David Bromwich

Confusione Hi-Tech nell’educazione superiore

da ''The New York Review of Books''
ISTRUZIONE: David Bromwich recensisce Ivory Tower, il documentario di Andrew Rossi che analizza la crisi in cui si trova l'istruzione superiore americana.
Ivory Tower, un film diretto da Andrew Rossi

Il documentario di Andrew Rossi Ivory Tower ci sprona a pensare alla crisi dell’istruzione superiore. Ma c’è una crisi? Costose scelte a rischio, ammanchi imprevisti e investimenti la cui opportunità deve ancora essere stabilita hanno fatto aumentare il prezzo dell’educazione universitaria a livelli così alti che oggi in media costa undici volte in più di quanto costava nel 1978.  Alla base dell’ansia riguardante il valore della laurea c’è il sospetto che i vecchi metodi e le vecchie conoscenze saranno presto superati dalla tecnologia. 

In realtà, come il film accuratamente registra, i leader americani nel campo dell’educazione sembrano credere che la tecnologia sia una forza che – indipendente dall’intervento umano – aiuterà o indebolirà la condizione delle università nella prossima generazione. Forse, pensano, la selezione naturale estirperà le specie non adatte all’insegnamento e all’apprendimento. La preoccupazione più forte è che, tranne pochi college e università, le altre verranno presto tagliate fuori dal mercato. 

Locandina del documentario Ivory Tower

Locandina del documentario Ivory Tower

Un tempo si credeva che la laurea presa in un’università statale o privata prestigiosa portasse con sé un lavoro, un lavoro con una potenzialità di guadagno sufficientemente consistente da consentire una vita lontano dai propri genitori. Ma i genitori ora stanno pagando più di quanto abbiano mai pagato per il college; e dall’altra parte il lavoro non sta arrivando in maniera così conseguente. «Anche con un master», dice eloquentemente nel film una giovane donna, laureata all’Hunter College, «non potrei trovare lavoro neanche per pulire i bagni dell’hotel locale». Le università sono criticate per la mancanza di prospettive di lavoro che offrono, benché per ragioni che sono a volte oscure. Insegnano troppe cose, si dice, o impartiscono conoscenze che non sono sufficientemente utili; chiedono troppo agli studenti o troppo poco. Soprattutto, non sono collegate a quei settori dell’economia in cui si possono trovare lavori ambiti. 

La maggior parte delle attuali lamentele sono causate da un’idea sbagliata delle caratteristiche appropriate di un’istruzione universitaria. Michael Oakeshott, che ha definito con grande acutezza gli studi universitari una “pausa” dalle occupazioni pratiche, ha descritto l’errore in questione come la teoria dell’apprendimento basata sul rispecchiare la società. In generale, questa teoria afferma che i contenuti dei corsi del college devono riflettere la composizione e le varie culture presenti nella nostra società. Fino al punto, per fare un esempio estremo che nessuno ha mai messo in pratica,  che dal momento che i cattolici rappresentano il 25 per cento della popolazione degli Stati Uniti, un quarto dei programmi di studio dovrebbe essere dedicato alle esperienze e al credo dei cattolici. La teoria del rispecchiare la società ha avuto una lunga storia in America e per cause che non sono difficili da scoprire. Per le persone che vogliono vedere la democrazia estesa ad aree della vita che si trovano fuori dalla politica, porta con sé un fascino irresistibile. 

Un versione fortemente di sinistra della teoria sostiene che una parte dei corsi dovrebbe essere dedicata a studi legati alla provenienza etnica, riflettendo così le vite e le immagini di sé stessi delle minoranze etniche. Ma c’è sempre stata anche una versione conservatrice. Questa dice che una civiltà basata sul business come la nostra dovrebbe equipaggiare gli studenti con le capacità necessarie per avere successo negli affari; e questa richiesta probabilmente è fatta per influenzare la risposta dai tecnocrati dell’educazione. La speranza è che inducendo nuove abilità di alto livello nei giovani, le istituzioni educative più prestigiose produrranno come conseguenza il materializzarsi di posti di lavoro. Il ministro alla pubblica istruzione, Arne Duncan, è convinto di ciò e conseguentemente ha fatto pressione per un’alternativa al college che porterà gli Stati Uniti più vicini al modello europeo di “indirizzo” degli studenti verso studi di formazione professionale. La difficoltà di ottenere un lavoro decente dopo il college, comunque, è probabilmente tra le due principali la preoccupazione minore. L’altra preoccupazione è l’attuale livello del debito degli studenti. 

