Andrea Segrè

451 parole: Fico

Fico, il frutto. Prende il nome botanico di Ficus carica, è un albero frutto originario dell’Asia occidentale, introdotto da tempo immemorabile nell’area mediterranea, dalla Spagna alla Turchia e al Portogallo. In Italia lo si trova soprattutto in Puglia, Campania e Calabria, ma è presente anche in altre regioni. Centinaia le diverse varietà di questi frutti. La più comune è la “Ficus carica”, dalle molteplici dimensioni e colori, dal giallo al nero.

Per la facilità della sua riproduzione, sembra sia stata la prima pianta coltivata dall’uomo, undicimila anni fa nella zona della Mezzaluna fertile. Molto noto ai popoli dell’antichità, nell’Antico Testamento il fico, insieme con la vite, era simbolo di fertilità e vita gioiosa. Ai tempi della Grecia classica i frutti di quest’albero venivano considerati «degni di nutrire oratori e filosofi», Platone era ghiottissimo di quelli secchi, e se un bambino soffriva di balbuzie veniva portato sotto un fico per cercare di facilitargli la parola. Frutti già considerati afrodisiaci dagli ellenici, anche nella Scuola Medica Salernitana: «veneremque vocat, sed cuilibet obstat» («provoca lo stimolo venereo anche a chi vi si oppone»). La medicina popolare vedeva nei numerosi semini, circa seicento per frutto, un segno della sua attitudine a favorire la fecondità. A luna crescente le coppie sterili staccavano due foglie da un albero e le mettevano sotto ai rispettivi cuscini perché si pensava avessero il potere di far arrivare dei figli.

Da sempre il fico ha proprietà notevoli: ricco di zucchero, minerali e vitamine, sono facilmente digeribili e possono essere consumati freschi o secchi. La ricchezza inoltre del frutto sta nei minerali presenti, che sono rappresentati dal calcio, potassio, ferro, sodio e dal fosforo, mentre le vitamine sono rappresentate dalla  A, B6, C e la PP. È grazie alla presenza di queste sostanze che ai fichi vengono riconosciute buone proprietà terapeutiche e nutritive riconosciute ed apprezzate fin dall’antichità.

Insomma una ricchezza della natura che non va sprecata. Ma se andiamo su Wikipedia, alla parola fico, oltre alle proprietà del frutto, troviamo la seguente frase: «Parco agroalimentare in via di costruzione per il 2015 a Bologna»[1]. Ed è esattamente qui che volevo arrivare. Se è vero che il fico non è un vero e proprio frutto, ma un ricettacolo della pianta contenente al suo interno dei granellini che rappresentano i veri frutti, F.I.CO non è quello che tutti, o molti,  pensano.

Fico, il parco dunque. In tanti mi chiedono se c’è un collegamento fra la lotta allo spreco promossa da Last Minute Market e il progetto di costituire un parco tematico presso il Centro agroalimentare di Bologna, la cosiddetta Fabbrica Italiana Contadina, centro che si trova accanto all’ex Facoltà di Agraria, ora sede dei Dipartimenti di Scienze agrarie e Scienze e tecnologie agroalimentari[2]. Sì, il legame c’è ed è anche molto stretto, così come non è casuale che il progetto di una “fabbrica” dell’alimentazione nasca proprio a Bologna, la dotta e la grassa. Ma per capire meglio bisogna andare un po’ indietro nel tempo e nella storia. In sintesi e in ordine cronologico gli ingredienti, è proprio il caso di dire, sono questi.

Ricostruzione in 3d del futuro parco agroalimentare

Ricostruzione in 3d del futuro parco agroalimentare

La fama gastronomica di Bologna è strettamente legata all’Università, una storia di oltre 900 anni. Lo Studium rende Bologna “dotta” perché “grassa”: solo l’abbondanza alimentare e l’organizzazione dell’approvvigionamento ha consentito di nutrire una popolazione studentesca sempre in crescita. Ma anche “grassa” perché “dotta”: studenti e professori hanno continuamente arricchito la città di altre culture alimentari, e quando sono tornati a casa portano con sé la gastronomia bolognese. Una doppia circolazione, un import-export, un ponte colturale e culturale che ha alimentato il mito di Bologna. La grassa dunque nel senso di abbondante, florida, città del benessere e del buon cibo. Insomma l’idea di proporre una vera e propria cittadella della buona alimentazione che fa star bene, modernamente diremmo un parco tematico agro-alimentare, non poteva che nascere qui. Un’identità alimentare, quella di Bologna, che fin dagli inizi è stata capitale del mondo: è così dovrà essere per la Fabbrica Italiana Contadina, che rappresenta l’apice di questa straordinaria storia.

