Deborah Cohen

Di più è di più

da ''The New York Review of Books''
Empire of Things: How We Became a World of Consumers, from the Fifteenth Century to the Twenty-First by Frank Trentmann Harper, pp. 862, $40.00

Il detto “meno è di più” è solitamente attribuito a Ludwig Mies van der Rohe, che nel 1947 riassunse i principi del minimalismo in un’intervista con Philip Johnson. Nessuno sa invece chi abbia coniato il suo irriducibilmente esuberante, persino volgare, frutto: “Di più è di più”. È stato variamente attribuito all’architetto Robert Venturi, allo stilista Gianfranco Ferré, al romaziere Stanley Elkin, alla graphic designer Deborah Sussman, e talvolta alla sfavillante regina dello sfarzo in persona: Dolly Parton.

L’architetto e designer Ludwig Mies van der Rohe (1886-1969), tra i capiscuola del Movimento Moderno

Sia “Meno è di più” che “Di più è di più” sono gli slogan di una società consumistica sovrastata da un’abbondanza inimmaginabile. Dopo la Seconda guerra mondiale, “Meno è di più” suggeriva il disagio verso la ricchezza di massa: contenersi divenne un emblema di raffinatezza. Due decenni di ininterrotta prosperità dopo, “Di più è di più” si è fatto gioco del suo genitore moderato. Ma è anche una descrizione azzeccata del modo in cui noi viviamo ora. Anche se ti consideri un consumatore parco, devi tenere presente tutte le risorse utilizzate per creare il nostro mondo materiale: l’acciaio per costruire le nostre case (specialmente quelle di Mies), il gas naturale per accendere le nostre caldaie, l’alluminio nei nostri smartphone e tablet. Nei paesi più ricchi del mondo, il consumo è esploso di più di un terzo negli ultimi decenni, al punto che nel 2010, ogni persona, nelle 34 nazioni più ricche, ha consumato più di 100 chili di materiali vari ogni giorno.

 

Come siamo diventati dei consumatori così voraci, così sfrenati? E tutto questo consumo come ha cambiato il mondo? Queste sono le domande al centro di Empire of things di Frank Trentmann, un libro nello stile del “Di più è di più”, dove ognuna delle quasi settecento pagine di testo trabocca di fatti rivelatori e provocazioni controintuitive. Trentmann affronta cinquecento anni di storia, dalle città stato del Rinascimento, con il loro gusto per i calici dorati e le sete orientali, alla Cina odierna, dove il capitalismo di Stato ha dimostrato che il liberalismo non è un requisito necessario per fare esplodere il consumismo.

È un libro che tratta di cose concrete (come la vetrina di un grande magazzino che espone un modello della Cattedrale di San Paolo composta interamente da fazzoletti), ma, ancor di più, di tutto quel consumo che non si vede così facilmente – come quello determinato da gesti invisibili e quotidiani come cambiarsi le mutante ogni giorno (solo il 5% degli uomini tedeschi lo faceva nel 1966).

 

Empire of things è quel raro tour d’horizon che amplia la tua idea di cosa dovrebbe contare nella scelta del soggetto per un libro. Equiparare il consumismo con lo shopping, sostiene Trentmann, significa mancare il fulcro della questione. Il consumismo riguarda tanto l’intervento statale (investimenti infrastrutturali in energia e acquedotti o in programmi di welfare), quanto le decisioni individuali o le fluttuazioni dei mercati. Ciò che la gente consumava nel XVIII secolo (caffè o cioccolato, ad esempio) era ampiamente influenzato dai movimenti del commercio, mentre gli europei costruivano il definitivo motore dell’espansione materiale attraverso l’imperialismo.

 

Poco parsimonioso nelle sue stesse argomentazioni – egli mette assieme idee, concezioni economiche, politica, cultura, società – Trentmann se la sbriga in fretta con i più famosi teorici del consumismo. La maggior parte di loro furono decisamente pessimisti dopo il XVIII secolo, incluso Thorstein Veblen, che inventò l’espressione “consumo ostentativo” per descrivere il comportamento di coloro che spendono in maniera stravagante per acquisire prestigio sociale, e l’economista John Kenneth Galbraith, che incolpava il consumismo per il paradosso della “opulenza privata e squallore pubblico”. È un omaggio alla profondità dell’insegnamento di Trentmann, all’ampiezza dei suoi esempi e alla vivacità della sua prosa che è solo alla fine del suo costoso libro che l’attuale consusmistica nostra situazione senza speranza, mette in ombra la storia che ha raccontato.