Il debito costituito dai prestiti per lo studio oggi supera il debito delle carte di credito. Il totale su tutti gli Stati Uniti è di oltre tre trilioni di dollari. E a differenza di un mutuo underwater[1], dove il problema diretto del proprietario è il pignoramento, gli arretrati dei prestiti non pagati accompagnano lo studente per sempre. 

Protesta contro il debito degli studenti

Protesta contro il debito degli studenti

La situazione si è creata come conseguenza di un’idea originariamente generosa. L’Higher Education Act del 1965 ha posto le basi per il Pell Grants e per gli altri programmi di prestito, ma i decenni successivi hanno visto indebolirsi l’idea che il governo federale debba sostenere la curiosità intellettuale. Ronald Reagan, come governatore della California, guidò la ritirata degli stati dal sostegno all’educazione superiore; e così molti altri stati hanno tagliato gradualmente gli stanziamenti con cui prima consentivano alle università di funzionare meglio. Il disequilibrio fu sostenuto dagli studenti sotto  forma dei crescenti costi delle rette; e le rette dovettero essere pagate facendo sempre più affidamento sui prestiti. Nel prossimo decennio il governo federale incasserà 184 miliardi di dollari di profitti provenienti dal debito degli studenti. 

La stretta finanziaria è giunta proprio quando i college stavano cominciando a pensare a un insegnamento attraverso Internet come a un sostituto per le lezioni in aula. E questa contingenza ha prodotto una nuova variante della teoria del rispecchiare la società. Noi stiamo vivendo (come piace dire agli imprenditori digitali e ai loro addetti) in una società tecnologica, o comunque in una società in cui la nuova tecnologia sta rapidamente modificando i modi di pensare, credere, comportarsi e imparare della gente. La padronanza tecnica del computer è la competenza più importante che si dovrebbe richiedere alle scuole di insegnare. Ma cosa succede se si possono raggiungere tali abilità in modo più economico e senza l’aiuto della scuola? 

La preoccupazione di questa possibilità ha spinto le università, nelle loro brochure, bollettini e pubblicità a rimarcare il solo chiaro vantaggio che esse mantengono su Internet. Sono luoghi fisici; e l’esistenza fisica è ancora percepita in qualche modo come preferibile all’esistenza virtuale. Le istituzioni scolastiche sono state spinte a presentarsi come beni di consumo, cosa che non avevano mai fatto precedentemente, come fornitrici di programmi e di strutture ricreative extra accademici che offrono agli studenti quella “qualità della vita” che rendono un college degno del suo costo. L’Auburn University in Alabama ha recentemente speso 72 milioni di dollari in un centro benessere. Standford ha costruito l’Escondido Village Highrise Apartments. Una università che oggi vuole essere competitiva deve avere una casa dello studente con mense e schermi al plasma in ogni stanza? 

La domanda è posta in Ivory Tower perché queste sono il tipo di cose di cui si vantano i reclutatori dei college quando parlano ai futuri studenti. Il modello sembra essere un club elitario – in questo caso un club la cui principale funzione è dare alloggi confortevoli a migliaia di giovani che realizzano alcuni seri obbiettivi educativi e che nel contempo costruiscono quelle connessioni che potrebbero aiutarli nella vita lavorativa. Le decisioni aziendali, in una tale organizzazione, naturalmente richiedono una supervisione amministrativa con un forte peso all’interno dell’azienda. Ci sono presidenti ora che chiedono salari ben oltre il milione di dollari l’anno. 