Ma perché proprio al Caab? Facciamo scorrere la lancetta del tempo più vicina ai tempi nostri, gli anni 90 del secolo breve, e a un altro fatto relativo all’Alma Mater Studiorum. Che acquista il centro direzionale dell’appena costruito Centro agro-alimentare nuova sede del mercato ortofrutticolo all’ingrosso. Enorme spazio, 4 ettari di edificio, esagerato per un mercato già in palese crisi di identità. Sede già pronta per un Facoltà asfittica nella pur straordinaria cornice di via Filippo Re: Agraria. Decisione d’imperio dell’allora Magnifico Rettore, Fabio Roversi Monaco, peraltro assai avversata in Facoltà: tutti ricordano l’opposizione decisa dell’entomologo Giorgio Celli che definì la nuova sede: Alcatraz. Invece quella decisione si rivela lungimirante e salva l’amministrazione della Città e del Caab ponendo le basi per una vicinanza funzionale e strategica. Ma lo spreco cosa c’entra, a parte lo spazio costruito via via sempre più vuoto? 72 ettari di superficie utile, 300 mila mq coperti per piattaforme, un bellissimo mercato ortofrutticolo da 80 mila mq con le capriate in legno, ma anche il continuo fallimento delle imprese di grossisti che operano al ritmo di una ogni 6 mesi.

La sede attuale del Caab di Bologna

La sede attuale del Caab di Bologna

La concorrenza con le altre piattaforme della grande distribuzione organizzata, quella degli altri, tanti mercati all’ingrosso, la crisi dei consumi ortofrutticoli: è uno spazio troppo grande, sprecato. Bello ma impossibile da utilizzare appieno. Sprecato, dunque. Ma se ci si inventa un grande progetto, unico nel suo genere, può essere un bene pubblico da valorizzare.

Qui si inserisce un altro spreco, quello alimentare, il più odioso di tutti perché il cibo è un bene comune, un diritto per tutti. Dagli studi e dalle azioni promosse negli anni con Last Minute Market si capisce come la nostra società sia arrivata alla “frutta” se non è in grado di riconoscere più il valore del cibo. Quasi 9 miliardi di euro di cibo buon gettano nella spazzatura dagli italiani nel solo 2013 secondo Waste Watcher, l’Osservatorio della spreco alimentare domestico. Un enormità, se si calcola oltre all’impatto economico anche quello ambientale (suolo, acqua, energia) e quello sociale con una parte rilevante della popolazione in povertà economica e alimentare, quasi 10 milioni secondo le ultime stime di Istat e Caritas. Eppure la frutta non si consuma più, o troppo poco, e molta finisce direttamente nella spazzatura ancora buona.

Ecco cosa bisogna fare: ridare valore al cibo. Far capire che il cibo non va sprecato, ha tanto valore, anzi ha tanti valori: economico, ambientale, sociale, nutrizionale, sanitario, culturale, relazionale, conviviale, artistico, storico … un elenco tanto lungo quanto poco conosciuto soprattutto dalle nuove generazioni. Che amano il cibo spazzatura che poi finisce, in buona parte, nella spazzatura. Un danno per la salute dell’uomo e del mondo.

Da qui nasce l’idea che un bene pubblico sprecato può essere riscattato, diventare occasione per dar valore a un bene comune ovvero far capire cos’è il cibo, vedere davvero come si produce, trasforma. E poi toccarlo, assaggiarlo, mangiarlo, acquistarlo e portarselo a casa. Il cibo: qualcosa di unico ma nello stesso tempo diverso, un bisogno ma anche un desiderio, una necessità ma anche un lusso. In ogni caso un valore, che nel tempo abbiamo (quasi) totalmente perso. Dobbiamo recuperarlo prima che sia troppo tardi. Non bastano gli spadellatori virtuali nelle televisioni, che riempiono altri vuoti e troppi istituti alberghieri. Tutti vogliono fare lo chef, anche se manca tutto il resto. Una bolla destinata, prima o poi, a scoppiare. Non basta parlare di filiera corta e di km zero come se l’agricoltura e l’agricoltore, non il contadino, vivessero ancora di autosussistenza.

Su questi presupposti si sviluppa l’idea di un Parco a tema agro-alimentare: facciamo vedere in un unico luogo come funziona una filiera agroalimentare, dal campo alla tavola. La produzione, la trasformazione, la distribuzione, la vendita delle eccellenze agroalimentari italiane, tante da riempire pagine. Filiere lunghe o corte che siano – l’importante che siano colte, trasparenti, eque, di qualità, efficienti – che valorizzino il lavoro agricolo e il suo prodotto. Con un ritorno economico positivo per tutti i suoi attori. Un luogo unico insomma capace di diventare vetrina del territorio e del made in Italy agroalimentare, una risorsa economica anche per il Paese, se è vero – come è vero – che la potenzialità in termini di export potrebbe triplicare. Ma anche laboratorio per tutti i giovani che non sanno più ciò che mangiano. Perché se è vero che siamo ciò che mangiamo, è altrettanto vero che siamo anche ciò che non mangiamo o sprechiamo.

Così è nata l’idea del Parco Agro-Alimentare Italiano, che si chiamerà FICO-EatalyWorld-Bologna. Un’alchimia che lega indissolubilmente Bologna con la sua storia e soprattutto il suo futuro nel segno di Expo 2015: Nutrire il pianeta. Energia per la vita.

 

 

  1.  http://it.wikipedia.org/wiki/Fico#Altri_progetti
  2.  F.I.CO, ‘Città Bologna, periodico di cultura e stili di vita’, luglio 2014 (www.bolognamagazine.com)

 

 ANDREA SEGRÈ, è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

 

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