L’implacabile ricerca di qualcosa di più è spesso associata agli americani della metà del XX secolo, i cui bicchieri monouso hanno anticipato la società dell’usa e getta e le cui auto alettate sono state considerate l’espressione del principio per cui più grande è meglio. Il modello di vita americano era così seduttivo che lo scrittore britannico J. B. Priestley temeva che l’uggiosa e disorientata Gran Bretagna degli anni ’50 fosse sull’orlo di diventare una California del sud, con il suo “stile di vita automobilistico (puoi mangiare e bere, vedere dei film, fare l’amore senza nemmeno uscire dalla tua macchina)”. Ma la società dei consumi aveva già almeno tre secoli quando entrò in scena Mad Men1. L’importanza dei suoi primi sviluppi è stata messa a fuoco a partire dagli anni ’80, quando studiosi come John Brewer, Neil McKendrick, Jackson Lears e Simon Schama hanno cominciato a indagare le dinamiche dell’acquistare e spendere. Il consumo di massa, come hanno scoperto gli storici, aveva già ben attecchito in certe regioni del mondo, in particolare in Europa, già prima dell’avvento della produzione industrializzata. In effetti, l’interesse per i beni materiali nelle classi più povere (come lo storico Jan de Vries ha sostenuto) spinse intere famiglie a desiderare un salario, creando così la forza lavoro per l’industrializzazione.

 

Solo dove e quando l’impeto verso l’acquisizione materiale abbia avuto origine, quindi, è stato oggetto di dibattito. È stato durante la dinastia Ming (1368-1644), con le sue coppe di lacca intarsiate d’argento e le capigliature “da peonia” tenute su da forcine di bambù intagliato? Improbabile, sostiene Trentmann, perché i Ming davano valore agli oggetti per il loro legame con la tradizione, non per la loro novità, ed erano veloci nel dettare regole di gusto che ostacolassero la circolazione di beni. Più di due tipi di fiori in un vaso e “sembrerà un negozio di vino”, disse un esteta Ming. Ma potrebbero invece le origini della società dei consumi essere individuate nella Firenze o nella Venezia rinascimentali, dove i mercanti scialacquavano per stoviglie sempre più elaborate, intarsiate e dorate? Il fatto che la maggior parte delle persone nel rinascimento si vestisse ancora come i loro nonni, e che il lusso fosse esente dalla diffidenza solo quando poteva essere giustificato come bene pubblico, indebolisce l’ipotesi. Che dire allora della Repubblica Olandese durante l’età dell’oro del XVII secolo, quando persino le domestiche avevano dei dipinti nelle loro stanze?

Coppe di lacca della dinastia Ming

Sebbene Trentmann critichi l’energia che è stata spesa per individuare le origini del consumismo, è comunque d’accordo con quegli studiosi che hanno fatto notare un cambiamento qualitativo e quantitativo nell’europa nordoccidentale, in particolare nei Paesi Bassi e in Inghilterra, nel XVII e XVIII secolo. In quei paesi, il piacere che la novità procurava alla gente – e il fatto che gli olandesi e gli inglesi guadagnassero alti salari – contribuirono a provocare una valanga di prodotti sia nuovi che per la prima volta economici: pipe in terracotta, sapone bianco, calze fatte a maglia, una strabiliante gamma di tessuti e in conclusione cibi importati che creavano dipendenza come tabacco, cioccolato e caffè. Nell’Essex del XVIII secolo, metà dei poveri che alloggiavano nei dormitori possedevano un materasso di piume, candelieri e strumenti per preparare il tè; un quinto aveva un orologio.

