Gregory Hays

L’antico eroe greco in 24 ore

da ''The New York Review of Books''
LETTERATURA - ISTRUZIONE: Il libro di Gregory Nagy, The Ancient Greek Hero in 24 Hours, non è solo una riflessione sul ruolo dell’eroe nell’epica omerica e nella letteratura greca antica, ma anche uno strumento per capire se i MOOC (corsi online in cui un singolo professore può insegnare a migliaia di studenti su internet), considerati al momento la nuova frontiera dell’innovazione tecnologia nel campo dell’educazione, riusciranno a soppiantare i metodi di insegnamento classici.
GREGORY NAGY, The Ancient Greek Hero in 24 Hours, Belknap Press/ Harvard University Press, pp. 727, $35,00

La domenica mattina del 10 giugno 2012, la facoltà, lo staff e gli studenti dell’Università della Virginia furono avvertiti di un golpe di palazzo. Il presidente dell’università, Teresa Sullivan, era stata spinta a rassegnare le dimissioni da una piccola fazione del consiglio d’amministrazione. I cospiratori erano guidati dal presidente del consiglio (il “rettore” nel gergo locale), un’imprenditrice edile di Virginia Beach di nome Helen Dragas.

I motivi del golpe non sono mai stati chiariti del tutto, forse perché questi responsabili non erano a loro volta molto sicuri di quello che stavano cercando di ottenere. Ma la mitologia dell’evento ha messo in evidenza due temi. La Sullivan veniva vista come insufficientemente aggressiva nel perseguire quello che i cospiratori del consiglio vedevano come la prossima grande moda nell’educazione: corsi online aperti (MOOC), in cui un singolo professore insegna a migliaia o a decine di migliaia di studenti su internet. Di lei si diceva che si fosse anche opposta alle proposte di chiusura di programmi oscuri e non remunerativi – in particolare del dipartimento di studi classici [1].

Il presidente dell'Università del Virginia Teresa Sullivan

Il presidente dell’Università del Virginia Teresa Sullivan

Il seguito è ben noto. Dopo due settimane di proteste da parte degli studenti e di critiche a livello statale, i cospiratori furono costretti a fare marcia indietro e la Sullivan fu reintegrata. Ma l’episodio è diventato il simbolo di una tensione tra i modi classici di insegnare (poiché cosa può essere più classico degli studi classici?) e le nuove, “deleterie” tecnologie, simbolizzate dal MOOC. Come il nuovo libro di Gregory Nagy illustra, la realtà è più nebulosa.

Nagy ha ottenuto un Ph.D. ad Harvard nel 1966. Ancora ventenne fu assunto immediatamente come membro di facoltà e, eccetto che per un breve lasso di tempo alla John Hopkins, è rimasto lì da allora. Egli ha ottenuto la maggior parte dei riconoscimenti a cui un classicista americano può aspirare, inclusa la presidenza della American Philological Association e la cattedra Sather a Berkeley. È stato un tutor generoso per due generazioni di laureandi, uno svelto impresario per diverse serie di monografie accademiche, e, più recentemente, direttore del Centro per gli Studi Ellenici a Washington. Ora, superati i settanta, è riuscito a diventare un’eminenza grigia senza quasi mai cessare di essere un enfant terrible.

Tutto il lavoro di Nagy ha avuto a che fare con la letteratura greca delle origini, e quasi tutto, direttamente o indirettamente con Omero. Molti dei suoi interessi caratteristici sono già presenti nel suo primo libro, intitolato in maniera austera Comparative Studies in Greek and Indic Meter (1974). Come tutti i moderni esperti di Omero, Nagy parte dalle dimostrazioni di Milman Parry (1902-1935) e del suo allora assistente Albert Lord che i poemi omerici riflettono – e riflettono su – la lunga tradizione di composizione e di trasmissione orale. Parry morì giovane in maniera tragica, sette anni prima della nascita di Nagy, ma Lord fu uno degli insegnanti di Nagy e suo collega per molti anni ad Harvard (è morto nel 1991).

