Fintan O'Toole

L’imitatore del maschio

da ''The New York Review of Books''

 

Ernest Hemingway: A Biography di Mary V. Dearborn, Knopf, 738 pp., $35.00

Ernest Hemingway: A New Life di James M. Hutchisson, Pennsylvania State University Press, 292 pp., $37.95

Writer, Sailor, Soldier, Spy: Ernest Hemingway’s Secret Adventures, 1935–1961 di Nicholas Reynolds, William Morrow, 357 pp., $27.99

The Short Stories of Ernest Hemingway: The Hemingway Library Edition a cura di Seán Hemingway, Scribner, 576 pp., $32.00

 

Non credo che la National Rifle Association abbia mai pensato di invitare un vincitore ufficiale del Nobel per la letteratura. Ma se lo avesse fatto non c’è dubbio che avrebbe scelto Ernest Hemingway. C’è un libro illustrato da esposizione, pubblicato da Shooting sportsman nel 2010, chiamato Hemingway’s guns. È un catalogo, dagli inquietanti toni feticistici, delle armi da fuoco del grande scrittore, accuratamente dettagliato e riccamente illustrato: i Browning Auto-5, le pistole Colt Woodman, le doppiette Winchester 21, i Merkel a canna sovrapposta, il Beretta S3, i fucili Mannlicher-Schoenauerm, il .577 Nitro Express con il quale fantasticava di uccidere il senatore Joe McCarthy, l’imponente Mauser, il mitragliatore Thompson con il quale sosteneva di sparare agli squali.

 

Hemingway assieme a Gary Cooper

 

In una foto sta brandendo il suo Browning Superposed con Gary Cooper, in un’altra mostra il suo fucile a pompa Model 12 a un’ammirata bellezza hollywoodiana: “A Hemingway piaceva insegnare alle donne a sparare – e cosa un uomo non sarebbe felice di insegnare a Jane Russell?” Ecco il Griffin and Howe .30-06 Springfield – “già sporco di sangue d’alce, cervo e orso” – puntato su un rinoceronte morto. L’unica arma sulla cui identità gli autori sembrano insicuri è quella con cui si è tolto la vita nel 1961.

 

La particolare variante di Hemingway del romanticismo americano era in profonda connessione con il mondo naturale, espressa attraverso un violento assalto ad esso. In uno dei suoi racconti, Padri e figli, ancora illuminante, troviamo il suo alter ego Nick Adams guidare attraverso il paesaggio e “andare a caccia per il paese nella sua testa mentre lo attraversava”. È stata questa rapacità a rendere Hemingway tanto celebre ai suoi tempi come metro di paragone della virilità americana. Come David Earle ha mostrato in All Man!, le riviste per uomini degli anni ’50 avevano titoli di prima pagina come “Hemingway: Il maschio numero uno d’America” e “Il petto villoso di Hemingway”.

 

Eppure è questa stessa maschera da maschio alpha e il suo irrefrenabile desiderio di possedere le donne e sconfiggere la natura a rendere Hemingway una figura tanto fastidiosa. È difficile simpatizzare con l’Hemingway che telegrafò alla sua terza moglie, la brillante giornalista Martha Gellhorn, mentre lei era inviata come corrispondente durante la seconda guerra mondiale: “SEI UNA CORRISPONDENTE DI GUERRA O LA MOGLIE NEL MIO LETTO?” Ancora più difficile è non rimanere disgustati davanti ai racconti delle stragi di leoni, leopardi, ghepardi e rinoceronti compiute da Hemingway in Africa o all’imperturbabile rivelazione fatta da Mary Dearborn sul destino di diciotto lampughe catturate da Hemingway e dai suoi amichetti al largo di Key West: “Le usarono come fertilizzante per le aiuole [della sua seconda moglie] Pauline”.

 

Martha Gellhorn in Italia durante la seconda guerra mondiale

 

Aggiungete alle prove schiaccianti che Hemingway negli ultimi decenni fu, nelle parole della sua quarta moglie Mary, “aggressivo, brutale, abusivo ed estremamente infantile” e la storia della sua vita diventa ancor più disturbante. Eppure la fame di biografie su Hemingway appare illimitata. Sembrava che Michael Reynold avesse detto tutto ciò che valeva la pena di dire nella sua biografia in cinque volumi, pubblicata tra il 1986 e il 1999, ma nuovi libri continuano a uscire. Questi hanno fatto emergere il problema che Gellhorn ha spiegato in una lettera a sua madre quando lei stava per divorziare da Hemingway: “Un uomo deve davvero essere un grande genio per bilanciare l’essere un individuo tanto disgustoso”.

