Andrea Segrè

451 parole: Insicurezza

La sicurezza – dal latino sine cura, senza preoccupazioni – è probabilmente il termine che si declina di più in questo periodo di crisi planetaria. Sicurezza internazionale, nazionale, personale, economica, ambientale, informatica, sul lavoro, nei trasporti e così via. Fino alla sicurezza alimentare, di solito l’ultima delle sicurezze di cui ci si preoccupa nel nostro mondo apparentemente abbondante. In realtà dovrebbe essere al primo posto, perché il cibo è bisogno primario appunto: senza soddisfare il quale non si può vivere. E deve essere, l’alimento, sicuro e garantito sia dal punto di vista quantitativo – ad esempio almeno un certo numero di calorie – sia da quello qualitativo, almeno un certo livello igienico-sanitario, si dice. Così non è, però, ovunque nel mondo. Tanto che è ben più corrente l’uso del suo opposto: insicurezza alimentare. Lo certifica, ce ne fosse stato bisogno, l’ultimo rapporto pubblicato dalle agenzie internazionali alimentari: The State of Food Insecurity in the World1. Che da questo punto di vista, come da altri in realtà, proprio sicuro non è. Viviamo nella paura, anche di non mangiare a sufficienza, come quantità e come qualità. E ciò vale non soltanto per i paesi in via di sviluppo, dove pensiamo si trovino la maggior parte degli insicuri dal punto di vista alimentare, ma ovunque. Il miliardo di affamati – anche se la Fao ha deciso quest’anno di non dare il totale dei sottonutriti: si stanno rivedendo, giustamente, le metodologie di calcolo, un censimento non proprio facile da fare – non sono più concentrati nei paesi in via di sviluppo ma aumentano dove colpisce la crisi internazionale rendendo più vulnerabili le famiglie: basta una minima oscillazione di reddito verso il basso e si cambia categoria.

Ma cosa rende “insicuro” il cibo (a parte, ovviamente, le sofisticazioni)? Negli ultimi tempi si è fatto molto riferimento alla questione dei prezzi alimentari, e non a caso il sottotitolo del rapporto sullo “stato” dell’insicurezza nel mondo fa riferimento alla loro volatilità: l’impennata dei prezzi agricoli a partire dal 2007 ha portato i prezzi dei beni primari a livelli mai raggiunti negli ultimi decenni e con delle oscillazioni mai osservate prima. Il che ha determinato un forte impatto su produttori e consumatori nei quattro angoli del Pianeta.

In effetti la relazione fra politiche di sicurezza alimentare e andamento delle quotazioni agricole sta diventando sempre più stretta e vincolante2. Così il livello dei prezzi influenza in maniera diretta l’accessibilità al cibo, una delle quattro dimensioni in cui si sostanzia la sicurezza alimentare. Le dimensioni della sicurezza alimentare sono infatti quattro, e vale la pena ricordarle: disponibilità fisica degli alimenti, accessibilità fisica ed economica al cibo, utilizzo del cibo, stabilità nel tempo di queste dimensioni3.

Dopo un lungo periodo caratterizzato da una tendenza al ribasso in termini reali, ossia al netto dell’inflazione, i prezzi agricoli hanno fatto registrare nelle annate più recenti un trend decisamente aleatorio fatto di rapidi incrementi, nel 2007/2008, seguiti da un crollo altrettanto veloce (2009) e poi ancora un aumento, anche se meno rapido, a cavallo fra 2010 e 20114.

Fasi di intensa crescita dei listini non sono mancate negli anni addietro, come ad esempio nel 1973 quando molte materie prime, dal petrolio ai metalli preziosi, hanno subito una forte accelerazione5. Tuttavia, rispetto al passato, si possono osservare differenze significative dovute al quadro socioeconomico di fondo e all’integrazione dei mercati raggiunta sotto la spinta della globalizzazione. Oggi, in sintesi, il costo della spesa al supermercato dietro casa è influenzato da molte dinamiche globali: dalle condizioni meteorologiche in Australia al tipo di rifornimento fatto dagli automobilisti americani, dalla carne consumata dai cinesi alle decisioni dei broker finanziari.

