consumato più di 100 chili di materiali vari ogni giorno.

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