 

Perché una società dei consumi fiorisca, deve cambiare la mentalità. Come sostiene Trentmann: “Non è che i beni arrivano e basta. Devono essere invitati a entrare. Nel passato, le società erano scostanti”. L’antichissimo divieto all’ingordigia, assieme alla paura che i beni nelle mani sbagliate potessero erodere l’ordine sociale, avevano contribuito ad arginare il consumismo. La sfida fu quindi quella di trasformare la spinta all’accumulo in qualcosa di virtuoso. Per questa ragione, il fisico e letterato olandese Bernard Mandeville (1670-1733) è stato fondamentale in molto dello studio accademico circa il sorgere del consumismo. Era stato Mandeville a riconciliare l’avarizia individuale con la prosperità nazionale nella sua Favola delle api, sostenendo che l’avarizia potesse essere una buona cosa, almeno per l’economia. “Sebbene ogni Parte fosse piena di Vizio/La Massa nel suo insieme era un Paradiso”, scrisse, offrendo come prova che “Il Lusso ha dato Lavoro a un Milione di Poveri/E il detestabile orgoglio a un altro milione”. È stato breve il passo che da Mandeville ha portato ad Adam Smith, che ne La ricchezza delle nazioni (1776) sostenne che il consumo fosse il “mero scopo di tutta la produzione”.

 

I prodotti dell’impero nutrirono la nascente società europea dei consumi. La spinta verso l’esterno del continente catapultò i suoi Stati più aggressivi – più di tutti tra loro la Gran Bretagna – in una posizione di dominio sul mondo dei beni di consumo, ampliando quel “grande divario” che Kenneth Pomeranz riscontrò tra Est e Ovest. Durante il XVIII secolo, le colonie resero più economici cotone, zucchero e tè, non ultimo grazie alla diffusione della schiavitù. Gli imperi del libero scambio che si sono succeduti nel XIX secolo schiacciarono ancora di più i prezzi, quando gli Stati abbassarono o abolirono le tariffe doganali per portare a scambi dai prezzi più favorevoli per le loro popolazioni in patria. Nelle colonie stesse, suggerisce Trentmann, estrarre risorse era molto più importante che stimolare i mercati. I missionari e i funzionari coloniali temevano che gli ashanti (gli abitanti dell’attuale Ghana) e gli abitanti di Mombasa avrebbero acquistato troppe bombette o orologi da muro, cancellando la fondamentale distinzione tra le razze. Gli europei avrebbero dovuto essere i padroni che consumavano, gli altri dovevano lavorare come uomini di fatica o contadini.

‘Coolies’ cinesi, i lavoratori orientali sfruttati dalle potenze coloniali

Mentre l’impero apriva l’affluire di nuovi beni, le città funzionavano come incubatrici della società dei consumi. Secondo Trentmann, l’aumento della domanda fu dovuto più alla vita urbana che al crollo dei prezzi o all’aumento dei salari. Nelle fiorenti città del mondo industrializzato, sempre più anonime, le apparenze potevano creare o distruggere una persona. Come conseguenza, i giovani lavoratori spesso spendevano i loro primi stipendi in nuovi vestiti. Ed è sempre stato nelle città, che la specializzazione dei mestieri accellerò: per il cittadino divenne più razionale e più economico comprare un tavolo o un set di tende piuttosto che farle.

 

Alla fine del XIX secolo le città non avevano semplicemente grandi magazzini sfarzosi, con spettacolari vetrine, sale da tè e scale mobili (le prime al mondo furono installato da Harrods nel 1898), ma anche le infrastrutture per quel consumismo invisibile che finì per caratterizzare la vita civilizzata – acqua corrente quando la si voleva, illuminazione a gas, impianti idraulici domestici e elettricità. È stato stimato che il parigino medio nel 1802 usasse meno di 5 litri d’acqua al giorno; per la fine del XIX secolo ne usava circa 60, e questo nonostante il fatto che solo un quinto degli abitanti della città avesse un costante rifornimento d’acqua.

 

Nel 1900 sembrava che non ci fosse limite al consumo. Le autorità erano riluttanti a limitare la domanda di acqua o di qualsiasi altra cosa. I termini fondamentali del dibattitto erano già stati stabiliti. Da un lato c’erano i liberali classici che difendevano il diritto del consumatore di scegliere ciò che lui o lei volesse. Vedevano la libera scelta nel mercato come buona in sé, una manna per la democrazia e, come i pensatori illuministi quali Adam Smith avevano sostenuto, cruciale per un’economia prospera. Dall’altra parte c’erano i critici della società dei consumi, un gruppo eterogeneo di moralisti, conservatori, socialisti e progressisti che, sebbene fossero d’accordo su ben poco d’altro, vedevano il consumismo come una forza distruttrice.