 

Il continuo scavare nella vita di Hemingway crea il pericolo della contaminazione: la disgustosa melma della sua personalità potrebbe emergere dal genio de Il sole sorgerà ancoraAddio alle armi, e i tanti magnifici racconti. A meno che, in fondo, non riusciamo a vedere attraverso le ipocrisie del maschio numero uno d’America la tragedia della virilità che andò in scena nella vita di Hemingway e nelle sue opere migliori.

 

All’inizio della sua veloce nuova biografia, James Hutchinsson racconta un aneddoto che puzza di pesce tanto quando il marlin morto ne Il vecchio e il mare. Mette in mostra il contrasto fisico e psicologico tra il super-virile Hemingway e il debole James Joyce a Parigi a metà degli anni ’20: benché Hemingway prendesse spesso in giro il fragile fisico dell’irlandese, ciò offriva comunque opportunità di divertimento e scherzi quando andavano a bere assieme, come spesso facevano. Quando Joyce si ubriacava e veniva sfidato da qualche sconosciuto in un caffè a sistemare le cose da uomini, delegava semplicemente il suo compagno, dicendo: “Veditela con lui, Hemingway! Veditela con lui!”

 

Davvero Joyce andava in giro a cercare risse nei bar? Se è così, i suoi biografi non se ne sono accorti. Michael Reynolds, nel suo autorevole Hemingway: The Paris Years, non menziona mai questo prezioso aneddoto. L’origine del racconto, da quanto posso capire, nasce trent’anni dopo dalla sbruffoneria di Hemingway. Lo ha raccontato in un’intervista al Time quando ha vinto il Premio Nobel nel 1954. E dal contesto si capisce che è ovviamente falso. Il racconto del fragile irlandese che si nasconde dietro il virile americano è parte di una citazione più lunga nella quale Joyce avrebbe detto a Hemingway che “aveva paura che i suoi [di Joyce] scritti fossero troppo provinciali e che forse avrebbe dovuto viaggiare e vedere il mondo”. Nora, la futura moglie di Joyce, stava ascoltando e gli diede ragione: “Sua moglie era là e disse che sì, il suo lavoro era troppo provinciale – ‘Jim avrebbe davvero bisogno di andare un po’ a caccia di leoni’”.

 

Hemingway posa con un leone appena abbattuto durante un safari in Africa nel 1933

 

Ciò che rende l’intera storia chiaramente falsa è che le prime imprese di Hemingway come cacciatore di leoni risalgono al 1933, circa un decennio dopo questa presunta conversazione. Essenzialmente, i Joyce avrebbero ammesso a metà degli anni ’20 che Joyce sarebbe stato uno scrittore ben migliore se solo fosse stato di più come l’Hemingway dei decenni successivi, il vero maschio cacciatore che gira per il mondo, e meno come il debole ragazzo che aveva bisogno del suo amico più grosso per “risolvere le cose da uomini” al suo posto.

 

In un certo senso, questo episodio non ci dice altro se non che Hemingway era un bugiardo compulsivo e che Hutchisson si dimostra sciocco a credere alle sue vanterie. L’idea di un Joyce che partecipa a un safari suggerisce la possibilità di un gioco: Proust nello spazio, Kafka in discoteca. Ma dietro si cela un’immensa tristezza. Perché questa infelice menzogna sta al posto di qualcosa che potrebbe essere stato reale: Hemingway aveva un legame profondo con Joyce. I suoi primi – e migliori – due romanzi, Il sole sorgerà ancora Addio alle armi, presuppongono ciò che Joyce aveva fatto in Ulisse. Come Hemingway ammise a George Plimpton in una celebre intervista nel 1958, “l’influenza del lavoro [di Joyce] è stata che ha cambiato tutto, e ha reso possibile abbandonare tutte le restrizioni”.