Lo stesso Nagy ha combinato l’enfasi sulla composizione e la tradizione orale con la formazione nella linguistica indeuropea e con l’interesse per lo strutturalismo. Quest’ultimo nasce dal suo background di studi linguistici ma è stato anche arricchito dai contatti personali con classicisti francesi come Jean Pierre Vernant, Marcel Detienne e Nicole Loraux. L’approccio che ne è risultato ha ottenuto un ampio pubblico accademico con il suo acclamato secondo libro, The Best of the Achaeans (1979). Il suo lavoro successivo ha esteso e applicato questo approccio a qualche nuovo materiale, ma non lo ha cambiato in maniera fondamentale. Le pubblicazioni di Nagy, infatti, costituiscono un sistema autosufficiente (e molto autoreferenziale); se si aprisse una pagina a caso, sarebbe difficile indovinare se sia stata scritta nel 1980 o nel 2010.

Nagy per molti anni ha tenuto un ampio corso di lezioni su “l’eroe greco”, sia ai regolari studenti di Harvard che agli studenti che proseguivano gli studi. Quel corso ora è stato trasformato in un MOOC, a cui il suo recente libro di settecento pagine serve come libro di testo. La sua copertina promette «un’esplorazione delle radici della civilizzazione nell’epica omerica e nella letteratura classica, un’eredità che continua oggi a sfidarci e a ispirarci». In realtà, The Ancient Greek Hero in 24 Hours è un libro ben più strano di ciò, sia nel contenuto che nella forma.

Il soggetto centrale di Nagy è la relazione del poema omerico (e, per estensione, dell’altra letteratura greca) con il culto dell’eroe. Quest’ultimo termine richiede una qualche spiegazione. Oltre ai soliti dèi dell’Olimpo e ad altri dèi, gli antichi greci veneravano le ombre dei mortali famosi. Questi “eroi” non erano proprio dèi nello stesso senso di Afrodite o Zeus: il loro potere era meno grandioso, la loro influenza più circoscritta. Tuttavia godevano di immortalità, erano in grado di apparire ai loro fedeli nei momenti importanti ed erano celebrati da rituali, inclusi sacrifici e gare atletiche.

Omero e la sua Guida, di William-Adolphe Bouguereau, 1874, Milwaukee Art Museum

Omero e la sua Guida, di William-Adolphe Bouguereau, 1874, Milwaukee Art Museum

Un buon esempio è la figura di Protesilao, un guerriero menzionato solo brevemente ne L’Iliade, benché egli appaia dovunque nella letteratura antica. Ritenuto il primo greco a morire a Troia, fu oggetto di venerazione nella città di Elaio nell’Ellesponto. Là, durante le Guerre Persiane dell’inizio del quinto secolo, si riteneva che avesse punito un governatore persiano che aveva commesso l’errore di appropriarsi del suo reliquiario. La sua impegnativa carriera postuma è celebrata anche in un dialogo chiamato Heroikos del retorico del terzo secolo a.C. Filostrato. Quando Nagy parla «dell’antico eroe greco», è questo culto degli eroi che egli ha in mente.

Ora, gli eroi di Omero non sono esplicitamente rappresentati come eroi venerati. In realtà, essi non sono rappresentati esplicitamente così: la mortalità irrevocabile di Achille ed Ettore è centrale all’Iliade come noi la conosciamo. Altre fonti immaginano un Achille trasportato dopo la sua morte in una misteriosa ma apparentemente piacevole “Isola Bianca”, in cui sposa Elena e vive felice per sempre. Tali storie non hanno spazio in Omero, non più di quanto ne abbiano l’invulnerabilità o le armi magiche. Tuttavia, per Nagy i poemi sono sempre consci del culto dell’eroe, ma in certi momenti tradiscono questa consapevolezza (allo stesso modo in cui la pubblicità di un detersivo si lascia sfuggire l’esistenza di “un’altra marca concorrente”). In realtà, Nagy andrebbe un passo oltre: le sue Iliade e Odissea in realtà guardano ai loro personaggi principali come eroi di culto, anche se di un genere in qualche modo inusuale. Personaggi come Achille o Ulisse raggiungono l’immortalità postuma attraverso la stessa poesia di Omero, e la loro venerazione consiste nella recitazione ritualizzata di quella poesia nelle feste come i Giochi Panatenaici di Atene [2].

