Andrea Segrè

451 parole: obesità

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce l’obesità come una condizione caratterizzata da un eccessivo peso corporeo per accumulo di tessuto adiposo, in misura tale da influire negativamente sullo stato di salute. Non a caso partiamo dalla definizione di un’organizzazione internazionale che si occupa della salute. Difatti, essere grassi è di sicuro un problema individuale – chi non ha in mente i “grandi” ciccioni americani? – ma è anche e soprattutto un problema mondiale e di salute collettiva, non recente peraltro. È dalla metà dell’Ottocento che medici e specialisti hanno cercato di annoverare fra i propri pazienti anche gli individui grassi, provando a contrastare quello che è certamente un paradosso e un dramma nello stesso tempo delle nostre società1. Da una parte gli affamati, i “magri” – e sono tanti, oltre 800 milioni, secondo le più recenti stime della FAO – e dall’altra gli ipernutriti, i “grassi”, che si aggirano intorno al miliardo circa, stime appunto dell’OMS. Sommandoli, grassi e magri, siamo a più di un terzo della popolazione mondiale attuale. Il riferimento, va specificato, è ad una obesità causata da eccesso di cibo, non certo a quella dovuta a cause genetiche o endocrine. Altra questione.
ObesitàLa cosa incredibile nel mondo di oggi è che si spende più per dimagrire che per mangiare. Segnale che abbiamo davvero perso il valore del cibo, e non solo perché viene sprecato in quantità assai ingenti in tutto il mondo, ricco e povero (come più volte ricordato su queste pagine).

Insomma, l’obesità è un problema principalmente di salute pubblica, ma anche di immagine, sociale, di sanità e spesa pubblica. Il “grasso, grosso, paffuto” – dal latino obesitas: esum è il participio passato di ĕdere (mangiare) con ob (per, a causa di) aggiunto – soffre di tante patologie, che costano molto alla collettività. Sono le malattie – diabete, disturbi cardiovascolari, tumori … – delle società opulente, del benessere ma non solo di queste. I dati mondiali posizionano gli obesi non soltanto nei paesi ricchi ma anche in quelli poveri: dimostrazione che mangiare male – la malnutrizione – è una questione sanitaria e dunque anche economica globale. Ma di questo si sa molto. Come si sa che la fascia di età più a rischio è quella dei più giovani: basta fare un giro nelle scuole medie italiane per rendersene conto.

Meno noto è il problema dal punto di vista dell’immagine: l’obesità è infatti considerata uno stigma.
Se ne parla troppo poco. Vale la pena dire qualcosa.

Se è vero che ogni epoca e cultura stabilisce autonomamente quale sia il peso accettabile oltre il quale si diventa malsani, brutti e inaccettabili, l’obesità è stata spesso associata alla pigrizia e quindi stigmatizzata. Stigma, secondo la definizione più classica dei Greci, erano infatti i segni fisici associati agli aspetti insoliti e criticabili della condizione morale di chi li possedeva. Segni incisi o impressi con il fuoco, che rendevano chiaro a tutti che chi li portava era uno schiavo, un criminale, o una persona segnata che doveva essere evitata, soprattutto nei posti pubblici2. Tutto ciò portava al discredito dell’individuo.

L’obesità viene stigmatizzata non solo in quanto tale, ma perché la sua lotta diventa spesso lotta contro gli individui obesi. Uno stigma fatto spesso di atteggiamenti, sguardi e parole che la persona in eccesso ponderale subisce fin dall’infanzia, nella scuola, in famiglia, sul lavoro, attraverso i media, persino dal proprio medico.

Attualmente infatti in Italia gli obesi non sono considerati malati come gli altri dal Servizio Sanitario, e quindi per esempio non hanno diritto al rimborso per ricovero in strutture specializzate o ai pochi farmaci disponibili, a meno che non siano colpiti da complicanze dovute all’obesità, come le malattie cardiovascolari o metaboliche. In questo modo la vittima del pregiudizio ha meno possibilità di perdere peso ed è più esposta a complicanze varie: spesso non si presenta ai controlli, evita la prevenzione, aggravando così il suo stato fisico e psicologico.