 

Ai vecchi piagnistei contro il consumo – che indeboliva la fibra morale dell’individuo e sovvertiva l’ordine sociale – aggiunsero nuove critiche. Per i marxisti, l’accusa era di “feticismo della merce”: schiaffare un prezzo sugli oggetti nascondeva il lavoro dell’operaio e alienava la merce dalla persona che l’aveva prodotta. I teorici della Scuola di Francoforte (tra cui Max Horkheimer e Theodor Adorno) incriminarono la cultura del consumo come degradazione della libertà, come minaccia alla creatività. Per l’intellettuale liberal Galbraith, come sciveva ne La società opulenta (1958), il problema era che il consumismo aveva allontanato le persone dal loro impegno verso il bene pubblico.

 

Trentmann è scettico riguardo a queste critiche, non perché veda il consumismo come un bene assoluto, ma perché ritiene che le polemiche superino di gran lunga la realtà dei fatti. Al contrario di Veblen, egli pensa che le persone siano molto più predisposte a stare con i loro amici piuttosto che con chi è socialmente superiore; egli condanna l’elitismo delle tirate di Adorno contro la radio, e critica i calcoli di Galbraith. Soprattutto, Trentmann sottolinea la diversità delle culture consumistiche. Empire of things è il prodotto della sua gestione di un programma di ricerca interdisciplinare, finanziato dal governo con 5 milioni di sterline per cinque anni, sulle “Culture del consumo” mondiale. Dopo più di tre decenni di intensi studi sulla materia – il programma sulle “Culture del consumo” ha da solo sostenuto 26 progetti su argomeni che vanno dall’orticultura nell’America del XIX secolo al consumo transnazionale di qat – era assolutamente necessaria un’ampia sintesi storica. Questa è ciò che ora Trentmann ci ha dato.

 

Empire of things è anche una corroborante argomentazione per portare lo Stato, la politica e la geopolitica al cuore della storia del consumo. Politiche di mercato, imperialismo, investimenti pubblici, programmi di welfare, regolamentazione dei mutui, chiusura obbligatoria dei negozi la domenica, incentivi al riciclo dei beni: questi sono alcuni dei modi in cui gli Stati hanno determinato come e cosa noi consumiamo. Questi argomenti non sono rimasti assenti, ovviamente, dalla ricerca (A Consumers’ Republic: The Politics of Mass Consumption in Postwar America [2003] di Lizabeth Cohen è un buon esempio), ma essi sono rimasti in secondo piano rispetto ai lavori incentrati sui mercati e le scelte individuali.

 

Spostando l’attenzione sulla centralità dell’intervento statale Trentmann raggiunge tre importanti conclusioni. Innanzitutto, Trentmann porta avanti l’idea che la spesa statale sia una parte fondamentale, sebbene molto trascurata, nella storia del consumismo. Sostiene brillantemente che fondamentale, nell’epoca di abbondanza del secondo dopoguerra in Europa occidentale e negli Stati Uniti, sia stato l’improvviso tasso di crescita della spesa pubblica. Sebbene il consumismo sia spesso concepito come una questione privata, la spesa statale per il welfare ha favorito l’apertura dei portafogli, liberandoci dal bisogno di risparmiare per la terza età o per un’emergenza medica.

 

Infatti, più paritaria è stata la società, e maggiore è stata la spesa dei consumatori. Al contrario dei timori di Galbraith, ricchezza e welfare pubblico si sono dimostrati alleati, non vicendevolmente esclusivi. La democrazia sociale ha spronato il consumismo. Per lo stesso motivo, l’ineguaglianza si è dimostrata un freno al consumismo, non uno stimolo. “La storia moderna non rivela una seconda strada, in cui diminuire la spesa per il welfare conduca a una maggior ricchezza – o almeno, non finora”.

 

La seconda (conclusione), consiste nel fatto che molte delle diversità internazionali nei modelli di consumismo fatte risalire al carattere nazionale (i tedeschi parsimoniosi, gli americani spendaccioni) riflettono in realtà politiche statali. Gli abitanti di Singapore di differenti generazioni vivono nella stessa casa perché amano e rispettano i loro anziani – o perché a Singapore lo Stato offre la carota di agevolazioni fiscali assieme al bastone delle leggi sugli obblighi filiali? Gli americani sperperano a credito perché mancano di autocontrollo – o perché i governi statunitensi succedutisi hanno resistito ai tentativi in stile europeo di limitare il credito?