La prima metà del libro di Nagy ha a che fare con l’epica: otto “ore” su temi da L’Iliade (inclusi alcuni testi poetici collegati), tre su L’Odissea, una su Esiodo. La seconda metà tratta Erodoto e Filostrato, varie tragedie (Orestea di Eschilo, Edipo Tiranno e Edipo a Colono di Sofocle e Ippolito e Le Baccanti di Euripide), L’Apologia e il Fedo di Platone. Ognuna delle ore è costruita intorno a una parola importante o a parole importanti greche. Alcune di queste sono notoriamente intraducibili, come ate, la follia che conduce alla catastrofe che affligge la casa di Atreo.

Altre sono state a lungo oggetto di fascinazione per Nagy. Rilevante tra queste è kleos aphthiton la “gloria imperitura” che Achille riceverà in cambio della sua morte prematura a Troia. Per Nagy è l’equivalente poetico della reale immortalità che gli eroi greci ricevono con la venerazione. E ha una formula simile nel sanscrito dei veda, cosa che suggerisce che l’idea risale a versi indoeuropei. Un altro termine importante è sema, una parola che può significare “segno” (come per “semiotica) o “significato” (come in “semantica”), ma può anche designare la tomba fisica o il tumulo sepolcrale di un eroe. Questa ambiguità spinge ad una riflessione molto estesa, non facile da riassumere, o anche, qualche volta da capire.

Una delle tattiche ricorrenti di Nagy è l’attribuzione alle parole greche comuni di un senso rituale specializzato. Quando Saffo ci dice che «Mi pare di essere (phainom’ emautai) prossima alla morte» siamo invitati a rendere la frase iniziale come «Io appaio a me stessa in un’epifania». Il termine nostos (“ritorno a casa”), così centrale ne L’Odissea, si deve intendere come «ritorno alla luce e alla vita», raccogliendo l’indicazione di un libro del 1978 di Douglas Frame che molti critici hanno trovato più eccentrico che convincente. Therapon, una parola usata da Patroclo in relazione ad Achille, è connessa a una parola apparentemente collegata all’anatolico e interpretata non come (o non solo come) «assistente, signore di campagna» ma come «sostituto rituale». Quando il fantasma di Patroclo ricorda il suo coinvolgimento in un omicidio involontario, egli descrive sé stesso come nepios (reso normalmente con «stupido»). Ma per Nagy la frase chiave non significa «Ero un idiota» ma «Mi sentivo disconnesso». Mentre tali nagyismi si accumulano, essi giungono ad una rilettura cumulativa della letteratura greca; un paesaggio sorprendentemente placido viene minato con sottotesti rituali a cui il lettore deve essere iniziato da Nagy.

È vero che le parole greche non corrispondono sempre efficacemente all’equivalente inglese, e ciò è particolarmente vero per parole che riflettono un significato astratto o concetti culturali. Nella loro stessa ineleganza, tali ritraduzioni di Nagy hanno un benvenuto effetto straniante. In tale contesto diventa più facile vedere le canzoni scritte per le ragazze di Sparta dall’antico poeta lirico greco Alcmane come l’equivalente greco dei rituali di iniziazione Navajo e Apache a cui Nagy fruttuosamente li accomuna. Ma si sente spesso che Nagy sta dando un peso non dovuto a etimologie remote e qualche volta ipotetiche. Un esempio rivelatore – perché non centrale all’argomento – è l’osservazione che molta gente parla ancora vagamente di “dischi” quando vuole dire CD. «Sospetto che parliamo in questo modo», commenta Nagy, «perché l’idea di memoria è incorporata nella parola record» (in inglese la parola “record” significa sia disco che registrazione. N.d.T.). Ma naturalmente questo non è il motivo per cui qualche volta ci riferiamo ai CD con il nome “record”; il termine è stato semplicemente esteso da una tecnologia a quella successiva. Inizialmente il negozio di dischi (record store) vendeva dischi (records), poi vendeva dischi e CD, poi, prima che chiudesse i battenti, solo CD. Ma nell’organizzare una raccolta di dischi, non pensiamo al cuore (in latino cor) come alla sede della memoria, non più di quanto pensiamo a una carta carbone quando mettiamo in “cc” (per conoscenza) qualcuno in una e-mail.