«Ciò che viene misurato viene migliorato», dice il motto della catena nazionale di centri fitness LA Fitness. Seguendo il medesimo presupposto le burocrazie amministrative delle università sono cresciute a un livello che supera di gran lunga quello delle facoltà; e gran parte di questo allargamento è dovuto al regime di  automonitoraggio e automisurazione dell’istituzione. Ma è vero che ciò che viene misurato viene migliorato? Un ovvio protocollo di misurazione è il censimento della  soddisfazione del consumatore. Nei college e nelle università, questo è conosciuto come valutazione degli studenti. Molta calcolata energia è stata spesa nel progettare e nel rivedere  queste forme di censimento della valutazione. E tuttavia gli insegnanti buoni e cattivi venivano facilmente individuati anche nei giorni precedenti le valutazioni. Il pericolo che si cela sia nelle valutazioni interne alle istituzioni che nei forum online come “Rate My Professor” è che questi scoraggino l’eccentricità. Samuel Johnson ha definito un classico della letteratura come un lavoro che è piaciuto a molti e per lungo tempo. Le valutazioni possono favorire coloro che tengono corsi che piacciono a molti e che piacciono in fretta. 

Sul margine utopico della fiducia nella tecnologia, il via via più accreditato rimedio digitale per migliorare l’educazione superiore passa dall’acronimo MOOC (massive open online course). Il movimento MOOC è rappresentato in Ivory Tower dal gruppo di Udacity della Silicon Valley. «Ha davvero senso», chiede un adepto di Udacity, «avere cinquecento professori in cinquecento università diverse, ognuno dei quali insegna agli studenti in modo simile?»  Quello di cui c’è bisogno, egli pensa, è l’equivalente accademico di una “rock star” per proiettare la conoscenza sugli schermi e nelle menti degli studenti senza il disturbo dei compagni o l’intrusiva presenza dell’insegnante nella stanza. «Forse», aggiunge, «quella rock star potrebbe fare un lavoro un po’ migliore» degli anonimi accademici da quattro soldi la cui fama e lustro il professore del video rimpiazzerà efficacemente. 

Che la star accademica faccia un miglior lavoro di insegnamento rispetto al pedagogo locale che assomiglia esattamente ad altri 499 del suo genere è, di per sé, la logica di fondo interessante e rivelatoria di Udacity. Perché supporre che cinquecento professori, mettiamo di letteratura inglese da Defoe a Joyce, tendano tutti a insegnare la materia nello stesso modo, mentre il professore MOOC si distinguerà perché insegna una versione più avanzata della stesso cosa? Qui, come per altri aspetti di questi corsi, sotto tutto il gran parlare di varietà si nasconde la passione per l’omologazione. 

Una delle rock star, l’amministratore delegato di Udacity, Sebastian Thrun, diventa in Ivory Tower il soggetto di un’analisi distinta. «C’è una pillola rossa e una pillola blu», dice Thrun (un teorico dell’intelligenza artificiale) per spiegare la nuova via che ha scelto, «e puoi prendere la pillola blu per tornare di nuovo in classe e insegnare ai tuoi venti studenti. Io ho preso la pillola rossa». Il rimprovero dal sapore fantascientifico è solo un modo per dire che ha lasciato il suo lavoro a Stanford per insegnare per Udacity. «Per me», dice Thrun, «questo è un medium interattivo che impressiona lo studente, in maniera molto simile a come funziona un videogioco».  

Sebastian Thrun

Sebastian Thrun

Vogliamo davvero che l’insegnamento e l’apprendimento assomiglino a un videogioco? A questo punto il richiamo al valore del divertimento si trasforma in una seria preoccupazione sul suo contenuto democratico. «Spostiamo l’attenzione dal professore», dice Thrun, «e la riportiamo sullo studente». Qui fa una pausa per un attimo. All’innovatore che si basa sull’intelligenza artificiale viene chiesto di registrare le sue lezioni perché è una star. Contemporaneamente, rendendo meno attraenti i professori che in migliaia di classi si ripetono, Udacity dice che «riporterà l’attenzione sugli studenti». Come funziona esattamente? In quale livello educativo naturale è stata posta attenzione allo studente prima che arrivasse l’insegnante e se la portasse via?  E ora che Udacity ha riportato l’attenzione sullo studente – come se la stessa presenza dell’insegnante fosse un’aberrazione che il format MOOC ha corretto – la compagnia alla fine renderà ridondante anche la star? 