Una familia multigenerazionale di Singapore

In entrambi i casi, l’argomentazione più solida è a sostegno dell’importanza delle politiche di governo, esse stesse un prodotto della contingenza storica. Nella Germania Ovest, ad esempio, i pregiudizi di classe dei dipendenti pubblici e la drammatica situazione causata dalla sconfitta nella Seconda guerra mondiale contribuirono a limitare la quantità di credito resa disponibile per i lavoratori. In maniera simile, l’abbassarsi dei livelli del risparmio sia in Europa che negli Stati Uniti a partire dagli anni ’70 ci dice meno del deterioramento della fibra morale della popoplazione di quanto non dica del fatto che quegli Stati non avevano più bisogno del risparmio privato per finanziare la modernizzazione e la guerra. Piuttosto che prevedere incentivi per i risparmiatori, hanno reso più libero il consumatore.

Con la terza conclusione, Trentmann dimostra che entro il XX secolo, Stati di vario tipo – non solo le democrazie liberali – hanno considerato il consumo come indispensabile. Paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti hanno stabilito il modello: là, il legame tra il cittadino e il consumatore era molto stretto. Al cuore del New Deal c’erano ideali di libertà e di prosperità, intesi come propositi che si rafforzano l’un l’altro. Ma Trentmann cerca di ampliare il punto, per dimostrare che la libertà era a malapena necessaria per una florida società dei consumi. La Germania nazista, ad esempio, cercava di garantire i beni di consumo o, non riuscendovi, di promettere il loro arrivo. Le fabbriche tedesche continuarono a produrre giocattoli e cosmetici fino alla sconfitta di Stalingrado. Con la sua astuta adesione al consumismo, lo Stato cinese contemporaneo offre un altro buon esempio. A cominciare dai tardi anni ’90, la Cina creò “una nazione di proprietari” in meno di un decennio, un’impresa che supera il record di Herbert Hoover e Margaret Thatcher, i “campioni della democrazia dei proprietari di casa” anglo-americani.

 

Il discorso di Trentmann sulla diversità delle società dei consumi diventa meno solido quando lo amplia all’Unione Sovietica degli anni ’30. Sì, gli stakanovisti venivano ricompensati per le loro fatiche con un completo elegante; per le compagne donne c’era un abito di crêpe de Chine e un ferro da stiro elettrico. Ma tali ostentazioni erano secondarie rispetto alla realtà fondamentale, cioè la soppressione della domanda assieme al consumatore. Al suo estremo, significò un brutale programma di privazioni che lo Stato Sovietico applicò in Ucraina tra il 1932 e il 1933, uccidendo milioni di persone in nome della modernizzazione. Più diffuso è stato lo sforzo sistematico di strizzare fino all’ultima goccia di surplus dalla popolazione, simboleggiato dal sistema di edilizia pubblica postbellico. Anche quando i paesi del blocco sovietico inventarono i loro propri caratteristici beni di consumo – come nel 1956 il Purimix della Germania Est, che poteva sia aspirare la polvere che, con altri accessori, macinare il caffè e tagliare le cipolle – lo scopo primario era di risparmiare materie prime. L’obiettivo del regime erano i produttori e la produzione per l’esportazione, non i consumatori.

 

Trentmann ha ragione a richiamare l’attenzione sullo Stato, ma non si spinge abbastanza in là. Quello di cui c’è bisogno è un resoconto non solo di come gli Stati promuovessero il consumo ma anche di come siano riusciti a interroperlo, in alcuni casi per decenni. Nel 1949, quando Mao salì al potere, c’erano 10.000 ristoranti a Pechino, dei quali nel 1979 ne rimanevano solo 656. Mentre Trentmann menziona di sfuggita questi sforzi per limitare il consumismo (la campagna di Nehru per l’autarchia – un’economia autosufficiente più frugale – e l’esperimento genocida dei Khmer rossi, per fare due esempi molto diversi), li affronta come eccezioni che dimostrano la regola che regimi moderni promettono ai loro sottoposti più beni. Tali omissioni importano perché all’inizio del XXI secolo sembra probabile che la pressione dovuta agli studi sull’ambiente spingerà gli Stati a contenere i consumi in modo drastico.