Per il lettore comune, un problema più importante è la discrezionalità dell’interesse di Nagy. Poiché il suo scopo è quello di mostrare un discorso che il testo cela o impedisce, il libro si concentra sui singoli momenti in cui quel materiale sembra venire alla superficie: il remo piantato da Ulisse, Elettra che porta libagioni alla tomba del padre, Patroclo che emerge dalla tenda «uguale ad Ares». Nagy è un appassionato e attento lettore, ma legge passaggi, non opere. E i suoi interessi aderiscono meglio ad alcuni testi piuttosto che ad altri. Le canzoni di Alcmane per le ragazze hanno una sorta di retroterra rituale, per esempio, e L’Edipo a Colono di Sofocle riguarda in realtà il culto degli eroi. Ma guai ai lettori che accettano l’antico eroe greco aspettandosi un’introduzione generale al poema omerico o alla Tragedia Greca, o che ne escano con l’impressione di averne ricevuta una.

Argomento chiuso, allora, per l’antico eroe greco. Ma perché «in ventiquattro ore?» La figura può ricordarci le unità aristoteliche. Essa fa venire in mente una somiglianza sospetta con un convenzionale corso accademico di college. Metti un corso preparatorio – “l’ora 0” di Nagy – aggiungi un esame di medio termine e hai un semestre da college di tredici settimane. Viene la tentazione, allora, di vedere The Ancient Greek Hero come un libro di testo come The Discarded Image di C.S. Lewis o Lezioni di letteratura russa di Nabokov. Tuttavia in qualche modo, il volume sembra più come il corso stesso. Il suo stile e la presentazione riflettono le tradizionali strategie del tenere lezioni. Ogni conferenza è introdotta in un modo simile («La parola chiave di questa ora è X»). C’è un grande uso della regola del tre tipica delle conferenze: più volte ci viene detto quello che ci verrà detto, poi ci viene detto, poi veniamo rassicurati che ogni cosa che ci è stata detta ora è “al suo posto” e Nagy può proseguire.

Termini importanti ci vengono ficcati in testa attraverso la ripetizione («Ripeto qui la mia definizione di base di eziologia»). Le digressioni centellinano le informazioni in una sorta di tecnica dell’appena in tempo (chi è Albert Lord? Cos’è un enunciato performativo?). Le allusioni alla cultura popolare collegano la società omerica allo stesso mondo culturale del pubblico stesso. Una pietra di paragone prediletta è il classico film di fantascienza Blade Runner (o Bladerunner, come Nagy lo ribattezza), ma incontriamo anche Il giovane Holden, Roberta Flack e George Harrison (l’orizzonte culturale del presunto pubblico di Nagy sembra andare dalla fine degli anni ’60 a circa il 1982). Alcune formulazioni che si può immaginare funzionino in una conferenza appaiono un po’ imbarazzanti sulla pagina. Così Achille che canta le gesta degli eroi nel canto 9 de L’Iliade «è ritratto come una superstar». Andromaca nel canto 6 de L’Iliade incanala le Tentazioni dicendo a Ettore che «tu sei tutto per me». Dopo aver classificato l’enoteismo [3] come «la venerazione di una divinità alla volta», Nagy osserva che «penso alla mentalità dell’uno alla volta dell’enoteismo come a un monoteismo seriale». Si possono quasi sentire gli studenti di Harvard sorridere educatamente.

Achille benda le ferite di Patroclo, 500 a.C., Staatliche Museen, Antikenabteilung, Berlino.

Achille benda le ferite di Patroclo, 500 a.C., Staatliche Museen, Antikenabteilung, Berlino.

In uno sforzo ovvio verso la chiarezza, il testo di Nagy spesso richiama l’attenzione sui suoi stessi meccanismi interni: «Ecco un paragrafo a tesi che è inteso a incapsulare l’argomentazione nell’esegesi che segue…». Le digressioni sono ordinatamente delimitate («Detto questo, ritorno a…»). Un sistema di paragrafi numerati e citazioni colte consente riferimenti incrociati puntigliosi («il verso decisivo che qui cito dall’inno di Omero a Demetrio sarà citato nell’Ora 8 Testo C e analizzato nell’ora 8 §§ 20-21»).