Un insegnante MOOC ha la possibilità di interagire con una piccola selezione incrociata di studenti, ma è nella natura dell’artificio, dal momento in cui le iscrizioni alle classi possono arrivare fino a 100.000 presenze, che questa non sarà mai altro che un gruppo campione. Il consueto modo di presentazione del “tocco personale” nel format MOOC è la cosiddetta “classe capovolta”. In essa un assistente insegnante circola in un’aula piena di studenti che hanno guardato il video assegnato e li aiuta a strutturare le domande sui dettagli. L’assistente – come suggerisce Ivory Tower con una sobria didascalia – risulta essere spesso qualcuno che era prima un professore che l’allettamento finanziario del MOOC ha retrocesso al rango di capo sezione. Al cuore del modello MOOC c’è l’idea che l’educazione sia un’attività mediata ma non sociale. Questa cosa è strana quanto l’idea – condivisa dalle estatiche comunità religiose – che la scoperta della verità sia un’attività sociale ma non mediata. 

Eppure, per quanto fantasioso possa essere il concetto, il movimento MOOC ha una chiara motivazione economica. Molte università oggi vorrebbero tagliare drasticamente le spese per gli insegnanti. Perciò è importante persuadere tutti noi che gli insegnanti non sono mai stati al centro dell’insegnamento reale. 

Per come sono andate le cose nella Silicon Valley, la realtà costituisce una verifica dei sogni di Udacity. Nel 2013, la società  ha vinto con la sua offerta la gara per un contratto con la San Jose State University; e nel luglio di quello stesso anno sono stati pubblicati i punteggi ottenuti dai corsi propedeutici alla verifica primaverile. Ha ottenuto la sufficienza in statistica elementare il 50,5 per cento degli studenti; in algebra universitaria il 24,5 per cento; in introduzione alla matematica il 23,8 per cento. Per punteggi come questi gli insegnanti sono stati licenziati in massa da amministratori e politici che non avrebbero accettato alcuna giustificazione. 

Peter Thiel

Peter Thiel

Un’alternativa all’insegnamento e all’apprendimento meno pretenziosa è suggerita da Peter Thiel, il cofondatore di PayPal, che viene descritto in Ivory Tower come il leader del “movimento AntiCollege”. Thiel assegna borse di studio a ragazzi in età da college per sostenere la loro auto-educazione fuori dalla scuola. Alcuni di loro vivono a tale scopo nei quartieri residenziali dell’Education Hackerhouse nella Silicon Valley. Thiel e i suoi ammiratori scompongono l’educazione superiore in tre cose positive di cui gli studenti sperano di entrare in possesso: prima, la conoscenza; seconda, una conoscenza tra pari; terza, le credenziali. Il suo approccio, egli pensa, può liberare gli studenti dal dover mettere insieme la conoscenza di cui necessitano grazie alle possibilità aperte dalla tecnologia digitale. Lungo la strada, convitti come la Hacker House consentono di costruire un utile network di compagni di corso. Così come le credenziali, che deriveranno loro da qualunque occasione si creeranno seguendo questo sentiero elettivo. 

Thiel sbaglia quando suppone che tutta la conoscenza che vale la pena acquisire si possa quantificare, quando suppone che il principale beneficio sociale dei quattro anni di college si sia sempre supposto provenisse dai network di contatti creati e quando suppone che l’autorevolezza intellettuale sia riducibile a delle credenziali. Ma gli studenti della Thiel Fellowships che vengono intervistati in  Ivory Tower appaiono svegli e mentalmente vivaci. In una maniera curiosa, mostrano più spontaneità e più piacere, e sembrano organizzati in modo meno rigido rispetto a molti degli studenti che provengono dai migliori college e università. È l’assenza di una guida – nel senso che se la devono cavare da soli – che ha dato loro qualcosa della libertà tipica dei college di quaranta o cinquant’anni fa? 

Ivory Tower riesce a trattare, anche se in brevi segmenti, un largo campione dei vari tipi di educazione superiore che vengono sperimentati oggi. Nel film ci vengono mostrate le attrazioni che attirano gli studenti fuori dal loro stato per assumersi il rischio e pagare il salato prezzo di una delle “party school” famose per i piaceri così come per i crediti acquisibili. Si parla anche della drammatica occupazione, durata sessantacinque giorni, dell’ufficio del preside alla Cooper Union da parte degli studenti per protestare contro la nuova introduzione di rette universitarie in un’istituzione storicamente priva di tali rette. E ci viene anche mostrato il primo giorno dell’anno scolastico ad Harvard, dove il CS50 (Introduzione alla Scienza del Computer) è diventato il corso più frequentato, che nelle ore di ufficio attira centinaia di persone disposte sue due lunghe file di tavoli. 