Ma che fare allora? Come sempre soluzioni certe e sicure non ve ne sono. Proviamo tutti quanti, e non solo chi è affetto da questa patologia, a cambiare stile di vita, che deve essere meno sedentario, e a mangiare in maniera più equilibrata e sana.

Interessante è la campagna contro l’obesità lanciata negli USA da Michelle Obama, Let’s Move dove si chiede a tutti gli americani di mandare i propri video mentre fanno moto. Cliccatissima su Youtube è la scena del Presidente e del vicepresidente degli Stati Uniti che sgambettano attorno alla Casa Bianca e fanno un po’ di stretching appoggiati su un muro. Rientrati nell’ufficio ovale i due dialogano: «e dopo un po’ di movimento beviamo un bel bicchiere d’acqua», dice Obama. E Biden risponde: «fai sapere a Michelle che l’ho fatto». Mentre il Presidente conclude: «facciamo la stessa cosa la prossima settimana». Inoltre è prevista una riforma radicale delle etichette sulle confezioni di circa 700 mila cibi di largo consumo. A circa vent’anni dall’ultima regolamentazione tutti i prodotti dai cereali alla bevande, avranno un’etichetta sulla quale sarà indicato con maggiore evidenza rispetto al passato l’apporto calorico e il reale contenuto di zucchero.

Fernando Botero, In the park

Fernando Botero, In the park

Ma se non si riesce a combattere il sovrappeso e l’obesità con la diffusione di buone pratiche alimentari e di moto, che dovrebbero essere sufficienti in verità, si potrebbe provare con le cattive maniere. Fanno così in Giappone, dove l’eccesso di peso è vietato per legge. L’obiettivo del provvedimento nipponico è quello di far scendere la popolazione sovrappeso del 10% entro i prossimi quattro anni e del 25 nell’arco dei prossimi sette. Tutti i cittadini che oltrepasseranno i limiti in occasione di alcuni controlli avranno tre mesi di tempo per dimostrare la propria buona volontà: se così non sarà, dovranno obbligatoriamente sottoporsi a una dieta. E se dopo altri sei mesi non rientreranno ancora nei limiti previsti, rischieranno una salata multa3.

Peraltro bisogna notare che le diete alimentari costano, e forse proprio per questo i consumatori sovrappeso danno un valore più a queste che al buon cibo. Anche questa è un’assurdità, pensandoci bene. Perché dobbiamo pagare per non mangiare e per dimagrire? Basterebbe invece dare più valore al cibo, acquistarne di meno e mangiare conseguentemente di meno. Il cibo buono deve costare, ma non occorre mangiarne tanto. Dobbiamo ribilanciare il rapporto quantità (di meno) e qualità (di più). Il che ci riporterebbe, con ogni probabilità, anche a un riequilibrio ponderale.

In fondo, come diceva (pare) il filosofo Ludwig Feuerbach, siamo quello che mangiamo. Troppo, troppo poco, buono, cattivo. Oppure siamo anche quello che non mangiamo ovvero sprechiamo. Spesso siamo in conflitto con il nostro appetito, reale o presunto: una bulimia che convive con l’anoressia della nostra società contemporanea, specchio della fame e della sazietà, dei magri e dei grassi, in fondo delle tante disuguaglianze che caratterizzano la nostra epoca. Gli obesi sono il rovescio di una medaglia, che è sempre la stessa: il riconoscimento che cibo è un valore.

  1. Sander L. Gilman, La strana storia dell’obesità, Il Mulino, Bologna 2011.
  2. Erving Goffman, Stigma. L’identità negata, Ombre Corte, Verona 2011 [ed. or. 1963].
  3. Simone Cosimi, I più obesi del mondo, www.style.it, 29 maggio 2013.

 

 

ANDREA SEGRÈ, è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Invia una mail per segnalare questo articolo ad un amico