In tali momenti The Ancient Greek Hero in 24 Hours sembra meno una conferenza e più un manuale del produttore per il miglior utilizzo – di una lavatrice, forse, o di una preziosa fotocopiatrice. Qui vengono in mente altri tipi di libri che promettono l’acquisizione di competenze in un tempo limitato: Imparare la programmazione dei computer in 20 minuti al giorno. Tuttavia l’impressione di chiarezza può essere ingannevole. Una delle transizioni preferite di Nagy è «trovo rilevante (pertinente, significativo, utile) da comparare (citare, evocare, ritornare a) a X», in cui la rilevanza (pertinenza, significato, utilità) di X non è sempre facile da individuare. Come ha notato il recensore di un precedente libro di Nagy, «non passa molto tempo che perdo il filo di uno degli argomenti di Nagy».

Nagy a volte sembra supporre un lettore piuttosto inesperto, uno a cui bisogna dire, per esempio che l’escatologia, «ha a che fare con il pensiero dell’aldilà – dove uno prima o poi finirà» . Tuttavia due pagine dopo ci si attende che lo stesso lettore lotti con il seguente:

Proprio come la parola psūkhē comunica il messaggio di un tomba che deve essere divisa da Achille e Patroclo come eroi di culto ne L’Iliade, la stessa parola comunica lo stesso messaggio nell’immagine dipinta sull’Idria di Münster. Nella logica di quella immagine, il sé di Patroclo come un psūkhē diventerà il sé di Achille, il cui cadavere sarà collocato dentro la stessa tomba che è già occupata dal corpo del suo altro sé stesso, Patroclo. Così la psūkhē è sia il messaggero che il messaggio del messaggero.

In tali momenti ci si domanda veramente a chi sia rivolto questo libro. Parti di esso possono essere colte da chiunque; per altre parti dovresti essere probabilmente lo stesso Nagy per capirle.

La questione del pubblico viene complicata piuttosto che chiarita da un altro aspetto del libro: la sua relazione con la versione MOOC del corso originale di Nagy. Infatti, a dispetto della soddisfacente sensazione di esso come libro, si è coscienti che The Ancient Greek Hero non è un lavoro indipendente o autosufficiente. Nagy fa frequenti riferimenti alla raccolta di scritti online che accompagna il MOOC. Le sue stesse pubblicazioni, scrive, hanno «riempito» o «aggiornato» le versioni online. Il sito del corso include segmenti che non si trovano nel libro, per esempio un video animato basato su Les pecheurs de perles di Bizet che presumibilmente dovrebbe fare luce su Saffo.

In realtà, lo stesso libro conduce un’esistenza digitale autonoma, come “H24H”, sul sito web del MOOC. Alcune sezioni alludono al materiale visivo o registrato più accessibile online. Ciò è particolarmente vero nell’Ora Tre, che include descrizioni piuttosto insoddisfacenti di un moderno canto funebre popolare ungherese e di una scena di compianto dal film coreano del 2000 Ch’unhyang. Nell’aula magna, ovviamente, queste erano clip reali, come lo sono nel MOOC. In modo simile, le analisi dettagliate di pitture vascolari nell’Ora Sette, o di un fregio minoico nell’Ora Ventitré, reclamano primi piani, o almeno un conferenziere che segnali visivamente le caratteristiche. Questi contenuti nel libro saranno come i prigionieri nel mito della caverna di Platone, non guardano la cosa stessa ma le ombre sfumate di essa.

Tutto ciò pone una questione più ampia. Cosa intendiamo quando ci riferiamo a The Ancient Greek Hero di Nagy? È questo libro? Sono le conferenze di Harvard su cui è basato? È il MOOC nella sua attuale concreta realizzazione? O è l’intera sequenza dei pensieri di Nagy sulla materia, espressa in vari formati (alcuni non più accessibili), che risalgono alla fine degli anni ’70?