Per comprendere a fondo le relazioni fra tali dinamiche e i listini alimentari occorre ricordare che i mercati funzionano ancora sui fondamentali della teoria economica neoclassica, dalla quale emerge che il prezzo – misura del valore di un bene – dipende dal rapporto fra la domanda e l’offerta. Di conseguenza, quando la richiesta di un bene aumenta, ma l’offerta non è in grado di adeguarsi in tempi brevi, i listini crescono e viceversa. Partendo dal quadro teorico neoclassico è possibile individuare i fattori congiunturali e tendenziali che hanno infiammato le quotazioni delle commodity nel biennio 2007-2008. In particolare, dalla lettura dei principali indicatori si evince che ad agire sulla domanda, aumentandola, sono state le economie emergenti (Cina e India) e in lieve misura la crescita demografica. La crescita demografica è in realtà un fattore strutturale di lungo periodo che giustifica poco l’impennata rapida dei listini. La veloce crescita economica della Cina e dell’India, che negli ultimi anni hanno viaggiato a un ritmo medio di crescita rispettivamente del +12 e +8%, è invece un elemento di maggior impatto sulla domanda di derrate agricole. Infatti, all’arricchimento economico è seguita una modifica degli stili alimentari a vantaggio di prodotti più nutrienti, ossia a base di carne, la cui produzione richiede un consumo maggiore di cereali foraggeri.

Va poi considerato il deprezzamento del dollaro che ha reso più favorevole il tasso di cambio per i paesi importatori, i quali hanno approfittato della situazione congiunturale per aumentare la richiesta di commodity sui mercati internazionali6.

A operare contemporaneamente sul lato dell’offerta, contraendola, sono stati fattori di natura climatica, politica e tecnica. Innanzitutto vanno ricordate le avversità meteorologiche che hanno ridotto in maniera significativa le rese di molti paesi, importanti produttori di derrate agricole, i quali hanno reagito tagliando le loro esportazioni nel tentativo di mantenere stabile il mercato interno7. Questa mossa ha però avuto come effetto indesiderato il rialzo delle quotazioni internazionali. Vanno poi ricordate le politiche energetiche in particolare degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, che hanno deciso di puntare sui biocarburanti, vale a dire carburanti ottenuti a partire da materie agricole. Gli Stati Uniti soprattutto hanno impresso una forte accelerazione alla produzione di bioetanolo che ha assorbito una parte rilevante della produzione interna di mais. Al fianco di questi fattori congiunturali si può segnalare un elemento costante, causato probabilmente dalla modifica delle politiche agricole, in base alla quale si registra da un po’ di anni una riduzione del tasso di crescita della produttività in agricoltura. Si tratta di un elemento che non può essere sottovalutato da chi si occupa di politiche alimentari, in relazione soprattutto al tasso di crescita della popolazione mondiale. Insieme a questi elementi, merita una sottolineatura la speculazione che in un primo momento ha solo seguito le tendenze del mercato, ma poi ha determinato gli andamenti delle quotazioni, spostando molti capitali da settori divenuti nel frattempo meno remunerativi a causa della crisi scoppiata con i subprime americani.

L’impennata dei prezzi a livello globale si trasmette sui mercati nazionali sottoforma di dinamiche inflazionistiche. Tuttavia, l’effetto è molto differente a seconda del grado di progresso economico del paese. Nelle regioni più depresse, dove la quota del reddito destinata alla spesa alimentare può superare il 60%, anche lievi oscillazioni di prezzo possono spostare la soglia della povertà e con essa la possibilità di accedere al cibo necessario. Le conseguenze nei paesi industrializzati sono state meno drammatiche, ma pur sempre significative per i consumatori, soprattutto quelli appartenenti alle fasce più deboli.

Tuttavia, le cause di questo stato di insicurezza alimentare non sono ascrivibili solo alla volatilità dei prezzi e all’effetto combinato del malfunzionamento del mercato, della crescente domanda delle economie emergenti, della speculazione, della competizione fra alimenti ed energia, del cambiamento climatico e così via. È bene saperlo e dirlo. Se con insicurezza alimentare indichiamo anche una carenza di disponibilità e/o di accesso al cibo, allora l’insicurezza era già una caratteristica di sistema ben prima dell’impennata dei prezzi8. Vediamo perché, riprendendo le statistiche della Fao.

Nel decennio 1995-2005 si osservano tre dati: il numero degli affamati è aumentato di oltre 60 milioni; il livello generale dei prezzi alimentari è rimasto pressoché stabile con scarse oscillazioni intermedie; la quantità stimata di calorie giornaliere pro capite disponibili a livello mondiale è stata sempre superiore alla quantità minima necessaria, anzi è costantemente cresciuta. Insomma, prima del biennio horribilis 2007/08, lo stato di insicurezza alimentare era evidente, anche con un quadro di relativa stabilità dei prezzi, e non dipendeva dall’insufficiente disponibilità di cibo. Il problema era, ed è tuttora, il mancato accesso al cibo – disponibile in quantità sufficiente e a prezzi relativamente stabili – da parte di un crescente numero di persone, evidentemente troppo povere per poter produrre o acquistare il cibo necessario. Questo è il nodo centrale della fame: un fallimento del titolo di accesso al cibo, seguendo la definizione di Amartya Sen.