 

Queste restrizioni riguardavano in parte la franchezza riguardo al sesso e al corpo, e in parte riguardavano lo stile. Hemingway fece un uso magnifico della libertà che Joyce aveva creato. Il tono dei suoi magistrali racconti su Nick Adams viene da Gente di Dublino: è impossibile immaginare il suo primo testo perfettamente riuscito, Campo indiano, ad esempio, senza Arabia, e possiamo capire con precisione dall’introduzione che Séan Hemingway ha fatto per la nuova edizione dei racconti, quanto brutalmente suo nonno avesse tagliato otto pagine dall’inizio della storia per gettare il lettore, come fa Joyce, direttamente nel mezzo dell’azione. Il lungo monologo interiore della moglie di Harry Morgan, Marie, che conclude Avere e non avere, può non essere un degno erede di quello di Molly Bloom in Ulisse, ma Joyce ha almeno dato a Hemingway il permesso di provarci.

 

Comunque sia, anche queste influenze potrebbero essere meno importanti di qualcos’altro che Joyce diede a Hemingway: una particolare idea di mascolinità. Quell’idea è l’opposto del personaggio che Hemingway successivamente avrebbe forgiato – l’eroe che “risolve le cose da uomo”. Joyce ci dà, con Leopold Bloom, l’eroe che non risolve nulla e che non è per niente virile, l’ometto pacifista che vive solo con il tradimento di Molly con Blazes Boylan. La grande tragedia di Hemingway è che si è immerso a fondo in questa mancanza di virilità, ma poi trasformò se stesso in una parodia della reale mascolinità che aveva sovvertito. Nonostante tutto il suo parlare di coraggio, il suo potrebbe essere stato il peggior crollo nervoso della letteratura nel ventesimo secolo.

 

Hemingway aveva un accesso immaginativo a due cose che nascondeva dietro la sua eccentrica immagine pubblica – una sessualità complessa e un profondo trauma. Dalla pubblicazione nel 1986 del suo romanzo incompiuto Il giardino dell’Eden, a cui aveva lavorato irregolarmente dal 1945 al 1961, è risultato ovvio che fosse conquistato dall’eccitazione di attraversare i confini sessuali. Il vero maschio era nelle sue fantasie almeno in parte un travestito. Era già chiaro che Hemingway fosse attratto dal potenziale erotico dell’androginia. In Addio alle armi, Frederic e Catherine parlano di farsi crescere i capelli della stessa lunghezza, così da poter essere identici. Nel racconto The last good country, la sorella di Nick Adam si taglia i capelli così da assomigliargli – “Sono un ragazzo anch’io” – e Nick risponde: “Mi piace molto”. Ma è Il giardino dell’Eden che porta tutto questo ancora più in là. Catherine si taglia i capelli per averli come suo marito David, ma diventa poi un ragazzo, Peter, e David diventa una ragazza, anche lei chiamata Catherine. David/Catherine è penetrato da suo marito/moglie: “Giace là e sente qualcosa e poi sente la mano di lei tenerlo e cercare più in basso e la aiuta con le sue mani e poi si stende nel buio e non pensa a nulla e solamente sente il peso e la stranezza dentro e lei dice: ‘Ora non sai distinguere chi è chi, no?’”

 

Lo scherno di Zelda Fitzgerald a Hemingway, che lo definisce un “finocchio con i peli sul petto”, è volgare e sbagliata, ma non più della caricatura fatta da Hemingway di se stesso come l’uomo più vero del pianeta.

 

La nuova biografia di Mary Dearborn, equilibrata e accurata, rintraccia in maniera convincente questo interesse già nell’infanzia di Hemingway e nel modo in cui la tremenda madre Grace insisteva a trattare Ernest e sua sorella maggiore Marcelline come se fossero gemelli, tagliando loro i capelli allo stesso modo e insistendo che fossero nelle stesse classi a scuola. La forte antipatia che Ernest sviluppò per Marcelline può essere la prima espressione di questa tendenza a reagire ai desideri complessi ribaltandoli nell’estremo opposto.