In questa non facile oscillazione tra varie tecnologie, The Ancient Greek Hero ricorda più che mai le stesse epiche omeriche: i poemi orali che sono anche, in qualche modo, fissati nella scrittura. I lettori possono già aver notato che molte delle tecniche del libro tipo conferenza – ripetizione, digressioni circolari, brevi paragoni con lo stesso mondo culturale del pubblico – sono anche caratteristiche della poesia omerica. Ma la somiglianza è più profonda. Come L’Iiade, il lavoro di Nagy è un lavoro ambizioso in ventiquattro parti, sviluppatosi in un lungo periodo di performance orali, che accennano a e rielaborano versioni precedenti (esse stesse elastiche), prima di assumere una forma più durevole sotto la spinta di una nuova tecnologia. Come l’Omero di Nagy respinge i rituali locali in favore del fascino Panellenico, così Nagy ha trasceso il cortile di Harvard e ora si rivolge a un pubblico di migliaia di persone, dalla Polonia al Perù.

E proprio come L’Iliade mira a chiudere l’intera guerra nei pochi giorni di cui essa narra, così The Ancient Greek Hero riassume l’intera carriera dell’autore. La bibliografia del libro include quattro consistenti pagine di scritti di Nagy (quasi un quarto dell’intera bibliografia). Gli articoli di Nagy rappresentano più della metà dei titoli abbreviati, generando note a piè di pagina criptiche come: «Nagy 2010a:189. Si veda anche GM 261–262; PH 285 = 10§18; PP 90, 102–203». Come la stessa Iliade, The Ancient Greek Hero è un’offerta all’immortale kleos, o “gloria” – per il suo soggetto, e forse anche per il suo autore[4].

C’è stata la preoccupazione in alcuni ambienti che i MOOC avrebbero avuto un effetto limitante sugli studi accademici. La maggior parte dei professori (si è temuto) saranno licenziati o diverranno semplice staff di supporto. Il bottino andrà a una manciata di superstar, la controparte accademica dei guerrieri di primo piano dell’Iliade, i cui privilegi sono descritti nella famosa esortazione di Sarpedonte al suo amico Glauco:

Qual’è il punto nell’essere celebrati in questo modo con i posti migliori a tavola, la prima scelta della carne, le coppe traboccanti, a casa in Licia, come dèi a proprio agio sotto lo sguardo di tutti?…In modo tale che noi due in tempi come questi possiamo fronteggiare nella prima linea della Licia il furore della battaglia e combattere bene, tanto che gli uomini in armi della Licia possano dire: «Non sono uomini comuni i nostri signori che governano in Licia. Mangiano grassi agnelli alle feste e bevono rari vini d’annata. Ma la cosa principale è la loro potenza in battaglia, quando guidano il combattimento».

Scena di battaglia fra achei e troiani, 490 a.C., Museo del Louvre.

Scena di battaglia fra achei e troiani, 490 a.C., Museo del Louvre.

Tra i guerrieri omerici, la persona di Nagy è forse più vicina a quella del geniale e loquace Nestore, il consigliere dei greci che ha visto morire due generazioni di eroi ed esorta la terza con lunghi racconti sulle sue gesta giovanili. Ma i riflettori rimangono molto su di lui.

Cosa ci dicono, se qualcosa ci dicono, gli esperimenti di Nagy? Il MOOC rivoluzionerà l’educazione in pochi anni, come sono convinti i cospiratori della Virginia? Rimarrà un margine supplementare benché utile all’educazione universitaria convenzionale, come avvenne con la Open University o con i corsi per corrispondenza negli anni ’20? Sarà semplicemente un terreno per pensionati o intellettuali della domenica, il successore digitale delle “grandi conferenze su nastro”? O si dimostrerà un cul de sac evoluzionista, come i filmati di quinta elementare degli anni ’70?

Nessuna di queste domande sembra ancora avere risposta. Nella sua versione attuale, infatti, il MOOC di Nagy appare molto come un’ampia conferenza convenzionale: c’è un libro di testo, un professore che parla per la maggior del tempo (qualche volta solo, qualche volta in “dialoghi” ovviamente messi in scena), una sezione di discussione virtuale, e test a scelta multipla e modelli di risposte brevi. Quando si esplora il sito si è colpiti dall’ordinarietà dell’intera cosa – anche dalle dinamiche della classe. Alcuni partecipanti stanno seguendo una conferenza sulla cortesia nelle bacheche, studenti greci moderni insistono che solo loro possono davvero capire Omero, e altri ancora sono, beh, forse “disconnessi” è la parola giusta [5] .