Scena tratta dal documentario di Andrew Rossi

Scena tratta dal documentario di Andrew Rossi

Le parti più istruttive del film sono quello dedicate al Deep Springs College in California e allo Spelman College in Georgia. La parte che si occupa dello Spelman, un’istituzione per donne afroamericane, mostra il fatto illogico che l’apertura di mente e la fiducia intellettuale in sé stessi può svilupparsi principalmente dove vi sono studenti provenienti per lo più da contesti simili e che condividono obbiettivi simili, e quando vivono insieme e si incoraggiamo l’un l’altro. Il Deep Springs è utile per altri motivi. La scuola offre i primi due anni di college a un piccolo gruppo di maschi – si sta aprendo a un gruppo misto – e gli studenti si fanno carico di (come dice uno di loro) «un impegno di due anni a, in effetti, estraniarsi dal mondo». 

I pilastri dell’educazione al Deep Springs sono l’autonomia, gli studi accademici e il lavoro fisico. Il numero degli studenti è inferiore rispetto ai borsisti-hacker della Thiel Fellowship – per un totale di ventisei – ma sono responsabili di tutti i lavori al ranch e alla fattoria del campus di Big Pine, California, oltre a collaborare nell’organizzazione del piano di studi e nel prendersi cura dei loro alloggi. I due minuti di un seminario alla Deep Springs dedicato a cittadino e stato nella filosofia di Hegel danno un’impressione più vivida di tutti i commenti da parte degli amministratori di college nel resto  del film, di cosa può essere un’educazione universitaria. 

Andrew Delbanco, professore di materie umanistiche presso l’università della Columbia e autore di College: What It Was, Is, and Should Be (2012), offre la sua voce sicura al film, una sorta di accompagnatore o cicerone per lo spettatore non accademico. Le sue spiegazioni vanno oltre il dare organizzazione a una materia così complessa. Vediamo Delbanco dirigersi in ufficio e lavorare alla scrivania, e lo ascoltiamo riflettere sulla crisi; e nell’insieme non si sarebbe potuta avere una voce più adeguata e ragionevole. Egli desidera che la maggior parte dell’educazione senza pregiudizi, così come l’abbiamo conosciuta fino ad ora, continui a mettere a fuoco i pericoli delle diverse proposte contemporanee. Insegnare all’università, dice, richiede l’impegno per preservare la «memoria culturale»; quindi è in qualche modo «uno sforzo per farsi gioco della morte». 

Probabilmente lo è. Ma tante altre cose nella vita  lo sono: avere figli, fondare una società o un ente di beneficenza, occuparsi del giardino di qualcuno. C’è pressione e richiesta per una continuità umanistica oltre i desideri dei test standardizzati, dei resoconti sul rapporto costi-benefici, e dei questionari delle risorse umane. «Cosa saprà una generazione della sua storia/ Se non ne conoscerà nessun’altra?». Edgar Bowers ha scritto così nella sua meravigliosa poesia For Louis Pasteur,  e la sua domanda può servire come promemoria dello stesso valore sfuggente che Ivory Tower sottolinea con altre parole e immagini. Le università non esistono per rispondere alla domanda, ma per registrare e reiterarne la  forza.

  1. Il mutuo underwater è un fenomeno, diffuso soprattutto negli Stati Uniti, che si presenta quando il valore di un immobile scende al di sotto dell’importo del mutuo stipulato per il suo acquisto. N.d.R.
DAVID BROMWICH, è professore di inglese a Yale. È autore, fra l’altro, di Hazlitt. The Mind of a Critic (Oxford, 1983), e ha curato una raccolta di pensieri di Edmund Burke: On Empire, Liberty, and Reform (Yale University Press, 2000).Il suo libro più recente è: Edmund Burke: an Intellectual Biography (Penguin Books, 2012).
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