 

Ernest e Marcelline, che la madre trattava come due gemelline

 

Ma la complessità sessuale di Hemingway può anche essere legata alla sua esperienza durante la Seconda guerra mondiale. Ovviamente detestava l’idea di esserne stato traumatizzato. In parte lo detestava perché era un cliché. C’è tanta stanchezza quanto umorismo nel modo neutro in cui il narratore de Il sole sorgerà ancora, Jake Barnes, racconta il suo primo incontro con Brett Ashley: “Avremmo probabilmente continuato e discusso della guerra e saremmo stati d’accordo che era in realtà una calamità per la civilizzazione, e forse sarebbe stato meglio evitarla”. È comprensibile che Hemingway, la cui famiglia era stata martoriata nel corso delle generazioni dalla malattia mentale e dal suicidio, non volesse essere ridotto a un caso di studio. Nell’intervista al Time del 1954, chiese: “Ti piacerebbe se qualcuno dicesse che tutto quello che hai fatto nella tua vita è stato fatto a causa di un trauma? Non voglio ridurmi a essere un Legs Diamond della letteratura” (Diamond è stato un gangster noto per essere sopravvissuto a numerose ferite da arma da fuoco).

 

Quando lo studio fatto su di lui da Philip Young apparve nel 1959, Hemingway obiettò in una lettera ad Harvey Breit: “P. Young: è tutto trauma. Di certo un sacco di traumi nel 1918 ma sintomi assenti dal 1928”. Ma se l’esasperata virilità era un tentativo di sfuggire alla propria attrazione per l’androginia, le esasperate pose da uomo d’azione, il costante ritorno a luoghi di morte e pericolo, erano sicuramente sintomi della lunga gittata delle sue vecchie esperienze di guerra.

 

Hemingway aveva 18 anni – secondo i nostri standard era a malapena uscito dall’infanzia – quando arrivò in Italia nel giugno del 1918. Al suo primo giorno, prima che potesse aggregarsi alla sua unità della Croce Rossa, venne convocato sulla scena dell’enorme esplosione in una fabbrica di munizioni dodici miglia fuori Milano. Il suo primo assaggio della guerra fu la raccolta dei brandelli dei corpi dei lavoratori. Hutchisson cita il diario di un compagno di Hemingway, Milford Baker: “Sul filo spinato che delimitava il terreno a 300 iarde dalla fabbrica erano appesi pezzi di carne, parti di teste, braccia, gambe, schiene, capelli e interi torsi. Prendemmo una barella e iniziammo a raccogliere i frammenti. Il primo che vedemmo fu il corpo di una donna, senza gambe, senza testa, le interiora che fuoriuscivano. Hemmie ed io quasi svenimmo, ma stringemmo i denti e posammo quella cosa sulla barella…

 

Dearborn, in maniera piuttosto stupefacente, relega questo episodio a un singolo paragrafo della sua poderosa biografia, e limita il suo commento a un’osservazione così superficiale da lasciare allibiti: “Ernest si mise al lavoro col groppo in gola”. Sembra più probabile che un ragazzino che non aveva mai visto una morte violenta, lasciato solo a raccogliere un tronco umano con le interiora penzolanti, e che “quasi svenne” a quella vista, ne fosse profondamente colpito.

 

Quando Hemingway utilizzò questa esperienza nel racconto/saggio Una storia naturale dei defunti, lo fece all’interno di una cornice di esagerata oggettività scientifica. La narrazione comincia: “Mi è sempre sembrato che la guerra fosse stata ignorata come terreno d’osservazione per il naturalista”. Il passaggio che affronta l’incidente passa rapidamente da “io” a “noi” e non dice nulla riguardo al quasi svenimento. Cerca un tono freddo e neutrale: “Ricordo che dopo che avemmo cercato piuttosto meticolosamente l’intero cadavere, ne avevamo raccolti solo frammenti. Molti di questi erano stati staccati da un grosso recinto di filo spinato che aveva delimitato l’area della fabbrica e dalle cui parti ancora in piedi raccogliemmo molti di quei pezzi staccati…”Vale la pena notare la (inconsapevole?) ripetizione della parola “staccati” – la prima volta nella forma passiva per distanziarci dall’azione di effettiva raccolta di parti del corpo dal filo spinato compiuta da Hemingway e dai suoi colleghi, la seconda per allontanare quei “pezzi” dal genere umano a cui erano appartenuti fino a poco prima. C’è qualcosa di poco convincente nella prosa, qualcosa presa dal panico nella necessità di un tale isolamento dalla realtà descritta. E questa presa di distanza diventa completamente folle quanto Hemingway si mette a scrivere, con una surreale gioiosità, che “il piacevole, per quanto polveroso, viaggio attraverso la bella campagna lombarda […] è stato la compensazione per la sgradevolezza del compito”. Quando, in una prima bozza della storia pubblicata dalla nuova edizione di Séan Hemingway, suo nonno scrive: “E pensando a ciò che avevo visto, non sono mai stato molto impressionato dai cosiddetti orrori”, è semplicemente difficilissimo credergli.