Una videolezione tenuta da Gregory Nagy

Una videolezione tenuta da Gregory Nagy

Nulla di ciò dovrebbe sorprendere. È tipico per le nuove tecnologie imitare qualcosa di esistente; la Bibbia a quarantadue linee di Gutenberg non è facile da distinguere da una copia manoscritta. Ci vuole tempo per capire cosa può fare un nuovo medium oltre le cose esistenti di più grande, di più veloce, o di più economico, o per capire la sua forza o debolezza particolare per poter emergere. Cinquant’anni dopo Gutenberg, la stampa si dimostrò molto più valida per le Bibbie e i testi giuridici, e un sostituto più economico dei libri di lusso di quel periodo, e assolutamente non un sostituto per testamenti, inventari e lettere personali.

I MOOC potrebbero risultare più funzionali per insegnare un’abilità: contabilità di base, diciamo, o le componenti non di laboratorio della chimica universitaria – o anche il primo anno di greco. Ma non è per nulla chiaro che si possa “imparare” L’Iliade nello stesso modo in cui si imparano queste cose, o che un MOOC sia un qualche miglioramento reale di un corso convenzionale (a parte il fatto che è molto più costoso da produrre e da curare, a dispetto del sogno degli amministratori di tagliare i costi). È, dopotutto, un medium, non un messaggio. E come osservò il tipografo Alvin Doyle Moore, «se sei veramente bravo, puoi mandare un messaggio in qualsiasi modo – anche con un bastone per terra».

  1. Se si fossero voluti chiudere veramente gli studi classici non è chiaro. Al culmine delle proteste il rettore tenne una trattativa segreta la mattina presto con i rappresentanti di facoltà. Una persona presente mi dice che Dragas ha smentito specificatamente qualsiasi disegno contro “il Dipartimento di Studi Classici”. Paradossalmente, potrebbe essere stata la presidente Sullivan ad aver introdotto gli studi classici nella questione; ad aprile, in un incontro con i responsabili del  dipartimento ha citato gli studi classici come un esempio di settore che era indispensabile per un’università anche se non redditizio, e qualcuno ricordò il commento quando la volontà del gruppo del consiglio divenne problematica in giugno.
  2. I Giochi Panatenaici erano un’insieme di competizioni sportive che nell’antica Grecia si tenevano ogni quattro anni ad Atene. I giochi facevano parte di una più ampia serie di feste di carattere religioso, le Panatenee, che si celebravano invece con cadenza annuale. N.d.R.
  3. Termine coniato da Max Müller che indica un tipo di religiosità che prevede la preminenza di un dio su tutti gli altri, tale da accentrare su di esso tutto il culto. N.d.R
  4. Lo stesso Nagy ha accennato a questo aspetto in una conversazione con Natan Heller, immaginandosi «un archivio dinamico in cui, anche dopo che me ne sarò andato – non solo ritirato ma diciamo veramente andato, cioè morto – parti del corso potrebbero interessare  le ultime successive generazioni di studenti e ricercatori…Lo stesso Achille lo dice nella Rapsodia 9, Linea 413: “Sto per morire, ma questa storia sarà come un meraviglioso fiore che non appassirà mai”». Si veda Heller, Laptop U, ‘The New Yorker’, 20 maggio 2013.
  5. Come ha scritto Nathan Heller sul ‘New Yorker’, «“Hai un gruppo che parla di Cristo”, mi ha detto Kevin McGrath, uno dei coordinatori  [di Nagy]…dopo che erano iniziate le discussioni. “O sull’orgoglio. Non hanno ancora capito quello che sta succedendo”». Si veda  Laptop U, ‘The New Yorker’, 20 maggio 2013.

 

GREGORY HAYS, è professore associato di studi classici presso l’Università della Virginia.

 

 

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