Lo stato di insicurezza alimentare c’era già, e la volatilità dei prezzi l’ha aggravata ulteriormente: infatti gli affamanti a partire dal 2007 sono aumentati di un quinto a livello globale raggiungendo il miliardo di unità, e non soltanto nei paesi tradizionalmente colpiti dalla fame, bensì ovunque, come si scriveva sopra. Dunque la recente crisi dei prezzi agricoli si è sommata alla vecchia crisi alimentare (accesso al cibo). Una miscela esplosiva che va in qualche modo disinnescata, dato che nel giro di pochi anni la situazione potrebbe non essere più controllabile.

In altre parole, fra i tanti aspetti legati allo stato di insicurezza alimentare, dobbiamo dedicare maggiore attenzione all’accesso e alla disponibilità di cibo. Che hanno un effetto antitetico. A parità di altre condizioni, dal punto di vista economico un aumento dei prezzi agricoli nel lungo periodo ha un effetto positivo sulla disponibilità: i produttori aumentano l’offerta. Del resto sappiamo che esistono ampi margini di incremento della produzione mondiale. Il contrario succede per l’accesso: aumentano i prezzi e, sempre a parità di altre condizioni, si riduce la capacità di acquisto cioè l’acceso per i consumatori. Che poi sono, a questo punto, la maggioranza della popolazione mondiale. Le famiglie a ­rischio di fame stanno aumentando dappertutto: come detto, è sufficiente una minima oscillazione del reddito verso il basso per rientrare in questo gruppo (si chiama vulnerabilità).

Perciò il dibattito internazionale guidato soprattutto dalla Fao sul governo e la trasparenza dei mercati agricoli internazionali – tutto giusto per carità – si deve spostare dall’agricoltura all’intera economia. La sfida è riuscire a mettere assieme un incremento dell’offerta alimentare sufficiente a coprire la domanda di una popolazione mondiale in crescita, garantendo nello stesso tempo a tutti un accesso stabile al cibo. I prezzi agricoli vanno mantenuti relativamente alti mentre bisogna intervenire per stabilizzare i mercati agricoli e favorire la crescita della produzione e la disponibilità di cibo. Costa, ma nel lungo periodo è l’unica strada per garantire la sicurezza alimentare. Al cibo bisogna (ri)dare valore. L’accesso, dall’altra parte, deve essere garantito dall’uscita dalla crisi economica: se non aumenta il potere d’acquisto della popolazione, sia urbana che rurale, saremo daccapo. Insicuri, per il cibo e tutto il resto.

 

 

1. The State of Food Insecurity in the World. How does international price volatility affect domestic economies and food security?, Food and Agriculture Organization, Rome, October 2011, pp. 50.

2. Riprendo da: Andrea Segrè, Luca Falasconi e Alessandro Politano, Crisi dei prezzi agricoli, sostenibilità e sprechi alimentari, contributo alla Giornata Mondiale dell’Alimentazione, Ministero degli Affari Esteri, Roma, ottobre 2011.

3. FAO, An Introduction to the Basic Concepts of Food Security, EC-FAO Food Security Programme, FAO, Rome 2008.

4. Consultabili sull’International commodity price database della FAO, all’indirizzo internet http://www.fao.org/es/esc/prices.

5. Fase di forte instabilità dei mercati a seguito del conflitto arabo-israeliano noto come guerra del Kippur, combattuta dal 6 al 24 ottobre 1973 tra Israele e una coalizione composta da Egitto e Siria.

6. Molti prodotti agricoli sono valutati e scambiati sui mercati internazionali in dollari, per cui il deprezzamento della moneta americana ha reso più conveniente il cambio per tanti paesi importatori.

7. Australia (esportatore di latte), Ucraina e Canada (esportatori di frumento) sono alcuni dei paesi colpiti da avversità climatiche ad aver subito una contrazione delle rese produttive. In seguito, altri paesi come l’India e la Tailandia (grandi esportatori di riso), hanno ridotto la quota di riso per l’estero, infiammando ulteriormente i mercati internazionali.

8. Si veda anche Pasquale De Muro, L’impatto dei prezzi agricoli sulla sicurezza alimentare, contributo alla Giornata Mondiale dell’Alimentazione, Ministero degli Affari Esteri, Roma, ottobre 2011.

 

 

 

 

ANDREA SEGRÈ è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e preside della Facoltà di Agraria all’Università di Bologna. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

 

 

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