 

Hemingway durante la sua convalescenza a Milano, nel 1918

 

Inoltre, ciò che colpisce tanto della narrazione in Una storia naturale dei defunti è che stranamente prefigura il suo interesse per i capelli come simbolo dell’inversione sessuale: “Riguardo al sesso dei defunti è un fatto che si diventa tanto abituati alla vista di tutti quegli uomini morti che la vista di una donna risulta piuttosto scioccante. Ho visto per la prima volta l’inversione dell’usuale sesso dei defunti dopo l’esplosione di una fabbrica di munizioni che si trovava nella campagna vicino a Milano […] Devo ammettere, in tutta franchezza, che lo shock fu scoprire che quei cadaveri erano donne invece che uomini. In quel periodo le donne non avevano ancora cominciato a tagliarsi i capelli corti, come avrebbero fatto più tardi per diversi anni in Europa e in America, e la cosa più disturbante, forse perché era la più usuale, era la presenza e, ancor più disturbante, l’occasionale assenza di questi lunghi capelli.

 

Qui possiamo vedere gli interessi erotici segreti di Hemingway – l’inversione di genere, la feticizzazione dei capelli – intrecciarsi con la violenza estrema e un orrore barocco. Non c’è bisogno ridurre tutta la sua vita ai traumi per capire quanto potente quel turbamento deve essere stato per un ragazzino. Non c’è da stupirsi che la carriera da bugiardo infantile di Hemingway fosse cominciata dopo che alla sua ferita psicologia si assommò quella reale del luglio del 1918, quando fu colpito da uno shrapnel e da dei colpi di mitra. Cominciò a raccontare storie di fasullo eroismo e non si è mai più fermato davvero. Quando la sbruffoneria non era abbastanza, si buttava in avventure spericolate, facendo safari, diventando (illegalmente) un combattente nella seconda guerra mondiale, e accumulando sempre più ferite al cervello che sicuramente hanno accelerato la sua discesa nella follia.

 

Stranamente, il vantarsi talvolta oscurava la realtà che era già abbastanza ragguardevole di per sé: mentre Dearborn, ad esempio, nega il coinvolgimento di Hemingway al tempo della guerra con il NKVD, predecessore del KGB (“Il collegamento con il NKVD non ha mai davvero dato frutti”), l’affascinante nuova ricerca di Nicholas Reynolds in Writer, Sailor, Soldier, Spy mostra che in realtà egli stava lavorando sia per i russi che per gli americani: incontrò infatti il vice segretario del Partito Comunista Cinese per il NKVD in un viaggio in Cina come giornalista nel 1940, anche se due anni dopo stava realizzando bizzarri resoconti per l’FBI sulle spie tedesche a Cuba (in una, suggeriva di usare giocatori di jai alai per gettare bombe contro gli U-boats).

 

Hemingway aveva visto abbastanza azione per non avere la necessità di fare dichiarazioni ridicole come quella sulla sua liberazione di Parigi dai nazisti fatta da solo, come Man’s Magazine sostenne in un’edizione intitolata La guerra privata di Ernest Hemingway contro Adolf Hitler: “Quando gli alleati entrarono a Parigi, trovarono un cartello con scritto ‘PROPRIETÀ DI ERNEST HEMINGWAY’”. La verità che più delle altre è nascosta dalla puerile spacconaggine, però, è la tenerezza della migliore narrativa di Hemingway, il suo capovolgimento di tutte quelle idee di eroica mascolinità. Nel suo triste libricino Papa: A personal memoir, uno dei figli di Hemingway, Gregory, che era un transessuale, scrisse: “Quello che volevo davvero essere era un eroe di Hemingway. Ma che diavolo è un eroe di Hemingway? […] Un eroe di Hemingway è lo stesso Hemingway”. In questo si sbagliava. L’eroe di Hemingway, almeno nelle sue opere principali, è molto lontano dal super-maschio dal petto villoso che suo padre fingeva di essere.