 

Mentre la prima parte di Empire of things presenta una storia mondiale del consumo secondo un ordine cronologico, la seconda parte va all’indietro a partire dai dibattiti contemporanei sulla nostra fiorente cultura materialistica per esplorare i loro antecedenti storici. Trentmann risponde alle comuni accuse contro la società dei consumi in maniera imparziale, con buon senso e un mucchio di prove. Al contrario dell’allarmismo sull’eccessivo consumo innescato dalla Grande Recessione (2007-inizio anni ’10), egli sottolinea come la maggior parte della gente abbia reagito bene al grande ammontare di credito reso disponibile nell’ultimo secolo. Per di più, non sono i giovani a spendere con più leggerezza nei paesi ricchi, come si è soliti ritenere, ma i loro nonni. Mentre una volta la vecchiaia significava privazione (nella Gran Bretagna degli anni ’40 le uniche calzature che molti anziani possedevano erano le ciabatte), ora quelli che hanno tra 60 e 80 anni si godono pienamente i beni materiali tanto quanto una vita più lunga.

 

Se Empire of things fosse un testo teatrale, il palco diverrebbe ogni scena più affollato di affabili consumatori che hanno buone intenzioni e una vita migliore. In un ultimo atto esplosivo, però, sfavillerebbero in una combustione spontanea alimentata dal loro stesso eccesso – il posto infelice in cui ora ci troviamo noi stessi. Come Trentmann sa, il consumismo è stato una valanga, difficile da contenere se non con la coercizione. Sforzi per sviluppare programmi di riciclo hanno convissuto con, non sostituito, stili di vita sempre più colmi di roba. Nel sostenere “un maggior realismo storico” riguardo all’implacabile crescita dei consumi attraverso le epoche, Trentmann sostiene che noi non possiamo semplicemente confidare sui mercati e sule scelte individuali per riordinare il metabolismo della società dei consumi. Gli Stati dovranno intervenire con decisione.

 

C’è uno squilibrio tra l’incombente crisi descritta alla fine del libro e le sue ottimistiche, quasi gioiose, pagine precedenti. Trentmann è uno storico troppo capace per raccontare la sua storia con una conclusione deterministica sempre in mente. Evita un resoconto teleologico della crescita dell’economia del carbonio, che conduca, un’invenzione dopo l’altra, inevitabilmente a una più intensiva estrazione di risorse e a un più rapido riscaldamento globale. Ma è proprio perché insiste nel prendere ogni episodio della storia del consumismo nei suoi stessi termini – esplorando il perché particolari sviluppi abbiano avuto senso all’epoca, dando un ruolo ad ogni necessità dell’epoca ed enfatizzandone la varietà, tutti grandi pregi del suo resoconto storico – che la conclusione della sua grande epopea sembra così scollegata dai capitoli precedenti.

L’emissione di carbonio è une delle principali cause dell’attuale crisi ambientale, sui cui si concentra la conclusione del libro di Trentmann

Considerato quanto disastroso sia stato questo impero delle cose, si potrebbe avere la tentazione di resuscitare alcune delle Cassandre della società dei consumi che Trentmann aveva lasciato da parte: per lamentarsi del volume di roba che viene acquistato per stare al passo con i vicini, per condannare il disinvestimento in infrastrutture e le spese in tutte le nuove eleganti cucine. Tuttavia, come Trentmann osserva nelle pagine iniziali del libro, molto dello scarto mondiale è il prodotto di pratiche abituali che noi riteniamo normali: guidare una macchina, certo, ma anche fare una doccia al giorno, o riscaldare le nostre case o cambiarci la biancheria tutti i giorni (nel 1986 lo facevano il 45% degli uomini tedeschi comparato al 5% che lo facevano nel 1966). Ciò non ha quasi nulla a che vedere con le motivazioni individuali o la morale. Mandeville comprese la paradossale relazione tra intenzioni ed effetti, ma il suo celebre distico ha bisogno di essere aggiornato. Non è “Sebbene ogni Parte fosse piena di Vizio/La Massa nel suo insieme era un Paradiso”, ma invece l’esatto opposto: “Sebbene ogni Parte avesse donato vero Piacere/La Somma del tutto aveva consumato il nostro Tesoro”. Quello che sembra normale ha dimostrato di essere veramente troppo.

1    Serie televisiva statunitense prodotta dal 2007 al 2015, che racconta la società americana degli anni ’60 attraverso le vicende di alcuni pubblicitari. Mad man illustra dunque molto bene lo svilupparsi e l’affermarsi del consumismo negli Stati Uniti.
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