 

La copertina di Man’s Magazine dedicata alla supposta ‘guerra privata di Ernest Hemingway contro Adolf Hitler’

In uno dei suoi racconti migliori, La breve vita felice di Francis Macomber, Wilson, il grande cacciatore bianco alla Hemingway, non è l’eroe. L’eroe, Macomber, è un codardo e un cornuto. Ne Il sole sorgerà ancora, il personaggio centrale Jake non ha il pene. E questo non è, come sarebbe stato in qualunque romanzo prima di Hemingway, un simbolo o una ragione di scherno, – è una realtà umana evocata con raffinata sottigliezza e lasciata intuire con semplice dignità. L’introduzione di Hemingway a questo fatto è un grande esempio di tatto artistico. Nel terzo capitolo, la prostituta Georgette dice: “‘È un peccato tu sia malato. Ci troviamo bene. Qual è il tuo problema, comunque?’ ‘Sono stato ferito in guerra’, dissi”. Nel capitolo successivo, Jake si sta spogliando e si guarda allo specchio. Il genio di Hemingway sta nel rivelarci la “ferita” di Jake mentre il narratore sta pensato al mobilio, così che quello che vede nel suo riflesso – il se stesso mutilato – si mescola con i pensieri banali sullo specchio nel quale sta guardando: “Svestendomi, mi guardavo nello specchio del grande armadio a fianco del letto. Era un modo tipicamente francese di arredare una stanza. Anche pratico, immagino. Di tutti i modi di essere feriti. Immagino fosse divertente. Mi sono messo il pigiama e infilato a letto.

 

Il ritmo della prosa viene qua da Leopold Bloom, ma Hemingway va anche più in là di quanto avesse fatto Joyce con Bloom rendendo il maschio demascolinizzato una presenza viva e sfrontata in letteratura. Jake ricorda un ufficiale italiano che gli disse che aveva sacrificato alla causa più della vita perdendo il suo pene – ma il libro ci dice che la vita, dopotutto, è più di un pene.

 

Questa accettazione della devirilizzazione arriva, in Addio alle armi, all’ultimo tradimento dell’orgoglio maschile, la diserzione dal fronte. Probabilmente il miglior singolo passaggio in Hemingway riguarda la fuga dalla guerra. La lunga descrizione della ritirata dell’esercito italiano dalla disastrosa sconfitta di Caporetto è da solo un pezzo di bravura e vale la pena notare che tutta l’esaltazione di Hemingway di una vera esperienza di prima mano sia costruita con le testimonianze di altre persone. È anche un addio al valore e alla potenza e a una virilità che si esprime con stoicismo. I carabinieri che interrogano i soldati in ritirata e giustiziano sommariamente quelli che sospettano di tradimento sono esempi di freddezza e coraggio, rendendo queste qualità scioccanti. La parola “staccati” ritorna con tutta la sua risonanza psicotica: “Fino a quel momento avevano giustiziato tutti quelli che avevano interrogato. Gli interroganti avevano quel meraviglioso distacco e quella rigida devozione alla giustizia che è familiare a chi dispensa impunemente la morte.

 

Hemingway in una delle sue pose da ‘vero macho’

E l’eroe del libro sta letteralmente correndo via da quel meraviglioso distacco da freddo assassino. Ne sfugge, sia fisicamente che psicologicamente: “Ne avevo abbastanza. Augurai loro ogni fortuna […] Ma non era più il mio spettacolo”.

 

In questi grandi libri, lo stesso Hemingway si prende una pausa da tutto ciò. E quasi ce la fa. Almeno esteticamente, la virilità non era più il suo spettacolo. O almeno non lo fu finché il mondo non divenne enormente interessato, non alle sue verità da adulto, ma alle sue bugie infantili. Egli fuggì dalla sua stessa coraggiosa diserzione. Divenne un imitatore del maschio – le spacconate, le bevute, l’abbandono delle mogli per modelle più giovani, le sue avventure da ragazzino, il suo harem maschile di compari, le pose esageratamente mascoline divennero Hemingway ed Hemingway divenne loro. Avendo abbandonato lo spettacolo con tanto coraggio, finì con l’interpretare una parodia eroica di se stesso.

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